PIER VITTORIO TONDELLI

Tondelli è uno scrittore | GQ Italia

Pier Vittorio Tondelli nasce a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, nel 1955. Qui passa i primi anni della sua vita, frequentando gli istituti scolastici e raggiungendo la maturità presso il Liceo Classico “Rinaldo Corso”. E’ in questo periodo che partecipa attivamente alle attività dell’oratorio, facendo parte dell’associazionismo cattolico e scrivendo, presso piccole riviste ciclostilate, brevi articoli con lo pseudonimo di Vicky. Ed è ancora nella cittadina emiliana, pur in piena adolescenza, che mostra la sua vocazione “artistica”, scrivendo e mettendo scena piccoli lavori teatrali, tra i quali ricordiamo una sua rappresentazione tratta dal romanzo di Saint-Exupéry.

Nell’anno accademico 1974/1975 si sposta a Bologna, dove s’iscrive al DAMS (acronimo per Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). Tale corso universitario, il primo in Italia, nasce nel 1971 e costituirà per la città emiliana un coacervo di sperimentazioni artistiche assolutamente innovative dal punto di vista culturale: tra i primi docenti il semiologo e scrittore Umberto Eco, il regista teatrale Luigi Squarzina, il narratore Gianni Celati, il critico letterario Luciano Anceschi. Grazie ad esso Bologna diventerà il centro di raccolta delle più svariate esperienze creative e di diversi apporti di giovani intellettuali provenienti da tutta Italia, soprattutto dalle regioni del Sud.I festeggiamenti per i 50 anni del DAMS | Zero

Un’assemblea al DAMS (in primo piano Umberto Eco e Luigi Squarzina)

Ma gli anni ’70 sono anche anni in cui il dibattito, pur feroce, esploso nella rivolta studentesca, sfocerà negli “anni di piombo” con l’eversione di frange extraparlamentari sia di destra che di sinistra e che troveranno nel rapimento ed uccisione di Aldo Moro (parlamentare della Democrazia Cristiana) e nell’attentato alla Stazione di Bologna i punti estremi di quella strategia della tensione e della lotta armata che caratterizzeranno quel decennio.
Insomma, per quegli anni «teniamo buona la qualifica di “anni di piombo”, che vale se non altro a conservare memoria di quell’inaudito sbocco di sangue. Anche se, per equità, sarebbero Piombo e Tritolo (prima il tritolo, in ordine di apparizione) i materiali simbolici del periodo. Ma l’applicazione della pena di morte da parte di bande di superbi (“superbi” è l’aggettivo, secondo me di mirabile precisione, adoperato dal professor Enrico Fenzi per definire il fondamentale vizio umano del terrorismo rosso, nel quale aveva militato) non racconta dei Settanta, che l’aspetto più macroscopico e più mediatico. Quello che produceva i titoli cubitali, magari offuscando il resto e quasi tutto il resto.
(…)
La straordinaria energia artistica di quel periodo trasportò dentro la cultura di massa prodotti fino allora di fronda o di cantina, come la canzone d’autore. Non solo la letteratura, il teatro, il cinema, la grafica, il fumetto, i festival di poesia: fu la socialità nel suo complesso a vivere una stagione febbrile e creatrice nella quale sperimentare a tutti i costi – anche nei costumi sessuali – fu certamente anche un vezzo e una moda; e generò non pochi fenomeni di vero e proprio kitsch “di sinistra”; però dava voce e corpo a un’irrequietezza culturale e politica che si respirava a pieni polmoni, ovunque fino a stordirsi. Il contagio era ingovernabile, trascinava “fuori casa”, sconsigliava la pigrizia, quasi obbligava a confrontarsi con abitudini, scenari, costumi inediti. Tra i quali il consumo di droghe prese la mano a molti: tra le stragi del decennio quello dell’eroina è ricordata poco e male ma lo contraddistinse, nel male e nel dolore, tanto quanto la violenza politica» (Michele Serra)Andrea Pazienza al PAFF! in un monologo disegnato con Andrea Santanastaso | PAFF!

Andrea Pazienza

E’ questo l’humus culturale che respirò Pier Vittorio Tondelli nella Bologna degli anni Settanta, la voglia di sperimentare che coinvolse, appunto, la musica, con gli Skiantos di Freak Antoni, il fumetto con i disegni e le storie di Andrea Pazienza e con i racconti raccolti nella sua opera prima Altri libertini. 

Altri libertini esce per i tipi Feltrinelli nel 1980 con la definizione di romanzo. Infatti nonostante fosse composto da sei racconti, lo stesso Tondelli li inquadra come sei episodi di una stessa vicenda, in cui si racconta (con richiami interni) la vita di diversi giovani che, in un periodo completamente “post”, post moderno, (nato con il Nome della rosa di Eco, pubblicato nello stesso anno), post anni di piombo, post ideologie sembrano cercare una nuova identità nella nullificazione di se stessi attraverso l’eroina, il sesso e l’idea utopica di un’altrove.

LN- ALTRI LIBERTINI - PIER VITTORIO TONDELLI - FELTRINELLI --- 1980 - – lettoriletto

Edizione originale di Altri libertini

NELLA SOFFITTA DELL’ANNACARLA

La notte la facciamo poi dall’Annacarla, nella sua soffitta di Piazza Bonifazio Asioli dove in questi anni ci si e sempre ritrovati a tirar mattino tanto da farla diventare un’istituzione del giro nostro, un po’ come lo Sporting. E in quelle stanze piene di spot arancioni e paralumi violacei è successo un po’ di tutto e non c’è nessun fricchettino che sia passato da queste parti che non abbia trovato ospitalita tra gli Oscar Mondadori sparsi qua e la e tutt’intera la collezione dei Classici dell’Arte Rizzoli impilata come pronta alla rivendita tra la collana grigiobianca di Psicologia e Psicoanalisi di Feltrinelli, gli Strumenti Critici Einaudiani e quelli di Marsilio e di Savelli un po’ bistrattati in seconda fila accanto alle Edizioni Mediterranee e alia Biblioteca Blu e ai Centopagine e ai rari Squilibri, troppo pericolosamente accanto agli Adelphi e ai Guanda civettosamente sparsi accanto ai beveraggi; e non c’è stato nessun precario capitato quaggiù a settembre a vendemmiare che non si sia stonato di tutti quegli incensi Made in India sempre accesi e sparsi, dai secchissimi bastoncini Musk di Lord Shiva agli aromi primaverili dei Bouquet dei Three Birds e a quelli Agarbatti cioé Jasmine, Patchouly, Rose, Amber, Violet, Chameli, Lotus, Mogra e quegli altri cofanetti sparsi del Panda Brand Incense ancora Ambergris e Jasmine, eppoi Sandal Wood e Cypre vicini quasi a confondersi coi sottilissimi Meigui Xiang, Tan Xiang, Tisian Tsang altri bastoncini fragili e sottili e puzzolenti anche dalle loro scatole cellophanate come quelli impastati al talco, i tibetani Wing Tun Fook pestilenziali davvero, insomma non c’è stato nessuno che una volta uscito da quelle stanze coi bracieri accesi senza soluzione di continuità non abbia stramaledetto quegli odori, così come non c’è stato nessun intellettuale della nostra provincia che qui non sia venuto a rovistare fra le centinaia di dischi e la selva dei posters e manifesti e gigantografie accatastate e usate come seggiole, oppure appesi alle pareti assieme alle sete e ai tappetini di cammello, come la foto di Carlos e Smith ancora riconoscibili all’Azteca di Città del Messico col pugno alzato e guantato di nero sul podio della premiazione, un gagliardetto delI’UCLA accanto a Mark Frechette e Daria Halprin spersi nel boro di Zabriskie Point e appena distinguibili sotto altri manifesti i capelli zazzeruti di Pierre Clementi nei Cannibali di Liliana Cavani, il viso spigoloso di Murray Head a confronto col pacato Peter Finch in Sunday, Bloody Sunday e appena la scritta Al Pacino in Panico a Needle Park e un guantone di Fat City e la città frontiera di The Last Picture Show, il ciuffo di Yves Beneyton nei Pugni in Tasca, quello di Giulio Brogi in La Città del Sole, Sotto il segno dello Scorpione, l’Invenzione di Morel e anche una foto di scena di John Mulder Brown che abbraccia la sagoma di Jane Asher nella piscina di Deep End e un’altra di Taking Off, una di Joe Hill, una delle Quattro Notti di un Sognatore che lambisce il viso di Hiram Keller nel Satyricon di Fellini che un po’ si confonde con le locandine del Fantasma del Palcoscenico e quelle di The Rocky Horror Picture Show e sopra due disegni di Ronald Tolkien comprati da Foyles dignitosamente rivestiti di vetro come il piccolo Escher e le fotografie che riempiono tuttaquanta la parete e per la maggior parte autografate come quella di Francesco Guccini, di Peter Gabriel, di Marco Ferreri ritratto per le giornate del cinema italiano il due di settembre del settantatré, Annacarla coi capelli sciolti e le spalle nude, Ferreri con una camicia bordata di pizzo sul davanti e poi ritratti scattati qua e là a convegni e simposi e seminari e convivi, giornate rassegne e dibattiti a cui nessuno in questi anni si è sottratto… così nella mansarda ci prepariamo a far un cenone che qualcuno ha portato una stecca di fumo da Bologna e non bisogna mica farla invecchiare quella roba.

E’ una pagina dell’episodio che dà il titolo al libro ed è indicativa perché ci indica come la prosa di Tondelli, così accumulativa, sia in parte completamente diversa da quella tipica delle narrazioni “tradizionali”: il suo modo di scrivere è infatti fatto di paratassi e soprattutto sostantivato, costruito su oggetti e nomi di persone più che di azioni espresse da verbi, ma che inoltre ci dà le suggestioni letterarie tipiche di  quella generazione.

E’ evidente che tali suggestioni siano le stesse dell’autore, anche se appare chiaro che, per ammissione dello stesso autore, ci siano gli americani Kerouac, Bukowski e Burroughs, nonché gli immancabili Ferlinghetti e Corso, autori obbliganti in quegli anni; ma è altrettanto evidente come il nostro senta il ritmo narrativo, nonché tematico di Hubert Selby, cantore americano degli emarginati della società americana, come appare in questa pagina, la cui scrittura ha certamente evocato l’autore di Correggio:Autostrada A10, in arrivo due weekend di passione: da Genova a Savona bisognerà passare da Masone o fare l'Aurelia - IVG.it

VIAGGIO

Notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro, notte solitaria e vagabonda a pensierare in auto verso la prateria, lasciare che le storie riempiano la testa che così poi si riposa, come stare sulle piazze a spiare la gente che passeggia e fa salotto e guarda in aria, tante fantasie una sopra e sotto all’altra, però non s’affatica nulla. Correre allora, la macchina va dove vuole, svolta su e giù dalla via Emilia incontro alle colline e alle montagne oppure verso i fiumi e le bonifiche e i canneti. Poi tra Reggio e Parma lasciare andare il tiramento di testa e provare a indovinare il numero dei bar, compresi quelli all’interno delle discoteche e dei dancing all’aperto ora che è agosto e hanno alzato persino le verande per godersi meglio le zanzare e il puzzo della campagna grassa e concimata. Lungo la via Emilia ne incontro le indicazioni luminose e intermittenti, i parcheggi ampi e infine le strutture di cemento e neon violacei e spot arancioni e grandifari allo iodio che si alzano dritti e oscillano avanti e indietro così che i coni di luce si intrecciano alti nel cielo e pare allora di stare a Broadway o nel Sunset Boulevard in una notte di quelle buone con dive magnati produttori e grandi miti. Ne immagino ventuno ma prima di entrare in Parma sono già trentatré, la scommessa va a puttane, pazienza, in fondo non importa granché.

L’incipit con quell’ipallage, i verbi all’infinito ad indicare spazio, campi semantici che contrastano “raminga, fuggitiva, vagabonda e riempire” “stare, spiare, lasciare”, per concludere con quel “però” con valore deduttivo che indica un senso di apatia, di abbandono verso un altrove irraggiungibile, concluso con un “nulla” certamente più suggestivo di un “niente”.

Il tutto condito con una prosa il cui ritmo segue i fili del discorso del narratore che sembra richiamare più una partitura musicale di tipo jazzato, il cui finale sembra spegnersi in un assolo, che rimanda a un non so che di malinconico con quel “la scommessa va a puttane, pazienza, in fondo non importa granché”: assolo che si spegne, smorzandosi, in un silenzio assoluto.Forever young: una guida all'opera di Pier Vittorio Tondelli a 30 anni dalla morte

Il libro fu sequestrato per oscenità, per poi essere assolto, ma ciò (come sempre) esercitò una maggiore capacità di divulgazione: qualcuno parlò di semplice libro generazionale, ma ci furono anche lettori più attenti che ne individuarono le novità stilistiche e narrative. Certo alcune scene potevano certamente risultare disturbanti, come in Postoristoro, dove un ragazzo viene masturbato per trovare una vena per iniettarsi l’eroina, ma, al di là del fatto che erano situazioni che realmente accadevano e che denunciavano come la generazione degli anni Ottanta si stesse perdendo, il modo in cui venivano descritte lo riscattavano, trasformando il dato cronachistico in letteratura, in quanto mescolava linguaggio crudo, osceno, con espressioni dialettali o con espressione liriche, tutte risolte attraverso lo sguardo attento (e forse “innocente”) dell’autore stesso.

Il successo del libro, convinse la casa editrice a pubblicare un testo, già in parte “anticipato” nelle pagine de “Il Resto Del Carlino” che aveva chiesto all’autore di descrivere un anno di servizio militare. Nascono così dieci episodi col titolo Diario del soldato Acci che, insieme alle prose Affari militari farà parte del progetto un Weekend Postmoderno.Vita di leva, quando era d'obbligo il servizio militare - Corriere.it

Prima di parlare del romanzo, è necessario fare una precisazione: il servizio militare, più precisamente detto coscrizione obbligatoria di una classe, venne istituito sin dal 1861 e venne abrogato solamente nel 2004. Ciò significa che tutti i ragazzi, all’incirca dai diciotto ai venticinque anni, a seconda degl’impegni studenteschi, dedicavano all’incirca 12 mesi della loro gioventù alla patria.

PAO PAO, (ripetizione dell’acronimo che sta per Picchetto Armato Ordinario), pubblicato nell’ottobre del 1982, racconta infatti la storia, certamente autobiografica, dello stesso Tondelli il quale svolse l’obbligo militare nel 1981.

.Amazon - Pao Pao. : TONDELLI Pier Vittorio -: Libri

Copertina dell’edizione originale

L’INCIPIT

Ma Renzu, il mio grande amico Renzu, lo rivedo dunque per l’ultima volta in una parata primaverile di granatieri a Roma, a quasi un anno da quel nostro primo e gelido inizio di servizio militare su alla rupe di Orvieto, fine aprile dell’ottanta o giù di lì, ma ancora un vento gelido e sferzante spazzava la piazza d’armi mentre i ragazzi marciavano e correvano, i ferrei granatieri, i prodi artiglieri e i piccoli e saettanti bersaglieri che incontravo ogni giorno all’infermeria con vescicacce aperte e contusioni ai piedi per via di quegli anfibi così rigidi e appunto così militareschi che dovevano calzare come scarpettine da danzatrici e batterci sopra i ritmi e la grancassa come proprio allievi del Bolscioj.

LA FINE

Io sono lì nel piazzale, in piedi sul muricciolo sotto le palme, i camion mi sfilano davanti e io mi sbraccio e grido Renzu, Renzu e finalmente vedo l’Agi Carcassai che fa un versaccio e grida il di me nome come un indemoniato. Ma Renzu non lo scorgo, proprio non gliela faccio, so che c’è ma come distinguerlo fra altre centinaia simili in tutto a lui? Poi finalmente la banda prende a suonare la marcia dei granatieri, i ragazzi in costume storico sfilano come tanti tableaux vivants, davanti quelli del Seicento, poi quelli napoleonici, poi quelli del regno e così via. Allora corro verso l’uscita e mi arrampico sul muro del Castro lungo il viale e lì li vedo sfilare tutti, proprio tutti, finché nel plotone in fondo non scorgo Renzu, impassibile, sudato, lo sguardo dritto, la mascella serrata, le mani inguantate e rattrappite sul fucile, il suo passo cadenzato. Ma lui non può scorgermi. Così corro avanti fino a Piazza Esedra fra i passanti esultanti e scolaresche vocianti e il fiume dei reduci che mi travolge fra alamari di stoffa biancorossi e visi vecchi e storpi e gridamenti e tutti lì ad applaudire ed acclamare i prodi granatieri, gli autobus fermi sotto il sole, i taxi che suonano i clacson, la gente che guarda e s’affolla prima di qua e dopo di là e a questo punto uno mi mette una mano sulle spalle e dice più o meno ehi ehi che felice rivederti, ed io mi volto ed è quell’odiosissimo tenente Stravella con il capitano di Orvieto e allora sono infognato lì con loro a parlottare, ma intanto la parata si snoda e già sta per scendere per via Nazionale tutta indrappeggiata con striscioni e coccarde patriottiche e sempre la gente che esulta e acclama, gruppi di reduci già imbriachi che si trascinano abbracciati fra un bar e l’altro e hanno ricamate sul giubbetto tutte le battaglie e le spedizioni che han fatto e medaglie e medagliette e fregi sui baschi come dei goliardi, ma io sono lì intrigato con questi due e non gliela faccio a smollarmi finché non approfitto di una loro distrazione e scappo via, ma Renzu, il grande amico Renzu non si accorgerà di me finché quasi non lo sfiorerò con un versaccio e allora lui finalmente volterà un attimo il viso al mio indirizzo e io salterò sulle teste delle persone e correrò fra le transenne e mi sbraccerò gettando il basco in aria e lui nient’altro farà che una smorfia trattenuta e raggelata, lì in prima fila del suo plotone, al centro, ecco Renzu che mostra il pregio della sua razza marchigiana, il Renzu dello Champagne fregato a Orvieto e delle canne e delle sbronze per le stradine della rupe, il Renzu dei seggi elettorali, il Renzu che saltava davanti al duomo cantando il mio nome con quel suo sound preziosissimo che non ho più sentito, mai più, il Renzu ora inquadrato che non può parlare né muoversi lì intruppato e incastrato da far paura e io che continuo a chiamare il suo nome correndo giù per Via Nazionale passando davanti a Grandelele a Miguel e Beaujean e tutti gli altri che sfilano e marciano e battono il tempo della grancassa, e gli grido sto bene caro Renzu e fatti vivo e lui storcerà gli occhi, solo quelli e finalmente i nostri sguardi si incontreranno per un attimo fra la folla e sarà come ci fossimo detti mille cose e io riderò a quello sguardo e m’illuminerò a quel suo bagliore, Renzu che spinge le pupille nell’angolo dell’occhio e mi incontra e io prenderò a gridare di nuovo spingendomi fra la gente e le donne e i turisti e i marocchini, mi farò largo in quella calca di persone che strepitano e applaudono e sorridono, ma Renzu non potrà dir niente, manco una parola, manco un saluto con le mani o un gesto di bocca, segnerà il passo e alzerà il fucile davanti alle autorità, ma dirà niente, solo la grancassa che strabatte la marcia e la mia voce Renzu, Renzu che si smorza infine nel caos di Piazza Venezia stracolma di auto e di gente.

Battaglione Trasmissioni Folgore | Il blog per gli "ex" del Battaglione - (1958/1975... una razza purtroppo ormai in via di rapida, inesorabile estinzione e ancora con la FOLGORE nel cuore) - Part 8

I due passi mostrano come la struttura del romanzo sia circolare, inizia con lo stesso personaggio e la stessa immagine con il quale finisce; nel mezzo la storia che Tondelli definisce “sentimentale” di un gruppo di giovanotti costretti a convivere in una caserma, cercando un senso verso un’istituzione che certamente tale senso aveva totalmente perduto.

Ciò fa del romanzo un Bildungsroman (romanzo di formazione), in cui i protagonisti (è un romanzo corale, in cui l’io narrante vive e pensa in relazione a tutti gli altri) cercano spazi di libertà in un ambiente che li nega. Il fatto è che tale spazi di libertà non sono solamente descritti come ricerche centrifughe che allontanano i ragazzi dal centro (la caserma) verso luoghi “diversi”, ma anche come capovolgimento della morale “patriottica” in cui il sesso e l’amore raccontato è quasi esclusivamente gay, accompagnato da ubriacature, canne e romanticismo a iosa.

A salvare il tutto è che Tondelli evita di fare un romanzo solo ed esclusivamente basato sui sentimenti, che in qualche modo lo avrebbe eccessivamente “carattetizzato”: il suo modo di descrivere mescola vari registri stilistici, per cui, anche se nell’ultima pagina tale pericolo vi corre, il modo in cui descrive il suo incontro con Renzu, il suo sbracciare e la “rigidezza coatta” di Renzu, lo rendono straniante, sottolineato dall’espressione “lui storcerà lo sguardo” e da quello splendido finale in cui Renzu si perde nel caos e nella folla di Piazza Venezia.

Ciò ci conduce ad un ultima osservazione: nella seconda parte del romanzo, concluso il CAR (Centro Addestramento Reclute) ad Orvieto e spostato alla caserma Macao vicino a Termini, Roma, con le sue piazze, le sue trattorie, i luoghi degli incontri gay, la spiaggia di Ostia, diventa a sua volta protagonista, in quanto ciò che avviene nel romanzo non può che avvenire perché è lì che avviene. 

TRA PARENTESI

– (Ma è tutto già successo, e succederà di nuovo quella sera in cui non sentii i Weather Report giù al Palazzetto di Roma per il loro concerto che invece attendevo da mesi, serata davvero memorabile sotto il cielo molto Star Wars della capitale con i Boeing colorati che solcavano il blu intenso e le stelle planetarie che si muovevano – ne sono certo – e traballavano attorno ai loro sistemi, la sera in cui non feci quello che dovevo fare o quello che avevo programmato trovando un’insana soddisfazione a lasciarmi solo in un bettolaio stracolmo di turisti a buttar dentro il terzo litro di birra – e non sarebbe stato l’ultimo – quella tiepida sera in cui vagavo fra Trastevere e Campo de’ Fiori confuso in mezzo ai turisti e ai soldati in libera uscita e alle coppiette mercenarie di Ponte Sisto che mi guardavano vogliose perché quelli erano tempi in cui potevo far girare la testa a chiunque, erano i tempi del successo e della voglia di stare al mondo, i tempi supremi del mio egoismo che mi permetteva di star a mio agio con tutti, con i coatti del Circo Massimo, i negri di Termini, i battoni dei Cinquecento, i punkettari di S.S. Apostoli, gli intellettuali dei salotti, i cinematografari delle terrazze, be’ quella sera nutrivo una brutta storia dentro come una bestia che mi rodeva e mi faceva pensare e metteva tutto sossopra con macabri pensieri di morte per cui decisi che non mi sarei fatto vedere dove mi si aspettava poiché tanto la mia immagine era già là e già sapevo come sarebbe andata a finire, insomma la noia forsanche la malinconia accidiosa di dire tutto è sempre uguale e simile a se stesso da che mondo e mondo e invece io ho paura come fossi il primo uomo, quella sera così pericolosamente incline a un suicidio bevuto e cinico che per fortuna o puro caso talmente era evidente che non sfiorò neppure il nervo più scoperto, quella sera bighellona e vagabonda e ubriaca e meditabonda sull’acqua limacciosa del Tevere, ecco quella sera incontrai a Piazza Argentina, miracolosamente incontrai il vecchio compagno di università Gabriele, a Roma per il corso nella Guardia di Finanza, e lo trascinai sotto un albero del lungotevere e gli dissi quel che tutta sera stavo dicendo a me, ho vent’anni ed è ora che capisca come va il mondo, e lui avrebbe raccontato di tutti i suoi sfasamenti di caserma e aggiunto: è tutto un problema che noi siamo cariche affettive che vanno e girano e s’attaccano dove s’attaccano senza possibilità di spiegazione, insomma quel che sta succedendo o ci succederà non puoi né spiegarlo né prevederlo, tutto meno che la morte. E io allora al quarto litro di schifosissima e pisciatissima birra avrei come un pezzente vomitato giù dall’argine e avrei detto non mi piace come vanno le storie della gente, nemmeno la mia, è come se tutto fosse troppo piccolo e racchiuso quando invece sento il mio cervello partire e volare e alzarsi mio dio fin verso quell’oltre che non posso dire, non so, ma che ci sto a fare qui dove il Tempo m’insegue e mi bracca e non sono più io sempre diverso da un attimo all’altro e mi dimentico, mi dimentico, le cose che cambiano, i muri, i cieli che s’illuminano, qual è la nostra vera storia? E Gabriele avrebbe poi accompagnato il di me fantoccio in albergo e buttato su letto, avrebbe solo detto passerà, quel che c’è di buono in tutto quello che provi è che domani nient’altro rimarrà che una cicatrice suturata di quel che provi, che si riaprirà e si richiuderà fino alla fine così come le ore si aprono e si chiudono una nell’altra poiché il Tempo ti ammazza, questo è certo, ma anche ti salva. Sarà allora in quella sera scazzata in cui il terrore della mia consapevolezza al mondo quasi quasi era giunto ad abbattermi come una bestia al macello, sarà in quella notte che deciderò di non aprire più parentesi nella mia vita senza la certezza di poterle chiudere, di non spingere più con le droghe il mio cervello in un tempo vuoto dal quale non si torna indietro se non con una sola ineliminabile certezza, che io non sei tu, non lo sei mai stato e non lo sarai mai, solo un sacco di sangue marcio che va al diavolo…) –

Ed il pensiero si fa pagina, lo scorrere di pensieri e rimpianti diventa letteratura in un fluire di parole che scorrono, con pochissime pause (tre punti fermi ed un interrogativa) che non vogliono fermare, ma far riprendere fiato in un ricordo vissuto/vissuta un’assenza, il cui tema è infatti un non esserci, scandito dall’anafora di quella sera in cui non…La caserma Castro Pretorio

Caserma di Castro Pretorio dove è ambientato il romanzo

Il terzo romanzo, dopo l’esperienza teatrale di Dinner Party del 1984, è Rimini, che potremo anticiparlo con un piccolo estratto tratto da un Weekend Postmoderno, intitolato Adriatico kitsch, scritto nel 1982:

E’ dunque questa della riviera adriatica una cosmogonia estiva e ferragostana della libido nazionalpopolare che, a dispetto dei decenni, delle mode e delle recessioni, persiste, più o meno intatta, nel costume e nelle manie della nostra gente, per cui ancora una volta sul fianco destro delle patrie sponde s’inscena la sfilata del desiderio in un missaggio di antiche forme e nuovissime attitudine, insomma ecco in breve qualche nota dalla riviera postmoderna.

Rimini - Pier Vittorio Tondelli - Italian fiction - Storytelling - Library - dimanoinmano.it

Per la prima volta Tondelli cessa con una sorta di autobiografismo, sia esso generazionale che ideologico, per raccontare una storia, fatte di diverse storie, quasi a voler dimostrare a se stesso di saper “raccontare” e dar vita ad una narrazione: scommessa (certamente vinta) ma non facile, perché il vero protagonista è la città romagnola e la varia umanità che entra in questo divertimentificio. Vi sono diverse storie, infatti, che camminano tra loro, talvolta sfiorandosi, talaltra svolte in modo autonomo senza incontrarsi. Le storie principali sono:

1) Marco Bauer e Susy e la storia gialla
2) Bruno May e il suo amore per Aelred e il romanzo da scrivere
3) Robby e Tony e il finanziamento per un film da fare
4) Beatrix e Claudia e un riavvicinamento sororale
5) Alberto e Milvia, un amore vero, ma clandestino

Marco Bauer (l’unico a cui l’autore dà la possibilità di raccontarsi, essendo un personaggio autodiegetico) viene nominato direttore de La pagina dell’Adriatico e incontra la piccola redazione, composta da Susanna Borgosanti, Romolo Zanetti, il giovane Guglielmo ed il fotografo Johnny.

MARCO BAUER

«Sono Romolo Zanetti», disse, con un breve sorriso di cortesia. «Faccio il corrispondente qui da vent’anni».
Ci stringemmo la mano. Mi fece entrare per primo.
La redazione era composta di tre stanze, più un bagno e un cucinotto. Nella sala grande stavano tre scrivanie, un grande divano addossato a una parete ingombra di riproduzioni di stampe antiche, due poltrone su cui erano appoggiate riviste e quotidiani senza nessun ordine apparente, un buffet con vetrinette colmo di bottiglie, un lampadario a gocce, due finestre e una porta-finestra da cui si passava per raggiungere il balcone affacciato sul Corso.
«Le piace?» chiese Zanetti, avvicinandosi al buffet e prendendo due bicchieri.
«Sì, mi piace,» risposi perplesso.
Offrì del porto e mi spinse, con gentile premura, verso una seconda sala in cui stavano due telecopy collegati con Milano. Alla fine mi fece entrare nel suo ufficio arredato come un vero e proprio studio.
«E qui che vengo a scrivere i miei saggetti», disse compiaciuto.
«Quali saggetti?»
«Mi interesso di storia antica, sa? Prenda pure». Mi consegnò una pubblicazione di una trentina di pagine stampata da una tipografia di Rimini. Lessi il titolo. Si trattava di uno studio condotto sull’iscrizione di una lapide funeraria romana. Ringraziai Zanetti e spinsi l’opuscolo nella tasca della giacca. Tornammo nel salone. Mi misi a girare per la sala guardando le riviste impilate, i tavoli, le macchine da scrivere. C’era ovunque molta polvere. Il tappeto, per esempio, non sembrava battuto da un secolo.
«Non si preoccupi», disse Zanetti che si era accorto delle smorfie. «La donna delle pulizie è venuta soltanto ieri. Per riaprire la stanza. Ma tornerà».

«Riaprire?»
«D’inverno sono il solo che lavora, qua dentro. Sto nel mio studio. Qui ricevo una qualche visita. Interviste di prestigio, capisce?»

Annuii.
«Lo scorso inverno non è successo nulla», disse rassegnato. Sì palpeggiò la gola. I suoi modi erano vagamente untuosi, la sua voce, al contrario, simpatica. Portava un paio di occhiali con lenti a mezza luna che si toglieva e metteva in continuazione. Aveva i capelli brizzolati, corti e curati in modo maniacale nel taglio sopra le orecchie e sulla nuca. Non c’era un pelo di troppo. Era grasso e la sua pancia generosa esplodeva dalle fettucce delle bretelle tirate. Indossava un completo beige e non portava cravatta.
«Vuol forse dirmi che il porto è stato aperto due anni fa?»

Zanetti tossì. In quel preciso momento suonò il telefono.
Mi avventai al ricevitore. «Sì?»
«Romolo! Sono… Chi parla?» Era la voce di una ragazza. Una voce sensuale e calda.
«Bauer».
«Ah, è già arrivato?»
«Eravamo d’accordo per la mezza, signorina Borgosanti», dissi gelido, guardando Zanetti. Abbassò gli occhi come fosse colpa sua.
«Telefonavo per avvertire… Fra dieci minuti sarò lì.»

«La aspettiamo».
Zanetti si avvicinò. «E’ una brava ragazza. Sono tre anni che lavora qui d’estate. E’ molto intraprendente».
Era un complimento? «Talmente tanto che non sta qui», dissi.
«Quello è il suo tavolo».Indicò la scrivania verso la finestra.
«Perché il ‘suo’?»
«Per via della sedia», disse sottovoce quasi confidasse segreto.
Mi venne da ridere. «La sedia?»
Il corrispondente raggiunse il tavolo e scostò la sedia. Cristo, non era una sedia, era una poltroncina Luigi XV con il tessuto ad arazzo e una scena di passeggio cittadino nell’ovale dello schienale e tanti ghirigori sulle zampette e sui braccioli! Avevo voglia di bestemmiare. Quella cretina s’era addirittura portata la poltrona come i generali sul campo di battaglia. Zanetti mi invitò a provarla. «E’ per via della schiena. Susy è a disagio con quelle altre», disse Zanetti, con l’aria di voler aggiustare qualcosa.
«Certamente. E a che ora prendete il tè, qui?» Lo guardai con aria di sfida. Parve offendersi. Ritrasse improvvisamente le dita dal bracciolo che stava accarezzando.
«Com’è che gli altri praticanti non sono qui?» dissi.

«Ne abbiamo uno solo. Arriverà a luglio».
«Santiddio!» urlai. «Me ne hanno promessi due. Vogliono ingrandire, alzare la tiratura, allargarsi e mi danno una principessa del pisello e un diavolo di praticante! Non stiamo lavorando al supplemento di un giornale letterario letto da qualche marchesa. Stiamo facendo una professione moderna, dinamica, veloce. Non voglio avere l’impressione di lavorare a
un giornale rococò. O al foglio della Deputazione di Storia Patria! Molte cose cambieranno, qui dentro, glielo assicuro».
«Potrà cambiare quello che vuole, Bauer. Ma non la mia sedia».
Mi voltai. Era lì che si stava togliendo la giacchetta gettandola distrattamente sul divano. Era la principessa e che razza principessa. Aveva capelli neri, occhi neri, pelle abbronzata, paio di gambe affusolate inguantate in calze trasparenti, nere, scarpe col tacco alto anch’esse nere. E una camicetta senza maniche di seta bianca che lasciava indovinare un paio di tette da schianto, ritte e dai grandi capezzoli scuri.
«Mi chiamo Susanna Borgosanti», disse la fata. Era una favola, una bellissima favola.
«Ciao, Susy» fece Zanetti.
Mi avvicinai per stringerle la mano. La porse lentamente un gesto dinoccolato. «Molto piacere», soffiò guardandomi dura negli occhi.
«Sono contento che lei sia arrivata. Stavo facendo rilevare alcune questioni a Zanetti». Mi arrestai. «Vorrei fare una riunione e vorrei anche il marmocchio. E’ possibile?»
«E’ possibile», disse lei.
«Alle diciotto?»
«Certo. Alle diciotto».
«Allora a stasera. Ah, dimenticavo. Voglio anche il fotografo. Provvederò io stesso ai beveraggi, non disturbatevi». E uscii.

(…)
«Ecco come intendo organizzare il nostro lavoro», dissi alzandomi in piedi e posando il bicchiere vuoto su una scrivania. Eravamo nella sala grande della redazione da una ventina di minuti circa. Erano le sei e mezza del pomeriggio. Avevo portato con me un paio di bottiglie di scotch e qualche bibita da allungare per sbloccare un poco la tensione che immaginavo alta. Almeno per quanto mi riguardava. Zanetti era seduto sul divano di fianco a Susy e mi guardava con una nota di apprensione. Ogni tanto Susy si infilava le dita fra i capelli, formava un ricciolo e lo stuzzicava tenendo gli occhi bassi. Il moccioso invece ci dava dentro con lo scotch. Si chiamava Guglielmo, aveva l’aria sveglia e mi piaceva. Aveva detto che la sua massima aspirazione era diventare cronista. Lui stesso giocava in una squadra di rugby. Aveva un buon fisico e reggeva bene l’alcool: le prime qualità che si chiedono a un buon giornalista. Di questo fui contento. Sapevo che avrei potuto fidarmi di lui. Il fotografo invece era un ragazzone attorno ai quaranta, del tutto calvo sul cranio ma con due sbuffi di capelli arruffati che gli scendevamo da sopra le orecchie e dalla nuca. Aveva un paio di baffi prodigiosi, foltissimi e neri. Gli occhi piccoli, gonfi, dalle pupille cerulee erano incassati nel volto come se qualcuno glieli avesse cacciati indietro. In realtà tutto il suo viso aveva una espressione bastonata e schiacciata come il grugno di un mastino. Era grasso, tozzo, con piccole mani cicciottelle. Portava anelli di fattura grossolana a entrambi i mignoli e una pesante catena d’oro pendeva al centro del petto premendo contro i peli del torace. Indossava una camicia nera aperta fino all’ombelico e un paio di jeans stracciati e scampanati in fondo. Ai piedi un paio di scarpe da tennis con un buco in coincidenza dell’alluce destro; ma anche quello di sinistra premeva e tendeva la tela per far capolino. Cosa che sarebbe avvenuta presumibilmente entro un paio di giorni. O forse, quella sera stessa.
«Innanzitutto vorrei che qui ci organizzassimo come in una redazione centrale. L’unica differenza sarà che ognuno di noi diverrà l’unico responsabile del proprio settore e non riceverà nessun altro aiuto se non da se stesso». Andai con gli occhi sui loro visi. Erano attenti e tesi. «La Pagina dell’Adriatico», proseguii, «svolge soprattutto un servizio di cronaca. Per questo non sorgono molti problemi se non quello di distribuirci bene le fonti di informazione e i settori di intervento. Ma la Pagina dell’Adriatico vuole anche essere qualcosa di più e di meglio. Vuole offrire un servizio di informazione completa non soltanto su quel che succede ma anche su tutto ciò che è nell’aria. Inoltre, essendo un giornale popolare, dovremo assolvere a una funzione di intrattenimento. Il lettore deve sentire anche dal proprio giornale che è in vacanza, che ha tempo da dedicare a se stesso e al proprio divertimento. Potenzieremo le rubriche quotidiane di consigli e suggerimenti per la vacanza. Daremo questi consigli e nello stesso tempo gli offriremo il modo per tenersi informato senza annoiarsi».
Feci una pausa e mi versai un goccio di scotch. Stavo andando bene, benché parlassi a braccio. Mi stavano seguendo con attenzione. Non era ancora fiducia, ma attenzione, sì. Solamente il fotografo rollava distrattamente una sigaretta col tabacco olandese.

«Ecco il piano», ripresi. «Il nostro corrispondente ufficiale, lei, Zanetti, si occuperà della cronaca giudiziaria, di quella nera e, se sarà il caso, di quella gialla. Questo perché Zanetti già conosce, ed è conosciuto, da tutte le fonti indispensabili a questo genere di informazioni: carabinieri, questura, commissariati di zona, procure. Non credo, d’altra parte, che avrà molto lavoro in questo periodo di vacanza. Quindi a lui spetteranno anche i rapporti con gli enti pubblici, in particolare con l’Azienda di Soggiorno e con gli uffici turistici delle varie municipalità costiere. Le, sta bene?»
Zanetti trasse un profondo sospiro. Si palpeggiò la gola, «Questo fa già parte del mio lavoro», sottolineò.

