TITO MACCIO PLAUTO

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Ritratto immaginario di Plauto

Parlare di Plauto significa avvicinarsi alla prima e vera personalità latina di cui possiamo leggere l’opera; e se oggi abbiamo imparato a sorridere grazie ad alcuni meccanismi narrativi, a certe figure rappresentative di vizi umani, alla trasformazione in icona di alcune caratteristiche, tanto da fare del nome di un personaggio una vera e propria identità dell’uomo, lo si deve alla grande capacità sia di mediazione, quanto di invenzione del commediografo latino.

Notizie biografiche

Su Plauto esiste una vera e propria questione proprio a partire dal suo nome: l’unica cosa certa è che fosse umbro, visto che il nome Plotus, era originario di quelle zone e che a Roma veniva pronunciato Plautus. Infatti si dice fosse nato a Sàrsina, cittadina umbra, oggi localizzata nella Romagna. Fino al secolo scorso il suo nome era tramandato con M. Accius (Attius) Plautus, dove con M. si sottintendeva il nome Marcus. Soltanto nell’Ottocento si trova un antichissimo codice il nome abbreviato in T. (Titus). Ciò chiarisce un po’ meglio la questione: sulla certa non credibilità di un cittadino romano nobile (attraverso le fonti) nell’essere un autore di commedie e quindi lo stesso Plauto non potendo avere tria nomina (nome proprio, della famiglia e cognome) si è spostato quella M. a fianco ad Accius e si è giunti a Maccus (antica maschera dell’atellana); inoltre anche Plautus nasconderebbe il significato di “piedi piatti” o “orecchie lunghe”; ambedue i termini, quindi, possono fornirci l’idea di un attore comico e quindi perfetto conoscitore dei meccanismi teatrali. Oltre questo nulla sappiamo: la voce che fosse caduto nei debiti e quindi costretto a far girare la macina, viene dedotto da un episodio di una sua commedia e quindi non può essere biografico (tale procedimento era piuttosto comune in antichità). Circa la data di nascita e di morte si è portati ad inserire la prima tra il 255-250 e la seconda (più sicura) nel 184 a.C., come ci dice Cicerone in una sua opera.

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Statua di Varrone Reatino 

Opere

Maggiori notizie abbiamo sulle opere. Bisogna innanzitutto sottolineare come Plauto fosse un autore di grandissimo successo, e ciò ha permesso alle sue opere di essere rappresentate durante tutta la storia romana. Ma tale rappresentabilità e tale riscontro fecero sì che molti altri autori sfruttassero il suo nome per ottenere un facile successo: si tramanda che, appunto, a lui attribuite, dopo la sua morte, circolassero più di 130 opere. A metter ordine a tale “confusione” toccò a Varrone Reatino, grammatico vissuto durante l’ultimo periodo della repubblica che nel De comoediis Plautinis divise tale opere in 21 certe, 19 incerte, tutte le altre sicuramente false. La tradizione manoscritta seguì le indicazioni dello studioso tanto da tramandare soltanto quelle che lui ritenne autentiche, che vengono qui trascritte in ordine alfabetico:

  • Amphitruo (Anfitrione);
  • Asinaria (La commedia degli asini);
  • Aulularia (La commedia della pentola);
  • Bacchides (Le baccanti)
  • Captivi (I prigionieri);
  • Casina (Casina);
  • Cistellaria (La commedia della cesta)
  • Curculio (Il parassita);
  • Edipicus (Edipico);
  • Menaechmi (I Menecmi, fratelli gemelli);
  • Mercator (Il mercante);
  • Miles gloriosus (Il soldato spaccone);
  • Mostellaria (La commedia del fantasma);
  • Persa (Il persiano);
  • Poenulus (Il cartaginese);
  • Pseudulus (Pseudolo);
  • Rudens (La gomena);
  • Stichus (Stico);
  • Trinummus (Le tre monete);
  • Truculentus (Lo zoticone);
  • Vidularia (Commedia del bauletto).

Di tali commedie bisogna dire che alcune mancano di alcune sezioni come Amphitruo, Aulularia, Bacchides, Casina, Cistellaria e Mostellaria; molto lacunosa, invece, ci appare l’ultima (soprattutto perché è stata tramandata come ultima nei manoscritti), Vidularia.