«E’ per questo che continuerà a farlo. Ma lo farà, se possibile, in modo nuovo, più svelto e più sbrigativo. Mi bastano le notizie. Non voglio i commenti. Abbiamo poco spazio e dovremo sfruttarlo al meglio».
Parve rassicurato. Quando attaccai con Susy, la sua espressione divenne quasi felice. Sapevo il perché. Per il momento non lo avevo estromesso dal suo studiolo.
«Per quanto riguarda te, Susy, ti occuperai della cronaca rosa, della cultura e dello spettacolo. Questo perché voglio che tu copra tutti gli avvenimenti con lo stesso stile. Non mi interessa se ci sarà un concerto di Schönberg o uno di Mick Jagger. Voglio sapere dove alloggiano il direttore d’orchestra o il cantante. Voglio il loro parere sulla Riviera e non sulla loro musica. Voglio sapere cosa mangiano prima o dopo il concerto. E’, sufficientemente chiaro?»
«Vuoi scandali o semplicemente pettegolezzi?»
«Oh, no, mia cara», dissi, fingendo di ridere. «Voglio semplicemente alzare la tiratura».
«Tutto qui?»

«Avrai tre rubriche quotidiane: moda, salute, gastronomia».
Susy rise apertamente. Era la prima volta che lo faceva da quando l’avevo conosciuta, qualche ora prima. Rise spingendo avanti la bocca e aprendo le labbra in modo da spalancare la visione dei denti bianchissimi e serrati. Il suono della risata aveva qualcosa di estremamente infantile. Si arrotolava su se stesso per riprendere poi più squillante. Solamente nel momento in cui portò con eleganza le dita contro le labbra – qualche secondo più tardi – parve placarsi. «Mi devi scusare», disse, «ma non ho nessuna intenzione di sgobbare tanto su queste sciocchezze».
«Se sono sciocchezze non ti costeranno fatica», risposi appoggiandomi al ripiano della scrivania. «E poi, come saprai, queste cose
sono il giornale».
Ci fu qualche attimo di silenzio imbarazzato. Il fotografo tossì ripetutamente e si versò un po’ di aranciata.
«E per me?» intervenne Guglielmo. Si stropicciava le dita nervosamente. Restavano pochi settori ancora da coprire e già intuiva, con apprensione, quale sarebbe stato il suo.
«Ti occuperai di giovani e di sport. Tornei cittadini, gare di bocce, maratone di paese, vela, wind-surf, tornei di pesca, competizioni per la costruzione di castelli di sabbia, pugilato, basket, minigolf. Tutto. Ogni giorno voglio almeno cinque servizi di sport. Non ha importanza di quale sport si tratti, ma li voglio. Non dovrai preoccuparti per la lunghezza: dal semplice trafiletto alla cartella e mezzo. Mai di più. E anche interviste agli atleti, dal semplice turista che fa la gara di nuoto al campione arrivato qui per un torneo importante. Abbiamo da queste parti l’autodromo di Misano e l’ippodromo di Cesena. Voglio sapere chi li frequenta, chi gioca ai cavalli, chi paga un centone sopra l’altro per fare un giro di pista su una Ferrari presa a noleggio. Non voglio dichiarazioni di dirigenti, allenatori, amministratori, politici. Non frega niente a nessuno. Tanto meno a me. Voglio solo i protagonisti sul campo. E per te, Guglielmo, vale lo stesso discorso di prima: non mi interessano le tattiche di gara, né chi ha deciso che il tal ciclista dovesse scattare proprio a quel chilometro in cui ha preso avvio la sua fuga. Voglio sapere con chi sono venuti qui. Se con la moglie o la fidanzatina o l’amante o la mamma. Solo questo mi interessa. Non siamo un giornale sportivo. Siamo un giornale di cronaca spicciola. Tutto ci riguarda, ma solo il particolare ci interessa. O.k.?»
Il ragazzo rimase serio e immobile. Mi guardò, e la sua espressione era quella che cercavo. Diffidenza, ma volontà di scavalcare quella stessa diffidenza impegnandosi al massimo. Dimostrarmi quello che poteva valere.
«Ognuno di voi, ogni giorno, fin d’ora sa quello che deve fare. Sa quali avvenimenti coprire. Ma ognuno, ogni giorno, sarà tuttavia disponibile per le eventualità del momento: sarà l’inviato e il

caposervizio di se stesso. Per quanto mi riguarda, oltre a coordinare il lavoro e mantenere i contatti con Milano, mi occuperò dei servizi speciali». Mi guardarono in un modo interrogativo. Li lasciai nel loro brodo. Poi riattaccai: «Questo vuol dire, prima di tutto, i servizi fotografici».
Il fotografo ebbe un balzo e mi guardò con curiosità. «In apertura di supplemento voglio tutti i giorni una sequenza di fotografie organizzata come un servizio. Fotografie di notevole richiamo e curiosità. Potrà anche trattarsi di una sola foto svolta, però, con ingrandimenti successivi di un qualche particolare, come una notizia».
«Non ci sono tante cose qui da fotografare. Le solite turiste a seno nudo».
«Il tuo compito è di dimostrarmi il contrario».
«Non c’è nient’altro», insistette il fotografo.
«Ci sarà. Perché tu lo troverai o lo inventerai. Il reportage di prima pagina sarà la tua rubrica fissa. Sei un giornalista a tutti gli effetti».
«Certo. Ma…»
«D’accordo?» Lo stavo pungolando.

«Non so se riuscirò… Ogni giorno…»
“Sappiamo tutti che tu ci riuscirai.”
Spense la sigaretta nel posacenere. Sbuffò il fumo dalle narici. Stava dicendo di sì. Non gli lasciai certo il tempo per fare obiezioni. Mi bastava che, davanti a tutti, non opponesse una resistenza valida. Gli avrei lasciato una vita intera per essere perplesso, ma non un secondo per rifiutare.

(…)

I cambiamenti che imposi furono accettati con qualche mugugno, soprattutto da parte di Zanetti che trovò ogni occasione buona per manifestare il suo dissenso scuotendo la testa, ma poi, in fondo, lasciandomi fare. Riunii le scrivanie al centro del soggiorno in modo che si potesse lavorare gomito a gomito. Tolsi dalla porta le vecchie stampe e feci appendere una grande cartina geografica che raffigurava la costa dalla foce del Po fino al promontorio di Gabicce. Centotrenta chilometri all’incirca che costituivano la nostra zona di intervento. Sul cerchietto che indicava Rimini infilzai uno spillo rosso. Alla base della cartina misi una cassettina divisa in piccoli scompartimenti, ognuno ripieno di spilli dalla capocchia colorata. Distribuii i colori: bianco a Susy, giallo a Guglielmo, blu a Johnny e verde chiaro a Zanetti. Io mi tenni quelli rossi. Ogni componente della nostra redazione avrebbe dovuto segnalare sulla cartina la propria presenza in qualsiasi località diversa dalla redazione. In questo modo avrei sempre avuto la situazione dei movimenti sotto controllo e, in più, mi sarei reso conto con un solo sguardo se per quel giorno stavamo coprendo tutta la zona che ci era stata assegnata, non tralasciando nemmeno un qualche fottuto borgo sperduto nel delta del Po.

Rimini di Tondelli: un classico che diverte

La descrizione che l’autore fa di uno dei principali protagonisti della storia è tutta affidata alla sua idea di come “costruire” il giornale:

  • fortemente egocentrico e volitivo
  • non colto;
  • si lascia sedurre dal fascino femminile in modo sensuale
  • cerca la precisione per controllare la realtà
  • ha l’idea che la “realtà” non sia quella “vera”, ma quella riportata sul giornale (se non c’è, si deve fare in modo che ci sia)

E’ evidente che un personaggio così non poteva essere amato dall’autore, ma è proprio un tale personaggio che gli permette di disegnare la parabola di una sconfitta, di chi, volendo “vivere” e capire la vita si trova ad essere oggetto di scelte altrui e da colui che deve controllare, essere controllato. Nel romanzo sembra che Marco Bauer si trovi sempre nel posto sbagliato, marionetta di chi guida le fila in un gioco più grande di lui, e pertanto che non possa che accettare la sconfitta.

Tale sconfitta gliela procurerà la donna di cui è diventato amante, quella Susanna, per meglio dire Susy del romanzo, che, lui inconsapevole, fa parte del gioco:

SUSY

Mangiammo qualcosa al ristorante di fianco al motel. Avevo bisogno di mandar giù un boccone. Lo stomaco mi sembrava una caverna puzzolente di gin e stretta come una bara. Dovevo sforzarmi di mandar giù qualcosa. Altrimenti di lì a poco avrei rigettato in strada anche le viscere.
La sala del ristorante era illuminata e deserta. Gran parte dei clienti infatti si era radunata davanti al televisore per avere notizie di come procedeva la fine imminente. Dal nostro tavolo potevamo sentire gli speakers alternarsi e dare notizie in diretta. Intervistavano il capo della polizia, qualche sindaco, la gente per strada.
«Torniamo a Rimini», disse Susy.
Accennai un sì. Ero distrutto. Continuavo a fissare sul tavolo quella busta gialla. Proprio non sapevo cosa avrei fatto il giorno dopo. Andare alla polizia? Consegnare tutto? Abbandonare il giornale? Far finta di niente? C’era qualcosa per cui valesse la pena di agire? No, non lo sapevo proprio. Susy restò in silenzio per tutta la durata della nostra cena. Il suo cervello cercava di capire i vari passaggi della questione, ma forse ancora non ci riusciva. Anch’io, d’altra parte, vivevo quei momenti come un incubo. Avrei pagato chissà cosa, tutti gli stipendi futuri della mia grande carriera per qualcuno che fosse arrivato lì a dirmi: “Ehi, Bauer, é solo un sogno.” Ma nessuno entrava in quel diavolo di ristorante. E il sogno era sempre più simile alla realtà.
«Guida tu, Susy», chiesi. «Lascia la tua macchina al parcheggio; verremo domani. Ho solamente voglia di cacciarmi sul letto, terminare la sbronza e dormire».

Susy acconsentì. Innestò la marcia della Rover e lasciammo il parcheggio in direzione di Rimini. Poco prima di giungere in città ci trovammo inesorabilmente stretti nella morsa di un ingorgo. Molte auto lasciavano la città in direzione della campagna e della collina retrostante. C’erano stati alcuni tamponamenti. Il traffico era interrotto dalle autoambulanze che per poter raggiungere gli ospedali invadevano la corsia opposta di marcia. Così, pur viaggiando in senso contrario alla ressa di auto che fuggivano, ci trovammo ugualmente bloccati.
«Potremmo proseguire a piedi», disse Susy. «Non siamo troppo lontani dal centro».
«Preferirei andare a dormire», dissi.
«Ma dove? Il tuo residence é troppo lontano. Potresti però venire da me».

«E’ una buona idea. Allora che si fa?»
La colonna accennò a muoversi. Avanzammo lentamente per una ventina di metri, poi di nuovo ci trovammo bloccati.

«Non ce la faccio più», strillò Susy. «Ora lascio la macchina!»
«Appena puoi, Cristo!» urlai. «Appena trovi un viottolo, uno spiazzo. Guarda laggiù».
Tra i fanalini rossi delle vetture che ci precedevano scorsi una strada che si addentrava nella campagna. Svoltammo a destra, lasciammo la Rover e continuammo a piedi. Fummo costretti a camminare al centro della corsia perché da una parte e dall’altra il ciglio era occupato da macchine lasciate in sosta. La gente, dentro alle vetture, aveva espressioni neutre e assenti. Più di noia che di paura. Avrebbero senz’altro passato la notte in quel gigantesco ingorgo da cui non avanzavano né potevano indietreggiare. Cercavano scampo e avrebbero dovuto arrendersi all’immobilità. Proseguimmo verso il centro di Rimini. Ai lati della strada, verso i binari della ferrovia, un’auto bruciava schizzando scintille infuocate sull’asfalto. La gente tentava di tenersi distante. Una ragazza piangeva. C’era del sangue. I poliziotti tentavano di far circolare quelle poche auto che potevano, ma era tutto inutile. Quella notte poteva anche non succedere nulla: la terra non tremare, il mare non riversarsi sulla spiaggia, le fiamme non attaccare le case e le piante e ogni genere di costruzione. Tutto poteva restare tranquillo come in una qualsiasi sera d’agosto sulla costa. Il peggio sarebbe in ogni modo accaduto per conto suo. Stava già accadendo. L’uragano si agitava non sul lungomare, né sulla costa, ma dentro al cervello della gente.
Le strade che portavano a Rimini erano gremite di folla. Lasciata la provinciale ingorgata dalle auto, ora il centro appariva in preda ai pedoni. Migliaia, centinaia di miglia di formiche che andavano avanti e indietro, vorticosamente, senza conoscere la propria direzione, né tantomeno la propria meta.
Afferrai Susy per mano. Con l’altra mi serravo al petto la busta. Avevo il terrore che mi fosse strappata via dall’urto della gente.
«Facciamo il lungomare», disse Susy. «Tagliamo via questa ressa. Vieni».
Dovevamo urlare per capirci tra il chiasso infernale. Raggiungemmo a fatica il grande viale. Lo spettacolo fu impressionante. La spiaggia, davanti a noi era illuminata a giorno da fotoelettriche e da grossi fari appesi ai normali pali della luce. La gente era seduta gomito a gomito con pacchi, tende, asciugamani, sporte, sacchetti di ogni colore e di ogni dimensione. Tutti guardavano in direzione del mare come se da un momento all’altro qualcosa avesse dovuto sgorgare: un’isola, un vulcano, una balena, un mostro. Ogni tanto, la sequenza della gente seduta era interrotta da gruppi che, attorno a un fuoco, saltavano e ballavano e suonavano passandosi fiaschi di vino. Riuscii a vedere i pattini che solitamente stanno all’asciutto, al largo. C’erano delle luci che provenivano dal buio del mare e un cartello che diceva “La fine del mondo sul moscone. Cinquemilalire l’ora. Per tutta la notte.”

Proseguimmo fra le motorette dei ragazzi che sfrecciavano in ogni direzione fra urla, bottiglie gettate in terra, richiami, impennate. Da questa parte della città la forza pubblica era praticamente assente. Ognuno era lasciato solo a se stesso. C’era gente che in ginocchio pregava, altra che ballava, altra ancora che si stringeva e si baciava. Improvvisamente un gruppo di ragazzi dai capelli lunghi fece irruzione sul lungomare provenendo da una trasversale. Gridavano come ossessi e facevano roteare delle catene. Trascinai Susy da una parte. Ci riparammo dietro il tronco di un pino marittimo. «Quanto manca alla tua casa?» chiesi.
«Oltre la rotonda», disse lei.
Feci un lungo sospiro. Le strinsi più forte la mano. «Forza», dissi. Sbucammo dal nascondiglio. Procedevamo svelti con la testa china come se tutto quanto si stava svolgendo sulla strada non ci riguardasse. Ma quando giungemmo alla rotonda, fummo costretti a sollevare gli occhi.
Un paio di negozi al piano terra di un grande edificio bruciavano gettando bagliori infuocati sulla piazzetta. Le macchine erano bloccate in mezzo alla strada. La gente fuggiva terrorizzata dal palazzo, saltando sulle capote delle auto, lasciando brandelli di vestiti sui paraurti, strillando e piangendo. Dal fuoco sbucarono come demoni tre-quattro-cinque ragazzi con il viso nascosto dal passamontagna. Reggevano in mano piastre per hi-fi, dischi, videoregistratori, telecamere. Gridavano per spaventare la gente, ma era inutile. Nessuno si sarebbe sognato di fermarli. Dall’altro lato della piazza, un grosso autobus prese improvvisamente fuoco. Fu il panico. Sentii un rumore provenire alle mie spalle. Mi voltai, ma fu troppo tardi. Una motoretta mi investì in pieno. Lasciai la mano di Susy. Caddi a terra. Sentii l’odore della benzina. Era tutto buio, là in fondo. Un dolore violento mi torse la gamba sinistra. Un dolore acuto e veloce e rapido. Non lasciai la busta gialla che tenevo serrata al petto come una corazza. L’urto mi spinse sotto a una macchina ferma. Ero incastrato, non riuscivo a uscire. Vidi del fumo e le gambe di Susy e il suo braccio allungato e il suo viso chino che mi parlava e mi diceva qualcosa e io che dicevo no, no, e scuotevo il capo. I clacson urlarono da pazzi, le sirene delle autoambulanze, dei vigili del fuoco, tutto gridava sotto quella maledetta macchina. L’olio del motore mi gocciolava sul volto, Susy continuava, china, ad allungare il braccio. Fu allora che le consegnai il pacco e il dolore alle gambe divenne più forte. Mi aggrappai con le mani ai ferri del telaio dell’auto, riuscii a togliere il viso da quella carrozzeria puzzolente. Vidi le sue gambe, dritte, il suo volto, le sue braccia accanto al fuoco. La sua espressione assente davanti a quei pezzi di carta che incendiati volavano via nel turbine della fine del mondo. Poi tutto divenne nero e caldo e troppo odoroso. Un odore fortissimo e nauseante. Persi i sensi. Per me l’ultima notte del mondo finì in quel momento.

E’ più o meno la fine del romanzo: Marco Bauer era riuscito a scoprire un fatto corruttivo tra il comune riminese e un politico democristiano della stessa città: il fatto si è che lo stesso Bauer aveva precedentemente avvolorato la tesi del suicidio.  Ora si ero reso conto che forse era ben altro: e tale prova era tutto in quel plico, lascitogli da un convento di clausura, che si stringeva al petto e che la sua donna, la sua amante, gli toglie dalle mani e gli dà fuoco.

Cari saluti dall'apocalisse: Rimini di Pier Vittorio Tondelli - Galleria Millon

In un mondo di cartapesta, anche gli amori sono orchestrati in un mondo di cartapesta; non ci può essere tragedia che non possa essere riassorbita, e laddove tragedia ci dev’essere è sempre figlia di un amore sbagliato, come per Bruno May, scrittore omosessuale e Aelred:

BRUNO MAY

A Londra, tre anni prima, nel tardo pomeriggio di una rigidissima giornata di novembre, Bruno stava partecipando, in compagnia di amici, al vernissage di una collettiva di scultura in una galleria di Floral Street, a due passi dal Covent Garden. L’esposizione si sviluppava su due piani. Nella scala al pian terreno stavano alcune opere costituite da carrelli da supermarket colmi di oggetti elettronici; alcune gomme di auto sovrapposte e impilate per circa due metri di altezza e percorse da striature colorate di vernice; due cartelli segnaletici capovolti e decorati da strisce di plastica nera simile a quella dei sacchi per la spazzatura. C’era inoltre un tavolo dietro cui un cameriere offriva birra e pasticcini. Al piano superiore stavano il resto delle opere e la gran massa dei visitatori avvolta dal fumo delle sigarette. Bruno trovò insopportabile resistere ancora e benché gli acrochages lo interessassero per la casualità degli accostamenti simile per certi versi alle associazioni libere della poesia, uscì ben presto. Si fermò sulla soglia della galleria per terminare la sua birra. Un ragazzo stava attraversando la via provenendo da Saint James Street. Reggeva un portfolio sotto il braccio. Un ciuffo rossiccio di capelli gli pendeva sul viso ondeggiando a ogni passo di una particolarissima andatura dinoccolata e, nello stesso tempo, strascicata. Bruno lo osservò meglio. Le punte dei piedi leggermente rivolte all’esterno, la schiena curva e un braccio penzoloni rendevano la sua andatura totalmente indipendente dall’esterno, dalle automobili che passavano, dai pedoni che erano obbligati a scansarlo per non farsi urtare, dai clacson che suonavano. Il ragazzo camminava in simbiosi con la propria andatura, così naturalmente sovrapposto alla artificialità del suo passo, così completamente abbandonato alla legge dei gesti appresi (che parlavano di palestre, di basket ball, di cavalli, di lavoro a tavolino) che il suo carattere si diffondeva, completamente svelato, all’esterno. Bruno notò che la sua corazza gestuale non appariva come una difesa, non nascondeva, non occultava; anzi parlava chiaramente e dolcemente. La sua camminata infatti, nient’altro era, che il tic del suo animo.
Il ragazzo indossava un giubbone da parà color piombo, zeppo di tasche e cerniere. Il cappuccio che scendeva sulle spalle era decorato con strisce sottili di pelliccia maculata. Portava un paio di pantaloni bianchi sporchi di colore e calzava grosse scarpe di pelle grigia che sembravano ortopediche. Quando si incrociarono, si guardarono per un istante negli occhi. Bruno lo seguì con lo sguardo. Vide che salutava alcune persone. Decise di rientrare.
Il ragazzo si era appartato e stava mostrando il contenuto del portfolio a una donna. Bruno si avvicinò e gettò lo sguardo su quelle tavole. Chiese di poterle vedere da vicino. Si trattava di grandi collages fatti con matite, pennini, retini, carte geografiche e topografiche, fotografie dipinte e ritoccate. Riunivano tutte le immaginarie metropoli del globo sotto una medesima atmosfera: fra le cupole della Piazza Rossa di Mosca spuntavano palmizi hawaiani; caratteri cirillici costituivano scritte pubblicitarie in una Times Square percorsa da una identica fauna umana negroide o asiatica. Una devastazione atmosferica e geotermica aveva ridisegnato il mondo. Parlò al ragazzo. In quel momento Reginald Clive, un critico abbastanza noto, salutò Bruno. Ne approfittò per presentare il ragazzo e così sapere il suo nome. Aelred, così si chiamava, si dimostrò impacciato. Bruno dovette soccorrerlo sostenendo la conversazione. Reginald apprezzò le tavole. Si congedò dicendo che doveva passare in Fleet Street a buttar giù il pezzo. Si diedero un appuntamento telefonico.
«Non sarei mai riuscito a mostrare qualcosa a Clive nemmeno pagandolo mille sterline», disse Aelred. Bruno gli raccontò come lo aveva conosciuto a Venezia, qualche anno prima.
«Perché non vieni a mangiare qualcosa con me al club?» propose Aelred.
Bruno indugiò.
“E’ qui vicino… Ho voglia di bere qualcosa di buono. E tu?”
Bruno rispose di sì, aveva anche lui una gran voglia di bere. Salutò gli amici e uscì in compagnia di Aelred.
Il club era nascosto in un intrigo di viuzze strettissime attorno al Covent Garden. Per raggiungerlo procedettero uno davanti all’altro poiché non c’era spazio per due. Aelred disse qualcosa a proposito di Charles Dickens che Bruno non afferrò. Giunsero davanti al club. Si trattava di un ristorantino polveroso anni quaranta. Davanti all’entrata stava un panchetto di legno su cui era posto il registro delle visite. Aelred salutò il cameriere e firmò invitando Bruno a fare altrettanto nello spazio riservato ai visitors. Il cameriere spostò il panchetto e li fece passare.

Il ristorante era vuoto. Seguì Aelred che passava tra i tavoli apparecchiati con destrezza. Si diressero verso uno sgabuzzino. Aelred accese la luce tirando una corda che pendeva dalla lampadina spiovente. Più avanti iniziava una scala di legno. La discesero. Immediatamente li investì uno sbuffo di aria calda, odore di sigarette e di alcolici. Si sentiva, in sottofondo, musica rock.
Entrarono in una grande stanza circolare con il soffitto a volta e le pareti verniciate di nero. Al centro stava il banco degli alcolici con un paio di rubinetti per la birra e uno scaffale ripieno di bottiglie ben allineate. Nella parete attorno si aprivano alcune nicchie che avanzavano nel cemento per qualche metro. Il fondo era ricoperto di cuscini colorati. Davanti a ogni nicchia stava l’imitazione di un rudere antico decorato da luci intermittenti. La fauna era abbastanza giovane, sui trent’anni. Aelred presentò Bruno a qualche amico: una soprano critico musicale di una rivista marxista, un pittore calvo e grassoccio, un tenore che aveva studiato in Italia, un architetto che Bruno già aveva visto, nella galleria di Floral Street. Ordinarono dello scotch e chiacchierarono con i membri del club. Erano tutti alticci, la soprano, un donnone imponente vestita di un robe manteau lungo fino ai piedi cantò il brindisi della Cavalleria Rusticana in onore di Bruno. Quando finì il club esplose in applausi e grida di compiacimento.

Bruno andò al bancone per un altro scotch. «Bevi qualcosa, Aelred?» Aelred non rispose. Bruno ripeté la domanda, si girò e si accorse che non stava rivolgendosi ad Aelred, ma a un altro ragazzo. Si scusò. Guardò attorno ma non lo vide. Prese il bicchiere e raggiunse il gruppo di prima. Domandò alla soprano se lo avesse visto in giro. La donna fece un grande sorriso e cantò il brindisi dalla Lucrezia Borgia. Bruno scorse una nicchia vuota. Si sedette a bere. Passò mezz’ora. Di Aelred nessuna traccia. Prese un altro scotch e lo bevve d’un fiato. Aveva fame, ma certo non si sarebbe fermato in quel posto a cenare da solo. Chiese al barman due biglietti da visita del club. Uno se lo infilò rapidamente in tasca. Sull’altro scrisse una frase di congedo e il proprio indirizzo. Lo riconsegnò al cameriere pregandolo di consegnarlo ad Aelred qualora fosse reato. Il barman prese il biglietto e lo infilò in mezzo a due bottiglie di whisky.

Loving, il libro che racconta l'amore con le fotografie del passato

L’amore nasce da una visione. Alread è un’epifania, ma un’epifania disturbante; sembra che non vi sia “naturalezza”: cammina come se l’andatura fosse in simbiosi con la sua andatura, sovrapposto all’artificialità; si lascia a gesti appresi e il suo carattere si diffondeva, completamente svelato, all’esterno. Aggiunge, poi, che il suo camminare rivelava il “tic” del suo animo.

Il suo sparire alla fine del brano è indice di un amore “difficile”: Aelread è alla ricerca di sé, non sa ancora chi realmente sia, se omo o etero, si lascia andare con Bruno ad un sesso sfrenato, ma ad avere e a desiderare il suo corpo è Bruno, che non riuscirà a sopportare l’assenza o il tradimento. Obnubilato dall’amore è disposto a perdonargli tutto, ad accettare tutto di lui e lui questo lo sa e ne approfitta. Vi è in Bruno un amore assoluto, quasi metafisico, e quando non riesce ad ottenerlo, si lascia andare, si annulla attraverso l’alcool, perde se stesso e con se stesso la sua capacità di scrivere.

Non è un caso che nell’abbandono e nella ripresa della scrittura vi è la figura di Anselme, un monaco. Il cattolico Tondelli non può scindere l’amore dallo spirito e di questo spirito egli si sente invaso dopo che decide di confessarsi. Sente il bisogno di rivedere Alread, sente il bisogno di chiarire cosa sia lui per lui: e solo quando percepisce che il rapporto è finito, può cominciare a scrivere.

EACH MAN KILLS THE THING HE LOVES

Verso le tre, quella stessa notte, Bruno uscì silenziosamente di casa. Camminò speditamente fino al mare, la testa china, come seguisse una direzione prestabilita. Sul lungomare incontrò una fila di auto incolonnate e ferme in mezzo alla strada. Un paio di vetture della stradale erano messe per traverso e bloccavano il traffico. Bruno si mantenne sul marciapiede. Vide i poliziotti che cercavano di sedare una rissa causata da un tamponamento. Un ragazzo dai capelli lunghi era disteso a terra e vomitava. I suoi compagni ubriachi imprecavano contro un uomo che non osava scendere dalla macchina. Arrivò una autoambulanza a sirene spiegate, Bruno proseguì fin verso la rotonda del Grand Hotel. Fu allora che attraversò la strada con l’intenzione di raggiungere i giardinetti.
Fra gli alberi il buio era fitto e odorava di hashich. Le chiazze di luce che filtravano attraverso il fogliame illuminavano alcune siringhe. Alcuni piccoli fagotti respiravano addossati ai tronchi o distesi sul prato rivelando la presenza di qualcuno nei sacchi a pelo. Bruno si mosse per i vialetti con sicurezza, li conosceva ormai bene. Alla luce di un lampione un ragazzo fumava una sigaretta sdraiato su una panchina. Quando lo sentì arrivare, si alzò a sedere e scrutò nell’ombra. Bruno passò via velocemente. Incontrò, più avanti, una coppia di vecchi che conducevano a mano le biciclette procedendo prudentemente nel lato dei giardini illuminato. Sbirciarono nel buio, incontrarono i suoi occhi. Nessuno si fermò.
Improvvisamente la ghiaia scricchiolò alle sue spalle. Bruno si arrestò. Sentì un rumore di passi che lo stavano raggiungendo. Cautamente si voltò. Scorse un’ombra. Una figura alta gli andava incontro, superò il vialetto e calpestò l’erba a una decina di metri da lui. Bruno non si mosse. Cercò di individuare quella persona. Sentì gli arbusti scrocchiare e poi il fischio di una canzoncina, dapprima tenue, poi sempre più nitido man mano che l’ombra gli si avvicinava. Bruno si inchiodò a terra. Conosceva molto bene quella canzone. La ripescò dalla memoria. Faceva:

Did I really walk all this way
Just to hear you say
“Oh, I don’t want to go out tonight”…

I ricordi si scatenarono l’uno nell’altro, lo stordirono. L’ombra lo aveva ormai raggiunto e continuava a canticchiare:

I don’t owe you anything
But you owe me something
Repay me now…

Bruno vide un ciuffo di capelli biondi. Alzò la mano come per accarezzarli. «Aelread» soffiò. «Come hai fatto a trovarmi ancora?»

(…)

L’ombra uscita dai giardinetti di fronte al Grand Hotel gli era di fronte. Smise di fischiettare quel motivo.
«Aelred», disse Bruno avvicinando la mano fino ad accarezzarlo. Un colpo violento lo prese alla bocca dello stomaco. Cadde in terra. Sentì altri colpi alle costole e sul cranio e una voce che lo offendeva. Perse i sensi. Quando si svegliò, si trovò spogliato della giacca e pieno di sangue sul volto e sulle mani. Si rialzò a fatica. Cominciava ad albeggiare. Gli ubriachi tornavano in albergo dopo una notte di follie. Tutti erano nelle stesse condizioni, più o meno. Certo, Bruno era sporco di sangue, ma chi dava importanza a quel particolare? Ognuno voleva solo ficcarsi a letto nel più breve tempo possibile. Ognuno voleva dimenticare qualcosa. Barcollò fino a raggiungere la casa. Entrò nella sua stanza. Chiuse gli occhi. Quello che seguì non fu altro che un dolore ridicolo e fulmineo. Per un istante tutti i colori del mondo, tutti gli abbracci del mondo scoppiarono nel suo cervello finché non ci fu più nessun Aelred nella sua vita, né scrittura, né Dio, né alcool, né ferite, né amori né passioni. Soltanto un respiro lento che faticava a venire. Non disse un’ultima parola, né lasciò scritto niente. Fu il suo mattino terminale.

Brad Davis from the film Querelle : r/LadyBoners

Immagine dal film Querelle

Each man kills the thing he loves, così Jeanne Moreau cantava nel film Querelle di Rainer Werner Fassbinder. Siamo certi che Tondelli l’abbia visto, ma non siamo certi che la storia d’amore e morte tra Bruno e Aelred sia stato ispirato da questo brano.

Qui Tondelli sembra usare la tecnica dell’entrelacement, la storia dell’arrivo di Alread alle spalle di Bruno ubriaco, nel giorno della presentazione del suo romanzo, viene ripreso, dopo un bel po’, nello stesso istante.

La scena è costruita in modo preciso: notte, rimore dio passi, gli Smiths, così precisi nel testo Ho davvero camminato fino in fondo / solo per sentirti dire / “Oh non voglio uscire stasera // Non ti devo niente, ma mi devi qualcosa. Ripagami ora. e Alread che sembra che lo canticchi per ricordare che Bruno lo deve ripagare (per cosa, poi?): perché gli ha rubato il tempo e l’amore?, perchè lo ha soffocato con la sua protezione?, perchè non gli ha dato il modo di tovare se stesso? Non lo sappiamo. Ma lo uccide; forse lo ama e non vuole sentirselo dire: “Ogni uomo uccide ciò che ama”.

La storia di Robby e Tony vira tra il comico e surreale: due giovani che cercano un finanziamento per un film e che, non trovando nessuno, si “adattano” ad una sottoscrizione popolare, chiedendo ai bagnanti della spiaggia:

Tondelli proiettò su Rimini come fosse uno schermo gli eccessi dell'Italia  anni '80 - Il Piccolo

IL SOGNO DI CINEMA 

Il giorno seguente decisero di separarsi. Avrebbero battuto lo stesso bagno, ma andando uno a destra e l’altro a sinistra del corridoio in quadri di granito, adagiato sulla spiaggia come una passerella, che in certe ore del giorno scottava come una piastra di ardesia rovente. In questo modo si sarebbero spalleggiati a vicenda, ma avrebbero raggiunto il doppio di persone. Tony ebbe grane con il bagnino del numero sessantacinque. Era un ragazzone con un paio di mani larghe come pagaie e gambe che sembravano sequoie. Ci fu ben poco da discutere. Quello agitava un ombrellone chiuso come fosse uno stuzzicadenti. Dovettero battere in ritirata. Mangiavano di solito nei bar sulla spiaggia dove era molto più facile combinare qualcosa. Si stava all’ombra e le persone arrivavano al banco con il portamonete. La maggior parte era poi rilassata dall’aver appena fatto il bagno e parlava volentieri. Era più facile che qualche sottoscrizione abbandonasse il pacco che loro reggevano e trovasse la giusta direzione. Ma il ritmo con cui questo passaggio di mano avveniva non fu mai quello che una notte Tony sognò: vide i tre grandi cartoni abbandonati sulla spiaggia aprirsi improvvisamente come investiti da un turbine e tutti i fogli uscire uno dopo l’altro con un suono di battito d’ali e formare un vortice che subito si innalzò altissimo nel cielo come una tromba d’aria e ricadere poi a pioggia su tutta la spiaggia. La gente usciva dall’acqua e correva, abbandonava le sedie a sdraio, veniva a riva con i mosconi, correva dalle strade, dai bar, dai ristoranti, dalle pensioni e si precipitava sulla spiaggia tendendo le mani e guardando in aria e cercando per terra, perché tutta la spiaggia era ormai ricoperta dai fogli come se un grande autunno avesse lì ammassato tute le foglie della terra. I bambini giocavano con quelle pagine, facevano aeroplanini, aquiloni, barche, cappelli, freccette a cono, facevano maschere, facevano vestiti, torri, festoni, coriandoli, stelle filanti. Gli adulti li prendevano e si abbracciavano e si baciavano per la gioia e non li portavano via, né li ammassavano, ma una volta raccoltili in grandi bracciate li rigettavano in aria per la gioia di poterli riprendere. Dai tre cartoni il turbinio di carta bianca non aveva fine. I ragazzini più agili salivano sui pennoni accanto alle bandierine che segnalavano lo stato del mare, e da lì, chiamavano la gente dagli altri tratti di spiaggia, che poi accorreva e gridava di gioia finché tutta la costa non fu un solo grande momento di festa, di trionfo, di gioia. La realtà invece era che fino a quel momento avevano raccolto insieme cinquantamila lire.
Robby camminò per qualche decina di metri sul bagnasciuga con la testa china, attento a saltare la risacca delle onde e non inciampare in un qualche corpo disteso. Indossava la solita maglietta azzurra che la sera, arrivato in pensione, lavava sotto un getto di acqua corrente e lasciava ad asciugare alla finestra. Aveva un paio di slip bianchi. Camminava scalzo, tenendo in una mano un paio di espadrillas sfasciate e nell’altra la cartella con le sottoscrizioni. Nella ressa del bagnasciuga, fra gente che giocava a bocce e altri che inseguivano aeroplani gracchianti, tra i fili ingarbugliati degli aquiloni, i palloni, i freesby, avvistò un gruppo consistente di persone. Si diresse verso di loro. Attaccò discorso con le frange più esterne. Chiese se a loro interessava il cinema e quale film avessero visto l’ultima volta che si erano recati in una sala; chiese se preferivano la televisione, se i film della passata stagione erano piaciuti, se li divertivano più quelli americani o quelli italiani; se amavano la commedia, il dramma, il comico, il musical, il tragico, il film storico, la fantascienza o i cartoni animati. Ben presto la discussione diventò incontrollabile. Robby si sentì tagliato fuori come un moderatore televisivo estromesso dal suo dibattito. Ognuno parlava per i fatti suoi, urlando e sbrecciandosi. Robby attendeva il momento buono per piazzare le sottoscrizioni, ma il baccano era ormai infernale. Fu allora che lo vide.
Stava inginocchiato a terra davanti a un tappeto in cui dominavano i colori rossi e bruni e su cui erano disposti in ordine collane, statuette, bracciali, anelli, orologi, zanne di elefante in finto avorio e statuette in legno finto ebano. Incontrò il suo sguardo. Indossava un caffettano marrone lungo fino ai piedi e in testa portava un fez bordeau. Senza ormai più clienti, il marocchino si alzò di scatto e sputò una sequela di ingiurie in arabo. Robby era paralizzato. La gente attorno si accorse che stava succedendo qualcosa di poco piacevole. A poco a poco tacque formando loro attorno una specie di arena. Robby farfugliò qualcosa. Il marocchino parlò in francese, gli diede del bastardo e del figlio di puttana. Robby fece per andarsene, ma qualcuno in quel momento lo trattenne. Si girò di scatto e incontrò un altro paio di carboni accesi. I due marocchini cominciarono a gridare, la gente si scansò. Robby aveva una unica speranza, che arrivasse Tony. Lanciò lo sguardo verso la fila degli ombrelloni, ma fu inutile. Cercò di spiegare che non voleva affatto rubare il mestiere a nessuno, che non stava vendendo niente, che passava di lì per puro, accidentalissimo, caso. I marocchini non vollero sentir scuse. Un ceffone beccò Robby al collo. Incassò il colpo. Tentò di restituirlo, ma il secondo marocchino lo teneva stretto. Gli presero la cartella e la vuotarono sulla sabbia. La gente non diceva niente. Solo uno, dai bordi di quella maledetta arena, osò lanciare un “finitela!”. Robby si guardò intorno cercando l’alleato. Fu terribile. Vide solamente pance gonfie e grasse e bianche e cicatrici di ernie e appendiciti, mastectomie, ulcere, calcoli renali, calcoli alla cistifellea, alla vescica, vide tette flosce e cosce adipose, rotoli di grasso, ascelle fradicie di sudore, natiche cascanti, scroti lunghissimi, enormi, disgustosi, unghie incarnate, crani calvi, vide moncherini di braccia, gambe poliomelitiche, dentiere d’oro, parrucche, mani finte. Si sentì perduto. L’attenzione dei due marocchini era accentrata sulla sua cartella. Si parlavano fitto, uno dei due si chiamava Kacem. Approfittando della loro disattenzione, riuscì a sfilare dallo slip dell’elastico ventimila lire. Li alzò in alto. Quello che lo teneva da dietro, inginocchiato, prese i soldi. Tony arrivò in quel preciso momento. Trascinò da parte Robby, cercò di sapere quello che era accaduto. I due marocchini gli parlarono velocemente. Tony rispose duro: «Non mi frega una sega se dovete comprarvi venti cammelli per sposarvi, rivoglio quei soldi!»