Tutte le commedie plautine hanno ambiente greco e questo indica che le fonti cui attinge sono tutte derivate dalla commedia nuova, soprattutto da Menandro e altri autori di cui niente ci è giunto. E’ evidente, pertanto, che egli le debba in qualche modo rielaborare: usa, infatti la tecnica del vertere (tradurre) tipica della cultura romana (basti pensare all’Odusia di Livio Andronico) che egli cita esplicitamente, insieme a quella della contaminatio, anch’essa ripresa da scrittori che lo hanno di poco preceduto, come Nevio.

Vediamo a tale proposito il prologo dell’Asinaria:

ASINARIA
(Prologo)

Hoc agite sultis, spectatores, nunciam,
quae quidem mihi atque vobis res vertat bene
grecique huic et dominis atque conductoribus.
Face nunciam tu, praeco, omnem auritum poplum.
Age nunc reside, cave modo ne gratiis.
Nunc qui processerim huc et quid mihi voluerim
dicam: ut sciretis nomen huius fabulae:
nam quod ad argumentum attinet, sane brevest.
Nunc quod me dixi velle vobis dicere
dicam: huic nomen Graece Onagost fabulae;
Demophilus scripsit, Maccus vortit barbare;
Asinariam volt esse, si per vos licet. 

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Plauti comoediae XX, Venezia, 1511, Asinaria

Ora per favore, spettatori, un po’ d’attenzione, e che questo spettacolo riesca bene per me, per voi, per questa compagnia, i capocomici, gli impresari. Tu, o battitore, fa sì che gli spettatori siano tutto orecchi. Ora riposati e sta attento che tu non l’abbia fatto gratuitamente. Ora vi dirò perché io sia qui e quale sia il mio compito: affinché voi sappiate il nome di questa commedia: infatti per quanto attiene all’argomento, è molto breve. Ora che cosa vi ho detto di volervi dire vi dirò: il nome di questa commedia greca è Onegòs, l’ha scritta Demofilo e Maccio (Plauto)  l’ha tradotta in latino; l’ha intitolata Asinaria, se a voi piace.

E’ questo, come già detto un prologo, recitato o dal capocomico o da altro attore o da un giovane ad hoc chiamato ornatus prologi e in esso troviamo appunto un dato tecnico (il vertere) su citato, e la presentazione di alcune tipologie del mondo teatrale, come grex (che oltre che gregge vuol dire anche compagnia) dominus (padrone e quindi il capocomico), conductor (conduttore e quindi anche impresario). Risulta evidente che se la commedia “originaria” fosse greca, greca ne sarà anche l’ambientazione (si tratterà, infatti, di tutte palliate).

Ma compito di Plauto è quello di fare in modo che il mondo esotico ellenico (che avrà anche la funzione di “allontanamento”) sia ben chiaro agli occhi dello spettatore, tanto da capire che dietro una qualsivoglia città greca si nasconde Roma con i suoi vizi e le sue virtù. Tutto questo è molto chiaro in un episodio del Curculio:

GORGOGLIONE CONTRO I GRECI
(Curculio 1, 289-295)

Tum isti Graeci palliati, capite operto qui ambulant,

qui incedunt suffarcinati cum libris, cum sportulis,
constant, conferunt sermones inter se drapetae,
obstant, obsistunt, incedunt cum suis sententiis,
quos semper videas bibentes esse in thermipolio,
ubi quid subripuere: operto capitulo calidum bibunt,
tristes atque ebrioli incedunt: eos ego si offendero,
ex unoquoque eorum exciam crepitum polentarium. 

Questi Greci coperti col mantello, che camminano con la testa coperta, e avanzano ben pasciuti con i libri e col paniere, come schiavi scappati discutono tra loro, si fermano, inciampano, avanzano sputando le loro sentenze, tu che li vedi sempre stare nelle taverne mentre bevono, e quando riescono a prendere qualcosa; tracannano vino caldo con i capi coperti e poi escono malinconici ed ubriachi: se io l’incontrerò, da uno di loro farò uscire la polenta ingurgitata!

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Rappresentazione del Curculio da parte di studenti americani

E’ evidente, in questi pochi versi, come Plauto applichi qui la tecnica dell’“allontanamento”, ma, nel contempo del riconoscimento:

  • se le tematiche, come vedremo in seguito, fossero svolte nell’Urbe, risulterebbero inaccettabili per lo sconvolgimento del mos maiorum (non per niente il periodo in cui venivano rappresentate era quello dei Saturnali, del “mondo alla rovescia”;
  • ma se, nel contempo, i riferimenti verso le caratteristiche della città (principalmente negative) cessassero, si avrebbe da una parte l’impossibilità della comprensione, dall’altra la caduta della comicità.

Ma per ritornare un attimo al prologo, non possiamo dimenticare che in esso oltre al modo in cui Plauto dichiara a quale modello si ispira, non bisogna dimenticare che si trova spesso l’argomento della storia stessa, svolto in forma di acrostico, come questo dell’Amphitruo:

ARGOMENTO II
(Amphitruo)

Amore captus Alcumenas Iuppiter
Mutavit sese in formam eius coniugis
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subservit Sosiae:
Is advenientis servum ac dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo: atque invicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Uter sit non quit Amphitruo decernere.
Omnem rem noscunt; geminos Alcumena enititur.

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Rappresentazione dell’Amphitruo

Giove, preso d’amore per Alcmena, ha assunto le sembianze del marito di lei, Anfitrione, mentre costui combatte contro i nemici della patria. Gli dà manforte Mercurio, travestito da Sosia; egli si prende gioco, al loro ritorno, del servo e del padrone. Anfitrione fa una scenata alla moglie; e i due rivali si danno l’un l’altro dell’adultero. Blefarone preso come arbitro, non può decidere quale dei due sia Anfitrione. Poi si scopre tutto; Alcmena dà alla luce due gemelli. 

E’ questo l’esempio di un secondo prologo: il primo detto, appunto Primum argumentum, il secondo, secundum argumentum. Dobbiamo necessariamente sapere che lo scrivere un argomento in acrostici è soprattutto esercizio raffinato di tardi grammatici e copisti, e quindi non opera di Plauto.

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Maschere del teatro comico

Ma perché uno spettatore deve, come nel caso dell’argomento dell’Anfitrione,  conoscere seppur in grandi linee, la trama della commedia? Ciò accade perché non è l’argomento in sé che interessa lo spettatore, che anzi troverà (e cercherà) la somiglianza tra le varie trame, ma il modo in cui la storia si sviluppa, la capacità del servo di gabbare chi ostacola l’ottenimento di un bene, l’alternanza “studiata” dei deverbia, parti dialogate; recitativi, lamentazioni declamate con enfasi con la presenza di un doppio flauto ed i cantica, vere parti cantate in metri diversi e accompagnate dalla musica. E’ naturale che un teatro così non richieda la presenza di individui in sé caratterizzati, ma di personaggi riconoscibilissimi dagli spettatori perché rappresentanti “tipologie”, aiutati in questo dalla “maschera” in legno indossata dagli attori.

Fra i personaggi, colui che è il vero protagonista delle commedie plautine, è quasi sempre il servo. Dobbiamo riconoscere che egli è ritratto sempre in forme positive, è colui che riesce a sovvertire le sorti in “bene” contro chi ostacola la loro riuscita. Ma non c’è nessun tentativo di riscatto: anzi a ben vedere è sempre il padroncino a ottenere i benefici migliori. Nello Pseudolus riconosciamo il servus-poeta e il servus-dux, nel Curculio  il servus-currens (Gorgoglione):

SERVUS-POËTA
(Pseudulus, vv. 394-405)

Postquam illic hinc abiit, tu astas solus, Pseudole.