«Lasciali stare!» gridò Robby. La sua voce era acuta e stridente come fosse sull’orlo di una crisi isterica.
«Ti hanno fregato o no quei soldi!» sbraitò Tony.

«Non me ne importa dei soldi! Sono dei poveracci!»
La gente aveva preso a squagliarsi. Qualcuno andò ad bagnino. Tony si azzuffò con il marocchino. Aveva voglia di menare le mani, sentiva l’odore della rissa, dei nervi scoperti, un odore che lo faceva impazzire. Accorsero i bagnini e li separarono. Quando si fu calmato si accorse che i due se l’erano filata. Restò in silenzio. Raccolse uno a uno i fogli sparsi sulla sabbia. Robby, in piedi, lo guardava senza espressione. Vedeva il suo amico chino a terra che prendeva con cura quei fogli stropicciati, ne levava via i granelli di sabbia soffiandoci sopra, li riponeva nella cartellina; vedeva il suo amico, ma tutto gli appariva completamente estraneo. Non si parlarono per tutto il pomeriggio. Robby riprese a girare fra gli ombrelloni abbordando la gente con poche e secche parole: «Vuole comprare un’azione per produrre un film?» Tutto qui. Non si sprecava, non gliene importava nulla. Era aggressivo, se qualcuno lo mandava al diavolo rispondeva sbraitando e menando in aria le mani. Se riceveva una bacchettata rispondeva con un pugno. Trovò una donna, non più giovane. Aveva labbra dipinte di viola, pesanti anelli alle orecchie e una capigliatura di un biondo stopposo. Agli angoli degli occhi due sottolineature di rimmel parevano cicatrici. Il suo corpo, sotto il costume, era una camera d’aria. Lo ascoltò e gli disse di seguirla verso la cabina poiché teneva i soldi nel vestito. Robby la seguì. Girò la chiavetta nella toppa. Entrarono insieme. Dentro, l’aria era soffocante e c’era puzzo di piscio. La luce era scarsa ed entrava a strisce dalle fessure della porta. La donna lo guardò e scoprì i seni. «Voglio i soldi», fece Robby. Lei prese dal borsellino un rotolo di banconote. Fece per darglieli. Si arrestò. «Voglio vederti nudo. Per favore… Fammi vedere come sei fatto, ti prego». Robby sentì una profonda, angosciosa quiete salirgli allo stomaco. Si tolse la maglia. Si abbassò lo slip fino alle cosce. La donna si inginocchiò. In silenzio, si mise a piangere, senza avere il coraggio di toccarlo.
«Dimmi come ti chiami», fece Robby, prendendole i soldi. Li contò. Erano trentamila lire. «Avanti, dimmi come ti chiami».
La donna prese a singhiozzare coprendosi il volto con le mani. Balbettò il proprio nome fissando il sesso di Robby. Scrollava la testa. Non si capiva se piangesse di dolore o di felicità. O di umiliazione. Robby trascrisse i dati della donna su tre fogli. La prese sotto le ascelle e la rialzò. Le ricompose i seni nelle coppette. Poi prese la mano ingioiellata della donna e guardandola fisso negli occhi la portò dolcemente sul proprio sesso. Era un saluto. Uscì dalla cabina. La donna si sedette in terra piangendo, sfogandosi. Poi, prima di uscire, asciugò le sue lacrime sature di trucco in quei pezzi di carta che il ragazzo le aveva lasciato.

Una delle espressioni che Robby fa, appena arrivato nella stazione di Rimini, è:

Faceva caldo, probabilmente attorno ai trentacinque-trentasette all’ombra. E questo caldo appiccicoso e denso, un caldo sporco, praticamente nient’altro che la traspirazione evaporata nell’atmosfera di quelle decine e decine di migliaia di bagnanti che in quello stesso momento prendevano il sole sulla striscia di sabbia della riviera, ecco, un caldo umano, non un caldo puro, e per questo già istintivamente insopportabile – benché tutto ciò costituisse una sensazione grave e a suo modo importante, non era minimamente paragonabile a quell’altra immagine-sensazione che gli aveva folgorato il cervello pochi istanti prima, mentre scendeva dalla carrozza del convoglio: “Ma questo è già un set.” C’era dunque qualcosa di intimamente “artificiale” in ciò che aveva intorno, “totalmente” predisposto quasi come quel caldo opprimente e animalesco che fiutava nell’aria immobile della stazione. Era tutto non naturale. Tutto troppo dannatamente perfetto.

Rimini è di cartapesta ed è già, dunque, un set cinematografico e l’idea che spinge i due protagonisti nella ricerca affannosa di denaro, fa sì che Tondelli possa disegnare l’irrealtà di un sogno e degli stessi bagnanti della spiaggia, utilizzando, anche in questo brano, attraverso un’antitesi narrativa, sia l’immagine onirica che, come una festa carnevalesca, fa scendere fogli (probabilmente con la sceneggiatura) sulla spiaggia, visione di una irrealizzabile espressione cinematografica (linguaggio che ebbe sempre un certo fascino per Tondelli) sia, attraverso una delle forme tipiche del suo linguaggio, l’elencazione quasi surrealistica delle persone in riva al mare, descritte nella loro più trita volgarità.

In arrivo il DADISC, il DASPO delle discoteche | Deer Waves

Certo si è che il sogno così festoso e addirittura ludico si scontri infine con quello sovraesposto di un mondo violento, fatto di ultimi che cercano di sopravvivere o, sottolineandolo con maggior forza, fatto di solitudini come quella melanconica della vecchia imbellettata di pirandelliana memoria che chiede a se stessa di poter rivivere, colpevolmente, il voglia di una impossibile sessualità, ci fa sentire non proprio approriato il finale che l’autore riserva alla fine di questa storia, che forse risulta troppo “consolatorio” o, in qualche modo, obbligato per un lettore a cui bisogna dare tutte le risposte. Avremmo immaginato altro nelle figure di due poveri e disgraziati picari, oppure, forse, Tondelli ci vuole rimarcare che in un mondo di cartapesta anche le soluzioni possono essere tali, e se finzione ci dev’essere è maggiormente quella della “maschera” di questi “improbabili” cinematografari e, come fosse un vero e proprio primo piano, gli occhi del marocchino che osservano lucidi, cattivi, chi gli sta portando via il guadagno, capovolgendo il pregiudizio beota secondo cui “vengono in Italia per rubarci il lavoro” e facendolo rubare a noi poveri italioti il lavoro d’accatonaggio di quei disgraziati venditori di perline:       

Arrivammo davanti al cinema. C'era una gran folla di gente ai lati dell'ingresso principale. Aspettavano che gli invitati entrassero per occupare i posti rimasti. 
«E' già stato giudicato il miglior film dell'anno», disse Susy, prendendo posto. «A ottobre uscirà nelle sale normali.»
«Siamo cavie», dissi, guardandomi attorno.
«In un certo senso sì, siamo cavie privilegiate». 
Ci fu un applauso. Gli spettatori si alzarono in piedi e si voltarono verso la galleria della sala. Entrarono un gruppo di persone, un branco ordinato ed elegante di giovanotti. 
«Ecco gli attori!» fece eccitata Susy. «Quello in mezzo è il regista. Ha raccolto una parte del danaro qui a Rimini. Dicono sia andato ombrellone per ombrellone a chiedere i finanziamenti». 
«E quello là in fondo?»
«Chi?»
Indicai a Susy un uomo di mezza età.
«E' Fermignani, il produttore. Viene sempre a Riccione, ogni anno, per le vacanze. L'altr'anno ha incontrato il regista in spiaggia e hanno combinato il film».
In quel momento le luci si spensero e la proiezione partì. Al termine, a giudicare dall'accoglienza del pubblico, il successo fu straordinario.

Ancora la storia di due sorelle, Beatrix e ClaudiaChristiane F. (1981)

Un’immagine dal film Christiane F.

CLAUDIA

Presi la Rover e seguii il lungomare in direzione di Riccione. La strada era illuminata e piena di gente. Si trattava in maggioranza di stranieri, poiché i turisti italiani sarebbero arrivati in massa solo nei mesi seguenti. L’impressione fu che quelli avessero assunto, in tutto e per tutto, il contagio delle nostre cattive maniere: attraversavano la strada come pollastre ubriache senza rispettare né le precedenze né i pochi semafori accesi. Gironzolavano sui risciò e sui tandem eseguendo miracolose serpentine fra gli autobus e le automobili con il risultato di intasare il traffico. Gridavano, schiamazzavano, stiracchiavano “ciao” a tutti con quelle mani sporche di gelato sciolto o di pizza o di spaghetti al sugo. Una ragazzina bionda, esile, dal viso arrossato dal sole, mi venne incontro e chiese un passaggio parlando un italiano stravolto. Aveva una minigonna bianca a pois minuti color pervinca, una maglietta nera e un foulard giallo allacciato attorno ai fianchi. Dissi che non era il caso. Tirò fuori la lingua e si piazzò seduta sul cofano. Il semaforo scattò sul verde. Alle mie spalle la colonna di vetture prese a eccitarsi suonando il clacson. Suonai anch’io, ma lei niente, restava lì seduta sul cofano della Rover come fosse il suo salotto e salutava e alzava le braccia fischiando “tschuss” a tutti. Continuai con il clacson. La ragazza si distese con la schiena e alzò le gambe in alto battendole come dovesse nuotare. I passanti si erano fermati e formavano una piccola folla curiosa. Mi sporsi dal finestrino: «Togliti, perdio!»
«Mi porti allora? Mi porti?»
Da dietro tuonarono: «E portala!»
Scesi dalla macchina. La afferrai per il polso e le diedi uno strattone. «Sali, avanti!»
La ragazza gorgheggiò qualcosa, fece un paio di inchini al suo pubblico e salì come su di una Limousine. E naturalmente l’autista ero io.
«Dove vuoi andare?» chiesi.
«Non lo so. Voglio fare un giro in macchina».
«E quando ti viene la voglia ti piazzi in mezzo alla strada e assali le persone come stasera?»
«Poi torno indietro», disse come fosse la risposta più naturale di questo mondo. Abbassò il finestrino e sporse completamente la testa. I suoi capelli biondi entravano nell’auto come tante fiamme d’oro liquido. Urlò qualcosa, cantò, agitò le braccia. Allontanai la mano dalla cloche e la tirai dentro.
«Come ti chiami?»
«Claudia… Ti importa qualcosa?»
«Sei tedesca?… Austriaca?»
Non rispose. «Sei sola qui?»
Chiese una sigaretta e si grattò il naso. Fu un brutto gesto. Un gesto che parlava da solo. Ci sono molti modi per togliersi un prurito dal naso, ma ce n’è uno solo, inequivocabile, eseguito con il palmo della mano, che dimostra che quel prurito non é un fastidio momentaneo; ma il semplice segno di un anestetico assunto in dosi massicce. Come quando si esce da una camera operatoria. Come quando ci si era trattati come si era trattata lei.
«Mi fermerò a Riccione», dissi.
«E’ lo stesso…»
«Non abiti in albergo?»
«No».
«Sei ospite di qualcuno?»
Cacciò un urlo: «Voglio scendere! Fammi scendere!»

«Non posso ora! Aspetta!»
Gridò con tutto il fiato che aveva in gola. Si attaccò al mio braccio e prese a tirarlo con tutte e due le mani. L’auto sbandò, ma non mi fermai. Ero incolonnato e mi sarei fatto tamponare. Rallentai. «Sto fermandomi!» dissi.
Claudia cacciò un altro urlo e mi azzannò il braccio. Sentii un dolore acuto. La macchina scartò sulla destra nella zona di sosta dell’autobus. Claudia schizzò fuori. Si mise a correre nella direzione opposta cercando di fermare un’altra macchina. La chiamai più volte. Fu inutile. Finì inghiottita dai fari accesi e dalle luci della strada.

Claudia è una tedesca, fuggita da casa, tossicodipendente. Vi è in lei una prepotenza bambinesca, forse anche una paura. Non si sa se vuole divertirsi o vuole fuggire. Sa solo che quando si vuole sapere qualcosa di lei, è pronta ad urlare, fuggire.

A sentire il bisogno di cercarla sarà Beatrix, sorella maggiore:

BEATRIX

Beatrix era una donna né bella né brutta, alta, dai lunghi capelli neri e lisci che lasciava cadere sulle spalle strette e ossute. Aveva grandi occhi azzurri, labbra appena pronunciate e grandi denti che rendevano il suo sorriso simpatico, infantile, confidenziale. In quanto all’età appariva come una donna fra i trenta e i quarant’anni con la spigliatezza dei primi e la maturità dei secondi. Dieci anni prima era stata sposata con un americano, militare di carriera. Un matrimonio tiepido che era durato per lei anche troppo, cinque anni. Ora Roddy se ne stava in una base militare in Italia nei pressi di Udine. Aveva sempre amato vivere in Europa e una volta lasciata Berlino, avendo la possibilità di scegliere un altro paese dell’Alleanza Atlantica per svolgere il suo servizio, aveva optato per l’Italia. L’ultima volta che si erano sentiti, Beatrix aveva appreso che presto se ne sarebbe partito per gli USA poiché, come molti militari statunitensi, situazione a Beirut permettendo, avrebbe terminato la carriera in America. Roddy si era poi fatto vivo con una lettera natalizia. Aveva scritto, tra le altre cose, di essere diventato padre per la seconda volta. Beatrix sapeva perché Roddy le aveva scritto questo, per non risparmiarle una stoccata. Voleva figli e lei assolutamente no, non ne avrebbe mai voluti, non gliene avrebbe dati.
Beatrix abitava ora, di nuovo, in Leibnizstrasse, all’incrocio con Mommsenstrasse, a due passi dal negozio, in una zona costituita da abitazioni ordinate con la facciata dipinta in tinte pastello molto simili e quelle di Amsterdam. Erano palazzine ricostruite dopo la guerra, presuntuose e appariscenti. Avevano un’ampia scala davanti alla porta d’ingresso e una siepe che le separava dal marciapiede. Beatrix era nata in quella casa e anche Claudia, pur se venuta al mondo in modo drammatico in una clinica di Schöneberg, aveva sempre vissuto lì. Sempre. Non volendo considerare i sette mesi e più da quando era partita. O per meglio dire: sparita.

Certamente Beatrix, persa dopo il fallimento matrimoniale con Roddy, rappresenta il contraltare di Claudia, ma ambedue rappresentano simbioticamente una sola femminilità. E Beatrix a tirare le fila della storia, ad inseguire, non la sorella, ma per un bisogno di ritrovarla per ritrovare se stessa. Ma questa ricerca sarà contrassegnata da cadute (la violenza subita)  e rinascite, l’amore di Mario, e quindi attraverso queste prove in cui Beatrix si rafforzerà, potrà cercare quel qualcosa che le permetterà di sentire se stessa integralmente. E questo qualcosa lo troverà in un non luogo, nel luna park riminese, dove Claudia, la notte, con l’aiuto di un vecchio (forse l’amore di un nonno mancato o di un vecchio delle favole), andrà a rifugiarsi in un finto vascello nella nebbia, quasi a cullarsi di nuovo in un ventre materno protettivo.

Hanno ambedue trovato l’amore, Beatrix quello di un uomo, Claudia, quello di un vecchio saggio: possono ritrovarsi e completarsi e ricominciare a vivere.

E’ questa, come quella di Robby e Tony, l’altra storia dall’esito felice, del reincontro tra Beatrix e Claudia, forse anche questa nata per soddisfare il lettore. Ma anche qui Tondelli va più a fondo, a disegnarci l’arcano di un mondo femminile che si ritrova ricongiungendosi e solo allora, quindi, sentire la possibilità di rientrare nel reale, lontano dal finto mondo riminese, dove lo strumento linguistico (Mario, pur italiano, parla bene il tedesco) non sia “storpiato” in quella babele di lingue che creano un vocio indistinto in cui parlare, per non dirsi, è lo stesso di non ascoltare/tacere. 

“Da notare è che i narratori non sono mai femminili, mentre per quanto riguarda i protagonisti dei filoni l’unica donna è Beatrix, allegoria dell’ansia di scoperta e viaggio tanto cara a Tondelli e perciò figura fondamentale all’interno di tutto il corpus della narrativa tondelliana. Beatrix compie un quadruplo viaggio: alla ricerca della sorella Claudia – la sé dispersa, infantile, sovversiva che Beatrix vorrebbe addomesticare –, alla scoperta del viaggio in sé, alla scoperta – se pure non per esperienza diretta – delle droghe, alla ricerca di sé e della propria vita, dell’Amore. E’, questo, il Viaggio così come l’ha sempre inteso Tondelli: un viaggio a un tempo mentale, fisico, umano, stupefacente. Di conseguenza, Beatrix non è solo una figura femminile, ma una delle figure femminili per eccellenza, un personaggio muliebre che più che un altro-da-Tondelli è Tondelli stesso in un’altra veste, un’altra identità di genere”. (Antonella Lattanzi: Le figure femminili nella narrativa di Pier Vittorio Tondelli).

L’ultima storia, pur breve rispetto alle altre, ma forse la più bella, è quella del sassofonista Alberto e Milvia:

ALBERTO E MILVIA

Alle prime luci dell’alba Alberto salì lentamente le scale della sua pensione facendo tintinnare le chiavi. Non appena ebbe raggiunto il pianerottolo vide la luce accendersi nella stanza di fronte alla sua. Ormai era una consuetudine. Una delle ultime volte aveva intravisto l’ombra di una donna, sapeva che lo stava aspettando. Fece scattare la serratura. Aprì la porta, finse di fare qualche passo, attese un attimo e la richiuse davanti a sé. Si gettò immediatamente nella parte più buia del corridoio. Attese. Pochi istanti dopo, dalla camera di fronte uscì una donna. Era giovane, aveva i capelli in disordine, una vestaglia trasparente che le arrivava a metà delle cosce. Era scalza. La donna si guardò intorno e raggiunse la porta della stanza di Alberto. Alberto trattenne il fiato. Ebbe paura che i suoi occhi chiari, emergendo dall’oscurità come quelli di un gatto, lo tradissero.
La donna era davanti alla porta. Vi si appoggiò. Sfiorò la maniglia con il palmo della mano come temesse di infrangere qualcosa. Avvicinò la guancia. La appoggiò all’uscio. Fece per rannicchiarsi. In quel momento Alberto allungò il braccio, la trasse a sé e con l’altra mano le tappò la bocca. Cercò i suoi occhi. Si guardarono a lungo. Da una prima espressione di terrore, la donna addolcì il suo sguardo fino a stringerlo attorno alle pupille indagatrici di Alberto come un abbraccio di desiderio. La sua reazione si allentò. Si abbandonò a quell’abbraccio. Alberto continuò a fissarla. Tolse la mano dalla bocca di lei. Restarono così in piedi uno davanti all’altra, illuminati soltanto dal taglio di luce proveniente dalla stanza di fronte. Non si dissero una parola. La donna si incollò al corpo di Alberto. Lui la strinse. Trovarono le labbra. Alberto aprì la porta della sua stanza. Fece per entrare. La donna si staccò dal suo abbraccio. Lo guardò. Raggiunse la propria camera. Entrò. Alberto rimase immobile nel corridoio. Si avvicinò alla camera di fronte fino a sporgersi dentro. Vide due bambini che stavano dormendo e lei di spalle, china su uno dei due. La donna spense la luce. Alberto tornò velocemente nella sua stanza. Lasciò la porta aperta. Andò in bagno e stappò la birra. Gettò la testa sotto il rubinetto dell’acqua fredda. Sentì l’uscio richiudersi.
«Come ti chiami?» domandò raggiungendola.

«Milvia… Tu?»
Glielo disse. «Vuoi bere?»
Milvia fece un cenno negativo. «Tutte le notti ti sento tornane in albergo… Mi sono affezionata ai tuoi passi… Non pensare che io sia matta». Lo guardava con sicurezza e nello stesso tempo timore. Come se avesse già raggiunto qualcosa e avesse paura di prenderlo. Alberto la abbracciò, la baciò. Si stesero sul letto. Nell’amplesso che seguì, arruffato e scomposto, cigolante e soffocato, Alberto disse: «Piano… I tuoi bambini potrebbero svegliarsi.»
Le notti seguenti Alberto prese a tornare di corsa dal Top In per gettarsi in quell’amore clandestino e notturno che gli era entrato ormai nel sangue. Milvia lo attendeva insonne. Non appena sentiva emergere dall’oscurità silenziosa i passi di Alberto, usciva dalla stanza. Già sul pianerottolo iniziavano a baciarsi e i loro abbracci divennero sempre più placidi e distesi. Non ci fu bisogno di parole. Avanzavano il loro amore nel crescere dell’intimità e della consuetudine dei loro corpi. Certe notti Alberto guardava Milvia, pacata dopo l’amplesso, e le percorreva con la mano i seni, il ventre, le cosce, quasi si trattasse di una creatura di sogno che ancora faticava a credere reale. E, d’altra parte, la loro unione pareva effettivamente costruita della sostanza stessa dei sogni: l’intorpidimento di quelle ore a cavallo fra la notte e il nuovo giorno, la stanchezza, il fiato affannoso che Alberto aveva spremuto nel suo sax fin quasi a rimanerne soffocato; e che poi, miracolosamente, ritrovava nell’abbracciare Milvia. E lei, che a quella creatura della notte aveva affidato tutto il peso della sua insoddisfazione matrimoniale e della ricerca di una felicità, si vedeva – quando ricordava nella luce incandescente della spiaggia i momenti di amore con Alberto – attorniata dalla notte, dal silenzio, dalla sua voce emessa a gemiti e sussurri; e quell’uomo di cui non sapeva assolutamente nulla le appariva avvolto dal mistero, un mistero in cui era lentamente riuscita a penetrare fino a elevarsi, essa stessa, a fantastica creatura della notte. In questo modo i due amanti procedevano nei loro abbracci costruendosi reciprocamente una sorta di loro personalissima leggenda. E così facendo entravano nel mito: Alberto non era solo un uomo, ma tutti gli uomini di questa terra; e lei, Milvia, tutta la dolcezza recettiva e femminea di questo mondo.

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L’amore di Alberto e Milvia è un amore di luce/assenza di luce, cioé è uno scambio di percezioni: lui suona il suo sax la notte, il buio è il suo vissuto, la cancellazione nera di ogni forma artistica, annegato nel vuoto chiacchiericcio della gente del piano-bar. Suona perché deve, ma dentro il suono sentiamo che Alberto mette in gioco la sua anima, indifferente da chi sia in grado di ascoltarla.

E’ durante il buio che torna, dopo la notte, sempre un po’ alticcio, per nascondersi dalla luce e annegarsi in un sonno “innaturale”.

Milvia è la luce, è lei che l’aspetta e che apre un varco d’illuminazione nell’oscurità; una luce che lo riempe, una luce che porta chiarezza dove l’indifferenza musicale diventa attenzione nell’amore e dove, in tale amore, si scoprono due entità, due vissuti solitari, che, ogni notte, come se possano rappresentare una eclissi e fare sì che luce ed oscurità per quelle notti s’incontrino.

ANNEGARE NEL MATTINO

Raggiunse il palco e iniziò a suonare, benché lo spartito non prevedesse in quel momento la sua entrata. Suono così per tutta la notte, senza staccare mai. Si sarebbe detto che volesse lui stesso scoppiare nel suono del suo sax. I compagni non tentarono di calmarlo. Quello era anche il suono di vendetta di tutti i musicisti condannati a suonare per accompagnare il chiacchiericcio della gente, per servire come sottofondo agli intrighi delle troie da balera. Lo lasciarono andare per i fatti suoi finché, esausto, non cadde a terra.
Verso mattino Alberto raggiunse la pensione. I suoi passi erano faticosi. Impiegò molti minuti per salire le rampe di scale. Quando fu sul pianerottolo, gettò lo sguardo verso la porta da cui tante volte era provenuta quella luce calda e femminile. Quella mattina, per la prima volta, era spenta. La porta chiusa. Milvia era partita il giorno prima con i suoi figli. Era arrivato il marito e se li era portati via con sé. Fu la prima volta che sentì una profonda, dolorosa nostalgia per quella luce che non c’era più. Barcollò fino alle tende, in fondo al corridoio che trattenevano la luce del giorno. Si aggrappò e tirò con tutta la sua forza. Il chiarore entrò nel corridoio come un lampo. Strinse gli occhi. Pensò che annegare forse doveva essere la stessa cosa: dissolversi rabbiosamente nella luce troppo forte di un nuovo mattino.

Ed è per questo che, portata via dal marito e sparita Milvia, la luce, non quella di Milvia ma del giorno, rischia di cancellarlo, di dissolverlo in un bagliore acceccante che cancella l’amore e la poesia musicale che lo vivificava.

L'Estate dei divertimentificatori: Tondelli, Rimini e quel 5 luglio di 30 anni fa al Grand Hotel - Riminiduepuntozero

Rimini, pubblicato nel 1985, è, come si è tentato di descrivere, un vero e proprio caleidoscopio di vite, portate, dall’eccesso dell’industria del divertimento, a giocare con se stesse, ognuna secondo le proprie peculiarità. L’ambizione tondelliana è quelle di farle partecipare, pur nella loro esclusività, in modo contemporaneo, perchè contemporaneamente avvengono, ma perchè solo così potesse ricreare quell’immenso bailamme che era negli anni ’80 la riviera romagnola: disco music, il famoso “edonismo reganiano”, la Milano da bere, la corruzione dilagante: ed è naturale che questo frastuono fatto di voci, urla di ragazzini, canzoni che escono da macchine rombanti, pulsioni erotiche mal represse, gigolò a iosa, l’autore tenda ad unificarlo attraverso una vera e propria colonna sonora che, a fine romanzo pubblica, con i gruppi e i musicisti più importanti o più rappresentativi di quegli anni, fra i quali ci piace ricordare, fra i molti che cita,  The Smiths, Joe Jackson, Prince, The Style Council, Bronski Beat e U2.

Immagine 1 - Camere separate - Pier Vittorio Tondelli - Bompiani - 5414

E’ dell’89 il quarto ed ultimo romanzo tondelliano: Camere separate. Il testo è diviso in tre “movimenti”, come fosse una partitura musicale, il primo “Verso il silenzio“, il secondo “Il mondo di Leo” e l’ultimo “Camere separate“.

I tre movimenti disegnano un vero e proprio percorso: si inizia con l’incontro e l’innamoramento tra Leo e Thomas e la morte di quest’ultimo. Il capitolo è costruito attraverso un flash back, all’interno di un aereo, dove sin da subito viene sottolineata l’assenza, la mancanza, verrebbe quasi voglia di affermare il taglio traumatico che la scomparsa di Thomas (per colpa dell’AIDS, – sebbene non ci venga detto, risulta abbastanza chiaro) ha creato nel protagonista.

IL PRESENTE STATO DI QUESTO SOGNO

Solo qualche mese fa ha compiuto trentadue anni. E’ ben consapevole di non avere una età comunemente definita matura o addirittura anziana. Ma sa di non essere più giovane. I suoi compagni di università si sono per la maggior parte sposati, hanno figli, una casa, una professione più o meno ben retribuita. Quando li incontra, le rare volte in cui torna nella casa dei suoi genitori, nella casa in cui è nato e da cui è fuggito con il pretesto degli studi universitari, li vede sempre più distanti da sé. Immersi in problemi che non sono i suoi. Sia i vecchi amici, sia lui, pagano le tasse, fanno le vacanze estive, devono pensare all’assicurazione dell’automobile. Ma quando si trovano occasionalmente a parlarne lui capisce che si tratta di incombenze del tutto differenti e che, nelle rispettive esistenze, rivestono ruoli assolutamente distanti. Così, privato ogni giorno del contatto con l’ambiente in cui è cresciuto, distaccato dal rassicurante divenire di una piccola comunità, lui si sente sempre più solo, o meglio, sempre più diverso. Ha una disponibilità di tempo che gli altri non hanno. E già questo è diversità. Svolge una professione artistica che anche i suoi cosiddetti colleghi svolgono ognuno in un modo differente. Anche questo accresce la sua diversità. Non è radicato in nessuna città. Non ha una famiglia, non ha figli, non ha una propria casa riconoscibile come “il focolare domestico”.
Una diversità ancora. Ma soprattutto non ha un compagno, è scapolo, è solo. L’aereo perde bruscamente quota iniziando la discesa verso Monaco. Lui distoglie lo sguardo dal finestrino e si concentra sui suoi oggetti. Ripone il libro che stava sfogliando, infila gli occhiali nella custodia, spegne la sigaretta. Reclina la testa all’indietro. Tra una ventina di minuti toccherà terra. Immagina Thomas camminare nervosamente nell’atrio degli arrivi internazionali, su e giù, controllando il proprio orologio e gli orari previsti di atterraggio. Vede la sua figura dinoccolata che si dirige impaziente verso alcune vetrine in cui sono esposte scatole di tabacco per pipa e sgargianti confezioni di sigari Avana. Immagina il suo maglione slabbrato, la giacca di lana pesante, i pantaloni di velluto, le scarpe grandi, robuste, di cuoio bordeaux. Vede i suoi liquidi occhi neri, il sorriso largo e disteso, le braccia ossute e calde che come al solito lo abbracceranno, guidandolo deciso verso una qualche Citroën o Renault di quarta mano, parcheggiata lontano. Ma non riesce a sentirne la voce. Vede distintamente l’abbraccio, avverte il profumo della sua pelle, la ruvidezza della sua guancia con la barba di un paio di giorni, vede le sue labbra che soffiano un “Come ti è andato il viaggio?” ma non riesce ad ascoltare il suono, l’inflessione di quella voce. Vede l’abbraccio, ma non lo può sentire.
Emette un profondo sospiro con gli occhi chiusi, la nuca ancora appoggiata sullo schienale abbassato. La hostess gli si accosta rivolgendogli alcune parole. Lui esce lentamente da quel suo abbandono e riporta lo schienale nella posizione prevista dalle manovre di atterraggio. Ha riaperto gli occhi ormai. Una volta di più si rende completamente conto, con una inorridita vibrazione interiore, di quella che banalmente si definisce realtà e che lui preferisce invece chiamare “il presente stato di questo sogno”. Non ci sarà Thomas ad aspettarlo all’aeroporto con la sua Citroën scassata. E non ci sarà nessun amico al posto suo. Poiché Thomas, o almeno tutto ciò che sulla terra aveva questo nome e a questo nome, per lui e per chi lo amava, era riconducibile, non c’è più. Thomas è morto. Da due anni ormai. E lui è sempre più solo. Più solo e ancora più diverso.

E’ evidente che, pur essendo scritto in terza persona, l’autore si identifichi con Leo; l’autobiografismo appare sia nell’età che nell’attività di Leo. Tuttavia la pagina tondelliana cerca, attraverso un registro, pur paratattico, di uscire da una forma quasi espressionistica del dire che aveva caratterizzato le opere precedenti, per assumere viceversa un “movimento lento”, quasi oserei dire impressionistico: il mondo è disegnato a sua misura e si rapporta continuamente al suo pensiero. Leo è così solipsistico già da questa parte iniziale, che capiamo come la sua solitudine riflette la sua incapacità di darsi, e come questo diventi il filo rosso dell’intera narrazione.

Pier Vittorio Tondelli, 25 anni dopo

THOMAS

La luce del primo mattino entra nella stanza. Thomas sta dormendo un sonno leggero fatto di piccoli e impercettibili assestamenti. I suoi occhi si aprono e vedono Leo in piedi accanto al letto, in silenzio, impacciato.
«Buongiorno Thomas» soffia Leo con la voce che trema.
Thomas non risponde al saluto. Gira la testa lentamente verso il braccio in cui ha infilato l’ago ipodermico. Controlla, con quella che sembra una fatica estrema, il livello del flacone di glucosio che lo sta nutrendo. Leo gli si accosta. Lo tocca sulla mano.
«Come stai?»
Thomas lo inquadra nella luce dei suoi occhi neri. Scopre il lenzuolo e fa un cenno con la testa indicandogli il ventre. Una striscia di garza bianca e di cerotti lo attraversa dall’inguine al
centro del petto. Dal fianco sinistro escono alcune cannule scure che scendono verso la parte nascosta del letto. Il padre di Thomas, ritto in un angolo, lo ricopre con un istintivo gesto di pudore. E’ lui che ha telefonato a Leo per dirgli, fra i singhiozzi, di venire a Monaco. «Mio figlio la vuole vedere. Faccia presto perché non abbiamo molto tempo».

Leo si trovava nella sua abitazione di Milano. Ha preso la macchina, ha viaggiato tutta la notte ed è arrivato alla clinica. Sono trascorsi cinque giorni dall’intervento chirurgico e dieci da quando Thomas ha avvertito per la prima volta degli insopportabili dolori al ventre. Fitte che gli scorticavano la carne, bruciori, come di veleni, che gli dissolvevano l’intestino. E l’addome così stranamente, innaturalmente, dilatato.
Leo non si sarebbe mai aspettato di trovarlo così sfiancato. Dimagrito in modo osceno, quasi mummificato. Il volto scavato, tirato sugli zigomi. Le labbra quasi scomparse, ridotte a un esile filo di pelle che non riesce a ricoprire i denti. I capelli rasati a zero. Le braccia e le gambe simili a quelle di un bambino denutrito. E quel ventre enorme, rivoltato e squartato. Del Thomas che ha conosciuto restano solo gli occhi, se possibile ancora più grandi, più larghi, più neri. Sono occhi che si muovono a fatica, che restano praticamente immobili e in cui le pupille sono quasi scomparse. Sono due buchi neri spalancati sul vuoto e che sembrano ossessivamente ripetere una sola cosa: “Non posso, non posso credere che stia succedendo a me.”
«Papà, lasciaci soli, ti prego» dice Thomas. Anche la sua voce, un soffio appena percettibile, è completamente cambiata. Esile, infantile, femminea.
Il padre scuote la testa come per chiedere spiegazioni.
«Ho dei segreti» dice Thomas sforzandosi di sollevare con un sorriso l’imbarazzo del padre. Fa ricorso a un codice familiare, probabilmente a quando era un bambino e si ritirava con gli amici “per i segreti” fuori dalla portata dei genitori.
Il padre guarda Thomas facendogli capire che uscirà. «Solo cinque minuti» aggiunge.
Aspettano in silenzio che l’uomo esca. Rimasti soli Leo si siede sul letto e gli prende la mano portandosela al viso.
«Stringimi la mano, ti prego» dice Leo. «Stringimela forte».
«Ho avuto tanta paura di morire» sussurra Thomas guardando fisso davanti a sé.
Leo deglutisce. Avverte il calore della pelle di Thomas, ma anche la sua assenza. E’ come se l’enormità di quello che ha dovuto sopportare lo avesse già ucciso. Come se il terrore – che lo sta invadendo ora dopo ora, inesorabilmente – lo avesse già completamente annullato. Leo ha visto altre volte quello sguardo. Lo sguardo di un bambino palestinese che sta per essere ucciso. Di un piccolo negro agonizzante accanto al corpo della madre squarciato dalle bombe. Lo sguardo implorante di un piccolo indio dell’Amazzonia davanti allo sterminio della sua razza. Lo sguardo di chi sta morendo e implora senza fiducia un aiuto che non gli verrà dato. Bambini, bambini. E Thomas, bambino, che si rivolge al padre come tanti anni prima.

Leo vede l’ultima volta Thomas nell’istante in cui il suo corpo va inesorabilmente verso la fine. E l’immagine che lo invade è quella di un “bambino”. Leo, così indicibilmente attratto ed innamorato, non sa costruire un amore “adulto”, se non un amore “protettivo”. La rabbia/gelosia che proverà quando, uscito dalla camera di Thomas, si renderà conto che l’esclusività “familiare” che lega il padre al ragazzo morente, lui non è riuscito a ricrearla.

Non è certo la situazione sociale ad impedirlo; é che lui vuole il “riconoscimento sociale” dell’unità Leo e Thomas.

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NON SIAMO SOLI

Un giorno un amico gli aveva detto: «Non vado mai solo quando mi invitano. E’ naturale che se si invita un cinquantenne come me a un pranzo, a una manifestazione o a un convegno costui vada con la moglie. Ora, io ho un compagno da venticinque anni. E da venticinque anni lui mi accompagna ai ricevimenti e ai convegni. Così come io accompagno lui quando viene invitato. E’ il minimo che dobbiamo fare: non permettere che ci invitino soli.»
Da quando aveva sentito per la prima volta queste parole Leo si era adeguato come seguendo una rivelazione. Certo, esisteva il rischio del fraintendimento. Per non dire dell’imbarazzo. Quando spiegava che non sarebbe stato solo e dall’altra parte del cavo telefonico gli rispondevano con sussiego «Ma certo, porti pure sua moglie» e lui invece pregava di prendere nota del fatto che sarebbe stato accompagnato dal signor tal dei tali e che la camera d’albergo avrebbe dovuto essere intestata anche a quest’ultimo, un silenzio, uno schiarimento di voce, un colpo di tosse veniva a introdursi nella conversazione come un tangibile gesto di imbarazzo. Allora lui, dolcemente, spiegava che avrebbe provveduto al viaggio dell’amico, ma non alla sua ospitalità alberghiera. E dall’altra parte il funzionario di turno chiudeva sbrigativamente la conversazione con un remissivo «Come vuole lei».

Ma è solo nel momento del lutto per Thomas che Leo cerca se stesso. La lunga elaborazione dell’assenza fa sì che egli ripercorra l’esperienza di condivisione e possesso, ma anche di paura e ripulsa che il rapporto con Thomas aveva prodotto. E per far questo Leo si rivolge al passato, al sé bambino con un rapporto colla madre contadina, forte e volitiva e con il padre “difficile”, il suo vivere intensamente la religione e la ricerca, ora, come questa religione debba “riconoscere” e quindi “approvare” la sua relazione omosessuale, e soprattutto la ricerca di una “filiazione” che si esplicita nella letteratura, ma che risulta “difficile”, ora che il “figlio amato” non c’è più:

AFFIDARSI ALLE PAROLE

Lui che aveva affidato alle parole, non ancora alla letteratura, non ancora ai libri, ma proprio alle lettere e ai racconti tutta l’ansia e il desiderio di un cambiamento della sua vita, si trova ora annullato dalla mancanza di desiderio per le parole. E, conseguentemente, per le cose. E se guarda fuori di sé, se vede come si comportano gli altri e soprattutto chi siano gli altri che svolgono la sua stessa occupazione si sente precipitato di nuovo in quella classe ginnasiale da cui ha cercato per anni di fuggire. Gli altri parlano ancora di sport, c’è chi, dicono, riesce bene in geografia, chi in scienze naturali, chi in chimica, chi in educazione civica o in storia o in religione. Vede, anche nei suoi coetanei-colleghi, chi è avviato all’Accademia o al Potere nello stesso modo in cui vedeva già il figlio quindicenne del commercialista ereditare con successo lo studio del padre, la presidenza del Rotary o del Lions provinciale, la segreteria cittadina del partito di governo. Vede le carriere e così si sente in trappola ancora una volta. Vuole uscire dalla classe, lasciare i suoi compagni per seguire il proprio destino diverso. Ma ora tutto è più difficile, quasi senza via di uscita, perché Leo è oppresso proprio dai risultati della sua scelta di libertà. Ora non può più scappare. Può solo tacere e defilarsi.
Prende corpo in lui il progetto di scrivere libri per dieci, venti persone. Dei libri espressamente destinati a chi può comprenderlo, agli amici di cui si fida. Che lo rispettano, che gli prestano attenzione, che non giudicano se ha fatto una cosa buona o cattiva, ma che interpretano la disponibilità di partenza, la sua necessità di raccontare qualcosa a qualcuno. Diventa ossessivamente geloso di quello che scrive. Un giorno gli capita di scorgere, in metropolitana, uno sconosciuto che legge un suo libro. Deve scendere, rosso di vergogna. Avrebbe voluto strapparglielo dalle mani, picchiarlo con violenza e insultarlo. E per un attimo gli si è avvicinato obbedendo a queste precise parole: “Ora vado lì e gli spacco la faccia.” Poi è sceso, quasi scappato, sconvolto.
Quando pensa a questo episodio lo colpisce l’idea di essere stato sorpreso, nudo, da uno sconosciuto. Sente insomma quel libro, o altri che ha scritto, come il suo corpo spogliato. Non una emanazione di sé, una proiezione, un transfert, ma proprio, realmente il suo corpo. Leggere quelle pagine è addentrarsi sulla sua pelle e nei suoi nervi, far l’amore con lui, odiarlo, ricordarlo, sognarlo. E questo gli pare intollerabile. Forse, nell’uscire da quella classe ginnasiale, lui ha voluto proprio che così accadesse, ha desiderato darsi in pasto agli altri offrendo il corpo delle sue parole. Ora si sente come una pin-up invecchiata che scopre un ragazzino brufoloso masturbarsi sulle sue foto giovanili, spiare con libidine gli accoppiamenti carnali della sua gioventù. E di tutto questo non prova un piacere narcisistico, al limite della civetteria, ma solo un’idea di vergogna e di morte. Forse allora se lui non scrive, se non vuole più scrivere non è tanto perché gli manca l’ispirazione, non è tanto perché ha perduto Thomas, ma perché sta invecchiando. Perché il suo corpo incomincia a scricchiolare sotto il peso di quanto si è scritto addosso; in sostanza lui si vergogna di quel suo corpo troppo incurvato dalle parole. E allora desiste e ricade nell’inattività.
Ogni giorno che passa si rende maggiormente conto che la perdita di Thomas sta lavorandogli dentro con una dirompenza devastante e catastrofica. Ora, se riesce a circoscrivere razionalmente la scomparsa di Thomas dicendosi “E’ andata così, non posso farci niente” non può assolutamente ripetere la stessa cosa per quello che gli sta succedendo interiormente. Perché non ha la più vaga idea di quello che gli sta succedendo. Per tutto questo ancora non ha parole, né spiegazioni plausibili. L’unica cosa che può fare è porsi in un atteggiamento di attesa. E, riflettendo su questo, si accorge che da mesi e mesi, inconsapevolmente, nelle sale-gioco di Soho o nel suo girovagare fra i night club di Milano, tutta la sua vita altro non è stata che una preghiera di ininterrotta sincerità. Per mesi e mesi tutto quello che ha fatto o ha detto, sia che abbia mangiato, sia che abbia bevuto, dormito o viaggiato, tutto ha fatto in nome e in lode di Thomas. Ha trasformato la sua ossessione in uno sguardo aperto su se stesso. Da quando Thomas è morto la sua sensibilità si è come purificata; e ora cerca di andare verso l’essenziale. In questo senso Thomas non è solo un cadavere che si sente incollato addosso, ma un seme di vita sepolto nella propria mortalità. Lui culla, nel profondo, questo seme, lo scalda, assiste alla sua crescita cercando di crescere con lui. Poiché Thomas nelle sue complicate introiezioni e rimozioni è ormai l’illuminato, il trapassato. Quando lo avevavisto sul letto di morte, avvolto nel sudario, aveva pensato proprio a questo, a Thomas che stava trasformandosi nel Thomas-bambino; che avanzava, in quel breve tempo che la vita ancora gli concedeva, verso l’origine; che si trasformava, attraverso l’enormità della sofferenza, non in qualcosa di diverso, ma in quello che intimamente gli assomigliava di più: una materia infantile precocemente formata e nostalgica della quiete del nulla.
Così quella che lui chiama preghiera, altro non è che un atteggiamento di ascolto delle cose e degli uomini, un osservare e contemplare, che ha a che fare con il suo stesso modo di essere. Non ha altari davanti ai quali inginocchiarsi, non ha templi né simulacri a cui sacrificare; allora celebra come liturgia la vita stessa. Avverte la presenza del sacro come qualcosa di tangibile nella realtà, qualcosa su cui il suo sguardo si posa con devozione. Quando pensa alla preghiera lui si dice: “Io non so pregare, soprattutto non so chi pregare.” Poi ricorda la sua giovinezza, le ore di
meditazione, le discussioni con i sacerdoti, la recita della parola. E la sua mano cerca nella libreria, automaticamente, la Bibbia.

Biglietti da camere separate – Teatri di Vita

Rappresentazione teatrale tratta dal romanzo Camere separate

La parola, non ancora la letteratura, dice Leo. Ma Tondelli fa letteratura e il Leo/Pier Vittorio è proprio colui che, uscito dalla fase della giovinezza, entra in quella in cui un uomo, fatto d’esperienza e capacità di leggersi, può affidare alla pagina le sue paure.

Quello che ci viene detto in questo secondo movimento “Il mondo di Leo” è proprio la costruzione del sè attraverso il ricordo: sembra proprio che l’intero capitolo venga scritto come fosse una novella recherche, un attraversamento in cui Leo possa ricostruirsi nella sua pur difficile identità. E’ che ora tale identità dev’essere costruita in assenza, quasi percepisse la consapevolezza che non si può dare una nuova storia, un nuovo amore, una nuova vita che non sia un ripiegamento verso una consapevolezza di un inaridimento, che lo porti a considerare che per lui, più che condivisione, non ci possono essere che “camere seperate”.

Ed è proprio nel terzo movimento che si arriva ad una chiarificazione, a partire dalla prima: la storia con Thomas, era una vera storia o qualcosa di altro?:

MEGLIO RIMANERE SOLI

Ma il mattino successivo, insieme allo stordimento e al mal di testa, Leo seppe, con una brutalità dolorosa, che non avrebbe mai potuto vivere con Thomas nella stessa casa. Per i due anni in cui erano stati insieme la precarietà geografica del rapporto, il fatto di vivere distanti, era stato uno stimolo a continuare. Ora doveva affrontare seriamente una convivenza con un altro uomo. Ma per fare questo non aveva né modelli di comportamento da seguire, né esperienze da riciclare e alle quali far ricorso nei tentennamenti del rapporto. Sapeva che l’amore che lui continuava a nutrire per Thomas non sarebbe stato sufficiente. Si sarebbero sbranati e lui questo non lo voleva. Si sarebbero feriti, si sarebbero abbandonati. Vivere insieme significava credere in un valore che nessuno era in grado di riconoscere. Che fine avrebbe fatto il loro amore? Dovevano per forza normalizzare un rapporto che la società non poteva appunto recepire come norma? Non sarebbero divenuti lo specchio di quelle convivenze grottesche di omosessuali in cui qualcuno sempre cucina e qualcun altro va sempre al mercato a fare la spesa? In cui i due amanti si assomigliano, negli atteggiamenti, nei modi di fare, addirittura nelle espressioni del viso, al punto da diventare due  patetici replicanti di un medesimo, insostenibile, immaginario maschile, svirilizzato e infemminato? Non sarebbero diventati, nel corso del tempo, due androidi isterici, sempre sul punto di beccarsi nella conversazione, con quella pelle del viso un po’ troppo lucida e tirata e abbronzata e i capelli sempre un po’ troppo perfetti nel nascondere, al millimetro, una calvizie? Sarebbero riusciti ad accettare, dignitosamente, virilmente, l’invecchiamento non solo del proprio corpo, ma del proprio sogno e quindi del proprio amore? Leo non aveva una risposta a tutto questo. Ma era sicuro di una cosa. Che non voleva vivere nella stessa casa, nella stessa città in cui Thomas viveva. Voleva continuare a essere un amante separato, voleva continuare a sognare il suo amore e a non permettergli di infangarsi nella quotidianità. Vivendo insieme sarebbero diventati uno la caricatura dell’altro, come due osceni e imbellettati dioscuri sulla scena di un cabaret berlinese. Lui era certo del suo amore per Thomas, lo voleva per tutta la sua vita, fino alla fine. Ma non nella sua camera. Come avrebbe potuto far capire tutto questo a Thomas senza addolorarlo, senza offenderlo, senza fargli male?
La frattura fu brusca, improvvisa, anche se preparata da giorni di svogliatezze, di contatti trasandati, di contrasti. Ogni giorno si ripeteva la stessa scena. Litigavano e si rappacificavano. Ma ogni volta ognuno aggiungeva nell’altro qualcosa, finché improvvisamente accadde, inevitabile, un traboccamento di odio e di violenza. Thomas lasciò Milano. Questa volta Leo non lo accompagnò, come al solito, al treno. Si alzò solamente per chiudere la porta dell’appartamento con un doppio giro di chiave. Thomas, che aspettava l’ascensore, sul pianerottolo, dovette accorgersi di quegli scatti della serratura e Leo immaginò che ne fosse mortalmente offeso. Si sentì meschino e ridicolo. Ma in fondo era soddisfatto di rimanere solo. Accese lo stereo, staccò il telefono e si sdraiò sul divano con la bottiglia di Calvados in terra. Ne bevve un lungo sorso. Avvertiva il profumo autunnale delle mele, pensava alla Francia e ai suoi viaggi con Thomas che forse non avrebbe fatto più.

E’ che Leo sa “proteggere” non amare, e non saper amare vuol dire non saper condividere. Glielo rinfaccerà Thomas: il “bimbo” Thomas vuole vivere con chi ama; l’ “uomo” Leo vuole fuggire da chi ama, glielo scrive in uno scambio epistolare che dopo la fine della convivenza i due si scmbiano: in queste lettere Leo trova l’espressione “camere separate”, e cerca di spiegare a Thomas che lui “avrebbe voluto, con lui, un rapporto di contiguità, di appartenza, ma non di possesso“.

Tondelli e la conquista della solitudine - Tessere

Ma Thomas è alla ricerca di amore più maturo e lo trova, in una donna, e Leo ne rimane ferito. Perché poi? Sarà proprio Thomas a dirglielo:

TU MI VUOI LONTANO PER POTERMI SCRIVERE

Girarono per oltre un’ora. Thomas si era dapprima appoggiato al grembo di Leo e poi si era addormentato. Leo ne sentiva il respiro regolare e prese a cullarlo. Abbassando gli occhi poteva vedere il suo volto, come concentrato in quell’atto, le narici che si dilatavano, i capelli arruffati e lunghi sul collo. Aveva bisogno di pensare e di muoversi come se, guidando attraverso la città deserta, fosse più facile ossigenare i suoi pensieri, renderli più lucidi.
Durante la notte, solo poche ore prima in realtà, Thomas gli aveva detto: «Tu mi vuoi tenere lontano per potermi scrivere. Se io vivessi con te, non scriveresti le tue lettere. E non mi potresti pensare come un personaggio della tua messinscena. Deve esserci qualcosa di sbagliato anche in me se accetto di amarti a questo prezzo… A volte ti penso come un avvoltoio. E mi fai paura. E’ come se tu avessi bisogno ogni giorno di carne fresca con cui cibarti. Per fare questo  tu laceri, squarci, strappi via. Non ti chiedi chi sia la tua vittima, né se ti sia amica o ti ami o ti sia, al più, indifferente. C’è una voracità, che hai con le persone che ti vivono intorno, che mi spaventa. E questo tanto più perché io so quanto, dentro di te, ci sia solamente un fondo di sincera bontà».

Ed è qui forse il nodo di Leo, quello di osservare vivere e non vivere, secondo l’adagio pirandelliano, per cui: Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina, perché ogni forma è una morte.

E’ la vita di Leo, in tutto il romanzo è una lunga ed estenuante riflessione sulla morte. Eros e Thanatos, perdersi come finire: per questo non vuole più amori, per questo si era conquistato la solitudine:

SOPRAVVIVERE IN PROPRIA COMPAGNIA

E’ vero, negli ultimi anni si è conquistato, faticosamente, la propria solitudine. Ha scoperto di poter sopravvivere in propria compagnia. Ha, come direbbe un guru, ruotato gli occhi verso l’interno per andare lontano, in quello che avrebbe potuto chiamare “il mondo di Leo”. Ma facendo questo lui si è chiuso agli altri. Ritenendo di poter sopravvivere solo in se stesso altro non ha fatto che scambiare delle risposte di morte in risposte di vita. Niente amore, niente passioni, niente amicizie, niente contatti con l’esterno se non per le piccole incombenze della vita quotidiana. Gli era sembrata una soluzione saggia in cui si era, anno dopo anno, adagiato. La sua svogliatezza nei confronti delle amicizie, anche  verso quelle che più delle altre aveva a cuore, era dettata dal fatto che stava concentrandosi su di sé e che per nessun motivo poteva esserne distolto. E ora si accorge che, mentre lui ha dimenticato gli altri, gli altri hanno continuato a ricordarlo, a parlare di lui, a chiedersi della sua vita. E questo fatto lo blocca. E’ come se ora non avesse con Rodolfo alcun codice di comportamento. Gli stanno proponendo un party, qualche ragazzo, un po’ di mondanità. Niente di eccezionale. Offerte comuni. E lui non trova niente di meglio che reagire offendendosi. Perché il fatto reale è che la proposta di Rodolfo lo ha offeso. E lui lo sta disprezzando.

Il critico Severini definisce Camere separate “descrizione impietosa della perdita della prima giovinezza” d’altra parte Leo sembra vivere in un vero e proprio limbo: il suo è quello stare tra un’età fanciullesca e il non essere entrato ancora nel mondo adulto e questa duplicità la si riscontra anche nel suo essere outsider: uscire dal mondo giovanilistico ma non riuscire, o meglio non potere e non volere essere “integrato”.

D’altra parte anche lo stesso Tondelli si era sentito descrivere come autore generazionale ed ora, passati i trent’anni vuole essere percepito uno scrittore che ha trovato la sua maturità letteraria.

Tondelli cerca di costruirla attraverso un racconto metaforico: il limbatico Leo non può che ritrovarsi nello scoprirsi attraverso il ricordo; per questo i rapporti del suo protagonista vengono vissuti su due piani:

1) quello della filiazione;
2) quello religioso;

Il primo è lo strumento attraverso cui Leo  vive i rapporti: le sue storie principali le vive non solo con chi è più piccolo, ma con persone che ancora non sono integrate, studiano, suonano, ma non sono né professori, né ancora completamente musicisti.

Il secondo lo avvicina non solo alla sua infanzia, ma soprattutto al concetto di amore “assoluto” che egli prova per il Thomas morto, ede il volto di Cristo, in processione, il suo essersi sacrificato per gli uomini, la volontà di baciarne il volto il Venerdì Santo, e di scoprire che in quel momento vive la sua prima esperienza sentimentale, fa in modo che Leo viva le sue storie attraverso il dolore e, per non soffrirne, le evita.

Ma abbiamo anche letto nel romanzo l’importanza della letteratuta «Il ruolo dello scrittore – nel quale Leo si riconosce e si accetta – concilia insieme presenza e assenza dalla scena. Camere separate è un romanzo di formazione, certamente non canonico, ma senza dubbio l’unico possibile nel momento storico in cui Tondelli sta scrivendo: è l’individuo che prende coscienza della sua voce in una società postmoderna in cui le istituzioni, la politica, il sistema educativo, la famiglia o il mondo del lavoro non entrano più in rapporto diretto col problema dell’identità» (Campofreda).

Forse Tondelli questa nuova identità l’avrebbe trovata se, nel 1991, la morte per AIDS non l’avrebbe messo a tacere, ma grazie anche alla nuova forma d’intellettuale che seppe imprimere, così inserito in ogni orma d’arte “popolare e non” (il rock, il jazz e il cinema) di cui seppe darne una forma ibrida in due libri Weekend post moderno (sugli anni Ottanta) e  L’abbandono (sugli anni Novanta), in cui raccolse, come un moderno Zibaldone, tutti gli articoli e gli scritti che produsse su L’Espresso, Rockstar, Linus ed altre ed anche abbozzi di scritture altre; oppure facendosi talent scout di una nuova generazione di scrittori di cui raccolse i racconti in ben tre volumi; o ancora la via teatrale con cui partecipò con la piéce Dinner party.

 

GRAZIA DELEDDA

Grazia Deledda nasce nel 1871, quarta di sette figli, a Nuoro da Giovanni Antonio e Francesca Cambosu. Il padre, che ricoprì anche, per un brevissino periodo, il ruolo di sindaco, era un possidente terriero che tentò, senza grandi risultati, anche l’avventura commerciale; ciò rendeva la famiglia Deledda piuttosto agiata, in una realtà così povera e periferica qual era quella della città sarda.

Secondo il costume di allora poté frequentare la scuola sino alla quarta elementare (allora costituiva l’obbligo scolastico), ma la voglia d’istruzione della futura scrittrice fece sì che la ripetesse per un secondo anno. Inoltre un precettore privato l’avvicinò allo studio del latino e del francese.

Da qui ad allora la giovane Grazia si dedicò a letture eterogenee, non distinguendo forse anche per la penuria della biblioteca paterna nonché del luogo, dai tipici feuilleton francesi (Pierre Ponson du Terrail, Eugéne Sue, Alexander Dumas), a scrittici femminili come Carolina Invernizio, ai russi come Dostoevskij e Tostoj, sino alla Bibbia, letta non per il suo valore teologico quanto per le varie storie che in essa era contenute.

Casa di Grazia Deledda a Nuoro

Fu il sardo Enrico Costa (autore de Il muto di Gallura) ad incitarla quando, ancora diciassettenne inviò alla rivista romana L’ultima moda i primi scritti di cui ricordiamo il romanzo Storia di Fernanda e la raccolta di racconti Novelle sarde, ricevendone di contro l’ostracismo della comunità del paese che “si sentì offesa d’ospitare nella sua comunità una fanciulla che bisognava mettere al bando per l’audacia nel raccontare storie non adatte alle giovinette e per le scelte libere dalla rigida sottomissione alle regole di un mondo patriarcale” (Maria Elvira Ciusa).

Enrico Costa

Con il secondo romanzo Anime oneste (1894) l’autrice sarda cominciò ad affacciarsi nel mondo culturale nazionale, ma è con La via del male (1896) che ricevette la patente di scrittrice, datole dall’importante critico letterario Luigi Capuana che scrisse “[…] Qualcuno dirà: Ebbene, che ha voluto provare l’autrice con questa sua Via del male? Niente, rispondo io; ha tentato di metter fuori delle creature vive, e c’è riuscita. Non si è smarrita dietro un lavorodi analisi psicologica, artificiale; ma ha fatto sentire, pensare, agire, tutte quelle creature nel loro ambiente, proprio come fa la natura con le sue.”

Caparbia ed ambiziosa, la Deledda comprende sin da subito che se vuole diventare una scrittrice affermata deve spostarsi dal capoluogo barbaricino e trasferirsi a Cagliari.

Ed  lì che supera la paura di rimanere zitella (aveva, infatti, già ventisette anni e per la mentalità di allora era ormai destinata al nubilato) quando incontrò il mantovano Palmiro Madesani, inviato in Sardegna in qualità di funzionario delle Finanze.

Grazia Deledda e Palmiro Madesani

Dopo il matrimonio Grazia ed il marito, nel 1900, lasciano l’isola. Aveva già dato alle stampe Il vecchio della montagna, mentre stava pubblicando a puntate sulla Nuova Antologia uno dei suoi capolavori Elias Portolu che uscirà in volume nel 1903.

Il protagonista Elias, un pastore barbaricino che a seguito di una condanna sconterà la pena detentiva in un carcere della penisola, dopo la scacercazione ritorna in Sardegna spinto dal desiderio di iniziare una vita nuova. Mentre lavora nell’ovile della famiglia, Elias si innamora di Maddalena, la sposa di suo fratello Pietro, e con lei commette adulterio, mettendola incinta. Lui decide di farsi prete. Prima che nasca il bambino, Pietro muore per un’infiammazione ai reni, e Berteddu viene riconosciuto come suo figlio. Ma a questo punto Elias è sul punto di ricevere gli ordini. Tre giorni prima della cerimonia, Maddalena prega Elias di sposarla e di dichiararsi padre del bambino. Ma Elias è determinato a prendere l’ordinazione sacerdotale e la sua decisione è irrevocabile. Pochi anni più tardi, il figlioletto di Elias e Maddalena, affetto da una grave malattia, morirà.

UOMINI COME CANNE

Elias si sentiva triste; non sapeva come cominciare, e si guardava ostinatamente le mani; zio Martinu capì in quale stato d’animo si trovava il suo giovane amico, e cercò di trarlo d’imbarazzo.
«Elias Portolu,» disse gravemente, «io so quello che vuoi dirmi. Maddalena è innamorata di te.» «Zitto!» disse l’altro con spavento, mettendogli la mano sul braccio. «Ogni piccola macchia porta piccole orecchie!» aggiunse tosto, per scusare il suo turbamento.
«Sì,» rispose con voce grave il “padre della selva”, «ogni piccola macchia, ogni albero, ogni pietra porta orecchie. E che perciò? Ciò che io ho detto e che dirò lo può ascoltare chiunque, cominciando da Dio che è lassù, e terminando nel più misero servo. Maria Maddalena ti ama, tu l’ami; unitevi in Dio, perchè egli vi ha creato l’uno per l’altra.»
Elias lo guardava trasognato; ricordava il colloquio avuto con prete Porcheddu, i consigli, gli avvertimenti avuti in quella indimenticabile notte di San Francesco. A chi dare ascolto?
«Ma è la sposa di mio fratello, zio Martinu!»
«E se è la sposa di tuo fratello? Lo ama forse! No. Dunque non e sua e non sarà mai sua secondo le leggi del Signore. Il matrimonio d’amore è il matrimonio di Dio, quello di convenienza è il matrimonio del diavolo. Salvati, Elias Portolu, e salva la colomba, come la chiama tuo padre. Maria Maddalena accettò Pietro perchè glielo imposero, perchè egli aveva grano, perchè aveva orzo, fave, casa, buoi, terre. Il diavolo operava. Ma Dio aveva destinato altrimenti. Egli ti fece tornare, ti fece incontrare con la ragazza: vi siete visti, vi siete amati, pur sapendo che secondo i pregiudizi degli uomini non potevate neppure guardarvi. Non senti tu in questo una forza superiore all’uomo, che gli addita la sua via? Non è la mano di Dio? Pensaci bene. Elias Portolu; ci pensi, pensato ci hai?»
«È vero. Ma Pietro è mio fratello.»
«Siamo tutti fratelli, Elias Portolu. Pietro non è uno stupido, egli capisce la ragione. Va, digli: “Fratello mio, io amo la tua sposa e lei mi ama; che pensi di fare? Vuoi rendere infelice fratello tuo e quell’altra creatura innocente?»
Elias sentì freddo al solo pensiero di parlar così a suo fratello, e scosse la testa con dolore e con terrore.
«Mai! Mai! Pietro mi ammazzerebbe, zio Martinu!»
«A mio avviso, tu hai paura.»
«Sì, perchè nascondervelo? Ho paura, ma non della morte. È che anche Maddalena sarebbe perduta, e anche Pietro e tutta la mia famiglia. Ma non è solo questa spina che io ho nel cuore, zio Martinu. È che io amo mio fratello e non voglio, anche ammesso che egli si rassegni, che sia infelice.»
«Pietro potrebbe rassegnarsi più facilmente di te; è un carattere diverso dal tuo. Io capisco i tuoi buoni sentimenti, Elias Portolu, ma non li approvo. Pensa alle conseguenze; ci hai pensato mai? Maddalena ti ama perdutamente, io gliel’ho letto negli occhi. Se tu taci, ella sposerà Pietro, verrà a stare a casa tua, e finirete col perdervi, poichè la natura umana è fragile. Lo senti, Elias Portolu? Pensato ci hai? La tentazione si vince oggi, si vince domani, ma posdomani finisce col vincere lei, perchè noi non siamo di pietra. Ci hai pensato, Elias Portolu?»
«È vero, è vero!» disse Elias, con gli occhi pieni di terrore.
Tacquero un momento; intorno a loro il silenzio era intenso, infinito; l’ombra calava sui boschi, il cielo di peonia impallidiva in tenere sfumature di viola. E d’un tratto Elias sentì quella gran pace arcana penetrargli fino al cuore.
«Ma io,» disse con voce mutata, «me n’andrò di casa mia.»
«Prenderai moglie? Bada che ciò sarà forse peggio.»
«No, io non prenderò mai moglie.»
«Cosa farai dunque!»
«Mi farò prete. Voi non vi meravigliate, zio Martinu?»
«Io non mi meraviglio di nulla.»
«Che cosa dunque mi consigliate? Nel sogno che vi raccontai, fatto la prima sera del mio ritorno, voi mi consigliavate di farmi prete.»
«Una cosa è il sogno, un’altra è la realtà, Elias Portolu. Io non ti sconsiglio se tu hai la vocazione, ma ti dico che neppure ciò ti salverà. Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne; pensaci bene.»  

Deledda e la disperazione di Elias

Il brano ci porta dentro il mondo deleddiano in cui si mescolano passioni ancestrali, sensi di colpa, una religiosità “punitiva” che rende i protagonisti della scrittrice sarda quasi schiavi di un destino già segnato. Elias è un uomo che si è trovato di fronte ad una passione che lo ha travolto, andando contro i divieti sociali. Ciò lo condurrà ad una lacerazione interiore che dovrà pagare con il senso della rinuncia, rinuncia a cui non dovrà mai venir meno, perchè solo attraverso essa potrà superare il senso di colpa e diventare così un buon prete.

Sembra qui proporsi il tema nuovo in cui l’ancestrale si scontri con il razionale, il primo rappresentato da Elias e il secondo da zio Martino, ma tutto ciò non viene riprodotto con tecniche innovative: rimane il narratore onniscente che ci guida alla comprensione dei personaggi.

Nel giro di poco tempo si può tranquillamente affermare che la Deledda riesce ad inserirsi a pieno titolo nell’ambiente culturale romano, riuscendo, nel giro di tre anni, a pubblicare altri due romanzi, Dopo il divorzio e Cenere (quest’ultimo ritenuto uno dei suoi migliori e da cui sarà tratto un celebre film muto interpretato da Eleonora Duse), e a conoscere scrittori di una certa risonanza nazionale, come Edmondo De Amicis e Antonio Fogazzaro.

Rosalia “Olì” Derios, appena quindicenne, fa la conoscenza del giovane Anania, mezzadro di un ricco proprietario dei cui campi situati nelle vicinane si prende saltuariamente cura, risiedendo a Nuoro. I due si innamorano. Il padre di Olì scopre che Anania era un uomo sposato e quando il padre si accorge “che sua figlia aveva peccato” con lui, la caccia di casa. Olì si trasferisce a Fonni, a casa di una vedova, e lì partorisce il figlio di Anania, battezzato col nome paterno. In seguito si reca col figlio, ormai di sette anni, a Nuoro, e lo introduce a casa del padre, facendo poi perdere le proprie tracce. Tatàna, la moglie di Anania padre, si affeziona al bimbo e lo terrà con sé. Anania padre, a Nuoro, gestisce un frantoio di proprietà di Daniele Carboni, sindaco della città. Quest’ultimo, avendo appurato l’intenzione del giovane Anania di intraprendere una professione, si assume l’onere di accompagnarlo negli studi. Passano gli anni, e, quando Anania è studente ginnasiale, fra lui e la figlia di Carboni, Margherita si instaura un rapporto amoroso. Le differenze di classe sociale si fanno sentire, e Anania soffre della condizione di figlio illegittimo, e teme che questo fatto possa inficiare fra loro due. Anania si trasferisce prima a Cagliari, dove frequenta il liceo e i primi anni universitari, poi a Roma, per completare gli studi. Il rapporto con Margherita prosegue, sebbene Anania perseverasse nel voler  rintracciare la madre e starle vicino. Cercata in lungo e in largo, e alla fine l’aveva ritrovata non lontana da Fonni, terribilmente invecchiata. Anania vuole provvedere a lei, anche se ciò avrebbe potuto significare la fine del suo rapporto con Margherita, essendo Olì disonorata e degradata. Quando Anania torna a Nuoro il rapporto con Margherita ha tristemente termine. Anania viene richiamato a Fonni, e lì vi trova la madre morta, suicida.

E’ evidente come in questo romanzo emergano più di un riferimento letterario. Partiamo dall’Assommoir di Zola:

NEL MOLINO

La sera, poi, si riunivano intorno al fuoco della caldaia le persone più freddolose del vicinato: per lo più la compagnia veniva composta, oltre che dal mugnaio e dai clienti, che aiutavano a spingere la sbarra del torchio, da cinque o sei individui sempre alticci. Uno di questi, Efes Cau, già ricco possidente, ridotto in estrema miseria dal vizio del vino, dormiva quasi ogni notte nel molino, infestando di insetti l’angolo dove si coricava. Una sera, appunto, sorse questione fra il mugnaio ed un ricco contadino che aveva trovato un brutto insetto in un suo sacco di olive. 
«Dovresti vergognarti, per Dio!» gridava il contadino. «Perchè lasci entrare qui tutti i vagabondi di Nuoro?» 
«Dopo tutto egli era ricco, più ricco di te!» gridò il mugnaio, difendendo il Cau. 
 «Questo non impedisce che ora egli viva di elemosine e sia pieno di insetti,» rispose l’altro con disprezzo. 
Allora zio Pera l’ortolano, che stava seduto accanto al fuoco col suo randello fra le ginocchia, recitò una canzonetta: 

Onzi pessone bia
nde juchet de munnia.
E tue chi tu sers nende
nde juches unu andende
issu collette!

Il contadino si toccò istintivamente il colletto e tutti risero. Anche il contadino rise, si calmò ed anzi fece portare da casa sua un bottiglione di vino.
Anania e Bustianeddu, seduti in un angolo, sulle sanse calde, si divertivano nell’udire i discorsi dei grandi: e quando arrivò Efes, come sempre ubriaco, barcollante, vestito d’un vecchio abito da caccia del signor Carboni, Bustianeddu gli andò incontro e gli cantò la canzonetta di zio Pera.

Onzi pessone bia…

Efes lo guardò coi suoi occhi vitrei, rotondi e sporgenti, e mentre sulle sue guancie gialle e cascanti passava come un brivido di disgusto, la sua mano palpava il lurido collo della giacca abbottonata. 
La gente ricominciò a ridere, e l’infelice si guardò attorno e barcollò; poi si mise a piangere accorgendosi che lo deridevano. 
«Efes!» gridò zio Pera, mostrandogli un bicchiere colmo che al riflesso del fuoco pareva di rubino. 
L’ubriaco si avanzò, sorridendo fra le lagrime con un sorriso ebete. 
«No,» disse Franziscu Carchide, il giovane calzolaio, nonchè ricamatore di cinture, bel giovine galante, dal viso roseo, «se tu non balli non bevi.» 
E preso il bicchiere dalle mani del vecchio lo sollevò in alto, mentre Efes guardava e tendeva le braccia animato dal brutale desiderio del vino. 
«Dammi, dammi...» 
«No, se non balli, no.» Egli fece un giro intorno a sè, reggendosi in equilibrio. 
«Bisogna anche cantare, Efes!» 
Ed egli apri la bocca puzzolente ed emise una nota rauca:

Quando Amelia sì pura e candida

Egli tentava sempre questo motivo; ma arrivato all’ultima parola contorceva la bocca come spasimando per la vana ricerca dell’altro verso che non ricordava. Anania e Bustianeddu ridevano sgangheratamente, accoccolati sulle sanse, simili a due pulcini. «Senti,» propose Bustianeddu, «mettiamogli delle spille, nel posto dove si corica.» «Perchè vuoi mettergli delle spille?» «Perchè si punga, ecco: allora ballerà davvero. Io ho le spille.» «Mettiamole,» rispose l’altro, sebbene a malincuore. L’ubriaco ballava ancora, barcollante, cascante, tendendo le mani verso il bicchiere; e la gente rideva. Ma l’allegria giunse al colmo quando entrò nel molino Nanna, l’ubriacona. Quella sera, però, ella era sana, aveva le vesti pulite e la faccia meno ripugnante del solito; i suoi occhietti brillavano d’una certa intelligenza. Era stata durante il giorno a cogliere erbe mangerecce selvatiche, e veniva a domandare un po’ d’olio per condirle. Vedendo Efes in quello stato, fatto ludibrio della gente, ella ebbe un lampo negli occhi; si avanzò, prese l’infelice per un braccio e nonostante le comiche proteste del ricco contadino, lo costrinse a sedersi su un sacco di olive.

Eleonora Duse interprete di Cenere dal romanzo della Deledda

al Manzoni dell’Addio ai monti:

ADDIO ALL’ORTHOBENE

Addio, addio, orti guardanti la valle; addio scroscio lontano del torrente che annunzia il tornar dell’inverno; addio canto del cuculo che annunzia il tornar della primavera; addio grigio e selvaggio Orthobene dagli elci disegnati sulle nuvole come capelli ribelli d’un gigante dormente; addio rosee e cerule montagne lontane; addio focolare tranquillo e ospitale, cameretta odorosa di miele, di frutta e di sogni!
Addio umili creature inconscie della propria sventura, vecchio zio Pera vizioso, Efes e Nanna disgraziati, Rebecca infelice, Maestro Pane stravagante, pazzi, mendicanti, delinquenti, fanciulle belle e inconsapevoli, bambini votati al dolore, gente tutta infelice o spregevole che Anania non ama ma sente attaccata alla sua esistenza come il musco alla pietra, gente tutta che egli abbandona con gioia e con dolore!
E addio dolcezza e luce sopra tanti oscuri dolori, arcobaleno incurvato come cornice di perle sul quadro screpolato di una miseria antica ed eterna, – Margherita, addio!

Il monte Ortobene

a momenti idillici ricchi di eco dannunziani:

PRIMA DELLA PARTENZA

Un’agitazione febbrile invase Anania; senza esitare oltre uscì e camminò come un sonnambulo per le straducole buie e deserte. Dietro i muri dei cortili, nelle rozze tettoie delle case paesane, i galli continuavano i loro canti dispettosi; l’aria umida odorava di stoppia; una povera infornatrice di pane d’orzo, che tornava dal compiere il suo faticoso mestiere, attraversò una viuzza; il passo di due alti carabinieri risuonò sinistramente sul lastrico del Corso: poi più nessuno, più nulla.
Anania rasentava i muri, pauroso d’esser riconosciuto nonostante il buio, e appena impostata la lettera si mise a correre. Ma non potè rientrare a casa; gli pareva di soffocare, aveva bisogno d’aria, di immensità. Scese verso lo stradale di Orosei, risalì il ciglione, e solo quando si trovò ai piedi dell’Orthobene respirò, aprendo le narici come un puledro sfuggito al laccio. Avrebbe voluto gridare di gioia e di spasimo. Albeggiava; tenui veli azzurrognoli coprivano le grandi valli umide, le ultime stelle svanivano. Non sapeva perchè Anania ripeteva i versi:

Care stelle dell’Orsa io non credea….

e cercava di ricacciare da sè il pensiero di ciò che aveva fatto, mentre se ne sentiva felice fino allo spasimo.
egli sarebbe al di là delle montagne, e Margherita penserebbe invano all’ignoto ranuncolo che l’amava e che era lui.
Ed ecco, una cinzia cantò nel suo nido selvaggio, nel cuore d’un elce, e nella sua nota tremolò tutta la poesia del luogo solitario; Anania ricordò allora il canto di un altro uccellino entro l’umido fogliame d’un castagno, in una lontana mattina d’autunno, lassù, lassù, in una di quelle montagne dell’orizzonte, e rivide un bimbo che scendeva lieto la china, ignaro del proprio triste destino.
“Anche adesso,” pensò rattristandosi, “anche adesso sono lieto di partire, e chissà invece che cosa mi aspetta!”

Il richiamo ad autori e “mode” culturali, ancora imperanti nell’Italia dei primi anni del Novecento, rendono questo romanzo non perfettamente riuscito, in quanto la scrittrice non riuscire a volte a trovare una propria cifra stilistica, ma ad inseguire le attese e le abitudini letterarie di lettori piccolo borghesi. D’altra parte la Deledda, anche in questo caso, mettendo in luce la storia di “un figlio del peccato” e dall’impossibilità, per lui, di non pagarne il fio, se non con il sacrificio della madre, rafforza le aspettative di tale pubblico, anche se lo problematizza facendo di Anania uno sconfitto incolpevole.