Quid nunc acturu’s, postquam erili filio
largitu’s dictis dapsilis? Ubi sunt ea?
Quoi neque paratast gutta certi consili
[neque adeo argenti: neque nunc quid faciam scio.]
Neque exordiri primum unde occipias habes,
neque ad detexundam telam certos terminos.
Sed quasi poëta, tabulas cum cepit sibi,
quaerit quod nusquamst gentium, reperit tamen,
facit illud veri simile quod mendacium est,
nunc ego poëta fiam: viginti minas,
quae nusquam nunc sunt gentium, inveniam tamen.
Atque ego me iam pridem huic daturum dixeram
et volui inicere tragulam in nostrum senem;
verum is nescioquo pacto praesensit prius.
Sed conprimunda vox mihi atque oratio est;
erum eccum video huc Simonem una simul
cum suo vicino Calliphone incedere.
Ex hoc sepulcro vetere viginti minas
effodiam ego hodie, quas dem erili filio.
Nunc huc concedam, unde horum sermonem legam.

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Bronzetto di attore comico

Adesso ch’egli se n’è andato, sei qua solo, Pseudolo. Ebbene, cosa intendi fare, dopo aver generosamente elargito promesse al tuo padroncino? Su che cosa si fondano quelle promesse? Non hai niente di pronto: neppure l’ombra di un piano sicuro, né un tantino di denaro… – Né ho un’idea di quel che devo fare! – Non sai da che punto cominciare a ordire la tua tela, né sai con certezza dove finirai di tesserla… – Sì, ma come il poeta, prese le sue tavolette, cerca ciò che non esiste in nessuna parte del mondo, e tuttavia lo trova, riuscendo a rendere verosimile quel che è menzogna, così farò io: diverrò poeta, e le venti mine che attualmente non esistono in nessuna parte del mondo finirò per trovarle. Del resto, glielo avevo detto da un pezzo che gliele avrei date, e ho voluto gettare l’esca sul nostro vecchio, ma quello non so come, ne ha avuto il presentimento… ora però bisogna che io trattenga la voce e che la smetta di parlare; ecco il mio padrone Simone che arriva qui col suo vicino Callifone. Oggi caverò fuori da questo vecchio sepolcro venti mine, per  darle al mio padroncino. Mi tirerò in disparte; da qui raccoglierò la loro conversazione.

Cos’è a fare di questo personaggio un servo-poeta? Il fatto che egli, grazie alla propria fantasia, sa trasformare l’inverosimile in verosimile; cioè riesce, in qualsiasi rapporto narrativo, a creare quel patto per cui il lettore, qualunque cosa dica un autore, anche la più incredibile, la creda, altrimenti viene a cessare qualsiasi elemento edonistico. Allo stesso modo fa Pseudolo che “riuscendo a rendere verosimile quel che è menzogna”, diverrà poeta.

SERVUS-DUX
(Pseudulus, vv. 574-593)

Pro Iuppiter, ut mihi quidquid ago lepide omnia prospereque eveniunt!
Neque quod dubitem neque quod timeam meo in pectore conditumst consilium.
Nam ea stultitiast, facinus magnum timido cordi credere; nam omnes res perinde sunt
ut agas, ut eas magni facias; nam in meo pectore prius  ita paravi copias,
duplicis, triplicis dolos, perfidias, ut, ubiquomque hostibus congrediar
(maiorum meum fretus virtute dicam; mea industria et malitia fraudulenta),
facile ut vincam, facile ut spoliem meos perduellis meis perfidiis.
Nunc inimicum ego hunc communem meum atque vostrorum omnium
Ballionem exballistabo lepide: date operam modo;
hoc ego oppidum admoenire ut hodie carpitur volo;
atque huc meas legiones adducam; si hoc expugno
(facilem hanc rem meis civibus faciam)
post ad oppidum huc vetus continuo meum exercitum protinus obducam:
inde me et simul participes omnis meos praeda onerabo atque opplebo,
metum et fugam perduellibus meis me ut sciant natum.

Per Giove, come tutte le cose che faccio riescono facilmente e felicemente! Nella mia mente è riposto un piano che non dubiterò e non temerò. Infatti è pazzia quella di affidare una grande impresa ad un cuore non coraggioso; tutte le cose sono simili a come le pre-pari e a come tu le fai grandi; così ho deciso per prima cosa di preparare le truppe,  in duplici, triplici inganni, perfidie che, in qualunque luogo incontrerò i nemici (dirò fiducioso sulla virtù dei miei antenati; sulla mia capacità e la fraudolenta malizia),  facilmente li vincerò e spoglierò con le mie perfidie. Dunque io questo nemico mio, comune e di tutti voi Ballione, lo abbatterò con un colpo di balestra facilmente, fate attenzione in che mo-do; io voglio investire questa fortezza affinché sia presa oggi; e condurrò qua le mie legioni, se l’espugno (renderò facile quest’impresa per i miei concittadini) dopo di seguito condurrò immediatamente il mio esercito a questa vecchia fortezza: da dove mi caricherò mi riempirò della preda e similmente tutti i miei compagni, affinché sappiano che io sono nato per la paura e la fuga per i miei nemici.