A Roma la scrittrice trova proprio un personale modus operandi: a farle da press agent sarà il marito, dando così il modo a Pirandello di ironizzare sulla coppia allora in auge con il romanzo Giustino Roncella nato Bocciolo, mentre lei si dedicherà alla lettura e alla scrittura due ore al giorno nel pomeriggio.

Grazia Deledda con Palmiro Madesani e i figli Sardus e Franz

Sarà in questo modo che continueranno ad uscire romanzi e racconti, tra cui  il più importante e quello che gli darà fama internazionale sarà Canne al vento del 1913.

Nella casa delle dame Pintor, Ruth, Noemi, Ester, discendenti di una famiglia sarda nobile andata in rovina, il servo Efix riesce a tenere in vita l’antica dignità a prezzo di grandi fatiche e di una devozione senza fine alle padrone. Egli coltiva l’ultimo podere rimasto, con i proventi del quale si mantengono le sorelle: due Ruth ed Ester, ormai rassegnate in un malinconico limbo di memorie e di antiche tradizioni, Noemi invece ancora ricca di sangue giovane, ribelle e chiusa in sdegnosa solitudine. In passato, una quarta sorella, Lia, che si era rifiutata all’egoismo del padre, era fuggita nel continente. Alla sua fuga aveva assistito, testimone silenzioso e forse innamorato, Efix, forse colpevole involontario della morte del padre che aveva tentato di fermare la figlia fuggiasca: nessuno, tuttavia, è al corrente del segreto, la morte del padre essendo stata attribuita a disgrazia. Ora, morta Lia, torna nella terra materna Giacinto, il figlio di lei, e nella vecchia casa irrompono ricordi, risentimenti, speranze, passioni dimenticate. Giacinto conduce una vita dissipata e finisce per ridurre alla rovina le zie: quando egli si allontana in cerca di lavoro, le dame Pintor sono costrette a vendere il podere a don Predu, cui Noemi, soggiogata da un rapporto di amore odio per il nipote, ha rifiutato la mano. Solo più tardi, dopo l’allontanamento di Efix dalla casa che egli crede maledetta per il delitto di cui si accusa, il suo successivo ritorno e il matrimonio di Giacinto con Grixenda la figlia della vecchia serva Pottoi, Noemi accetta le nozze ed Efix trova finalmente pace. Egli muore il giorno stesso delle nozze di Noemi: a Ester aveva detto: «Siamo canne, e la sorte è il vento!», e alla richiesta del perché del destino, Efix aveva risposto: «E il vento perché? Dio lo sa!»

Canne al vento: sceneggiato RAI

L’USURAIA POTTOI, IL SERVO EFIX E IL GIOVANE GIACINTO

Nei tempi di carestia, cioè nelle settimane che precedono la raccolta dell’orzo, e la gente, terminata la provvista del grano, ricorre all’usura, la vecchia Pottoi andava a pescare sanguisughe. Il suo posto favorito era una insenatura del fiume sotto la Collina dei Colombi presso il poderetto delle dame Pintor.
Stava là ore ed ore immobile, seduta all’ombra di un ontano, con le gambe nude nell’acqua trasparente verdognola venata d’oro; e mentre con una mano teneva ferma sulla sabbia una bottiglia, con l’altra si toccava la collana.
Di tanto in tanto si curvava un poco, vedeva i suoi piedi ondulare grandi e giallastri entro l’acqua, ne traeva uno, staccava dalla gamba bagnata un acino nero lucente che vi si era attaccato, e lo introduceva nella bottiglia spingendovelo giù con un giunco. L’acino s’allungava, si restringeva, prendeva la forma di un anello nero: era la sanguisuga.
Un giorno, verso la metà di giugno, ella salì fino alla capanna di Efix. Faceva un gran caldo e la valle era giù tutta gialla sotto il cielo d’un azzurro velato.
Il servo intrecciava una stuoia, all’ombra delle canne, con le dita che tremavano per la febbre di malaria; vedendo la vecchia che gli si sedeva ai piedi con la bottiglia in grembo, sollevò appena gli occhi velati e attese rassegnato, quasi sapesse già quello che ella voleva da lui.
«Efix, sei un uomo di Dio e puoi parlarmi con la coscienza in mano. Che intenzioni ha il tuo padroncino? Egli viene a casa mia, si mette a sedere, dice al ragazzo: suona la fisarmonica (gliel’ha regalata lui), poi dice a me: manderò zia Ester, a chiedervi la mano di Grixenda; ma donna Ester non si vede, e un giorno che io sono andata là, donna Noemi mi ha preso viva, e morta m’ha lasciata, tanti improperi mi ha detto. Tornata poi a casa, Grixenda m’ha anche lei mancato di rispetto, perchè non vuole che vada dalle tue padrone. Io non so da qual parte rivolgermi, Efix; non siamo noi che abbiamo chiamato il ragazzo dalla strada: è venuto lui. Kallina mi dice: cacciatelo fuori. Ma lei lo caccia fuori, quando ci va?»
Efix sorrise.
«Là non va certo per far all’amore!…»
Allora la vecchia sollevò irritata il viso e il suo collo parve allungarsi più del solito, tutto corde.
«E in casa mia viene forse a far all’amore? No; egli è un ragazzo onesto. Neppure tocca la mano a Grixenda. Essi si amano come buoni cristiani, in attesa di sposarsi. Dimmi in tua coscienza, Efix, che intenzioni ha? Fammi questa carità, per l’anima del tuo padrone.»
Efix diventò pensieroso.
«Sì, una sera, alla festa, egli mi disse: la sposerò…. In mia coscienza credo però che egli non possa.»
«Perchè? Egli non è nobile.»
«Non può, ripeto, donna!» disse Efix con più forza.
«Per denari ne ha, questo si vede. Spende senza contare. E il tuo padrone morto diceva, mi ricordo, quando anche lui veniva a sedersi a casa mia ed era giovine e viveva mia nonna: l’amore è quello che lega l’uomo alla donna, e il denaro quello che lega la donna all’uomo.»
«Lui? Diceva così? A chi?»
«A me, sei sordo? Sì a me. Ma io avevo quindici anni ed ero senza malizia. Mia nonna cacciò via di casa don Zame e mi fece sposare Priamu Piras. E Priamu mio era un valent’uomo: aveva un pungolo con una lesina in cima e mi diceva, avvicinandomelo agli occhi: vedi? ti porto via la pupilla viva se guardi don Zame quando ti guarda. Così passò il tempo. Ma i morti ritornano: eccoli, quando don Giacintino sta seduto sullo sgabello e Grixenda sulla soglia della porta, mi par di essere io e il beato morto…»
Quando ella incominciava a divagare così non la finiva mai, ed Efix che lo sapeva la mandò via infastidito.
«Andate in pace! Cercate anche voi un uomo con un buon pungolo, per nipote vostra!»
E la vecchia contenta di sapere che il ragazzo una sera alla festa aveva detto: “la sposerò” andò via senz’altro. Efix rimase solo in faccia alla luna rossa che saliva tra i vapori cinerei della sera, ma si sentiva inquieto: nel sopore in cui tutta la valle era immersa, il mormorio dell’acqua gli pareva il ronzio della febbre, e che i grilli stessi col loro canto si lamentassero senza tregua.
No, la vita che Giacinto conduceva non era quella di un giovane onesto e timorato di Dio: giorno per giorno le grandi speranze fondate su lui cadevano lasciando posto a vere inquietudini. Egli spendeva e non guadagnava; ed anche il pozzo più profondo, pensava Efix, ad attingervi troppo si secca.

Anchise Picchi: Canne al vento (1968)

A guardare con attenzione questo brano ci dimostra come la prosa deleddiana sia il frutto di varie influenze: da quella verista come appare nel suo incipit, con annesso, alla fine, l’uso dei proverbi: anche il pozzo più profondo ad attingervi troppo si secca; a quella lirica come nella descrizione di alcuni particolari: il servo intrecciava una stuoia, all’ombra delle canne, con le dita che tremavano per la febbre di malaria; allo stesso modo sono presenti i richiami anche ad una cultura ancestrale: ti porto via la pupilla viva se guardi don Zame quando ti guarda.

LA PARTENZA DI EFIX

Anche il viso di donna Noemi, curva cucire nel cortile, era velato d’ombra.
Efix colse una viola del pensiero dall’orlo del pozzo e andò a offrirgliela. Ella sollevò gli occhi meravigliati e non prese il fiore.
«Indovina chi glielo manda? Lo prenda».
«Tu l’hai colto e tu tienilo»
« No, davvero, lo prenda, donna Noemi».
Sedette davanti a lei, per terra, a gambe in croce come uno schiavo, prendendosi i piedi con le mani: non sapeva come cominciare, ma sapeva già che la padrona indovinava. Infatti Noemi aveva lasciato cadere la viola in una valletta bianca della tela; le batteva il cuore; sì, indovinava.
« Donna Ester, dov’è?» disse Efix curvandosi sui suoi piedi. « Come sarà contenta, quando saprà! Don Predu mi aveva fatto tornare in paese per questo…»
«Ma cosa dici, disgraziato?»
«No, non mi chiami disgraziato! Sono contento come se morissi in grazia di Dio in questo momento e vedessi il cielo aperto. Sono stato in chiesa, prima di tornar qui, e ringraziare il Signore. In coscienza mia, è così…»
«Ma perché, Efix?» ella disse con voce vaga, pungendo con l’ago la viola. «Io non ti capisco».
Egli sollevò gli occhi: la vide pallida, con le labbra tremanti, con le palpebre livide come quelle di una morta. È la gioia, certo, che la fase sbiancare così; e degli prova un tremito, un desiderio di inginocchiarsi davanti a lei e dirle: sì, sì, è una grande gioia, donna Noemi, piangiamo assieme.
«Lei accetta, donna Noemi, padrona mia? È contenta, vero? Devo dirgli che venga?»
Ella fece violenza a se stessa; si morsicò le labbra, riaprì gli occhi e il sangue torno a colorile il viso, ma lievemente, appena intorno alle palpebre e sulle labbra. Guardò Efix ed egli rivide gli occhi di lei come nei giorni terribili, pieni di rancore e di superbia. L’ombra ridiscese su di lui.
«Non si offenda se gliene parlo io per il primo, donna Noemi! Sono un povero servo, sì, ma sono chiuso come una lettera. Se lei accetta, don Predu manderà il prete a fare la domanda, o chi vuol lei…»
Noemi butto giù la viola ferita e se rimise a cucire. Pareva tranquilla.
«Se Predu ha voglia di ridere, rida pure; non m’importa nulla».
«Donna Noemi!»
«Ebbene, che hai adesso? Levati, non star lì inginocchiato, con le mani giunte! Sei stupido!»
«Ma donna Noemi, che ha? Rifiuta?»
«Rifiuto»
«Rifiuta? Ma perché, donna Noemi mia?»
«Perché? Ma te lo sei dimenticato? Sono vecchia, Efix, e le vecchie non scherzano volentieri. Non parlarmene più».
«Questo solo mi dice?»
«Questo solo ti dico».
Tacquero. Ella cuciva: egli aveva sollevato le ginocchia e si stringeva in mezzo le mani giunte. Gli pareva di sognare, non capiva. Finalmente alzò gli occhi e si guardò attorno. No, non sognava, tutto era vero; il cortile era pieno di sole e d’ombra: qualche filo di legno cadeva dal balcone come cadono le foglie dei pini in autunno; e al di là del muro si vedeva il monte bianco come di zucchero, e tutto era soave tenero come al mattino quando egli era uscito dalla casa di don Predu. Gli pareva di sentire ancora le donne a sbattere i mobili; ma erano colpi sulla sua persona; sì, qualche cosa lo percoteva, sulla schiena, sulle spalle, sulle scapole e sui gomiti e sui ginocchi e sulle nocche delle dita. E donna Noemi era lì, pallida, che cuciva, cuciva, che gli pungeva l’anima col suo ago: e le rondini passavano incessantemente in giro, sopra le loro teste, come una ghirlanda mobile di fiori neri, di piccole croci nere. Le loro ombre correvano sul terreno come foglie spinte dal vento: ed egli ricordò la pena provata nell’alzarsi di sotto al pulpito e l’ombra sul viso della Maddalena. Sospirò profondamente. Capiva. Era il castigo di Dio che gravava su di lui.
Allora, piano piano, cominciò a parlare, afferrando il lembo della gonna di Noemi, e non capiva bene ciò che diceva, ma doveva essere un discorso poco convincente perché la donna continuava a cucire e non rispondeva, di nuovo calma e con un sorriso ambiguo sulle labbra.
Solo dopo ch’egli parve aver detto tutto, tutte le miserie passate, tutti gli splendori da venire, ella parlò, ma piano, sollevando appena gli occhi quasi parlasse con gli occhi soltanto.
«Ma non prenderti tanto pensiero, Efix, non immischiarti oltre nei fatti nostri. E poi lo sai: abbiamo vissuto finora; non siamo state bene, finora? Che ci è mancato? E ti diremo avanti, con l’aiuto di Dio: il pane non mancherà. In casa di Predu c’è troppa roba e non saprei neppure custodirla».
Efix meditava, disperato. Che fare, se non ricorrere a qualche menzogna?
«Eppoi devo dirle cose gravi, donna Noemi mia. Non volevo, ma lei, con la sua ostinazione, mi costringe. Don Predu è tanto preso che se lei non lo vuole morrà. Sì, è come stregato, non dorme più. Lei non sa cosa sia l’amore, donna Noemi mia; fa morire. È Poca coscienza far morire un uomo…»
Allora Noemi rise e i suoi denti intatti luccicare sino in fondo come quelli di una fanciulla follemente allegra. Quel riso fece tanto male a Efix, lo irritò, lo rese maligno e bugiardo.
«Eppoi Un’altra cosa più grave ancora, donna Noemi! Sì, mi costringe a dirgliela. Don Giacinto minaccia di tornarsene qui… Intende?»
Ella smise di cucire, si drizzò sulla vita, si piegò indietro col viso per respirare meglio: le sue mani abbrancare la tela.
Ed Efix balzò su spaventato, credendo che ella stesse per svenire.
Ma fu un attimo. E la torno a guardarlo coi suoi occhi cattivi e disse calma: «Anche se torna non c’e piu nulla da perdere. E non abbiamo bisogno di nessuno per difenderci».
Egli raccolse di terra la viola e andò a sedersi sulla scala, come la notte dopo la morte di donna Ruth. Non si domandava più perché Noemi rifiutava la vita: gli sembrava di capire. Era il castigo di Dio su di lui: il castigo che gravava su tutta la casa. Ed egli era il verme dentro il frutto, era il tarlo che rodeva il destino della famiglia. Appunto come il tarlo egli aveva fatto tutte le sue cose di nascosto: aveva roso, roso, roso, adesso si meravigliava se tutto sera sgretolato intorno a lui? Bisognava andarsene: questo solo capiva. Ma un filo di speranza lo sosteneva ancora, come lo stelo ancor fresco sosteneva la viola livida che egli teneva fra le dita. Dio non abbandonerebbe le disgraziate donne. Andato via lui, donna Noemi, forse offesa dalla stessa maniera dell’ambasciata, si piegherebbe. Dopo tutto, due donne sole non possono vivere.
Bisognava andare. Come aveva fatto, a non capirlo ancora? Gli sembrò che una voce lo chiamasse: e una voce lo chiamò davvero, al di là del muro, dal silenzio della strada.
S’alzò e s’avviò: poi tornò indietro per riprendere la Bisaccia attaccata al piuolo sotto la loggia. Il piuolo, fisso lì da secoli, si staccò e balzò fra i ciottoli del cortile come un grosso dito nero. Egli trasalì. Sì, bisognava andarsene: anche il piuolo si staccava per non sostener più la bisaccia.
E con sorpresa di Noemi, che aveva seguito con la coda dell’occhio tutti i movimenti di lui, egli non riattaccò il piuolo, e s’avviò.

Edizione originale di Canne al vento

E’ questa una pagina in cui l’arte della Deledda emerge con evidenza. Sebbene non manchi un eccessivo intervento dell’autrice, vediamo qui come il tema della colpa d’espiare (la morte del padre delle sorelle, in questo caso di Noemi, di cui Efix s’incolpa) l’eros tabuizzato di Noemi emergano attraverso i gesti: l’accovaciarsi a gambe incrociate, la viola donata e punta, come felicità rifiutata, il volo delle rondini analogicamente accostate ad un destino funesto; elementi che hanno fatto accostare l’autrice ad una sensibilità decadente; tuttavia in questoi caso l’influenza di letture suggestionanti (gli uccelli con il simbolo della croce rimandano alle Myricae pascoliane, di solo due anni antecedenti) non inficiano la scrittura deleddiana vche comincia ad acquisire una propria asciuttezza stilistica.

La Deledda non poteva non incontrare all’interno delle sue storie, una delle figure più carismatiche della cultura sarda, quella del bandito. D’altra parte essa aveva già avuto, nella cultura verista, un antecedente illustre nella novella di Verga L’amante di Gramigna. E’ evidente che la Deledda lo inserisca all’interno di una storia fatta di divieti tra l’impulso dell’eros e quello della convenzione sociale; ma non è nemmeno un caso che non sarà lui ad essere il portatore del mondo ideologico della Deledda, ma la donna, il cui nome dà il titolo al romanzo  Marianna Sirca del 1915.

Amore rosso (tratto da Marianna Sirca) film del 1952

Marianna Sirca è una ricca proprietaria terriera che si innamora di uno dei più famosi banditi della zona, Simone Sole. L’amore è ricambiato da Simone, tanto che questi è disposto a sposare Marianna nonostante tutte le difficoltà che si interpongono fra loro e le tradizioni familiari. Alla fine, fra mille bugie e sotterfugi, Simone decide di lasciare Marianna per non rinunciare alla sua libertà e per evitarle gravi problemi con i componenti della famiglia, soprattutto con Sebastiano Sirca, cugino di Marianna, innamorato di lei e nemico di Simone. Il loro rapporto terminerà definitivamente in maniera tragica con la morte di Simone per mano di Sebastiano.

 

LA LIBERTA’ DI MARIANNA

Era sola e tranquilla; nulla le mancava; aveva intorno a sé il suo vasto patrimonio custodito da un servo fidato e d’animo semplice qual era suo padre; e laggiù a Nuoro la sua casa era anch’essa custodita dalla serva fedele che alla notte non dormiva per vegliare contro i ladri.
Nulla le mancava: eppure ripiegata su se stessa, si guardava dentro, con piena coscienza di sé, e vedeva un crepuscolo, sereno, sì, ma crepuscolo: rosso e grigio, grigio e rosso e solitario come il crepuscolo della tanca.
Le sembrava di esser vecchia; si rivedeva bambina in quel luogo medesimo, la prima volta che l’avevano condotta lassù e qualcuno le aveva sussurrato all’orecchio: “se sarai brava tutto questo sarà tuo.” E lei s’era guardata attorno, coi suoi occhi placidi, senza meraviglia e senza desiderio, pure rispondendo di sì. E gira di qua, gira di là, non troppo lontano per non smarrirsi, aveva trovato un nascondiglio, una pietra scavata come una culla, e vi si era messa dentro, tutta contenta di essere sola, padrona di tutto, ma nascosta a tutto: e le pareva di essere come il nocciolo dentro il frutto, come l’uccellino dentro l’uovo. Così, rannicchiata, contenta che i pastori non la prendessero per la sottanina, al suo passare, e le dicessero ammiccando: “mi presti il tuo posto, Marianna?” s’era anche addormentata. Ed ecco si svegliava, dopo tanti anni. Ne aveva trenta, adesso, e ancora neppure conosceva l’amore. L’avevano allevata apparentemente come una ragazza di famiglia nobile, destinata ad un ricco matrimonio; in realtà la sua vita era stata quella di una serva sottomessa non solo ai padroni ma ai servi di maggior grado di lei.  

LA LIBERTA’ DI SIMONE

«Lo vedi? Ti ha ingannato. E chi sa se tu, conoscendo tutta la verità, avresti pronunziato quella parola! Chi sa mai nulla? Tu credi che Simone ti lasci per amore, per debolezza, e invece ti lascia per vanità o per coraggio, forse… Chi sa mai nulla? Intanto io non ti ho detto tutto, disgraziata. Non ti ho detto che quei tre di un anno fa sono venuti ancora a cercare Simone, e lo hanno lusingato, adulato, e il più giovane, Bantine Fera, ha riso sapendo Simone innamorato, ed ha sputato in segno di disprezzo sapendo che Simone voleva sposarsi in segreto e presentarsi al giudice. Ecco perché Simone ti lascia: perché ha vergogna di amare. Io avevo un bel predicare: un bel dirgli: “Simone, bada alla tua coscienza, Simone, non rendere infelice una donna che ti ama”. Finché è stato davanti a me, soli, ha riso di me e delle mie prediche; lui è il più forte, o si crede il più forte, e si capisce che ascoltava solo il suo desiderio. Ma venuto l’altro, Bantine Fera, che è più forte di lui, si è piegato; ma per fingere anche a se stesso che è forte, ha tirato fuori la solita scusa: che non sapeva cosa si faceva, ch’era ammaliato, che tu lo avevi ammaliato, ma che ora vuol essere forte, libero, generoso. Perché Bantine Fera ha abbandonato una donna (che non valeva neppure l’unghia tagliata del dito mignolo del tuo piede, Marianna!) anche lui ti abbandona. E ti ama, Marianna! Chi non deve amarti? Scendessero i giganti dal monte si piegherebbero davanti a te. Ma egli vuole imitare Bantine Fera: ed egli esagera; per imitarlo, gli corre davanti come il cane corre davanti al cavallo!»

Banditismo sardo primi Novecento

Questi due brani metteno bene in luce l’impossibilità di realizzazione dell’amore tra Marianna e Simone, quasi fosse ciascuno “geloso” della propria libertà. Ma, a leggere il romanzo, non è così. Il bandito Simone Sole non è un personaggio negativo: vive in lui (e nel suo nome) un codice accettato dalla comunità in quanto egli si è fatto bandito perchè non vi era altro modo per uscire dallo stato di servaggio cui era destinato. Costretto dalla situazione a doversi occupare della famiglia e delle sorelle, si era dato alla latitanza, ma non aveva mai ucciso nessuno. D’altra parte gli altri banditi (il più feroce Bantine Fera, anche qui nomen omen) vengono visti dal giovane Simone come sostitutivi di un padre che lui non ha conosciuto.

Permangono in questo caso nella narrativa della Deledda, elementi che ci riportano alla visione di un bandito di maniera, d’ascendenza romantica, cui la scrittrice ci dà gesti che ci rimandano ad una adolescenza non pienamente vissuta, come se Marianna potesse rappresentare anche una figura protrettrice materna, come quando lui le pioggia il capo nel grembo.

Tutto il romanzo è pervaso da elementi naturalistici  che simboleggiano lo stato d’animo, raffigurando le montagne d’Oliena e la loro solitudine come specchio della solitudine dei personaggi.

Un’altra delle prove più riuscite della Deledda è senz’altro La madre (1919), più che un romanzo una novella lunga in cui riappaiono i suoi classici temi: la colpa e la lotta per sconfiggerla attraverso un sacrificio. In questo caso la colpa è rappresentata dall’amore “impossibile” tra il prete Paulo e la bella Agnese ed il sacrificio di Maria Maddalena:

La protagonista è Maria Maddalena, madre di Paulo, il parroco di Aar (nome immaginario), un paesino sui monti sardi. Paulo si è innamorato della giovane Agnese, che vive sola, e ben presto fra i due nasce una relazione amorosa. Paulo è diviso fra l’amore per Dio e quello per la bella parrocchiana. Maria Maddalena, che tanti sacrifici ha fatto nella sua vita per allevare il figlio, scopre la relazione e inizia a tormentarsi. A un certo punto Paulo, spinto da sensi di colpa, decide di lasciare Agnese, la quale in un primo momento vorrebbe vendicarsi rendendo nota la vicenda all’intera comunità. Ma la donna infine rinuncia al suo proposito: ciò nonostante la madre di Paulo, profondamente provata dal dolore e dall’angoscia, muore all’improvviso in chiesa, lasciando nel prete un grande rimorso.

Immagine di copertina del romanzo deleddiano

PAULO E LA MADRE

Attraversò le stanzette seguendo quel sentieruolo di luce, inciampò sullo scalino dell’uscio di cucina e arrivò fino al focolare con le mani tese in avanti come per salvarsi dalla caduta.
«E perché siete ancora alzata?», domandò con tono brusco.
La madre si volse, pallidissima nel viso, ancora improntato dalla maschera del sogno; era ferma, però, quieta, quasi dura: i suoi occhi cercavano gli occhi del figlio, mentre lui sfuggiva quello sguardo.
«Ti aspettavo, Paulo. Dove sei stato?»
Egli sentiva che qualunque parola che non fosse la verità, sarebbe stata fra loro due una commedia inutile: eppure bisognava mentire.
«Da una malata», rispose subito.
La sua voce forte parve per un attimo dissipare il cattivo sogno. Un attimo. La madre s’illuminò di gioia: poi l’ombra le ricadde sul viso, sul cuore.
«Paulo», disse piano, abbassando gli occhi con un senso di vergogna, ma senza esitare oltre, «avvicinati, devo parlarti.»
E sebbene egli non s’avvicinasse, continuò sottovoce, come parlandogli all’orecchio: «Lo so, dove sei stato. È da parecchie notti che ti sento uscire; e questa sera ti son venuta appresso, e ho veduto dove entravi. Paulo, pensa a quel che fai».
Egli taceva: pareva non avesse sentito. La madre tornò a sollevare gli occhi; lo vide alto sopra di lei, d’un pallore di morte, immobile sulla sua ombra sul muro come Cristo sulla croce. E avrebbe voluto che egli gridasse, protestando la sua innocenza. Egli invece ripensava al grido dell’anima sua davanti alla porta della chiesa: ed ecco che Dio l’aveva inteso e gli mandava incontro la madre stessa per salvarlo. Desiderò piegarsi, caderle sul grembo, pregarla di condurlo subito via così un’altra volta dal paesetto; e nello stesso tempo sentiva il mento tremargli per l’umiliazione e la rabbia: umiliazione di vedere la sua debolezza scoperta; rabbia di essere stato sorvegliato e spiato. Eppure soffriva anche per il dolore che dava a lei.
Pensò subito che non solo bisognava salvarsi, ma salvare anche le apparenze.
«Mamma», disse avvicinandosi e posandole una mano sulla testa; «vi dico che sono stato da una malata.»
«Non vi sono malati in quella casa.»
«Non tutti i malati stanno a letto.»
«E allora tu sei malato più della donna che vai ad assistere, e bisogna che ti curi. Paulo, io sono una donna ignorante, ma sono tua madre: e ti dico che il peccato è una malattia peggiore di ogni altra perché intacca l’anima. Eppoi», aggiunse prendendogli la mano e tirandolo giù perché egli si piegasse e ascoltasse meglio, «non sei tu solo che devi salvarti, figlio di Dio… Pensa che non devi perdere l’anima di lei… e neppure portarle danno in questa vita.»
Egli si era piegato alquanto, ma tosto si raddrizzò come una verga d’acciaio: la madre lo aveva colpito al cuore. Sì, era vero, in tutta quell’ora d’inquietudine, dopo lasciata la donna, non aveva pensato che a sé solo.
Tentò di ritirare la mano, da quella dura e fredda di lei, ma la sentì stretta in modo insostenibile; ed ebbe l’impressione di essere legato, arrestato, condotto in carcere.
Di nuovo pensò a Dio. Era Dio che lo legava; bisognava lasciarsi condurre; ma provava anche l’irritazione e la disperazione dell’arrestato colpevole, che non vede via di scampo.
«Lasciatemi», disse aspro, ritirando a forza la mano, «non sono più un ragazzo, e vedo da me il mio bene e il mio male.»
Allora la madre si sentì gelare tutta: le parve ch’egli le avesse confessato il suo errore.
«No, Paulo, tu non vedi il tuo male. Se tu lo vedessi non parleresti così.»
«E come dovrei parlare?»
«Dovresti non gridare, e dirmi che non c’è nulla di male, fra te e la donna. Invece, questo tu non dici, perché in tua coscienza non puoi dirlo: e allora è meglio che tu non parli. Non parlare: non te lo domando; ma pensa bene a quello che fai, Paulo…»
Paulo infatti taceva, scostandosi lentamente: arrivato in mezzo alla cucina si fermò, aspettando ch’ella proseguisse.
«Paulo, io non ho altro da dirti, e non voglio dirti più nulla. Ma parlerò di te con Dio.»
Allora egli le balzò di nuovo accanto, parve volesse percuoterla; i suoi occhi luccicavano.
«Basta!» gridò. «Fareste bene davvero a non parlare più di questo; né con me né con nessuno. Tenetevi per voi le vostre immaginazioni.»
Ella si alzò, dura, ferma: lo afferrò per le braccia e lo costrinse a guardarla negli occhi; poi lo lasciò e tornò a sedersi, con le mani intrecciate sul grembo e i pollici che si premevano e si facevano forza l’uno con l’altro.

Mario Monicelli: Proibito (1954) tratto da La madre della Deledda

E’ questo un brano dove l’incontro/scontro vive quasi il momento del rovesciamento sacramentale: è il parroco che deve confessarsi alla figura che meglio conosce la sua anima, la madre. Ma è proprio perché lei è capace di leggergli l’anima, che mette a nudo il suo senso di colpa, che rende palese il suo venir meno al dovere, che viene a svelare le contraddizioni che l’uomo Paulo vive.

Forse non siamo ancora nella critica del celibato, come in qualche modo lo era stato per la monacazione forzata (a partire dal Manzoni fino ad arrivare a Verga), ma siamo invece nella descrizione virtuosa di un personaggio tolstojano: Maria Maddalena rappresenta infatti la coscienza pura posta di fronte al male (rappresentato in tutta la storia dal vento, simbolo che acquista valenza demoniaca)

L’EPILOGO IN CHIESA

Egli sentiva quel soffio di morte.
Come nelle mattine rigide di gennaio, aveva la punta delle dita ghiacciate; il tremito alla nuca lo scuoteva più forte. Quando si volse per la benedizione, vide Agnese che lo guardava. I loro occhi s’incontrarono, in un baleno di luce, ed egli, come gli annegati che vanno a fondo, ricordò in quell’attimo tutta la gioia della sua vita, unica gioia tutta venuta dall’amore di lei, dal primo sguardo, dal primo bacio di lei.
La vide alzarsi col suo libro in mano.
«Dio mio, sia  fatta  la tua  volontà», gemette  inginocchiandosi; e gli  parve di essere davvero nell’Orto degli Ulivi, sotto l’imminenza del destino inevitabile.
Pregava ad alta voce, ed aspettava; e tra il mormorìo delle preghiere gli sembrava di sentire il passo di Agnese che si avanzava verso l’altare.
«Eccola… s’è alzata dalla panca, è nello spazio fra la panca e l’altare. Eccola… è lì che cammina: tutti la guardano. È lì alle mie spalle.»
L’ossessione   lo   riprese   così   forte   che   la   voce   gli   si   fermò   in   gola.  Vide   Antioco,   che   già cominciava a spegnere i ceri, volgersi d’improvviso e guardare; e non ebbe più dubbio. Ella era lì, alle sue spalle, sui gradini dell’altare.
Si alzò; gli parve di toccare la volta con la testa e di sentirsi schiacciare; le ginocchia gli si piegavano di nuovo, ma con uno sforzo riuscì a risalire il gradino e ad andare verso l’altare per riprendere la pisside.
E volgendosi per rientrare in sagrestia vide Agnese che dalla sua panca s’era avanzata fino alla balaustrata e s’apprestava a salire i gradini.
«Dio, Signore, perché non mi hai permesso di morire?»
Egli piegò la testa sulla pisside; e parve esporre la nuca pallida al colpo di scure che doveva ferirlo.
Avanzandosi verso l’uscio della sagrestia vide però Agnese che si piegava anche lei, inginocchiandosi sul gradino sotto la balaustrata.
Ella aveva urtato col piede il primo gradino sotto la balaustrata e come se una muraglia le si fosse d’improvviso alzata davanti, si era piegata sulle ginocchia. Non poteva andare più oltre. Un fitto velo le offuscava gli occhi.
Solo dopo qualche momento rivide i gradini, il tappeto giallastro ai piedi dell’altare, l’altare fiorito e la lampada accesa.
Ma il prete era scomparso: al suo posto un raggio obliquo di sole attraversava l’aria e metteva una macchia d’oro sul tappeto.
Ella si fece il segno della croce, s’alzò e andò verso la porta. La serva la seguiva: i vecchi, le donne, i fanciulli si volgevano a guardarla e le sorridevano e la benedicevano con gli occhi, come la loro padrona, il loro simbolo di bellezza e di fede: tanto lontana da loro eppure in mezzo a loro e alla loro miseria come la rosa canina in mezzo al rovo.
Prima di uscire, la serva le porse con la punta delle dita l’acqua santa, e sulla porta si chinò per sbatterle con la mano la polvere del gradino dell’altare che le era rimasta sulla veste.
Nel sollevarsi vide il viso pallidissimo di Agnese rivolto verso l’angolo della chiesa ov’era la medre del prete: e questa che stava immobile, seduta contro la parete, con la testa piegata sul petto, e pareva facesse forza a raggere appunto la parete come avesse tomore che crollasse.
Una donna, accorgendosi dell’attenzione di Agnese e della serva, si volse anche lei a guardare; poi d’un balzo s’accostò alla madre del prete, la chiamò sottovoce, le sollevò il viso con la mano.
Gli occhi della madre erano socchiusi, ma vitrei, e la pupilla era salita in su, scomparsa; il rosario le cadde di mano, la testa si piegò sul fianco della donna che la reggeva.
«È morta», gridò la donna.
In un attimo tutti furono in piedi, tutti in fondo alla chiesa.
Paulo intanto era già rientrato nella sagrestia, con Antioco che riportava il libro degli Evangeli.
Tremava: tremava di freddo e di gioia; aveva veramente l’impressione di uno scampato da un naufragio, e sentiva il bisogno di muoversi, per scaldarsi, per convincersi che tutto era stato un sogno.
Un rumore confuso di voci, dapprima lieve, poi sempre più forte, saliva dalla chiesetta, Antioco sporse la testa dall’uscio e vide tutta la gente laggiù ferma in fondo, come se la porta fosse ostruita; ma già un vecchio saliva gli scalini dell’altare facendo dei cenni misteriosi.
«La madre si sente male.»
Paulo fu giù di volo, ancora rivestito del càmice, e s’inginocchiò, stretto dalla folla, per guardare meglio la madre distesa sul pavimento con la testa sul grembo di una donna.
«Madre, madre?»
Il viso era fermo e duro, gli occhi socchiusi, i denti ancora stretti nello sforzo di non gridare.
Egli intese subito ch’ella era morta della stessa pena, dello stesso terrore che egli aveva potuto superare.
E anche lui strinse i denti per non gridare, quando sollevò gli occhi e nella nuvola confusa della folla che gli si accumulava attorno incontrò gli occhi di Agnese.

“Nella serie dei colloqui tra madre e figlio la tensione narrativa acquista sempre più luce: ma non si risolve. Né l’angoscia dei cuori smarriti trova sbocco quando finalmente vediamo il prete Paulo di fronte alla donna di cui è innamorato e che ora è deciso a lasciare. Il dramma dell’esistenza non può aver compimento verbale. Solo affermandosi nell’azione l’individuo determina il suo destino: è la forma suprema di agire e quella che rinnega l’agire stesso, rovesciandosi nella rinuncia, nel sacrificio, infine nella morte. Tale è il paradosso mistico che sorregge la solennità tormentosa dell’ultimo episodio, la messa celebrata da Paulo in presenza dell’amante Agnese e della madre Maria. Nessuno scambio di parole: nel silenzio, il prete vittorioso sulla sua carne si ritrova in comunione d’amore spirituale con la donna abbandonata; smettendo i propositi di vendetta, costei recupera il senso del dovere morale e sociale; la madre infine, che salvando il figlio ha dato più intera testimonianza di sé, silenziosamente muore, addossata al muro della chiesa.” (Vittorio Spinazzola).

In questo breve romanzo emerge una scaltrezza compositiva che lo rende meno enfatico e quindi più asciutto rispetto ad altre prove: gli elementi simbolici non vengono palesati dalla narratrice, ma appaiono rivissuti tra i protagonisti; si pensi al vento che sferza nel paese, come afflato diabolico che spinge al peccato, si pensi alla redenzione di Paulo, vissuta con quell’apparizione del sole durante la messa, pennellate descrittive che tuttavia rendono il racconto carico di un atmosfera non definita, evanescente.

L’attività letteraria di Grazia Deledda è ricca, ancora capace di offrire sia romanzi, la cui ambientazione esuli da quella sarda come Annalisa Bilsini (1927) od opere dall’ambiente vago, ma capaci d’interpretare le più importanti innovazioni letterarie di allora come Il paese del vento (1931) o affrontando la malattia che già la minava La chiesa della solitudine (1936) ultimo romanzo pubblicato in vita – morirà lo stesso anno.

Grande è stata, inoltre, la sua produzione novellistica, iniziata già nel 1894 con Racconti sardi e proseguita con Il nonno (1906), Il fanciullo nascosto (1915) e Il flauto nel bosco (1923), giusto per citare alcune tra le più famose raccolte.

Nel 1926 l’Accademia di Svezia gli assegna il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

La data in cui le venne conferito il premio non può esimerci da una piccola riflessione sui rapporti tra la Deledda ed il fascismo. Ci racconta Maria Elvira Ciusa nella bella biografia a lei dedicata:

Dopo qualche giorno fu invitata a Palazzo Venezia. Nella Sala del Mappamondo la Deledda donava Mussolini una sua immagine e riceveva in cambio un ritratto fotografico del Duce con dedica autografa. Quando le fu chiesto cosa il regime potesse fare per lei, rispose: «Niente. Si poteva far ritornare dal confino un uomo buono e giusto.» Elia Sanna, che aveva acquistato la casa Natale della Deledda, ritornò a Nuoro senza sapere che avesse interceduto per lui. Ad un alto funzionario che l’accompagnava insieme al marito all’uscita da Palazzo Venezia e chiedeva alla scrittrice: «Ora lei scriverà per il regime», rispondeva in modo lapidario: «L’arte non ha politica». Dopo questo fatto i librai ricevettero l’ordine di non pubblicizzare le sue opere e i proventi sulle percentuali delle vendite dei suoi romanzi diminuirono, come rilevò in seguito l’editore Treves alla stessa Deledda.

Qualcuno reputa il suo libro più intenso, quello pubblicato postumo, nel 1937 con dapprima il titolo Cosima quasi Grazia, e poi solo Cosima

COSIMA

La casa era semplice, ma comoda: due camere per piano, grandi, un po’ basse, coi pianciti e i soffitti di legno; imbiancate con la calce; l’ingresso diviso in mezzo da una parete: a destra la scala, la prima rampata di scalini di granito, il resto di ardesia; a sinistra alcuni gradini che scendevano nella cantina. Il portoncino solido, fermato con un grosso gancio di ferro, aveva un battente che picchiava come un martello, e un catenaccio e una serratura con la chiave grande come quella di un castello. La stanza a sinistra dell’ingresso era adibita a molti usi, con un letto alto e duro, uno scrittoio, un armadio ampio, di noce, sedie quasi rustiche, impagliate, verniciate allegramente di azzurro: quella a destra era la sala da pranzo, con un tavolo di castagno, sedie come le altre, un camino col pavimento battuto. Null’altro. Un uscio solido pur esso e fermato da ganci e catenacci, metteva nella cucina. E la cucina era, come in tutte le case ancora patriarcali, l’ambiente più abitato, più tiepido di vita e d’intimità.
C’era il camino, ma anche un focolare centrale, segnato da quattro liste di pietra: e sopra, ad altezza d’uomo, attaccato con quattro corde di pelo, alle grosse travi del soffitto di canne annerite dal fumo, un graticcio di un metro quadrato circa, sul quale stavano quasi sempre, esposte al fumo che le induriva, piccole forme di cacio pecorino delle quali l’odore si spandeva tutto intorno. E attaccata a sua volta a uno spigolo del graticcio, pendeva una lucerna primitiva, di ferro nero, a quattro becchi; una specie di padellina quadrata, nel cui olio allo scoperto nuotava il lucignolo che si affacciava a uno dei becchi. Del resto tutto era semplice e antico nella cucina abbastanza grande, alta, bene illuminata da una finestra che dava sull’orto e da uno sportello mobile dell’uscio sul cortile. Nell’angolo vicino alla finestra sorgeva il forno monumentale, col tubo in muratura e tre fornelli sull’orlo: in un braciere accanto a questi si conservava, giorno e notte accesa e coperta di cenere, un po’ di brage, e sotto l’acquaio di pietra, presso la finestra, non mancava mai, in una piccola conca di sughero, un po’ di carbone; ma per lo più le vivande si cucinavano con la fiamma del camino o del focolare, su grossi treppiedi di ferro che potevano servire da sedili. Tutto era grande e solido, nelle masserizie della cucina; la padella di rame accuratamente stagnate, le sedie basse intorno al camino, le panche, la scansia per le stoviglie, il mortaio di marmo per pestare il sale, la tavola e la mensola sulla quale, oltre alle pentole, stava un recipiente di legno sempre pieno di formaggio grattato, e un canestro di asfodelo col pane d’orzo e il companatico per i servi.

Disegno per Cosima

Gli oggetti più caratteristici stavano sulla scansia; ecco una fila di lumi di ottone, e accanto l’oliera per riempirli, col lungo becco e simile a un arnese di alchimista: e il piccolo orcio di terra con l’olio buono, e un armamento di caffettiere, e le antiche tazze rosse e gialle, e i piatti di stagno che parevano anch’essi venuti da qualche scavo delle età preistoriche: e infine il tagliere pastorale, cioè un vassoio di legno, con l’incavo, in un angolo, per il sale.
Altri oggetti paesani davano all’ambiente un colore inconfondibile: ecco una sella attaccata alla parete accanto alla porta, e accanto un lungo sacco di tessuto grezzo di lana, che serviva da mantello e da coperta al servo: e la bisaccia anch’essa di lana, sulla quale alla notte dormiva, quando era in paese, lo stesso servo, pastore o contadino che fosse.
(…)
A questo portone, una mattina di maggio, si affaccia una bambina bruna, seria, con gli occhi castanei, limpidi e grandi, le mani e i piedi minuscoli, vestita di un grembiale grigiastro con le tasche, con le calze di grosso cotone grezzo e le scarpe rustiche a lacci, più paesana che borghese, e aspetta, dondolandosi, che passi qualcuno o qualcuno si affacci a una finestra di fronte, per comunicare una notizia importante. Ma la strada, stretta e sterrata, in quell’ora fresca del mattino è ancora deserta come un sentiero di campagna, e nella vecchia casa di contro, anch’essa con l’alto muro di un cortile a fianco e un portone rossastro, non si vede nessuno.
(…)
Odori di campagna vengono dal fondo della strada; il silenzio è profondo, e solo il rintocco delle ore e dei quarti suonati dall’orologio della cattedrale, lo interrompono. Passano le rondini a volo, sul cielo azzurro denso, un po’ basso come nei paesaggi dei pittori spagnoli, ma anche le rondini sono silenziose. Finalmente una finestra si apre nella casa di fronte, e un viso bruno, coi grandi occhi velati dei miopi, si sporge a guardare qua e là negli sfondi della strada. È la signorina Peppina, la nipote del canonico. La bambina si solleva tutta, afferrandosi allo spigolo del portone per allungarsi meglio, e grida la notizia per lei importantissima: «Signora Peppina, abbiamo un bambino nuovo: un Sebastianino». Risultò poi che era una femmina: ma la bambina desiderava un fratellino; e se lo era inventato, col nome e tutto.

I ricordi di bambina che riafforano nella sua casa romana, forse quando lei era già consapevole della malattia, si caricano di valenze che vanno al di là di una pura e semplice descrizione d’oggetti: la classica cucina sarda, il suo mobilio, le presenze evocate umane, il silenzio di una città piccola, provincia fra le più lontane d’Italia, riescono in lei ad assumere quel carattere atemporale che sembra trascolorare in forma mitica.

Non c’è qui alcun sentimentalismo, ma una incredibile capacità di rendere e renderci uno spaccato che va al di là del puro verismo.

Pietro Novellini: Riratto di Grazia Deledda

La critica si è spesso divisa sulla figura e sul valore  letterario dell’opera di Grazia Deledda, nonostante il successo internazionale ed il premio Nobel. Posta tra la fine dell’esperienza verista, la sua posizione periferica sembra averla relegata come una tarda descrittrice di una realtà così lontana e quasi esotica come quella sarda; ma le sue storie, così cariche di impulsi repressi, credenze ancestrali e quindi atemporali, elementi simbolici tra paesaggi fortemente evocativi e stati d’animo problematici sembrano avvicinarla a nuove esperienze decadenti.

Certo non si può dire che la scrittrice sarda sia aliena da influenze culturali, ma a caratterizzare la sua scrittura sta sia la sua auto formazione, fatte di letture le più disparate, sia l’impulso “quasi naturale” del narrare. Infatti la sua vocazione appare sin da subito più parte integrante della sua personalità e tale vocazione trova forma soprattutto nella lettura biblica, che le offre sia la semplicità del dettato e la sua esemplarità su ciò che è colpa e peccato. Vi è in lei quasi l’intuizione di come questa colpa, in una realtà così chiusa ed ancestrale come quella nuorese, vada a riferirsi sempre in un impulso represso dell’eros, coercizzandolo come se fosse l’unico modo attraverso cui l’uomo possa essere “salvato” dal peccato originale. Ed è qui che sta la sua peculiarità, non per niente apprezzata da David Herbert Lawrence autore del celeberrimo L’amante di Lady Chatterley.

 

 

 

 

 

SERGIO ATZENI

Accadde oggi. 6 settembre 1995: muore Sergio Atzeni | Cagliari - Vistanet

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni nasce a Capoterra nel 1952 e vive la sua infanzia nella città di Cagliari. Si trasferisce a Orgosolo, dove frequenta le scuole medie per far ritorno a Cagliari dove studia nel liceo Siotto e dove s’iscrive nella facoltà di filosofia, senza mai riuscire a laurearsi.

Le lotte politiche dei primi anni Settanta lo vedono protagonista sia da un punto di vista di partecipazione agli eventi che anche nell’isola hanno caratterizzato quegli anni, sia come base su cui iniziare un discorso intellettuale che si concretizza con Violenza e canto per il Cile (mix di recitazione e canto) e Quel maggio 1906. Ballata per una rivolta cagliaritana messo in scena nel 1976 e quindi pubblicato in volume.

Quel maggio 1906 - Libri Sardi

Sono questi ancora testi ingenui, in cui l’intento dimostrativo prevale su quello propriamente letterario, ma sono altresì testi in cui comincia la maturazione anche stilistica di Atzeni, quel suo frantumare la frase, l’articolare il discorso in quadri scenici che saranno ancora caratteristici nell’Atzeni maggiore.

Sempre nel 1976 comincia a collaborare a L’Unità nella sua redazione di Cagliari, a Rinascita sarda e a La Nuova Sardegna. Quel lavoro giornalistico gli serve per immergersi nei problemi della città, per coglierne gli aspetti evoluzionistici e per mettere in risalto le classi più disagiate della città.

Tuttavia l’instabilità del lavoro giornalistico, l’esigenza di dare uno sbocco professionale alla sua vita lo fanno piegare verso forme professionali che, se pur non gradite sono “sicure”. Vince un concorso all’ENEL e lì lavorerà per dieci anni, fino al 1986.Palazzo Enel, Gigi Gho, Cagliari, Sardinia, designed 1947, completed 1961.

Palazzo dell’Enel a Cagliari, costruito nel 1948

La scrittura dunque sarà per lui uno sfogo necessario, ma nel contempo inseguita con metodo, con rigore, sapendo che essa non è risposta immediata dell’io, ma ricerca anche della parola, capace di rendere lo spirito di un’intera storia e dell’insieme del popolo che la fa e la vive.

Nel 1978, in collaborazione con la moglie Rossana Copez, dà vita alla raccolta Fiabe sarde, e nel 1981 manda, quasi per gioco, un racconto giallo al “Mystfest” Gli amori, le avventure e la morte di un elefante bianco, pubblicato poi tra i gialli della Mondadori.

E’ del 1984 Araj dimoniu (ripubblicato da Sellerio nel 1996 nel volume Bellas mariposas col titolo Il demonio è cane bianco) prova nella quale, per la prima volta, Atzeni usa la “sua lingua” disadorna, mescolata tra tradizione letteraria, sardo, spagnolo, in un “pastiche” tipico della sua capacità di mescolare registri stilistici diversi.

La scoperta di Atzeni autore avviene, tuttavia, nel 1986, col balzo dalle piccole case editrici sarde ad una nazionale, la Sellerio di Palermo. Il grosso della critica e del pubblico sembrano per un momento non accorgersi del romanzo Apologo del giudice bandito, ma egli intanto si costruisce la sua vocazione di scrittore di “nicchia”, di cui lo stesso Atzeni è consapevole, in quanto autore “difficile” che si segnala per la struttura compositiva e per l’ardimento stilistico della sua prosa.

La motivazione del suo primo romanzo importante ce la offre egli stesso:

Raccontare Cagliari è stato uno dei motivi che mi ha spinto a cercare di scrivere racconti. Avevo notato che nei giornali, in televisione, quando si prendevano descrizioni di Cagliari, o di alcune zone di provincia, si finiva sempre per citare autori non sardi, come se non ci fosse una descrizione di Cagliari o del Campidano nella nostra letteratura. C’è molto di più sulla Barbagia, mentre nel Sud c’è pochissimo. Ad un certo punto mi è sembrato che non ci fossero descrizioni di Cagliari fatte da scrittori locali. Mi ha fatto pensare a scrivere un racconto dove ci fosse qualche riga che descrivesse la città non dal punto di vista esterno, di chi viene in visita, ma dal punto di vista interno, di chi ci abita.

Nel contempo Atzeni ha voluto in qualche modo sottolineare il dato fantastico che egli dà alla sua storia: l’Apologo del giudice bandito infatti, pur partendo da un dato storico (il processo alle cavallette tenuto a Cagliari nel 1492) mescola poi questo dato con la fantasia, dando vita quindi ad un racconto in cui si spezzano, si riallacciano, si scompongono dati fino a dar vita a un nuovo possibile intreccio.Amazon.it: Apologo del giudice bandito - Atzeni, Sergio - Libri

Il romanzo è ambientato nella Sardegna del 1492 devastata dall’ennesima invasione delle cavallette e dall’oppressione spagnola, mentre i sardi sono ridotti a schiavi o nascosti nelle montagne. E’ il potere, costituito in questo caso dal vicerè Don Ximene e l’arcivescovo Gabriel Cardano,  che istituisce un delirante processo contro le cavallette al fine di placare l’ira e la paura popolare. Durante il processo e l’assurda condanna si intrecciano le vicende di vari personaggi, grassi e stupidi baroni spagnoli, la schiava Juanita indomita ed in fuga per difendere la sua virtù e quel poco di libertà, bambini irriverenti che fanno dispetti a gesuiti avidi e condannati a condannare delle bestie, sardi saggi e conoscitori del futuro ed il giudice, catturato, gettato nel pozzo ma anche da là in grado di fare qualcosa. I personaggi più che il processo o meglio, l’auto da fé, sono i veri protagonisti e motori delle vicenda: la maggior parte di essi sono sempre in moto, un moto continuo, accelerato che si fa via via sempre più frenetico e che li porta a non andare da nessuna parte. Ma se la follia si muove vorticosamente nel tentativo di risolvere l’irrisolvibile, Itzoccor, il giudice bandito del titolo, prigioniero sul fondo del pozzo del palazzo, è immobile, nutrendosi di topi e giocando a shah (i moderni scacchi): è lui a porre un punto alla vicenda a condurla verso la sua inevitabile conclusione.
 

L’AUTO DA FE’ 

Un fascio di luce cala dal lucernaio su uno scrittoio nero. Padre Gabriel Cordano leva il bicchiere ai raggi del sole, che suscitano bagliori «Ave color vini clari…» sussurra e beve lento, sorso a sorso, gli occhi marrone vanno dal vino dorato nel vetro verde scuro ai codici custoditi nelle teche di argille perché l’umidità della città non li faccia ammuffire.
Sullo scrittoio uno scrigno giallo e azul e del maestro Manuele di Antiochia. Sulla ribalta e dipinta una natività, la chioma della vergine è una cometa. Padre Gabriel estrae un foglio bianco. Una delle copie di lettere del viceré perdute da chissà chi davanti alla porta della cella. La prima lettera, erano passati 30 giorni dall’arrivo a Caglié quando l’ha trovata. Trenta giorni. Il tempo di capire che “Gabrielito carissimo” non avrebbe usato il tribunale come arma vicereale, com’era stato in precedenza. Gabriel legge con gli occhi “beffardo e incostante, contrario per indole qualunque tema sia in questione, portato per natura alla loquela di false opinioni, dedito a consorterie clandestine, licenzioso”.
Il Monaco conserva il foglio nello scrigno. “Manca soltanto regicida” pensa “i malvagi usano le parole per confondere il vero, ma le parole bene usate stringeranno i colpevoli in gabbie più ferree delle vergini chiodate…”
Davanti a una croce alla sardesca, nera e rozza, senza corpo del Cristo né chiodi né spine, nient’altro che legno nero, Gabriel prega: «Fac me cruce custodiri, morte Cristi premuniri, confoveri gratia, quando corpo morietur fac un animae donetur paradisi gloria».
Con la mano si segna. Esce dalla cella. Il corridoio è buio.
Scende, poi sale, per gradini per gradini alti e stretti, scivolosi.
Svolta una, due e tre volte.
Cammina veloce come conoscesse il tragitto a memoria e l’avesse già percorso molte volte come oggi, senza torcia, come vedesse al buio.
Entra nell’aula da una porticina nera.
Ai lumi delle candele la sua ombra si allunga sulle pareti. Le gambe paiono quelle di un gigante. Spariscono poi riappaiono più lunghe, mostruose.
Avanza fino allo scranno del giudice. Guarda le croci rosse dei sambenitos fra le fiamme. China il capo. Allunga le mani sui fianchi.
«In piedi!» intima la voce profonda di un consultor. Sotto le arcate che già il comando, seguito dallo strascichio di piedi degli uomini che si sollevano dagli scranni. Le fiamme delle candele vacillano anche se la porta e le finestre sono tutte chiuse.
Don Ximene guarda il crocifisso castigliano che sovrasta il giudice: Cristo e d’argento, grande come un uomo vero, gli occhi sono zaffiri, dalle ferite colano scie di rubini, la croce è di pece nere come la notte, scintillante alle fiamme, affissa al muro su un letto di seta rossa. Le candele vacillando animano l’ombra, l’uomo d’argento si muove come tentasse di strapparsi alla croce. Nell’anima di Don Ximenes si insinua un brivido di paura. Ha la bocca secca.

«Noi, Santissimo Tribunale, giudichiamo la locusta che ha portato fame e pestilenza regno, miseria e penuria ai rifugi dell’uomo e alle casse dell’ordine, malvagità insensatezza al cuore degli umili e dei potenti». La voce di padre Gabriel è neutra né rabbiosa né festante, severa, voce di giudice. Eppure Don Ximene pensa: “Ne hai architettato una delle tue, Cordanino…”.

«Sia introdotto l’accusato!» Tuona la voce profonda di un consultor. Don Ximene sobbalza sul seggiolone. «La locusta qui? Come? Qui? Sei pazzo, Cardano!»

I cursores spalancano la porta, il sole irrompe nell’aula del giudizio, cancella ombre e candele. Il bianco della porta acceca.  Al centro appaiono quattro figure scure che avanzano, entrano nell’aula, portano sulle spalle due pertiche parallele che sorreggono una cesta di giunchiglia in forma di cassa da morto. I portatori sono avvolti in quattro sambenitos. Si fermano e depongono la cesta a un metro dalle narici viceregie. Don Ximene guarda. Migliaia di locuste, nere, marce, in una poltiglia agitata da piccole onde provocate dal trasporto sulle spalle dei portatori.
Emana tanfo di morte.
Auditores, vara, cursores, qualificatores, dimentichi della disciplina virtuale, stingono il naso con dita robuste.
«Allora sarà chiamato soltanto Salomone» recita senza voce l’arcivescovo «allorché avrà consegnato il Regno a Dio Padre gli avrà spogliato ogni principato e potestà. Bisogna ch’egli regni finché ponga nemici sotto i suoi piedi e distrugga l’ultimo nemico la morte» ma la puzza raggiunge anche don Antogno. Si interrompe, perde il filo, tace. Le mani corrono al naso, lo chiudono e tentano di nascondere la danza selvaggia della guancia, l’occhio immobile da assassino.
Padre Gabriel ha le mani ferme lungo i fianchi, non si è mosso. Piccoli cilindri di farina impastata con acqua di rose son volate da una piega del sambenito e ci sono infilati nelle radici per difenderle a dovere, mentre tutti guardavano la porta aprirsi.
Don Ximene non ha visto il trucco né lo immagina. Ma per non essere da meno di Cordano tiene le mani ferme sul ventre debordante. Resiste alla tentazione crescente di sollevarle verso il naso.
Il viso viceregio da roseo si fa gessoso. Gli occhi sbiancano denunciando un imminente maldiventre.
Un gesto del giudice allontana il il mefitico imputato, capace di superare farina e acqua di rose ed evita per un pelo i conati dell’eccellentissimo viceré.
I cursores spalancano le finestre. L’aria esterna disperde il tanfo annidato nell’aula del giudizio, ma non del tutto.
Il colorito di Don Ximene da bianco terreo si fa rose e subito rosso fuoco d’ira. “E’ tuo, il nodo che annodi, Cordanino” pensa “ti scuoierò vivo, prima di bruciarti”.
I portatori della cessa di locusta putrefatta escono nel chiostro.
I baroni sventolano fazzoletti profumati.
Donna Antonietta Zepita annusa un sacchetto di lino pieno di foglioline di menta fresca e fiori secchi di lavanda: schiacciando con le dita i profumi si mescolano.
Al primo passaggio nel chiostro “di tutta quella innominabile schifezza”, così l’ha battezzata, la nobildonna è svenuta a causa del fetore.
Per fortuna Donna Sibilla Cruz porta con sé decine di sacchetti di foglie fiori profumati perché detesta gli odori della città in cui vive. Ha soccorso Donna Antonietta con comprensione affettuosa.
Don Rodrigo Curraz chiede a voce alta: «Hanno raccolto le colonie di tutto il Campidano? E perché?»
Don Jaume Zitrelles gli affibbia un calcio nel deretano, fintamente scherzoso, in realtà sono robusto e dato per far male  e commenta: «Non cercate Rodrigo Curraz, per buona educazione, pure se figlio di vicerè…»
Rodrigo accena sì s’ con la testa, sorride, come fosse contento dei fatti e delle parole.
A Don Flaviano Medina , sottointendente fiscale, il gioco è piaciuto e decide di dare anche lui un calcio nel didietro all’erede di una gloriosa famiglia di conquistadores, i grandi Curraz, i potenti Curraz. Colpisce.
L’erede di tanta gloria si volta, vede chi è stato, ride nuovamente ma si direbbe meno contento.
Donna Antonietta si chiede se non sia il caso di svenire di fronte a tanta volgarità maschile e decide di non farlo perché sono passati pochi istanti dallo svenimento precedente.
Donna Sibilla Cruz guarda Jaume con una sforza con una smorfia di disprezzo: “Un tempo mi faceva pena” pensa “ora fa schifo, soltanto schifo… Cosa significa figlio? Sibilla Cruz non ha figli, uno che ebbe si è trasformato in bestia crescendo di statura…”.
IS ARRIORESUS: LE ISTITUZIONI SPAGNOLE IN SARDEGNA: L'INQUISIZIONE E GLI STAMENTI

Is arrioresus (tribunale spagnolo dell’Inquisizione)

Si può parlare a proposito di questo brano di un quadro, il centrale, quello intorno al quale si snoda la vicenda.  Infatti il primo importante romanzo di Atzeni porta già in luce la caratteristica della sua tecnica narrativa che qualcuno ha definito con il termine di frammentarietà. Si potrebbe forse dire, più giustamente, che tale spezzettatura sia dovuta alla presentazione “contemporanea” di tutti i livelli sociali della Cagliari (Caglié) del tempo, tempo in cui navi spagnole conquistavano le Americhe, lasciando in stati vassalli personaggi che Atzeni presenta in modo caricaturale, anche se tale caricatura sembra essere più vera di una descrizione naturalista. Infatti, accanto a questo episodio, ne troviamo altri, quale quello di bambini irriverenti che riescono a mettere una corda sul membro di un religioso o di un giovane che, per i bei seni di una ragazza, ingurgita non so quanta zucca fritta, o di un povero leccapotenti smerdato in testa da un cavallo.

Ma il romanzo apre le vie per uno sperimentalismo letterario che avrà grandi frutti nella narrativa sarda e non solo:

ITZOCCOR E DON XIMENE

«Itzoccor Gunale. Benvenuto a Caglié» saluta Don Ximene in tono un po’ isterico mentre muove nell’aria le dita ossute, rami di mandorlo invernali, stridenti coll’enorme corpo viceregio, disegnando piccole forche e nodi scorsoi per intimorire il prigioniero.
«La volpe…» dice Don Ximene intorno irridente. «Pure sei caduto nella rete…»
Il viceré è gioioso, ha catturato il bandito più temuto del viceregno. L’osserva e pensa: “L’hanno chiamato giudice e volpe… I baroni di Caglié lo temono come fosse Satana in persona… gran cagoni… El rey mi premierà… Oro…».
Itzoccor Gunale odia gli l’istrangiu, lo straniero, con lo stesso odio intenso e freddo di suo padre di tutti i Gunale prima di loro; odio e balentia dei Gunale molte volte raccontati, sui monti.
Il prigioniero è piccolo di statura, scuro di pelle, ha barba nera e riccia, occhi chiari come tuorlo d’uovo, duri come pietre.
Don Ximene sorride. «Dimmi, merdoso, perché ti facevi chiamare giudice? Non appari come monaco, hai piuttosto fama da assassino… Perché giudice? In memoria dei vecchi tempi? Tu saresti il Giudice? Il grande capo: guarda un po’: uno dei tuoi ti ha venduto. Uno dei tuoi. Ti hanno venduto per tre vacche e dodici starelli di grano… Se sei giudice, giudica: è il giusto? Non li condanni?»
«Giudice altri l’hanno detto, non io. Tu, invece, sei detto cane, e sei creatore di giuda, biscia velenosa…»
Lo staffile apre sulla guancia del prigioniero una ferita larga un dito dal lobo destro al mento, di carne viva, il sangue cola dai ricci neri al pavimento di chiaro legno libanese della gran sala vicereale delle udienze dove il viceré ha voluto incontrare per la prima volta il prigioniero appena catturato, per impressionarlo con la visione della propria potenza e ricchezza.
Il prigioniero si piega. E’ più basso di Don Ximene di una testa intera, come possanza è secco un quarto di viceré. Ha le braccia inchiodate dietro la schiena da una gabbia di ferro. Gabbia uguale gli inchioda le caviglie. Guarda gli occhi grigi, sfuggenti dell’istrangiu. Disprezza.
«Colpisci» ordina Don Ximene.
Terencio, fermo, preso nei ricordi di Luis, il miglior amico, e di Azù, forse più di Luis… colpisce con la mazza ferrata sulla schiena del prigioniero che cade faccia a terra.
Il viceré si avvicina finché l’unico oggetto nella visuale del caduto sono gli stivali lucidi di grasso.
«Omine, bàa» sussurra il prigioniero e sputa. Una chiazza gialla vola sulla scarpa. La frusta di Don Ximene sferza come pioggia di marzo la schiena e le braccia, e cattura la caviglia di Itzoccor con un laccio, la solleva, scaraventa il prigioniero addosso uno scranno di legno massiccio che cadendo al suolo rintrona in tutto il palazzo vicereale.
Don Ximene si abbatte su una sedia, affanna, sbianca in viso, cerchi neri appaiono attorno agli occhi.
“I colori della morte” pensa Terencio, accorre.
Il padrone lo ferma con un cenno della mano: «Raccogli il merdoso» mormora rauco «gettala nel pozzo non voglio più vederlo».
Terencio trascina fuori il prigioniero.
Il vicerè, solo, prima sorride, la testa si annebbia, poi chiude gli occhi, rantola.

Leonardo Alagon: nobile spagnolo in Sardegna

Afferma il critico letterario, Giuseppe Marci: “Atzeni in un italiano scabro e disseccato introduce elementi lessicali tratti dalla lingua spagnola che banalmente potremmo dire coerenti rispetto alla situazione storica cui fa riferimento L’apologo del giudice bandito, o, forse meglio, possiamo vedere come appartenenti all’universo linguistico sardo, retaggio di una dominazione certo dolente sotto il profilo politico, e tuttavia feconda (…) sotto quello della cultura. E introduce la lingua sarda. Un sardo che farebbe inorridire i puristi, come comanda il loro destino condannati a cercare in eterno una improbabile patente di nobiltà del linguaggio. E’ la scrittura che rende nobile una lingua, la più pura spuria e plebea, lingua dei bassifondi e delle strade del porto, lingua dell’abiezione della rissa, delle supreme passioni, dei traffici leciti e dei commerci di contrabbando, di una città levantina che a nessuno ha mai chiesto la genealogia della casata ma tutti ha accolto, navigatori e mercanti, santi e avanzi di galera”.

La pubblicazione dell’Apologo ha dei profondi risvolti sul piano biografico: abbandona il lavoro stabile e comincia a viaggiare in Germania, Lussemburgo e Italia. Trova quindi ospitalità in una comunità religiosa dove affluiscono giovani con svariati problemi. Nessuno gli chiede perché è lì e cosa ha intenzione di fare. Offre le sue braccia per lavorare ed intanto ascolta con trasporto le gesta dei missionari. Quell’esperienza lo farà cristiano: “Una cosa è certa: dovunque vada, sarò cristiano”.

Nel 1988 si avvicina al mondo editoriale. A Torino diventa dapprima correttore di bozze, poi mano mano traduttore dal francese per le più importanti case editrici

Nel 1991 pubblica, sempre per la Sellerio, Il figlio di Bakunìn, romanzo breve che si svolge seguendo il ritmo dell’inchiesta giornalistica o dell’indagine tendente a ricostruire la vita e le gesta di un inafferrabile personaggio anarchico e comunista, eroe o truffatore, animo sensibile e raffinato o volgare profittatore.

Il figlio di Bakunìn - Atzeni, Sergio - Ebook - EPUB con DRM | IBS

Il libro è composto da una serie di interviste che propongono, nell’alternanza dei punti di vista, la supposta verità sul personaggio di cui si parla.

Da qui una prosa frazionata, fatta sia di  brevi proposizioni che stilisticamente ricalcano il livello culturale degli intervistati, che di “racconti” più articolati, costruiti sia per costruire un mito, sia per affossare un delinquente.

UNA TESTA CALDA

Negli anni del fascismo ero impiegato a Montevecchio. Ricordo bene quell’uomo. Era un parolaio, un arruffapopoli, uno dei peggiori. Una testa calda. A chi diceva che lui e quel Serra, altro bell’elemento, fossero gli armatori migliori, rispondevo allora, e oggi posso ripeterlo tale e quale, che se avessero avuto figli da mantenere non sarebbero stati così lenti. E resto dell’idea che certe rifiniture ad armatura sono più vizi che pregi, non servono a nulla. La disgrazia, se è destino, capita ugualmente. Nel ’44 ho cambiato lavoro e paese.

LA MEDAGLIA D’ARGENTO

Ho visto coi miei occhi la medaglia d’argento e la pergamena arrotolata. L’ha aperta davanti a me, era scritta in inglese. La firma era di un generale che a quel tempo era famoso… Ora mi sfugge il nome… Ce l’ho sulla punta della lingua… Alexander. Forse sbaglio. Con gli anni la memoria è peggiorata. Direi Alexander, ma non ci giurerei. Ho un amico che a casa ha una storia della seconda guerra mondiale, posso controllare.
Il nome della pergamena era proprio Tullio Saba. Io degli Americani penso questo, che a volte regalano sigarette o dollari, ma una medaglia non la regalano a nessuno, neppure a un Americano, figuriamoci a un Italiano. Te la devi conquistare. A quel tempo più di oggi. Peccato che quando ho letto la pergamena non conoscessi l’inglese.

L’autore così spiega: “Ho pensato prima ad una coralità di voci, poi a che cosa dovessero raccontare. Allora mi sono rivolto ad un’area della memoria collettiva. Mi interessava creare, per esempio, una donna che parlasse in modo tale da essere definibile: anche se un lettore non sa chi è, dopo che lei ha parlato per mezza pagina, sa già che è una donna sarda di una certa età, non tanto per ciò che dice quanto per come lo dice”.

Ricordando Sergio Atzeni. Due giorni tra cinema e letteratura, a Cagliari - Bookciakmagazine

Una scena da “Il figlio di Bakunin

Quel che è certo è che dietro le parole (dietro un uomo che racconta) c’è una storia. E qui la storia che racconta un suo compagno minatore, Ulisse Ardau, è la storia, per la Sardegna, di miniere, di soprusi e di illusioni.

VIVA STALIN

I primi giorni a Montevecchio era tutto un “signorino” di qua, “signorino” di là, per sfottere, per scherzo, un po’ tutti glielo dicevamo, “hai finito di sfoggiare scarpe nuove!”, o “un vero gagà scende in miniera, quando mai!”, battute senza malevolenza, nessuno di noi minatori avrebbe augurato a nessun uomo di finire in miniera, se non al peggior nemico. Era una novità, Tullio Saba con gli scarponi marci come i nostri, che saliva per la stessa strada verso i pozzi assieme a tutti noi.
A quel tempo, la mattina presto si andava a lavorare con qualcosa sulla testa, per proteggersi dall’umido, chi aveva cicia, chi bonette. Lui, dal primo giorno, basco alla francese. Sembrava lo facesse apposta per continuare a distinguersi dal gregge. Poi si è visto che ai sorveglianti e agli impiegati di Montevecchio quel basco dava fastidio, chissà perchè, gli sembrava un’arroganza? Lo guardavano male. Ma cosa potevano dire? Il duce mica aveva proibito ai minatori di portare basco alla francese. In capo a quindici giorni tutti quelli che non ci accontentavamo, che avremmo voluto un mondo o almeno un lavoro diverso, avevamo copricapo uguale al suo.

Lui abitava in centro, io in periferia. La mattina aspettavo al caldo, in cucina, vicino al camino, guardando la strada dalla finestra. Lo vedevo sbucare dall’angolo di Angelino Marrocu, laggiù, vedi? Un tempo lì non c’era quella palazzina, ma una casa bassa, di fango. Angelino Marrocu era fabbro. Così quando Tullio appariva sembrava uscisse dalle scintille della bottega di Angelino. Camminava a passetti svelti per riscaldarsi col movimento. Allora uscivo anch’io, qui davanti ci incontravamo e cominciavamo a salire assieme. «Ciao, Tullio». «Ciao, Ulisse». E poi fianco a fianco, silenziosi, ognuno nei pensieri suoi. I minatori pensano molto, tutti quelli che hanno un brutto destino sul gobbo pensano molto. Sognano a occhi aperti di cambiare vita. Pensano a come liberare i propri figli.
Ogni tanto, dopo che già da un po’ di mesi facevamo la strada assieme, abbiamo cominciato a scambiarci frasi a bassa voce. A Carbonia Tullio aveva conosciuto minatori ch’erano stati in Belgio e in Francia. E sapeva molte cose che non erano scritte sui giornali, e che la radio non diceva, sulla guerra di Spagna, sul comunismo russo. Sapeva, e parlava, raccontava.
In capo a quattro, cinque mesi, si è aggiunto anche Giacomo Serra. Era più vecchio di noi di almeno dieci anni, cioè ne aveva una trentina, ma sembrava molto più vecchio di quel che era, dopo quindici anni di miniera. Magro come canna, la schiena piegata, la testa avanti sul petto come quella di un gobbo, come se la spina dorsale fosse così debole da non poter tenere la testa eretta come quelle degli altri. Forse era diventato così a furia di stare piegato in galleria a costruire armature. Conosceva le viscere di Montevecchio meglio di qualunque ingegnere o direttore. Se nel tuo cammino in galleria trovavi un tratto di armatura costruita a regola d’arte, quella era opera di Giacomo Serra. Aveva leggi sue. A quel tempo c’era il sistema dei cottimi, non contava la qualità del lavoro ma la quantità. Lui ci perdeva denaro e settimane, e si faceva nemici i sorveglianti, ma nessuna armatura sua ha mai sepolto nessun minatore. A volte l’armatura ben fatta non basta, la miniera vuole uccidere e spacca anche il ferro. Ma con Giacomo Serra era come se una mano santa proteggesse il suo lavoro. L’unico armatore la cui opera durava negli anni senza una crepa. Era diventato una leggenda. I minatori lo amavano. E’ bello sapere che c’è qualcuno che pensa a non farti crollare pietra, acqua e morte sulla testa. Pochi armatori lo imitavano, pur ammirandolo. Avevano famiglia, molte bocche da sfamare, poco tempo da perdere.
Giacomo tossiva tutto l’anno, compresi luglio e agosto, tosse da fumatore incallito e da silicosi. Aveva l’indice e il medio della destra neri di nicotina.
E’ riuscito a prenderci in squadra con lui. Un giorno ci mandano alla settima, la galleria più in fondo, nelle viscere della terra, a trecentocinquanta metri. In altri pozzi si arriva a cinquecento metri, c’è la decima. L’ultima ha sempre un nome di donna, Margherita, Cristina, Elena, forse perché le gallerie così in fondo sono pericolose, infedeli, ambigue e figlie di puttana proprio come le donne. C’era stato un guasto al pompaggio, un tratto di galleria era crollato. Di notte, per fortuna. Un punto di forti infiltrazioni d’acqua. L’armatura, mal fatta, aveva resistito poco. Era un tratto breve, forse dieci metri. A ricostruirlo abbiamo impiegato sette giornate. Alla fine del lavoro il minatore che passava in galleria e guardava in alto leggeva una scritta in lettere grandi quanto un uomo: VIVA STALIN. 

Chi era Stalin per noi allora? Parlo degli anni ultimi che portano alla guerra. Chi era? Era il capo del paese dove non c’erano padroni, dove i minatori guadagnavano più degli ingegneri, perché facevano un lavoro più faticoso e pericoloso, dove le armature di Giacomo Serra sarebbero state citate ad esempio e imitate, dove c’era il libero amore, dove i minatori andavano ai concerti e a teatro, in abito da sera. Tullio raccontava queste cose, perché non crederci? Faceva piacere immaginare che in un luogo del grande mondo la prima preoccupazione del governo era che i minatori non lasciassero la pelle nei pozzi. E che non dovessero lavorare con le cosce nell’acqua e con le scarpe squagliate. Tutte queste notizie erano date per certe. Dopo la guerra la canzone è cambiata. Abbiamo cominciato a sentire dei processi del ’37, dei compagni uccisi… Al principio pensavamo che i processati fossero traditori, poi lentamente abbiamo capito la verità. Ma negli anni del fascismo Stalin era il padre buono, Benito il patrigno cattivo. Ora tutto è cambiato, la nostra fede di allora sembra ridicola, anche il partito dice che Stalin era un criminale.
Sai cosa ti dico? Darei tutto quello che ho per tornare a provare l’emozione di quel giorno, quando abbiamo visto l’armatura finita e quella scritta lucente là in alto, VIVA STALIN.

Nei mesi successivi pensavamo spesso a quella scritta che avevamo tracciato con tanta pazienza nelle viscere della terra. Il direttore e l’ingegnere non scendevano mai alla settima, si sentivano oppressi, laggiù. Pensavamo che però un giorno o l’altro gli sarebbe arrivata la voce che sulla volta della settima c’era la scritta, e sarebbero dovuti scendere per vedere coi loro occhi, e noi avremmo passato i nostri guai. Invece nessuno gliel’ha detto, mai.