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Scena plautina

Così come un servo può “inventare” una realtà possibile, lo stesso servo (in questo caso lo stesso Pseudolo) può immaginare l’organizzazione dei suoi piani come l’organizzazione di un piano di guerra: ne sono spia proprio le metafore che nel brano egli presenta: il lenone è la fortezza e lui il generale che deve assediarla. Tale figura non è nuova nella commedia di Plauto; in più di un’opera egli ci presenta le azioni di un servo come vere e proprie tappe vittoriose di un esercito il lotta, come nelle Bacchides.

SERVUS-CURRENS
(Curculio, vv. 280-287)

Date viam mihi, noti, ignoti, dum ego hic officium meum
facio: fugite omnes, abite et de via decedite,
nequem in cursu capite aut cubito aut pectore offendam aut genu.
Ita nunc subito, propere et celere obiectumst mihi negotium,
nec (usquam) quisquamst tam opulentus, qui mi obsistat in via,
nec strategus nec tyrannus quisquam, nec agoranomus,
nec demarchus nec comarchus, nec cum tanta gloria,
quin cadat, quin capite sistat in via de semita.

Fatemi strada, conosciuti e sconosciuti, chè io devo compiere la mia missione. Fuggite tutti, scostatevi e sgombrate la via, se non volete che correndo vi urti il capo o il gomito o il petto o il ginocchio: così improvviso, urgente pressante è l’affare che mi è capitato ad-dosso; né vi è uomo al mondo così potente, che possa farmi ostacolo nel cammino, né stratega, né tiranno, né agoranomo, né demarco, né comarco*, né personaggio tanto illustre che non debba cadere a terra e dal marciapiede precipitare a testa prima sulla strada.
*agoranomo, sovraintendente il mercato, demarco, sovraintendente i demo cittadini, comarco, capo di un villaggio.

In questo caso invece l’azione è mossa proprio dal correre del servo, che crea un’azione in cui, facendo crollare chiunque impedisca il suo affrettarsi dà luogo a commenti e situazioni esilaranti.

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Rappresentazione della Cistellaria

Questa tipologia di servo possiamo inserirla, più genericamente nella tipologia del servus callidus (servo astuto), colui che con perizia ed intelligenza si fa motore dell’azione del teatro plautino. 

Un altro personaggio importante è l’adulescens, il padroncino, verso cui il servo nutre affetto, ne condivide le passioni e combatte con lui per l’ottenimento dell’oggetto desiderato. In questo caso si tratta di una lamentatio, di uno sfogo sull’amore.

ADULESCENS
(Cistellaria, 206-228)

Iactor, crucior, agitor,
stimulor, vorsor
in amoris rota, miser exanimor,
feror, disferor, distrahor, diripior:
ita nubilam mentem animi habeo.
Ubi sum, ibi non sum,
ubi non sum, ibi est animus,
ita mihi omnia sunt ingenia;
quod lubet, non lubet iam id continuo,
ita me Amor lassum animi ludificat,
fugat, agit, adpetit, raptat, retinet,
lactat, largitur;
quod dat, non dat; deludit:
modo quod suasit, dissuadet;
quod dissuasit, id ostentat.
Maritumis moribus mecum experitur:
ita meum frangit amantem animum;
neque, nisi quia miser non eo pessum,
mihi ulla abest perdito permities.
Ita pater apud villam detinuit
me hos dies sex ruri continuos,
neque licitum interea est meam amicam visere.
Estne hoc miserum memoratu? 