Giacomo Serra ricordava i tempi prima del fascismo. Anche suo padre era stato minatore, e diceva che anche ai vecchi tempi la vita del minatore era una schifezza, ma allora almeno qualcuno parlava a nome dei minatori, e si poteva scioperare, e c’era un sindacato che difendeva i lavoratori, e lo spaccio vendeva scarpe e spaghetti migliori.
Parlavamo del passato, di gente lontana e sconosciuta. Sognavamo.
Un giorno nasce una discussione: se facciamo come in Russia e prendiamo il potere, chi mettiamo al muro? Tullio dice che lui l’ingegnere e il direttore non li avrebbe fucilati, avrebbe goduto molto di più a vederli spingere il carrello o preparare le mine.
Giacomo ogni tanto diceva che un giorno o l’altro Lussu sarebbe sbarcato a Bosa, chissà poi perché a Bosa e non a Porto Torres, e avrebbe dato il segnale della rivoluzione. Per quanto mi riguardava, un segnale sarebbe bastato, se fossi stato certo che la rivoluzione era cominciata. Avrei preso le armi e avrei sparato.
Chiacchiere, sogni, ci aiutavano a sopravvivere.
Un giorno Tullio porta un mazzo di foglietti di carta rossa. Ognuno conteneva un lungo discorso stampato con inchiostro nero che sbavava dalle dita. Diceva che stava per cominciare una grande guerra internazionale e che noi lavoratori avremmo dovuto trasformarla in rivoluzione generale. Che noi minatori fornivamo la materia prima dell’industria della guerra, e dovevamo sabotare la produzione in nome del comunismo. L’abbiamo distribuito a tutti quelli che per certo non ci avrebbero tradito e denunciato.
Nonostante il manifestino, ancora nel ’39 la guerra mondiale mi sembrava impossibile, mio padre era stato sul Carso, ne era tornato zoppo. Mi aveva parlato della Grande Guerra, mi sembrava impossibile che gli uomini potessero essere così stupidi da voler rifare una scemenza simile. Poi ho visto con i miei occhi ch’era possibile.
Nel ’40, per guadagnare quel che guadagnavi nel ’39, dovevi lavorare il doppio. Solo la nostra squadra per un po’ ha mantenuto la lentezza di prima della guerra.

Perdo il filo, mi devi scusare, sono passati tanti anni… Dicevo del manifestino che abbiamo distribuito, ecco, e un giorno il direttore ha fatto chiamare Giacomo. Gli dice che se non si dà una regolata nel rispetto del cottimo, lui e tutta la squadra, licenziamento. Accenna a certi manifestini sovversivi, come se avesse saputo qualcosa, avesse sospetti, ma non certezze. La sera scendendo in paese dico «Facciamo le armature come vuole lui, che crollino. Anche i crolli ritardano la produzione. E’ sabotaggio. Per Stalin». E Giacomo Serra risponde «Far crollare una galleria in testa a un padre di famiglia che si guadagna il pane in fondo a un pozzo? Manco se Stalin viene qui a chiedermelo di persona. Non può essere così coglione». Non ne voleva sentire. E per tutta la guerra ci siamo tirati il collo per fare le armature solide come prima ma più in fretta.

Il figlio di Bakunìn a teatro

Il figlio di Bakunìn propone, come gioco, quello di inseguire le interpretazioni e le modalità espressive di molteplici narratori chiamati a riferire su un unico tema: la definizione di una personalità umana. Cioè un gioco della verità che si conclude con la negazione della verità, oppure l’unica verità possibile, quella di ognuno di noi, in questo brano quella dei narratori, creando non credo inconsapevolmente, un testo “pirandelliano”: la differenza è che nell’autore siciliano sono il narratore o gli stessi protagonisti ad essere costrette o a svelare le varie forme che assumono negli occhi degli altri; qui Atzeni crea il personaggio attraverso le forme che gli altri gli danno, ma lo fanno attraverso la memoria; allora la forma cessa di essere “reale” per diventare mito.

Qui finisce quel che resta di Tullio Saba nella memoria di chi lo ha conosciuto. Tutto quel che hanno detto ho registrato col mio Aiwa, tutto quel che ho registrato ho trascritto, senza aggiungere né togliere parola. Non so quale sia la verità, se c’è verità. Forse qualcuno dei narratori ha mentito sapendo di mentire. O forse tutti hanno detto ciò che credono vero. Oppure magari hanno inventato particolari, qui e là, per un gusto nativo di abbellire le storie. O, ipotesi più probabile, sui fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce, trasforma, infavola, il narrare dei protagonisti non meno che i resoconti degli storici. 

Nel gennaio del 1995, pubblica per i tipi della Mondadori Il quinto passo è l’addio. Anche questo è un romanzo di memoria, svolto su un non-luogo, la nave dove un certo Ruggero Gunale (alter ego dell’autore) ripercorre in lunghi flash back la sua esperienza fino a lì vissuta.

Amazon.it: Il quinto passo è l'addio - Atzeni, Sergio - Libri

Anche questo romanzo presenta un andamento non lineare, frantumato: i ricordi non hanno scansione temporale ma affiorano dalle sollecitazioni che la nave stessa gli procura: l’allontanamento dal porto, le persone che incontra, i suoi stati d’animo o l’effetto di una “canna”.

Ma tra i ricordi anche una Cagliari presumibilmente fine anni ’70, quella dei suoi anni giovanili, figlia di un rampinismo “politico” che, come in questa parte del romanzo, raccontata e vissuta certamente dall’autore stesso, ci dice come la forza di dar vita ad un’ideale o ad una prospettiva, foss’anche attraverso la costruzione non “realistica” di un mito come quello di Tullio Saba, s’infranga in una disillusione, presentandoci una Cagliari che è stata (e forse lo è ancora) città dove i potenti di ieri, sono i potenti di oggi, una città, cioè incapace di trasformarsi:

CREDO CHE IL TUO MESTIERE NON SIA IL GIORNALISTA

Ruggero Gunale e Antonio Curraz si incontrano. Si fermano. Abbozzano un sorriso.
«Buongiorno» dice Ruggero.
«Ciao» risponde Antonio, e aggiunge «Tempi duri per il Cagliari…».
«Ogni morte prepara una rinascita…» risponde Ruggero. «Ha qualche notizia sul concorso?»
«Hai fatto lo scritto migliore».
«Davvero?»
«E io ti ho dato il voto più basso, anche se sufficiente. Non era un articolo, ma il sunto di un futuro saggio sociologico. Ben scritto, non discuto, tutti i congiuntivi giusti, ma nulla che vedere col mestiere. Agli altri è piaciuto, ora sei primo in graduatoria».
«Ho qualche speranza di vincere?»
Il volto paffuto e gli occhi grigi di Antonio Curraz sono espressivi quanto quelli del fratello Augusto a poker: zero.
«Voglio dirti in tutta onestà la mia posizione. Agli orali ti darò insufficiente anche se citerai Orazio in latino a memoria “Persico odi puer apparatus…”. Saresti in grado di farlo?»
«No».
«Meglio così, mi togli un peso dallo stomaco».
«Perché?»
«Non ho nulla contro di te. Credo sinceramente che alla Rai proveresti danni, sei una testa calda… Credo che il tuo mestiere non sia il giornalista… Però non me la sentirei di bocciarti, se la tua cultura classica… Il fatto è, caro Gunale, che partecipa il figlio di un amico degli amici, e a me non piace accettare pressioni, ma stavolta c’è in ballo qualcosa come un debito di riconoscenza, il ragazzo è disoccupato e padre di famiglia, tu hai un lavoro ben pagato e sei solo, altri pesi in meno sullo stomaco».
Antonio Curraz è più grasso che magro, più basso che alto, in grisaglia di buon taglio. “Abituato da generazioni” pensa Ruggero “a spiegare ai contadini del feudo perché non debbano mai presentarsi alla Casa di città se non previo appuntamento col soprastante”. E dice: «Ti ringrazio della franchezza. Non mi farò illusioni».
Otto e cinque. “Ci sta un caffè” pensa Ruggero. “E a questo punto ha senso che mi presenta agli orali? A meno che… non sia l’obiettivo primo di tanta franchezza di Curraz… scoraggiarmi, spingermi a desistere per lasciare campo libero al suo protetto…”.
Corridoio buio del liceo Mamiani, nella capitale oltremare. Ruggero ha paura di perdersi.
“Non si vede una sega” pensa “Mi hanno fatto quattro domandine facili facili e via… Potevo rispondere meglio? Che l’ho studiata a fare la Costituzione a memoria?”
Una mano gli artigli al braccio. Riccardo si volta con un sobbalzo, riconoscere nella penombra il volto di uno dei commissari, capelli crespi, barba. «Ti voglio parlare, un attimino», e dice sono Giorgio Piluria. Conosco Pippo Ibba, mi ha parlato di te, dice che sei dei nostri… Debbo spiegarti perché non vincerai, è sgradevole ma dovuto e voglio anche rassicurarti, non tutto è perduto la situazione è complicata».
Ruggero guarda perplesso la mano ancorata al bicipite. Il commissario fa un sorriso di scuse e la stacca.
«Abbiamo fatto un accordo» dice «abbiamo dovuto farlo. Loro tenevano molto a quel posto tu gli hai rotto le scatole costringendoli a scoprirsi, il vincitore è figlio d’arte e noi teniamo un a un veneziano coraggioso disoccupato da cinque anni. Un uomo che ha dato tanto. Cederemo, ma avremo qualcosa in cambio. E non ti abbandoneremo. Arriverai secondo. In caso di assunzioni nei prossimi due anni, pescheremo da qui, garantito, impegno formale del sindacato giornalisti. Sei il primo della lista. Ci andresti a Pescara?»
«Pescara ? Come hai detto che ti chiami?»
«Ora devo andare. Interroghiamo. A presto. Saluta Pippo Ibba…»

(…)

«Tempi grami per il Cagliari…»
«Sì»
«Non ti vedo più in tribuna stampa…»
«Non lavoro più per nessuno, ho seguito il tuo consiglio, studio, cerco un altro mestiere. Allo stadio vado in curva, mi diverto come un matto… Una squadra come il Cagliari deve avere i tifosi di particolari, capaci di scompisciarsi nelle fasi calanti, ci vuole il gusto pazzo di irridere il Niccolai della situazione e lanciargli battute di settimana in settimana più cattive…»
«Ergo sei disinteressato al concorso…»
«Qualcosa di nuovo?»
«Per farci perdonare siamo disposti a deliberare sulla nuova assunzione dalla lista del concorso. Saresti tu.»
«Bene. Ma perché il condizionale?»
«Abbiamo anche provato a far passare la delibera. Non c’è stato verso. La fermano».
«Chi?»
«I tuoi. Il senatore Tonino Portas»
«Perché?»
«Dice che avete un altro candidato».
«Chi sarebbe?»
«Giulio Ibba, il fratello del tuo capo».
«Da anni non è più il mio capo…»
«Dice che presto tornerai all’ovile, visto che stare al freddo non ti giova».

Ruggero aspetta da un’ora nell’ufficio Stampa e Cultura, una saletta due metri per quaranta con dentro un armadio zeppo di materiale elettorale e due sedie con schienali LArossi. Saletta chiamata dalle segretarie Purgatorio (“Lucio vuol sapere dove hai mandato quel barabba… in Purgatorio? E’ chiusa la porta?”), perché là ci mandano anime mediocri e poco importanti per lunghe attese.
La porta infine si apre del tanto che basta a far entrare la testa a pera, la bocca stretta, il naso a punta e gli occhiali neronotte di Lucio Frais detto Sogliola per motivi politici. Addetto al settore Stampe e Cultura. Protetto del senatore Portas.
«Tu non hai idea, caro Gunali,» dice Sogliola tenendo in Purgatorio soltanto la testa e guardando Ruggero con un sorriso di plastica – non hai idea di cosa conta veramente nel mondo: il prezzo della barbabietola negli Stati Uniti può provocare un cataclisma altro che l’olocausto… scusami… era una riunione importante indetta all’ultimo minuto, tu non hai telefono non sapevo come fare per avvisarti… Questa storia del telefono in verità andrebbe approfondita, un atteggiamento snob, ammetterai, ti isoli dal mondo? A un quarto dal Duemila? Nella torre d’Avorio? Scendi dalle stelle, Gunali. Mi piacerebbe parlare un po’ con te, fatti vedere. In autunno, però, prima fra elezioni e congressi non ho un attimo, ora devo fuggire, l’aereo mi aspetta, ho una riunione a Roma domani mattina alle sette, parto stasera, dormo là, evito il rischio di un ritardo del volo delle sei e cinquanta di domani mattina. Avessi saputo che si metteva così non ti avrei dato appuntamento per oggi, ma non importa, sono al corrente della questione, mi spiace dover correre via, mi piacerebbe raccontarti la discussione punto per punto ma c’eravamo noi del settore Cultura più Ibba e Tonino Portas, ho appena letto il suo ultimo romanzo Altopiani di Cenere, bellissimo, se non l’hai letto leggilo, devo proprio fuggire. In tuo favore è intervenuto Peppino Zuddas, il birraio di Sant’Elia, ottimo militante, ha speso una buona parola, era con noi per caso, naturalmente, ma è autorevole della sua dignità di militante onesto. La decisione finale è stata: se vi saranno assunzioni, sarà assunto Gonali».
«Gonale».
«Eh? Ciao a presto, fatti vedere, entra maggiormente nella vita del partito, abbandona gli atteggiamenti snob da primo della classe, ciao, devo proprio partire».
Ruggero guarda dal finestrino oblungo del Purgatorio il terreno incolto intorno alla palazzina del partito. “Ci potrebbero mettere qualcosa” pensa “un fiore o almeno qualche ciuffo d’erba, di basilico. se vi saranno assunzioni… Mi hanno dato un calcio in culo…” 

“Coloro che, nel precedente romanzo, formavano la comunità, gli aderenti allo stesso partito, il partito della speranza, del rinnovamento totale della fede nell’uomo. La situazione è evidentemente cambiata, dell’uomo non importa a nessuno e la comunità/partito non esiste più. O meglio, si è frantumata e persegue altre logiche, estranea alle originarie ragioni, legate ora a interessi non del tutto confessabili, a convenienze individuali. Si è conclusa l’esperienza che, per comodità, abbiamo definito del comunismo guspinese e un’altra si è affermata e si esprime nel colloquio Gunale e l’addetto al settore di Stampe e Cultura, vero esponente della burocrazia partitica che potrebbe trovar posto nell’opprimente società della DDR descritta da Cristof Hein. (Giuseppe Marci)Il quinto passo è l'addio" di Sergio Atzeni: un futuro lontano dalla Sardegna -

 

Ma sarà la stessa burocrazia “partitica” che, non interessandosi  dei bisogni degli ultimi, li relega in quartieri ghetto, dove vivono di tossico dipendenza o di giochi illeciti, come la lotta fra cani:

LA LOTTA TRA CANI

L’alano, e pasciuto, lavato. E’ forte. Molto forte. Nell’ultimo mese ha vinto tutti i duelli, si chiama Signor Nobile per motivi sconosciuti, è stato rubato da Tore Laconi. Colpo preparato con astuzia. Alano individuato da mesi. Fatto incontrare con lupa in calore. Sottratta lupa con alano arrapato. Giorni di sfregamento camicia di Tore su lupa in calore. Passaggio indifferente la sera, nell’unico tratto dove lasciavano il cane libero di correre, la salita dell’anfiteatro. L’alano ha seguito l’uomo che sapeva di lupa, l’ha seguito guardandolo torvo. L’uomo che sapeva di lupa ha corso più e meglio dell’alano. Lupa pronta a centro metri. Dopo il coito lupa sottratta. Non gliel’hanno più fatta vedere. Rubato da tre mesi, per due mesi addestrato, al sessantaquattresimo giorno mandato a combattere, è infogato di suo, non ha bisogno di lezioni. Sul dorso a destra un tratto di pelo rasato alla pelle, al centro la cicatrice di un morso.

Tore Laconi ha occhialini alla Lennon, tondi e d’oro, giacca di lino grigio, camicia nera abbottonata al collo, pantaloni di lino grigio appena più chiaro della giacca, scarpe rosse a punta. E’ ladro di cani, organizzatore di equivoche feste danzanti domenicali in club privati da nomi esotici, Bengala e Kabul, proprietario di una vecchia Lancia Fulvia secondo leggenda dotata di motore Porche, comunque veloce come un razzo e con balestre nuovissime. A cento nei vicoli di Quartu, con dietro pantera e sirena, l’abitacolo della Fulvia resta un magnifico gioiello da borghesia e operai d’Ottocento, un salotto silenzioso e ordinato, fatto con rispetto e amore per chi viaggia. Siccome volendo Tore potrebbe anche fare meccanico, carrozziere e gommista di professione, la Fulvia su qualunque tracciato vince, ha una tenuta di strada miracolosa e la leggenda dice che può fare i trecento. Ormai vive nascosta in un garage luogo di culto, essere ammessi a ammirare il mostro è privilegio di pochi. Esce ogni tanto di notte per farsi inseguire. Non è sbagliato dire che per il commissario Iannaccone, capo dei pulotti del palazzotto grigio a tre piani dalle serrande abbassate estate inverno, notte e giorno, proprio al centro del quartiere, chiamato dalla voce pubblica e dai giornali Forte Apache, per Iannaccone la preda più ambita non è Tore Laconi ma la Fulvia, darebbe dieci anni di vita per riuscire a sequestrarla e guidarla.

Tore è il miglior amico di Ruggero. Ruggero non condivide a nessuna delle passioni illegali di Tore.

Il mastino è orbo da un occhio. Testone che ciondola, mascella immobile. Il dorso è coperto di ferite. Si chiama Giustino e il nome ha una ragione. E’ imbattuto da tre mesi, due duelli a settimana. Un record assoluto al capolinea del 46. E’ nato nel quartiere, da due mastini rubati. Lui non è rubato, è nato libero, è libero, se vuole può andarsene, non lo farà, il padrone è padre e fratello, lo fa combattere perché fin da cucciolo Giustino ha mostrato il carattere del combattente. Crescendo ha acquistato tutta l’astuzia del padrone, Angelo, che lo vede come vede se stesso, lui e Giustino sono una cosa sola, il Signore li ha creati uno per l’altro, Angelo è convinto che Giustino sia invincibile, soltanto il cielo può rubarlo, una zingara ha predetto che la morte prenderà Giustino in un luogo d’erba sotto la pioggia, quando piove Giustino è tenuto in un sotterraneo enorme di cemento: un intero garage, trecento automobili, Giustino è custode e guardiano, riconosce tutti i padroni; i ladri sanno chi è, non si presentano, preferiscono andare in centro, fra le vetrine scintillanti, dove il denaro è nelle tasche come rugiada sull’erba al mattino: tanto e indifeso. Giustino è addestrato a fuggire la pioggia, sa che in caso di pioggia bisogna trovare subito riparo altrimenti Angelo sbava di rabbia, è l’unico motivo nella vita per cui sbava di rabbia, Giustino odia la pioggia, la sente nell’aria con giorni di anticipo e avvisa con ugiolii.

Angelo non ha gambe. Prima dell’incidente era alto uno e settanta. L’incidente non è stata colpa sua, attraversava in via Roma alle quattro del mattino uno e un ubriaco in Giulietta a centottanta l’ha falciato. Senza gambe, che potrebbe fare? Alleva cani da battaglia, ottimi antifurti per i cortili del quartiere. Quando ha un campione sotto mano ci scommette sopra. Prima dell’incidente aveva il sogno di fare il giustino in Calabria (e Giustino è il nome del campione). Ha cicatrici su tutto il torace, non lo copre neppure d’inverno, un po’ perché in città il freddo non sappiamo cos’è, un po’ per vanagloria. I pantaloni, lunghi e bianchi, in parte imbottiti di stracci, nascondono il vero punto del taglio. Angelo siede su una sedia a rotelle e ha un servo depravato che gli tiene la minca per pisciare, gliela scrolla e gli fa le folaghe mentre lui parla coi cani. Parla coi cani dall’alba al tramonto e di notte, eccetto le poche ore che dorme. Si sveglia parlando coi cani. Sogna di parlare coi cani. Con parole tedesche (imparate in un’altra vita da emigrato) e con le mani. Se entri nel suo cortile e sei indesiderato, lui fa un cenno, ti trovi spalle a terra inchiodato da sei molossi. Un altro cenno e ti squarciano la gola. Mai ha avuto bisogno di fare il primo cenno, tranne in addestramento. Chi vuoi che vada a disturbarlo? Iannaccone preceduto da quattro Rambo armati da sbarco in Vietnam. Per Angelo il carcere è più duro che per gli altri, c’è stato finora sette volte per un totale di dodici anni su quaranta di vita.

Tolgono i guinzaglio ai cani. Sale al cielo l’urlo di duecento uomini e donne discinti, tutti hanno bevuto molto, è il terzo incontro della serata, il pubblico si è scaldato, ora vuole il sangue vero, l’uccisione, il sacrificio. Tutti hanno scommesso, come al solito. Esistono due partiti: quello di chi pensa “questa è la volta buona Giustino muore” e quello di tutti gli altri “Giustino è invincibile”.

L' alano e il massino si guardano. 
Signor Nobile muove una zampa, Giustino non si muove. Lo guarda. Digrigna. 
Una donna di fronte a Tore e Ruggero ha una vestaglia nera lunga allacciata alta in vita con una sciarpa azzurra, una vestaglia leggera, estiva, senza bottoni, c’è scirocco che soffia caldo aprendo la vestaglia sotto la sciarpa, a mostrare il pelo del ventre, una foresta nera, lei di continuo si ricopre, la vestaglia di continuo si apre, il marito a fianco in canottiera e mutande se ne fotte. Lei è Gina, 50 anni, la cagna capace a letto di far cantare i morti. Lui è Muzio, padrone di quattro cagne, Gina è la migliore, per questo l’ha sposata e ha dato il nome ai sette figli. L’ultimo, Massimo, è diverso da tutti gli altri. Piccolo, minuto, non gioca a pallone, non scende ai duelli dei cani, non va in giro ogni notte in città a rubare o attaccar briga, studia come un demonio, ha undici anni e ne sa più di Giuliotto, il commercialista di via Is Maglias che partendo da una famiglia di ladri e diventato miliardario onestamente. 
Sull’onestamente c'è dibattito, nel quartiere. Massimo vuol diventare avvocato. 

Le fauci. 
La bava. 

L’alano si avventa, Giustino ruota su se stesso gli strappa le intragnas con un morso.

L’ululato del morente sale al cielo in un boato di trionfo. Muzio, padrone di cagne, ha puntato quattrocentomila su Giustino. Angelo due milioni e il grande Sandro Manca di Assemini ha puntato 10 milioni sull’alano. Tore ha vinto un milione. Sa che un giorno l’altro ruberà e porterà al capolinea del 46 l’uccisore di Giustino, ma a quel punto a furia di raddoppiare ogni giorno puntata il grande Sandro Manca di Assemini si sarà rovinato. Tore punta sempre sul vecchio campione. “Perdo una volta sola” pensa “tutte le altre vinco”.

 Il business (illegale) della lotta tra cani

Lotte tra cani

E’ la Cagliari dei quartieri popolari, quella violenta e senz’anima. Non c’è salvezza. Non è il proletariato pasoliniano, pieno di un vitalismo antiborghese, ancora non omologato, quello degli anni Cinquanta: qui vi è solo un bruciare la vita, gettare soldi, vedere l’essenza della violenza per provare l’emozione della morte, l’impudicizia non come natura, ma come perdita. C’è speranza? Massimo, lui figlio “strano” perché non si rotola nel fango, come quello  Giuliotto. Chissà se vero. La prosa è nervosa, ipotattica, nominale: quasi a rappresentare il respiro affannato sia dei cani che degli astanti, l’ululato del morente, il boato del pubblico.

E’, in conclusione, Cagliari la vera protagonista di questo romanzo, quella di Castello e di Is Mirrionis, del Lido e di Buoncammino, una Cagliari da Atzeni amata visceralmente, ma che lo ha respinto; e i suoi ricordi ci portano verso una città fatta di persone, da lui descritta magistralmente: il sottoproletariato che nottetempo si appassiona alla lotta dei cani, il mondo giovanile con le sue inquietudini e le confuse aspirazioni artistiche, la scuola che consente la frequentazione di compagni provenienti da ceti più elevati, l’ambiente giornalistico e quello politico, ipocriti e cinici, l’universo quasi sommerso dei piccoli locali di ritrovo dove si accendono e si spengono sogni e speranze.

Una città viva da cui il protagonista esce sconfitto, schiacciato, come tanti giovani cresciuti nella speranza di un mondo migliore che ha visto seppellire i suoi sogni di speranza e di rigenerazione e ne esce col gusto amaro della sconfitta.

La Cagliari che non c’è più: anni Settanta, bambini giocano in strada a Is Mirrionis

Bambini a Is Mirrionis negli anni ’70

Proprio perché quasi “espulso” dalla sua terra, quindi, sul ponte della nave, dopo aver visto allontanarsi le umbertine case di via Roma col cubo di cemento e vetro, fino a dissolversi, lasciando spazio alla memoria; solo dopo quando tra Sergio e la sua patria si pone il mare, la lontananza, solo allora può vederla con occhi diversi, di chi vuole ricostruirla, riscrivendone la storia sotto il segno del mito. E lo fa attraverso il romanzo, uscito postumo nel 1996, con Passavamo sulla terra leggeri:

AVEVO OTTO ANNI 

Avevo otto anni, non sapevo nulla della vita, avevo ascoltato la storia, non l’avevo capita, anche ora che la dico non so che senso abbia. Non conoscevo il significato delle parole eterno e increato (forse lo intuivo con vaghezza) rubate a conversazioni famigliari, mi gloriavo di essere ateo. Nell’isola era sinonimo di bandito, a otto anni ero abituato a essere guardato con sospetto, con diffidenza, con paura – molto tempo dopo, scoprendo di essere di stirpe ebrea marrana, oltre che sarda e genovese con sfumature arabe e catalane, ho immaginato che il sangue degli antichi erranti perseguitati vivesse in me facendomi apparire la diversità dagli altri come abituale e perciò non spaventandomi della solitudine che ne veniva, di rado mitigata da amici sempre esclusi dalla comunità perché diversi: scemi, figli di donne non sposate e di bagassa, istrangios e eversori.

Quasi volesse isolarsi da quel “sardismo” incontaminato che così tanto aveva sottolineato la purezza dell’etnia, Atzeni, rivendica il suo essere figlio di tante etnie, scoprendo che essere sardo non vuol dire esclusione ma inclusione di tutte le culture che hanno contaminato e arricchito l’isola. Tuttavia questa contaminazione, ha crato una nuova etnia, capace ora di sapersi raccontare,. Infatti, secondo Atzeni, manca un cantore che sappia “tramettere” attraverso la parola la storia del popolo, è costui è il personaggio di Antonio Setzu. Attraverso il suo racconto si evince che l’essere oggi è cercare di capire il passato, ma il passato è memoria non realtà: Antonio Setzu diventa il bardo mitico che racconta una Sardegna precoloniale, e la racconta come una necessità di una nuova identità.Passavamo sulla terra leggeri - Sergio Atzeni - Narrativa Italiana - Narrativa - Libreria - dimanoinmano.it

PASSAVAMO SULLA TERRA LEGGERI

Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.

A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici. Le piane e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascolo e fonti. Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia. Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is. Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare, danzare era la nostra vita. Eravamo felici, a parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti.

E’ la suggestione ricevuta del grande romanzo sudamericano: infatti Manuel Scorza, Vargas Llosa, Garcia Marquez erano riusciti a raccontare quasi “magicamente” la realtà coloniale dei loro popoli. Anche Atzeni prova a tessere un racconto in cui ancora una volta è protagonista la memoria, una memoria però storica, non individuale, dove la voce fuori del tempo racconta la storia mitica di una terra da prima dell’uomo fino alla civiltà. La storia perde i suoi connotati e diventa racconto mitico della Sardegna visto attraverso la dialettica di montagna e mare, di popoli diversi e di scontri di culture.Bellas Mariposas - Film (2012) - MYmovies.it

Ancora un racconto, anch’esso uscito postumo nel 1996, a testimoniare la capacità di Sergio Atzeni di innovarsi, come mostrano queste poche righe di Bellas mariposas:

IL GIORNO DELL’AMMAZZAMENTO DI GIGI

Era molto tempo che Tonio lo minacciava ma credevo che scherzava

che lo odia lo so si vede da come lo guarda quando lo incontra e perché cerca sempre occasione di arropparlo di mala manera

ma credevo che scherzava dicendo Un giorno quello lo uccido

e invece il 3 di agosto è stato il giorno dell’ammazzamento di Gigi del quinto piano l’innamorato mio

non si è mai permesso di allungare le mani se provava gliele tagliavo

se ti fai toccare l’albicocca da bambina finisci come mia sorella Mandarina pringia a tredici anni adesso ne ha venti e ha tre figli batte in casa privata non è lo schifo della strada ma sempre ti devi ciucciare minca purescia di qualche pezzemmerda

non mi interessa voglio diventare rockstar dopo che sarò rockstar sceglierò l’uomo

per ora meglio vergine e ogni tanto mi pensavo che l’uomo per dopo che sarò rockstar magari sarà proprio Gigi del quinto piano perché sono sicura che mai mi mette le mani addosso quando dico no se non vuole che lo getto dalla finestra del quinto piano magari sposata e rockstar abiteremo al ventesimo voglio un uomo che se rompe lo butto giù dal balcone e non torna a chiedermi conti

nessuno deve chiedermi conti cosa vuole questa gente?

Mio padre pezzemmerda che conti chiede? Dice Hai dodici anni Caterina devi guadagnarti il pane

Io ti ho chiesto di farmi nascere in questa casa proprio sotto signora Sias in questo cazzo di palazzo in questo cazzo di quartiere? Io ti ho chiesto di farmi nascere?

Tu mi hai chiamato e neppure sapevi che mi stavi chiamando e per dodici anni mi hai fatto stare in questa casa con te tua moglie e tutti i miei fratelli e sorelle sotto signora Sias che caga ogni giorno alle tre del mattino

uno pensa vabbé la rottura quando tira l’acqua però meglio che con le finestre in piazza e i motorini che impennano sui marciapiedi da mezzanotte alle sei e se ti affacci a protestare ti sparano in fronte con le Colt Magnum

se mi affaccio io nessuno spara ma lanciano petali di rose

a me i motorini piacciono e anzi la prima cosa da fare appena compio quattordici anni è cuccarmi un Fantic 313 e andare da mezzanotte alle sei a impennare sui marciapiedi tutto attorno alla piazza rombando tenendovi svegli che tanto per voi è come stare addormentati non vi accorgete della differenza

chi dice che signora Sias è soltanto la rottura quando tira l’acqua non ha mai vissuto a casa mia

la cagata di signora Sias è il cominciamento del giorno e ieri 3 di agosto

dell’ammazzamento di Gigi del quinto piano l’innamorato mio

Il racconto è di Caterina, giovanissima ragazza che illustra ad un anonimo ascoltatore le sue avventure con l’amica coetanea Luna nel giorno 3 agosto in cui avviene l’omicidio di Gigi. Pertanto il linguaggio con cui descrive le sue avventure cagliaritane è quello di una ragazzina dei quartieri popolari (in questo caso una immaginaria Santa Lamanera, che potrebbe nascondere o i palazzoni di Sant’Elia o il quartiere degradato di San Michele), frantumato in rapide espressioni (come spesso in Atzeni narratore) fatto di slang giovanile e di un cagliaritano volgare e plebeo. La breve narrazione proprio in quanto auto diegetica ci lascia intendere lo sguardo di chi vive il mezzo alla violenza ma proprio perché vivendola l’appiattisce in un quotidiano vissuto, dove anche i desideri “femminili” appaiono desiderati, ma visti ancora con una certa forma di paura.

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Le due protagoniste del film di Mereu tratto dal racconto di Atzeni

Non c’è azione e non c’è finale: il risveglio, gli uomini nullafacenti, donne impudiche irretite da giovani vogliosi, pedofili e padri violenti: tutto descritto come fosse normale, così come normale viene descritto il momento lirico del mare o il momento magico dell’arrivo della “coga” e dei “suoi gatti” (la strega sarda): negli occhi fanciulleschi di una ragazzina di tredici anni tutto è visto attraverso una cultura popolare rimasticata e rivista a proprio uso e consumo nei quartieri popolari dove il melting-pop linguistico e culturale diventa l’assoluto ed unico mezzo di comunicazione e sapere.

Il tutto viene raccontato ad uno che sa ascoltare (Sergio Atzeni stesso)

e tu ora mi guardi allo stesso modo lo so cosa vuoi e cosa pensi ma non io mi sei simpatico questa storia la racconto a te che hai buona memoria e dicono che sei buono a raccontare e scrivere manka sias unu barabba de Santu Mikeli ma altro da me non prendi non guardarmi più con quegli occhi hai capito? Non io cercati qualcun’altra io prima divento rockstar poi cerco marito non mi interessano i giochi porchi

forse lo stesso che con un Aiwa, l’orecchio forato, andava tra le case di Guspini a raccogliere testimonianze di Tullio Saba.

Vogliamo concludere con quanto dice di lui Marci (docente di letteratura italiana contemporanea dell’Università di Cagliari): “Lo rimpiangiamo profondamente, perché era riuscito a capire il suo mondo e cercava di descriverlo in una lingua intellegibile al pubblico ampio dei lettori”.

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA DURANTE IL VENTENNIO FASCISTA

Caratteri generali

Caratteri generali

La prima guerra mondiale costituisce una vera e propria frattura nella storia che si può così sintetizzare:

  • Fine dell’eurocentrismo economico e politico e l’affacciarsi nella storia di due superpotenze, ideologicamente contrapposte: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica;
  • L’affacciarsi delle masse come soggetti politici;
  • I totalitarismi (fascismo in Italia e nazismo in Germania).

Tutta l’Europa, all’indomani della guerra, si leccava le ferite causate da un ingente sforzo economico per farvi fronte, dai milioni di morti, mutilati e reduci, da un impossibile ritorno alla “normalità”, se per normalità s’intende la situazione prebellica che aveva caratterizzato la “belle epoque”.

A pagare le maggiori conseguenze dell’esito della guerra fu la Germania, alla quale, soprattutto per volontà francese, venne attribuita l’intera responsabilità del conflitto. Così i trattati di pace, più che avviarsi verso un equilibrato sistema di rapporti tra i paesi europei, determinarono sentimenti di rivincita. Se la situazione parve lentamente migliorare tra il ’24 e il ’28, per una buona congiuntura economica, foriera di un rasserenamento politico fra le nazioni, il crack delle banche americane del ’29, fece di nuovo precipitare la situazione, creando così le premesse, intorno agli anni Trenta, alla nascita del nazismo che condurrà l’Europa alle seconda guerra mondiale.

Altro fattore destabilizzante fu la Rivoluzione bolscevica. L’incapacità del governo zarista di offrire un sia pur minimo miglioramento alla masse contadine che vivevano ancora in un’economia semifeudale, diede forza agli esponenti più radicali che si posero alla testa di una rivoluzione che costrinse la Russia ad uscire dal conflitto con enormi conseguenze sul piano territoriale ed economico. L’esempio russo ebbe un impatto emotivo e politico che incise fortemente all’interno degli stati nazionali europei. Pur consapevoli della difficile esportazione della dittatura del proletariato, quest’ultima agì profondamente: da un lato (anche per l’indeterminatezza con cui filtravano le notizie) come modello, se non come mito, a cui masse di operai, nonché di intellettuali, guardavano con fiducia; dall’altro, per reazione, il “pericolo rosso” coagulò intorno a sé un fronte, seppur non omogeneo, che andava dal piccolo-borghese, minacciato dal basso, alle gerarchie ecclesiastiche, fino ai grandi proprietari terrieri e agli industriali.

Se gli Stati Uniti avevano promosso con la loro entrata in guerra l’idea di una Europa che si articolasse al suo interno in una prospettiva liberal-democratica, promuovendo, sin dal ’18 la nascita della Società delle Nazioni, la miopia parlamentare americana, diede luogo ad una nuova forma di isolazionismo.

Situazione in Italia

L’Italia uscì dalla prima guerra mondiale profondamente cambiata. L’assetto sociale, ormai, aveva assunto caratteri massificati che convogliavano in una compatta sindacalizzazione, in una forte affermazione del Partito Socialista (che d’altra parte visse, nel ’21 una drammatica scissione tra riformisti e massimalisti guidati rispettivamente da Turati e da Gramsci) e nella nascita del Partito Popolare da parte di Sturzo, approvato ed appoggiato dalle gerarchie ecclesiastiche.

Ma il ceto che più di ogni altro cambierà le sorti dell’Italia e che la condurrà, con cieca fiducia, alla dittatura, sarà la piccola borghesia. Quest’ultima visse, negli ultimi anni, una drammatica ambiguità, un senso di smarrimento, determinato dall’accettazione passiva del sistema capitalistico degenerato in un affarismo senza scrupoli e da un’invidia e paura profonda verso il proletariato organizzato. Per meglio dire, il piccolo borghese si sentiva schiacciato da una parte dai “pescecani” arricchitisi con loschi affari durante la guerra, dall’altra dalla massa dei lavoratori che, avanzando delle richieste di miglioramento salariale o, addirittura, prospettando, sul modello dell’URSS, la “dittatura del proletariato”, gli rubava quello che per l’“eroismo di guerra”, gli spettava di diritto. Portavoce del suo malcontento divenne Benito Mussolini, già socialista, che nel 1919 fondò a Milano i “Fasci Italiani di Combattimento”.

Il Patto di Londra aveva assegnato la costa dalmata all’Italia e la città di Fiume alla Croazia. Al termine della guerra la città istriana votava per l’annessione all’Italia, mentre la costituenda Jugoslavia reclamava per sé la costa dalmata. Sul tavolo di pace a Parigi la delegazione italiana rivendicava ambedue i territori: uno per il principio di autodeterminazione dei popoli (rati-ficato alla fine del conflitto), l’altro per il rispetto del Patto di Londra. Il presidente americano, non avendo sottoscritto l’accordo italo-inglese, invitava il popolo italiano a rinunciare alla Dalmazia. Il presidente del consiglio italiano, irritato da ciò, andò a Roma e chiese la fiducia del governo, ottenuta a grandissima maggioranza. L’allontanamento dal tavolo delle trattative risultò, tuttavia, esiziale per l’Italia: dalla spartizione degli ex possedimenti tedeschi in terra d’Africa venne totalmente esclusa. Ciò determinò una recrudescenza di sentimenti sciovinistici, animati dal mito della “vittoria mutilata” che portò a grandi dimostrazioni di piazza sotto il segno del “nazionalismo”. A tali dimostrazioni si aggiunsero e, spesso, confluirono, quelle operaie e contadine, determinate dalle difficilissime condizioni economiche in cui l’Italia si trovò all’indomani della guerra.