Son sbattuto, son straziato, tormentato, punzecchiato, sulla ruota dell’amore rigirato ed annientato. Son stirato, strascicato, son squartato e sminuzzato, con la mente obnubilata. Dove sono io non sto, la mia mente è ove non sono, perché ho troppe cose in testa. Voglio e subito non voglio; è l’amore che si burla del mio cuore ormai sfinito. Lo sospinge, in-calza, assale, lo travolge, afferra, alletta. Offre, dà e non dà, delude. Se consiglia, poi sconsiglia; se sconsiglia, poi esorta. Mi si avventa come il mare, spezza il cuore innamorato; nel naufragio d’ogni cosa, non mi resta che affondare. Ora il padre mi trattenne in campagna per sei giorni, senza darmi tanto tempo il permesso di vedere la mia amata. Non è questa una storia dolorosa?

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Paraklausithyrion

E’ qui rappresentato un adulescens (in questo caso Agesimarco della Cistellaria), di solito innamorato, che si fa aiutare da un servo per la conquista dell’amata. Egli, naturalmente, non è felicemente “accoppiato”, perché un ostacolo si frappone, comunque, tra lui e l’oggetto da ottenere ed il suo lamento, (come in questo caso) costituisce il vero e proprio motore dell’azione. Ma affinché tale lamento risulti comico, Plauto lo amplifica con un raffinato gioco stilistico fatto di onomatopee, anafore, chiasmi, che alla fine permette al commediografo di ironizzare sulla lirica d’amore greca (assai in voga in quel periodo).  

SERENATA AI CHIAVISTELLI
(Curculio, 147-154)

Pessuli, heus pessuli, vos saluto lubens,
vos amo, vos volo, vos peto atque obsecro,
gerite amanti mihi morem, amoenissumi,
fite causa mea ludii barbari,
sussilite, obsecro, et mittite istanc foras,
quae mihi misero amanti ebibit sanguinem.
Hoc vide ut dormiunt pessuli pessumi
nec mea gratia commovent se ocius.

Chiavistelli, oh chiavistelli, vi saluto con gioia, vi amo, vi bramo, vi prego e vi supplico: assecondate il mio amore, carissimi, fate per me balli italici, saltellate, vi prego, fatela uscire, che ha succhiato il sangue a me, misero amante. Guarda come dormono, cattivi chiavistelli, che non si muovono più velocemente per me.

Anche Fedromo del Curculio è un adulescens innamorato, ai cui Plauto fa pronunciare la cosiddetta paraklausithyrion, cioè il lamento di fronte alla porta chiusa. Questo era un vero e proprio topoi della poesia d’amore greca (e lo diventerà anche per quella latina), che viene stravolto in modo comico (i chiavistelli a cui chiedere di diventare ballerini) dall’estro comico del nostro. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che questo gioco è anche rivolto a un pubblico smaliziato che, sia nel caso del lamento d’amore che di quello della serenata ai chiavistelli, si rende conto delle fonti letterarie usate e di come Plauto, con divertita capacità, le abbia stravolte.

Altro importante figura della commedia plautina è l’antagonista, che può essere sia il padre dell’adulescens, ma anche qualche altro personaggio caratterizzato da una particolarità che lo rendono riconoscibile e comico, come il lenone (possessore di una cortigiana), l’avaro o il soldato vanaglorioso.

Prendiamo come primo esempio l’avaro:

L’AVARO
(Aulularia)

Perii, interii, occidi. Quo curram? Quo non curram? Tene, tene. Quem? Quis?
Nescio, nil video, caecus eo atque equidem quo eam aut ubi sim aut qui sim
nequeo cum animo certum investigare. Obsecro ego vos, mi auxilio,
oro, obtestor, sitis et hominem demonstretis, qui eam abstulerit.
Quid ais tu? Tibi credere certum est, nam esse bonum ex vultu cognosco.
Quid est? Quid ridetis? Novi omnis, scio fures esse hic complures,
qui vestitu et creta occultant sese atque sedent quasi sint frugi.
Hem, nemo habet horum? Occidisti. Dic igitur, quis habet? Nescis?
Heu me misurum, misere perii, male perditus, pessime ornatus eo:
tantum gemiti, et mali maestitiaeque hic dies mi obtulit, famem et pauperiem.
Perditissimus ego sum omnium in terra; nam quid mi opust vita, tantum auri
perdidi, quod concustodivi sedulo? Egomet me defraudavi
animumque meum geniumque meum; nunc eo alii laetificantur
meo malo et damno. Pati nequeo.

Sono perduto, sono in rovina, sono morto. Dove vado? Dove non vado. Fermalo, fermalo. Chi ? Chi lo ferma? Non so, non vedo niente, sono cieco e perciò non posso sapere sicuramente dove andrò o dove sia o chi sia. Vi scongiuro, vi imploro, vi supplico, aiutatemi e ditemi chi è, che me l’ha tolta. Chi dici? Ho deciso di crederti, infatti riconosco che tu sei onesto dall’espressione del volto. Cosa c’è? Perché ridete? Conosco tutti, so che qui ci sono molti ladri, che si nascondano dietro la toga e siedono come persone importanti. Oh, nessuno di loro lo ha? Mi hai ucciso. Dì, dunque, chi ce l’ha? Non lo sai? Oh, me misero, sono miseramente perduto, malamente rovinato, conciato malissimo: questo giorno mi ha procurato così grande disperazione, male, tristezza, fame e povertà. Sono il più disgraziato di tutti sulla terra; infatti che vivo a fare, ho perduto tutto l’oro, che custodivo con attenzione. Mi sono privato del mio animo, della mia esistenza; ora gli altri si divertono alle mie spalle. Non posso sopportarlo.

E’ evidente che qui il bene che egli in qualche modo preserva è quello del denaro (una pentola piena d’oro) e non certo di una leggiadra cortigiana, anche se il mondo di “eros” non è affatto assente. Infatti egli crede che se un vicino di casa chiede la mano di sua figlia è perché ha saputo dell’oro e glielo vuole sottrarre; se il cuoco nomina il termine “pentola” è perché si sta riferendo ad essa, non perché vuole usarla per cucinare. Tutto ciò fa sì che lui la nasconda, ma un servo, seguendolo lo scopre e gliela ruba, comprando così la sua libertà e ottenendo la mano della figlia dell’avaro. Ma qui quello che interessa è certamente il dialogo che egli intrattiene con il pubblico, facendo di questo monologo uno dei punti più alti del metateatro plautino.

Altra figura caratteristica è quella del “miles gloriosus”:

PIRGOPOLINICE
(Miles gloriosus, 1-9)

Curate ut splendor meo sit clupeo clarior
quam solis radii esse olim quom sudumst solent,
ut, ubi usus veniat, contra conserta manu
praestringat oculorum aciem in acie hostibus.
Nam ego hanc machaeram mihi consolari volo,
ne lamentetur neve animum despondeat,
quia se iam pridem feriatam gestitem,
quae misera gestit et fartem facere ex hostibus.
Sed ubi Artotrogus hic est?

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Pirgopolinice e Astrotogo a teatro

Fate in modo che il mio scudo abbia una lucentezza più splendente di come sono soliti essere i raggi del sole quando il cielo è sereno affinché, quando venisse la necessità, giunti allo scontro, abbagli ai nemici la vista degli occhi nel campo di battaglia. Infatti io voglio consolare questa spada affinché non si lamenti né deponga il coraggio, poiché sono solito portarla oziosa ormai da tempo che misera brama di fare salcicce dei nemici. Ma ora dove è Artotogo?

Piccola presentazione a dirci la vanagloria di questo personaggio, padre di quella figura caratteristica che, nella commedia dell’arte diventerà Capitan Fracassa. Qui lo vediamo dar ordini che nessuno sente, che urla al vento a dire agli altri la sua vanagloria, e nel seguito della commedia sarà “spalleggiato” in questa dal servo, che lo utilizzerà per lasciar libero il suo padroncino di accostarsi alla ragazza che lui nasconde. Ancora l’inganno con un uomo la cui comicità deriva dalla sproporzione tra la figura che rappresenta e la realtà.

Ed infine la figura del lenone:

BALLIONE
(Pseudulus, 1, 172-188)

Auditin? vobis, mulieres, hanc habeo edictionem.
Vos, quae in munditiis, mollitiis deliciisque aetatulam agitis,
viris cum summis, inclutae amicae, nunc ego scibo atque hodie experiar,
quae capiti, quae ventri operam det, quae suae rei, quae somno studeat;
quam libertam fore mihi credam et quam venalem, hodie experiar.
Facite hodie ut mihi munera multa huc ab amatoribus conveniant.
Nam nisi mihi penus annuos hodie, convenit, cras populo prostituam vos.

Mi sentite? Per voi, donne, ecco qua i miei ordini. Voi che passate la vostra tenera età tra le raffinatezze, le mollezze, le ricercatezze, in compagnia di persone d’altissimo rango, voi, amanti di grido, oggi saprò, oggi conoscerò alla prova dei fatti chi di voi si preoccupa delle sua testa e chi del suo ventre, chi pensa al suo interesse e chi non pensa che a dormire. Oggi conoscerò alla prova dei fatti  chi di voi è destinata a diventare mia liberta e chi invece dovrò vendere. Fate in modo che oggi, da parte dei vostri amanti, mi giunga qua un mucchio di regali; perché se oggi non mi giungono provviste per un anno intero, domani farò di voi delle volgari prostitute.

Ballione, protagonista dello Pseudolo, è il tipico lenone, figura sconosciuta a Roma, ma presente nel mondo greco. Come protettore delle donne è lui che forse è il peggior antagonista dell’adulescens e, se come personaggio è capace di impedire, per pura avidità, il libero sfogarsi di un amore naturale, non potrà essere che un sceleste (scellerato), furcifer (pendaglio da forca), sociofraude (traditore di amici) fur (ladro) permities adulescentum (rovina dei giovani) e altro ancora con cui, in un pezzo famosissimo della commedia, Pseudolo lo riempirà di insulti.

Tuttavia la commedia di Plauto non è fatta solo di personaggi, ma anche di situazioni e solo per citare la più famosa ci piace ricordare il tema del doppio:

SOSIA DI FRONTE AL SUO DOPPIO
(Amphitruo 441-449)

Certe edepol, quom illum contemplo et formam cognosco meam,
quem ad modum ego sum (saepe in speculum inspexi), nimis similest mei;
itidem habet petasum ac vestitum: tam consimilest atque ego;
sura, pes, statura, tonsus, oculi, nasum vel labra,
malae, mentum, barba, collus: totus. quid verbis opust?
si tergum cicatricosum, nihil hoc similist similius.
sed quom cogito, equidem certo idem sum qui semper fui.
novi erum, novi aedis nostras; sane sapio et sentio.
non ego illi obtempero quod loquitur; pultabo foris. 

Certo, Per Polluce, quando lo guardo e riconosco il mio aspetto, come sono fatto io – spesso mi sono guardato allo specchio – certo mi assomiglia moltissimo. Ha uguale il cappello e il vestito: mi assomiglia come mi assomiglio io. Gamba, piede, statura, capelli, occhi, naso, labbra, guance, mento, barba, collo: tutto. Che bisogno c’è di parole? Se ha la schiena piena di cicatrici, non c’è una somiglianza più simile a questa. Ma, quanto più ci penso, davvero io sono lo stesso che sono sempre stato: non c’è dubbio. Conosco il mio padrone, conosco la nostra casa, ho a posto il senno e i sensi. Non dò retta a quello che dice lui: busserò alla porta».

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Rappresentazione dell’Amphitruo

Se a fare della commedia plautina una rappresentazione di tale successo “comico” che, come abbiamo visto precedentemente, altri autori si nascondevano dietro il suo nome per ottenere l’applauso del pubblico, Plauto non si limitava a lavorare sui personaggi e sugli schemi, ma soprattutto sul ritmo. Tale ritmo egli l’otteneva attraverso la sagace mescolanza nell’intera piéce di quelli che venivano detti numeri innumeri cioè l’uso assai vario della metrica. Ciò permetteva all’autore d’accompagnare il detto alla musica, laddove ce n’era, creando un’atmosfera assai “vivace” che tanto gradiva il pubblico romano. Se a ciò si accompagnano i giochi di parole, l’invenzione onomastica, un linguaggio che allude, a volte, all’osceno, il successo è assicurato.

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