Queste ultime assunsero, in alcune regioni, vere e proprie forme miranti a preparare una rivoluzione ed ebbero particolare vigore nel biennio 1919-1920 (“biennio rosso”) in cui si procedette all’esproprio di terre, occupazioni di fabbriche e saccheggi di negozi e forni.

La difficile situazione italiana veniva anche alimentata dalle azioni di D’Annunzio che, con un gesto clamoroso, occupò Fiume (precedentemente eletta a città libera) nel 1919, da cui venne ricacciato l’anno successivo dal governo italiano per non incrinare i rapporti internazionali precedentemente raggiunti.

E’ evidente come tutto ciò determinasse il tramonto del liberalismo politico di tipo ottocentesco e l’affacciarsi di un conflitto sociale completamente nuovo i cui protagonisti saranno i partiti di massa socialisti e popolari e il nascente, ma non ancora forte, movimento fascista, guidato da Benito Mussolini.

Il vecchio Giolitti venne richiamato per la quinta volta per salvare le sorti del liberalismo: ma al di là dei risultati positivi da lui raggiunti sul terreno diplomatico, non riuscì a realizzare il suo disegno.

L’opera di mediazione da lui condotta nei precedenti governi fra le diverse classi sociali, questa volta fallì: il padronato industriale e la FIOM (Federazione Italiana Operai Metallurgici), infatti, non riuscirono a portare a termine un accordo per il rinnovo del contratto. Gli operai, allora, passarono decisamente all’attacco, occupando le fabbriche: lasciati soli dal Partito Socialista, non poterono che dichiarare il loro fallimento. E fu allora il padronato a mettere in atto la sua controffensiva: gli industriali e i capitalisti agrari armarono la mano allo squadrismo fascista che, con estrema violenza, cercò di liquidare le organizzazioni operaie e contadine. I socialisti, abbandonati dalle istituzioni, si mostrarono incapaci a offrire una forte risposta e consumarono la loro scissione nel Congresso di Livorno in Partito Socialista (riformisti) e Partito Comunista (massimalisti) nel 1921.

Giolitti, stanco e amareggiato, si ritirò e i governi a lui succedutisi (Bonomi e Facta) si mostrarono incapaci di affrontare la situazione.

Al tentativo di “sciopero legalitario” proposto dai partiti della sinistra per accusare i metodi illegali dei rappresentanti del partito di Mussolini, il PFN (Partito Nazionale Fascista, fondato nel 1921) rispose con un’offensiva a tutto campo, con violenza inaudita, sia nelle piazze che su un piano istituzionale.

I capi del partito, infatti, riunitisi a Napoli, marciavano verso Roma per conquistare il potere; Facta ottenne dal re la promulgazione dello stato d’assedio che Vittorio Emanuele III, il giorno seguente, non ratifica. Di fronte a tale gesto al residente del Consiglio non rimase che dimettersi. Il nostro monarca accettò le dimissioni e quindi offrì l’incarico di formare un nuovo governo a Benito Mussolini.

Una volta al potere, Mussolini dichiarò di voler reprimere l’illegalità, sotto qualsiasi forma essa si fosse presentata. La “normalizzazione” che egli tuttavia perseguiva, non toccava lo squadrismo che continuava indisturbato la sua azione violenta contro le associazioni di sinistra, ma soprattutto riguardava il sovvertimento delle istituzioni liberali e l’erezione progressiva del fascismo in un regime che, per poter essere accettato, doveva pagare lo scotto a quelle classi che fino ad allora lo avevano sostenuto. Le prime scelte politiche, infatti, riguardavano una serie di provvedimenti favorevoli ai capitalisti e la continua pressione verso i sindacati che dovevano, per amore o per forza, accettare l’abbassamento dei salari.

Certo tale politica, aumentando la produttività a scapito delle classi più deboli, riuscì a determinare un incremento industriale notevole che, nell’immediato, serviva a rafforzare il fascismo stesso.

D’altra pare Mussolini, per consolidare ulteriormente il suo potere, aveva bisogno di conquistare il consenso dei cattolici che ancora si riconoscevano nel Partito Popolare. Bastava rompere il patto di solidarietà fra la Chiesa ed il partito, cosa che Mussolini fece, alleandosi con la destra cattolica che spinse lo stesso fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, ad abbandonare l’agone politico.

Allargatasi quindi la base su cui poggiava il suo potere, Mussolini indisse nuove elezioni, che si svolsero in un clima d’intimidazione e violenza. Otte-nuta la maggioranza nel paese, il capo del fascismo vide tuttavia vacillare il suo potere quando il deputato socialista, Matteotti, che aveva denunciato alla Camera i metodi illegali con i quali si erano svolte le consultazioni elettorali, venne ucciso dagli squadristi. L’emozione nel paese fu grande ed i partiti d’opposizione fecero quadrato abbandonando l’aula parlamentare, sperando che in questo modo il re intervenisse per revocare il potere a Mussolini.

Ciò non avvenne, anzi il fascismo passò ad una violenta controffensiva di piazza: Mussolini, spinto dagli eventi e assenti gli aventiniani, dichiarò alla Camera la cessazione di ogni garanzia liberale.

Il fascismo si trasforma quindi in un regime dittatoriale (1925).

Gli atti di tale regime furono:

  • soppressione della libertà di stampa;
  • sostituzione dei sindaci e dei consigli comunali con podestà e consulte di nomina governativa;
  • proibizione del diritto di sciopero;
  • istituzione delle “corporazioni” che, rappresentando le categorie econo-miche nella loro totalità, privavano i lavoratori dei sindacati;
  • istituzione del confino di polizia e del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato;
  • reintroduzione della pena di morte.

L’opposizione fu costretta a vivere nella clandestinità o a emigrare: il nucleo più consistente di essa, che si riconosceva nei partiti socialisti, comunisti e liberali, dirigeva la sua lotta da Parigi.

Un punto a favore del regime Mussolini lo conseguì con i Patti Lateranensi (1929), con i quali riuscì a legare a sé l’intera gerarchia cattolica.

Una serie di problemi il duce dovette affrontarli con la svalutazione della lira verificatasi intorno al 1925. Se la politica economica aveva registrato, dal ’22 al ’25, buoni risultati, permettendo un incremento delle esportazioni, il deprezzamento della lira fece sì che, tuttavia, le materie importate costassero di più. Bisognava, quindi, “salvare la lira” e per fare ciò la cosa più semplice che il duce attuò fu la riduzione dei salari (dal 12% al 15%) e la creazione di grandi trust monopolistici che, se aiutarono il grande capitale, grazie anche all’autarchia, risultò lesiva per le piccole e medie imprese.

Fondamentale risultò anche la “battaglia del grano” che, se da una parte riuscì ad evitare l’importazione di questo fondamentale alimento, ne aumen-tò considerevolmente il prezzo. Nel 1928 iniziò il progetto di bonifica delle zone paludose, non sempre portato a buon fine, in quanto lasciato in mano ai privati che, una volta ottenuti i sovvenzionamenti statali, procedettero con scarsa produttività. Diverso fu il caso dell’agro pontino che, fra l’altro, riuscì ad alleviare la disoccupazione allora imperante per la crisi sopra descritta.

L’altra arma usata dal regime per affrontare il problema della disoccupazione fu lo sviluppo delle opere pubbliche, con lavori di tipo strutturale che sarebbero in seguito serviti a sviluppare l’economia del paese, ma soprattutto a porre le premesse per il futuro riarmo dell’Italia. Infatti l’autarchia economica non poteva che spingere il governo verso una politica estera di tipo imperialistico. Essa venne infatti inaugurata con l’impresa africana, per poi proseguire con la conquista dell’Albania ed il tentativo d’occupazione della Grecia.

Risulta evidente che tale politica mal si accordava con le difficoltà economiche che lo stato fascista cercava di nascondere.

Per quanto riguarda l’aspetto culturale è evidente che, nel momento in cui il fascismo si ergeva a vero e proprio regime, non poteva mancare un attento controllo che si focalizzava su quelle forme che maggiormente potevano avere influenza sulle masse, in primo luogo la stampa, in seguito radio e cinema, nonché la formazione del consenso attraverso il GUF (Gruppi Universitari Fascisti).

Intanto nel ’25 sul Popolo d’Italia, il filosofo Giovanni Gentile elaborava un manifesto nel quale cercava di indirizzare e motivare gli intellettuali a farsi “propagatori” del verbo fascista (tra i firmatari alcuni nomi eccellenti come Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti).

MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI FASCISTI

Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre.

Le Origini

Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da un punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma di sacrifici, di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in proporzione del danno sofferto, donde una presuntuosa e minacciosa contrapposizione dei privati allo Stato, un disconoscimento della sua autorità, un abbassamento del prestigio del Re e dell'Esercito, simboli della Nazione soprastanti agli individui e alle categorie particolari dei cittadini e un disfrenarsi delle passioni e degl'istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di rivolta a ogni legge e disciplina. 
L'individuo contro lo Stato; espressione tipica dell'aspetto politico della corruttela degli anni insofferenti di ogni superiore norma di vita umana che vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei singoli. Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà ma tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione perciò e missione.

Il Fascismo e lo Stato

Di qui il carattere religioso del Fascismo. Questo carattere religioso e perciò intransigente, spiega il metodo di lotta seguito dal Fascismo nei quattro anni dal ’19 al ’22. I fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove entrarono, piccolo nucleo, con le elezioni del 1921. Lo Stato costituzionale era perciò, e doveva essere, antifascista, poiché era lo Stato della maggioranza, e il fascismo aveva contro di sé appunto questo Stato che si diceva liberale; ed era liberale, ma del liberalismo agnostico e abdicatorio, che non conosce se non la libertà esteriore. Lo Stato che è liberale perché si ritiene estraneo alla coscienza del libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all’attività dei singoli. Non era perciò, evidentemente, lo Stato vagheggiato dai socialisti, quantunque i rappresentanti dell’ibrido socialismo democratizzante e parlamentaristico, si fossero, anche in Italia, venuti adattando a codesta concezione individualistica della concezione politica. Ma non era neanche lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel periodo eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall’opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gl’individui si erano in diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro l’indipendenza e l’unità.

Gioventù e squadrismo

Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch’esso con la forza della sua idea la quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del ’31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la “Giovane Italia” di Giuseppe Mazzini). Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato dai fascisti con gioia di cuore esultante! E cominciò a essere, come la “Giovane Italia” mazziniana, la fede di tutti gli Italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento. Fede, come ogni fede che urti contro una realtà costituita da infrangere e fondere nel crogiolo delle nuove energie e riplasmare in conformità del nuovo ideale ardente e intransigente. Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso del sacrificio consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che potesse giustificarlo: la vita e la grandezza della Patria. Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria. Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato. Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l’insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province, marciarono su Roma. La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l’ammirazione e infine il plauso universale. Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua unanimità entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per la coscienza della vittoria già riportata e della nuova onda di fede ristoratrice venuta a rianimare la Nazione vittoriosa sulla nuova via faticosa della urgente restaurazione delle sue forze finanziarie e morali.

Il governo fascista

Lo squadrismo e l’illegalismo cessavano e si delineavano gli elementi del regime voluto dal Fascismo. Tra il 29 e il 30 ottobre ripartirono da Roma nel massimo ordine le cinquantamila camicie nere che dalle provincie avevano marciato sulla Capitale, partirono, dopo aver sfilato innanzi a S. M. il Re, partirono ad un cenno del loro Duce, divenuto Capo del Governo e anima della nuova Italia auspicata dal Fascismo.

(…)

Ma gli stranieri, che sono venuti in Italia, sorpassando quella cerchia di fuoco creata intorno all’Italia fascista dai tiri di interdizione con cui una feroce propaganda cartacea e verbale, interna ed esterna, di italiani e non italiani, ha cercato di isolare l’Italia fascista, calunniandola come un paese caduto in mano all’arbitrio più violento e più cinico, negatore di ogni civile libertà legale e garanzia di giustizia; gli stranieri che hanno potuto vedere coi propri occhi questa Italia, e udire coi propri orecchi i nuovi italiani e vivere la loro vita materiale e morale, hanno cominciato dall’invidiare l’ordine pubblico oggi regnante in Italia, poi si sono interessati allo spirito che si sforza ogni giorno più d’impossessarsi di questa macchina così bene ordinata e han cominciato a sentire che qui batte un cuore pieno di umanità, quantunque scosso da un’esasperante passione patriottica; giacché la Patria del Fascista è pure la Patria che vive e vibra nel petto di ogni uomo civile, quella Patria cui il sentimento dappertutto si è riscosso nella tragedia della guerra e vigila, in ogni paese, e deve vigilare a guardia di interessi sacri, anche dopo la guerra; anzi per effetto della guerra, che nessuno più crede l’ultima.Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni. Ed è scuola di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a ciò che è universale ed immortale, è rispetto della legge e disciplina, è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che si instaura con la rinuncia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità irragionevole e dissipatrice. È concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni, impegnando chi le pronuncia e impegnando con lui il mondo stesso di cui egli è parte viva e responsabile in ogni istante del tempo, in ogni segreto respiro della coscienza. (…)

Il Manifesto di Gentile assegna una missione che potremo definire “religiosa” al fascismo; egli infatti, mutuando il concetto di Stato dal pensiero hegeliano, e dando ad esso il significato di stato etico, subordina l’interesse e la libertà individuale a quella dello stato. Dirà Gentile: «Il fascismo non vede altro individuo soggetto di libertà che quello che sente pulsare nel proprio cuore l’interesse superiore della comunità e la volontà sovrana dello Stato». Interessante inoltre, ci sembra il richiamo che il filosofo vuole sottolineare tra il Risorgimento ed il fascismo, mettendo in relazione il movimento mazziniano della “Giovane Italia” con le Avanguardie fasciste in camicia nera, insistendo sulla loro poca numerosità, ma capaci di portare il “Verbo” alle masse.

La risposta a tale manifesto fu quella di Croce, importantissimo filosofo napoletano, che, usando come strumento anche l’ironia, rintuzza con efficacia alle affermazioni un po’ “verbose” come lui stesso afferma, del suo collega Giolitti. Il suo manifesto venne pubblicato lo stesso anno sulle riviste “Il Mondo” e “Il Popolo” (tra i firmatari Luigi Einaudi, Aldo Palazzeschi e Eugenio Montale) 

MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI ANTIFASCISTI

Gl’intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl’intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. Nell’accingersi a tanta impresa quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizî della guerra europea, fu bandito al mondo dagli intellettuali tedeschi: un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore. E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica, e con le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale, affinché, con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie. Varcare questi limiti dell’ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso. E non è nemmeno, quello degl’intellettuali fascisti, un atto che risplenda di molto delicato sentire verso la Patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni. Nella sostanza, quella scrittura, è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocinî: come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua, quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl’individui al Tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale […]. Ma il maltrattamento della dottrina e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che vi si fa della parola «religione»; perché, a senso dei signori intellettuali fascistici, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte, la quale le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l’odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani. Chiamare contrasto di religione l’odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere d’italiani e li ingiuria stranieri e in quest’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono proprî di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto perfino ai giovani dell’Università l’antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili: è cosa che suona, a dir vero, come un’assai lugubre facezia. In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto;  e d’altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di aborrimento della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo. E, se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantare un’originale impronta, tale da dare inizio di un nuovo sistema politico, che si denomini dal fascismo. Per questa caotica e inafferrabile «religione» non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento. Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l’Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversarî, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda in pugno la loro bandiera. La nostra fede non è un’escogitazione artificiosa e astratta o un invasamento di cervello, cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale e morale. Ripetono gl’intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trista frase che il Risorgimento d’Italia fu l’opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia di fronte ai contrasti tra il fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero d’italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale. Perfino il favore, col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercè di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di  rinnovamento e (perché no) anche forze conservatrici. Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appagandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governatori assolutistici e quietistici. Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gli impedimenti che si frappongono alla libertà, c’inducono a disperare o a rassegnarci. Quel che importa, è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d’intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amara con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.

Se in un primo momento Benedetto Croce aveva ritenuto il fascismo un argine contro la minaccia comunista, si riteneva certo che poi lo stesso sarebbe rientrato nell’alveo del liberalismo e quindi, in parte, neutralizzato. Capito il fallimento di tale prospettiva, si era ritirato e dedicato agli studi. D’altra parte si racconta che il cavaliere Mussolini, chiese ai suoi: “Quante copie tira ‘La Critica’?. “Millecinquecento”  gli risposero. “Allora lasciatelo perdere!”. Noi sappiamo e ci piace immaginare che la sua statura internazionale sconsigliasse a Mussolini stesso di perseguitarlo.

Per quanto riguarda il Manifesto degli intellettuali antifascisti, da lui redatto, egli affermava il diritto della cultura a indagare e criticare le opere di creazione artistica, affinché tutti potessero elevarsi alla più alta sfera spirituale. Allo stesso modo comparare l’ideologia fascista a una religione e legittimare lo squadrismo, cioè l’arbitrio e la violenza politica, riteneva fossero di per sé intollerabili perché privavano la dialettica politica, la sola in grado di comporre una migliore società civile; d’altra parte piegare anche la creazione artistica è come privare l’artista della necessaria libertà: per Croce arte e politica sono necessariamente separate, perché laddove venisse meno la libertà di pensiero ne consegue l’impossibilità di fare arte. In lui si sente il concetto di “arte pura” di cui la rivista “La Ronda” si fece portatrice.

Per quanto riguarda la letteratura, il fascismo trova un po’ di difficoltà a trovare un indirizzo che meglio lo possa rappresentare, e se mai uno ce n’è si tratta certamente di paraletteratura:

Liala, scrittrice di enorme successo commerciale (fino agli anni Settanta), che descrive, nei primi romanzi storie d’amore appassionate con bei ufficiali, rappresentanti l’uomo volitivo e forte, dell’aeronautica e della marina e Pitigrilli, autore del famoso romanzo Cocaina, con cui rendeva popolare la tipologia dei protagonisti dei romanzi dannunziani.

Se invece si parla di letteratura alta, il fascismo dovette convivere con esperienze diverse e in qualche modo opposte, ma tutte “internazionalmente” importanti, perlopiù con autori che avevano aderito al manifesto gentiliano: da il ricercato D’Annunzio, al futurista Marinetti, sino al premio Nobel Pirandello.

Esperienze importanti tuttavia furono:

Strapaese

L’idea di definire Strapaese un progetto culturale fu di Mino Maccari e lo concretizzò intorno alla rivista Il Selvaggio. Scopo era quello di raccontare un’Italia provinciale, con tipi umani spontanei e genuini, un po’ maneschi e plebei, bestemmiatori toscani: in una parola i protagonisti di coloro che “menavano le mani” contro i comunisti o i giornalisti antifascisti. Portavoce letterario di tale rivista fu Curzio Malaparte, che vi pubblicò vari testi in versi (canzoni), che vennero in seguito pubblicati nel libro l’Arcitaliano del 1928.

CANTATA DELL’ARCIMUSSOLINI

O italiani ammazzacattivi
il bel tempo torna già:
tutti i giorni son festivi
se vendetta si farà.
Son finiti i tempi cattivi
Chi ha tradito pagherà.
Pace ai morti e botte ai vivi:
cosa fatta capo ha.
Spunta il sole e canta il gallo
Mussolini monta a cavallo.

Dacci pane pei nostri denti
fantasie e cazzottature
ogni sorta d’ardimenti
di mattane e d’avventure.
Sono acerbi gli argomenti
ma le sorbe son mature:
siam tutti pronti e attenti
pugni sodi e teste dure.
Spunta il sole e canta il gallo
o Mussolini monta a cavallo.

(…)

O Mussolini facciadura
quando smetti di far buriana?
Aspetti vento d’avventura
Greco libeccio o tramontana?
La stagione è già matura
il brutto tempo s’allontana:
per montagna e per paura
combatteremo all’italiana.
Spunta il sole e canta il gallo
o Mussolini monta a cavallo.

Combatteremo alla vecchia maniera
guai a voi se prendiamo l’aire:
vi bucheremo la panciera
a lama fredda vogliam ferire.
La morte è buona cavaliera
piglia in sella chi vuol fuggire:
o traditori addio bandiera
Mussolini è duro a morire.
Spunta il sole e canta il gallo
o Mussolini monta a cavallo.

E’ chiaramente una canzone il cui senso apparente è quello di elogiare Mussolini (e d’altra parte lo fa). Tuttavia l’operazione di Malaparte è più sottile: la semplicità dei versi dal ritmo cantilenante non nascondono la mescolanza di parole auliche con quelle vernacolari (tipiche del dialetto senese), l’influenza letteraria di Berni, e, come un tappetto sottostante, la profonda ironia del testo. Ma fare un testo ironico sul duce poteva dar vita ad interpretazioni non proprio univoche.

D’altra parte al di là delle poesie di Malaparte e delle vignette satiriche di Maccari, ne Il Selvaggio poco di rimane di racconti in cui venga esaltato il vigore dell’italiano contadino; ci sembra infatti un’operazione totalmente intellettuale, che non abbia saputo realizzare il progetto cui ambiva.

Stracittà

A polemizzare con il progetto culturale di Maccari fu Massimo Bontempelli la cui aspirazione fu uscire dall’autarchismo letterario de Il Selvaggio e dare vita ad un vero e proprio inserimento della letteratura italiana nel contesto europeo. A tale scopo fondò la rivista 900 e, in opposizione allo Strapaese, definì il suo progetto Stracittà.

A fondamento della sua ricerca letteraria di questo periodo, che s’invera nei romanzi La scacchiera di fronte allo specchio (1922), Il figlio di due madri (1929), Vita e morte di Adria e dei suoi figli (1930) Gente nel tempo (1937) è la ricerca di un’arte “che rifiuta così la realtà per la realtà, come la fantasia per la fantasia e vive nel senso magico scoperto nella vita quotidiana  degli uomini e delle cose”. Tale arte dovrà avere “precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la nostra vita si proietta” Questi sono i canoni  con cui Bontempelli definisce il suo “realismo magico”.

Ad esempio della sua prosa prendiamo un brano da “La scacchiera di fronte lo specchio

LA VITA RIFLESSA NEGLI SCACCHI

Capitolo secondo
Spiegazione del titolo

Avvenne dunque un giorno, prima della guerra europea – e precisamente quando avevo otto anni – avvenne che per punizione fu chiuso, solo, virgola in una stanza.
E’ inutile raccontare perché mi avessero chiuso in quella stanza, tanto più che non lo ricordo. Sono incidenti che possono accadere a tutti quelli che hanno otto anni. Qualche volta accadono anche in età molto maggiore, e allora il fatto è più grave. Quella volta il fatto non era grave, tant’è vero che non ricordo perché mi avessero condannato a quella reclusione; la quale, diciamolo súbito, non durò che un’ora o due. Chiudendo me in quella stanza mi dissero:
«E non uscirai di qui finché non veniamo ad aprirti.» (Io pensai: «E’ naturale: se non vengono ad aprirmi come faccio a uscire da qui?»
Mi dissero ancora: «Sta attento a quello specchio, che non è da rompere. Nella stanza c’era un grande specchio, appeso a una parete appoggiato con la cornice inferiore sopra il piano di un caminetto. (Anche questa seconda raccomandazione mi parve superflua, perché tutti, anche a otto anni, sanno che gli specchi non sono fatti per romperli.)
Ci fu una terza e ultima ingiunzione, e fu la seguente. «E non toccare quella scacchiera.» Infatti sul piano dei già ricordato caminetto c’era una scacchiera con su tutti i suoi pezzi, bianchi e neri, disposti nelle relative caselle: trentadue pezzi, perché, chi non lo sapesse, i pezzi degli scacchi sono trentadue, come i denti dell’uomo.
Essendo posata sul piano del caminetto, la detta scacchiera veniva a trovarsi davanti allo specchio. Ed ecco spiegata già fin dal secondo capitolo, la ragione del titolo di questo racconto.

(…)

Capitolo quarto
Prima stramberia

Eccoci dunque in tre, come ho detto:
io,
lo specchio, la scacchiera.
Io guardavo lo specchio, lo specchio rifletteva la scacchiera.
Ho già detto che lo specchio era vecchio leggermente verdognolo. Io osservai súbito che i pezzi della scacchiera riflessi nello specchio erano, tanto i bianchi quanto i neri, più pallidi di quelli veri, e con i contorni meno nitidi, quasi sfumati: anzi, fissandoli un po’ a lungo, là dentro, mi pareva che avessero una leggera vibrazione come le erbe e i sassi che si vedono dentro l’acqua di un laghetto.
Non ho ancora avvertito una cosa importante: cioè che lo specchio, appoggiato sul marmo del caminetto, era leggermente inclinato in avanti, perciò la scacchiera e i trentadue pezzi che vi si vedevano stavano sullo stesso piano dei trentadue pezzi veri, ma sembrava che si arrampicassero sopra un leggero declivio.
Di là, i pezzi specchiati guardavano i pezzi veri; ognuno il suo compagno: il Re Bianco guardava al Re Bianco, la Regina Nera alla Regina Nera, e così via; e quelli di là, stando così in alto un po’ di sbieco, pareva che guardassero questi di qua con sprezzatura. Questi di qua si lasciavano guardare impassibili, e pareva che con questa indifferenza si vantassero forse da essere più coloriti, più nitidi, e ben posati sopra un piano perfettamente orizzontale.
Mi alzai una volta ancora in punta di piedi, per vedere se riuscivo a scorgere almeno un poco della mia persona nello specchio. Ma era inutile. Ho detto che non ricordavo se vi fosse nella stanza una sedia: penso ora che certamente non v’era, altrimenti sarei salito in piedi su quella.
Ma così stirandomi in su, feci la seguente riflessione:
«In quello specchio c’è tutto quello che c’è in questa stanza, la parete azzurra, la scacchiera, i pezzi: dunque se non mi vedo, ci devo essere anch’io.»
Allora accadde una cosa buffissima.
Accadde che il Re Bianco – non quello vero, che era di qua; quello riflesso e un po’ più pallido, che era di là – il Re Bianco cessò di fissare, traverso la superficie dello specchio, il suo compagno, e guardò invece verso di me, si scosse un poco e parlò.
Parlò proprio a me, e come se avesse letto nel mio pensiero, mi disse:
«Certo che ci sei. Sei qui sotto. Vieni anche tu di qua, e ti vedrai.»
Tutte le volte che ho ripensato a quel momento, e anche ora, il fatto mi è parso, e mi pare strambissimo e quasi incredibile.
Invece allora non ci troverei nulla di strano. Risposi tranquillamente:
«Verrei volentieri, ma prima di tutto non so come fare; in secondo luogo Ella deve sapere che mi hanno ordinato di non muovermi di qui fin che non vengono ad aprirmi.» Il Re Bianco di là dello specchio mi fece un obiezione:
«Quando dico che sei qui, intendo che qui c’è un altro come te: la tua immagine, via; siete due, come io e quel Re Bianco che sta costì dalla tua parte. Dunque se tu vieni di qua può anche darsi che la tua immagine passi di là, e così ci sarà sempre qualcuno per qualunque evenienza.
«Allora» obiettai «non è vero che incontrerò me stesso di là.
«Hai ragione. Ma sarà sempre una gita interessante.
«Lo credo» gli risposi. «Ma rimane sempre la prima difficoltà: non so come fare a venirci. Se Ella volesse insegnarmi…»
Il Re Bianco mi ammonì severamente:
«Con la volontà si riesce a tutto.»

E’ un libro pubblicato nella collana “Biblioteca dei ragazzi” della Bemporad. Racconta un episodio minimale: un bambino di otto anni viene messo in castigo in una stanza dove vi è uno specchio che riflette una scacchiera. La realtà riflessa appare al bambino più vera della realtà e ne nasce un vero e proprio dialogo tra ciò che lo specchio rimanda (in questo caso il Re Bianco) e il protagonista. Il fatto che il racconto sia omodiegetico, fa assumere allo stile il carattere veritiero che un bambino può vedere, mescolando appunto realtà e fantasia. D’altra parte il suo mondo è così scevro da ogni elemento dei doveri dell’adultità, facendogli reclamare la sua non confinabile libertà. Il modo di scrivere, come fosse quello di un bambino, fa sì che la tonalità infantile ed il fantastico si armonizzino tra loro, dando vita, così, al suo “realismo magico”.

La Ronda

La rivista La Ronda (1919 – 1923), anche in ottemperanza del suo nome che si richiama alla  vigilanza e al controllo, affinché si riacquistasse il senso dell’ordine, si pone in netta antitesi contro le esperienze sia dannunziane che pascoliane, quanto dall’intemperanze futuriste. Per i redattori di tale rivista vi è la necessità di un ritorno alla classicità del dettato, ad una prosa “elegante” e alla purezza dello stile. Innamoratosi della prosa leopardiana (dedicarono ben tre numeri allo Zibaldone) non furono nemmeno contrari al frammentarismo. Tenendo ben distanti la politica con l’arte, essi promossero sia la poesia con Vincenzo Cardarelli che la prosa con Emilio Cecchi, ambedue fondatori della rivista.

Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), partecipò attivamente alla vita culturale romana, prendendo parte alla redazione e fondazione di alcune tra le riviste più importanti del primo Novecento. La sua poesia parla dello scorrere del tempo, della dolorosa memoria e adotta forme metriche libere di ascendenza leopardiana, che servono ad alleggerire la tensione emotiva.

Tra la sua produzione scegliamo un testo del ’31:   

AUTUNNO

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

E’ un testo dove a prevalere è il tema del trascorrere del tempo, percepito da un “noi” indefinito. I primi sette versi sottolineano il passaggio cadenzato dapprima dal vento d’agosto, poi le piogge di settembre, per concludersi con il sole smarrito, che ha perduto la sua forza e il suo calore estivo. Questi diventano metafora del passare degli anni nella vita di un uomo che “incedono” cioè passano lentamente, portandolo alla maturità che cancella “il miglior tempo” (citazione leopardiana).

ADOLESCENTE

Su te, vergine adolescente,
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!

Pure qualcuno ti disfiorerà,

bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,

per ridere un poco insieme.

Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.

E’ un testo che, come il precedente, parla del tempo, qui mettendolo al centro già dal titolo “Adolescenza”, il passare della giovinezza. La donna adolescente vive con leggerezza forse consapevole di quando sboccerà per diventare donna. Per ora ella non sa, non conosce, ma arriverà il momento in cui qualcuno si interesserà a lei e sarà la stessa che si perderà ed il tempo, che ama l’attimo in cui la gioia è ancora intorno a lei, e non il tempo che aspetta.

Il testo ci ricorda la canzone A Silvia, anche lì il poeta consapevole vede la giovinezza della dolce fanciulla dal di fuori, “d’in su i veroni del paterno ostello”; anche Cardarelli la guarda da lontano, ma se alla prima la Natura le ha negato di diventar donna, l’adolescente cardarelliana lo sarà, perdendo forse l’innocenza. Leopardiana è la scelta metrica endecasillabi e settenari, ma anche dannunziana con l’utilizzo di versi diversi. Il linguaggio è piano, ma sostenuto “recludi”, “veggo” “astata”, “gaudio” ed altre ancora, che tuttavia non inficia la scorrevolezza del testo che riesce ad essere armonicamente disposto.

Emilio Cecchi (1884 – 1966), fu un intellettuale e un finissimo critico letterario che interpretò con capacità più di mezzo secolo di letteratura italiana. S’interessò anche della letteratura inglese (Scrittori inglesi e americani, del 1935). Per lui l’arte è quello strumento che permette di restituire, elementi anche minimi di realtà, le ragioni affettive e morali dell’autore: l’ansia di una ricerca che tenta di aderire alle pieghe nascoste della vita e della psicologia dello scrittore studiato, attraverso una controllatissima immedesimazione. Tali qualità si apprezzano anche nel prosatore, che vuole programmaticamente delimitare la sua opera nell’ambito delle impressioni di viaggio, della nota, del bozzetto e dell’immagine. Come si può vedere in questo breve frammento:

IL CANGURO ZOPPICANTE

Il canguro zoppicava come un artritico. S’arrestò; e dondolandosi sulla vita, si dette la mossa e si trovò ritto sulle zampe posteriori. Aveva puntato in terra il poderoso bastone della coda e pareva un cavalletto a tre gambe.
Per un poco si tenne in tasca i suoi moncherini, fissandomi, con la bocca leprina accomodata all’atto di fischiettare. Ma poi cominciò ad accompagnarsi e sfoderati gli unghioni neri della orribile mano tra d’uomo e d’avvoltoio, si grattava la pancia, come se invece d’una pancia fosse una chitarra. In realtà era una pancia, sordida e intimpanita; e io non avrei saputo dire che cosa m’imbarazzasse più, se l’ostinazione di quei grossi occhi vitrei d’uccello col loro sguardo antidiluviano, o l’oscenità della ventraia che pareva insaccata di stoppa e spelata sulle ricuciture, come la pelle di una mummia tignosa.
Lo vedevo contro il sole, contro il sole più civico, più domestico: apparizione ributtante nella cui forma era un segno diabolicamente sovvertito della mia forma, confuso agli avanzi e alle rovine d’epoche condannate. E non capivo la necessità di rievocare, nel cerchio delle case e degli orti, cotesti spettacoli tenebrosi e irrimediabili, e non potevo capacitarmi per quale avvelenata curiosità e libidine di distruzione mi fossi fermato e fossi entrato.
Allora tra i ferri da un’altra gabbia scivolo qualcosa di flessuoso e formidabile, come un floscio serpe azzurrastro. Si mise a tastare nell’erba e nel fango avendo trovato quel che cercava si risollevò in spirali verso una lurida fessura triangolare che sormontava un gozzo appuntito, con pochi peli di barba.
Era un mostro calvo, a forma di montagna, che schizzava rosso dall’occhio suino e sventolava le orecchie smerlate come larghe foglie acquatiche, scrollandosi sulle colonne delle zampe avvinte di catene e schiacciate sotto il peso della mole rugosa che si sarebbe potuta credere coperta di minutissimi segni egiziani. Mi dissero che si dondolava così da almeno duecent’anni. Era nato al secolo che gli uomini andavano in parrucca e la moda prescriveva alle nostre avole i pennuti turbanti all’uso di Persia. Gli erano rotolati sul dorso i terremoti e gli sfaceli, le rivoluzioni, gl’interregni e i galoppi delle cavallerie di Napoleone. E aspettava tuttavia, dicendo di no dalla punta della proboscide al codino arroncigliato.
Io ho conosciuto gli elefanti storici. Quelli di Ramsete e quelli di Psammetico, quelli di Kipling, di Pirro, e il pulcino di piazza della Minerva. Ma cotesta massa senza tempo pareva lì a negare il Tempo, col suo scrollo inutile e colossale; e addirittura a stritolare e sperdere anche il piccolo, lo straziante, piccolo tempo che m’è toccato, che rodono e consumano dentro di me tanti altri avversari. La cupola della sua groppa montava violenta come una nuvola nera. Una nuvola di pietra che volesse otturare il cielo.

In questa breve rassegna di autori rondisti non può mancare Riccardo Bacchelli (1891 – 1985), autore poliedrico toccò varie tipologie sia artistiche che critiche. Per le prime dà cita ad una serie di romanzi che vanno dal registro ironico a quello psicologico (Una passione coniugale) o a quello storico (Il diavolo al Pontelungo), ma la sua penna si esercitò anche nella critica letteraria, con saggi su Fogazzaro,  Leopardi e Manzoni. Si occupò anche di critica musicale. Il suo capolavoro è un poderoso romanzo storico, in tre volumi, Il mulino del Po.

IL SALVATAGGIO DI CECILIA

Era dunque la piena lunga del ’39, e a bordo del San Michele appiardato provvisoriamente a ridosso della punta, i quattro uomini si alternavano alla guardia della corrente. Tre sfaccendavano sotto la loggia e attorno ai palmenti, o dormicchiavano pigri e svogliati, perché il vento, continuo già da due mesi da ostro e da scirocco, or più greve e fastidioso or più spiegato e rabbioso, sempre afoso, gravava il cervello e ammolliva le gambe, e, rendeva stanchi e sudaticci per la minima fatica. Quello che stava alla guardia sull’andialetto, addossato alla parete, con un arpione di lungo manico a portata di mano, ravvolto nel ferraiuolo, prendeva la pioggia e guardava annoiato ciò che veniva giù per il fiume, ma specialmente se la secca il pennello della Guarda teneva duro contro il rodio del fiume paziente furioso. Codesta secca e quel pannello di gabbioni, infatti formavano la punta di cui era protetto il mulino.
Dalla lanca, dove l’acqua a momenti ridondava e girava a ritroso in tondo su se stessa, di modo che l’ulà si fermava, quasi stanca; dal mulino, si scorgeva la corrente, l’immane flusso della piena, fremere ribollire infuriando sulla punta, scrosciare e rimbalzare, fuggire con una fila di gorghi e di risucchi avidi e astiosi, che segnavano il margine fra le acque vive grosse del filone, e le semimorte della lanca.
Affioravano e affondavano, veloci, i più diversi oggetti; e qualcuno veniva spinto dalla corrente dell’acqua pigra, aggirato a lungo, respinto e ripreso. Potevan diventare pericolosi, se un mutamento del letto venisse a buttare contro il mulino tutta o parte della corrente; erano tronchi d’albero, barche perdute, e masserizie e carri colonici anche, o caduti dagli argini su cui la gente spaurita s’accalcava con le sue robe, o rapinati dal fiume nelle golene o nei campi invasi; eran carogne di animali domestici e di stalla, sordide e sconce, ben tristi, coinvolte e travolte.
A Lazzaro, quella furia paziente degli elementi ricordava, guardando il fiume, una cosa lontana nella memoria, e che non sapeva ritrovare. La ritrovò, quando le giornate marcie di quel novembre sciroccale si fecero così brevi e buie sotto la cupa nuvolaglia, che il giorno pareva sorgesse soltanto per annotare. Tali giornate gli rammentarono le Russie. Il torbido scirocco, che gonfiava e ostacolava il fluire della disperata vena del fiume, che assiepava le acque adriatiche contro le foci del Po, lavorando così alla perdita del paese, era nemico degli uomini, come i geli spietati di quell’atroce inverno della ritirata da Mosca. Il Po insidioso riportava lui al Vop micidiale, e a quel giorno disastroso della sua giovinezza avventurosa.
Ed ecco un grosso natante, ben più grosso dei soliti, veniva giù giù col fiume. Era un mulino. Scansò, come volle fortuna, la punta, contro la quale ci sarebbe sfasciato, e tra il ribollio della ribattuta e l’onda della corrente libera, per un istante rullò col sandoncello e beccheggiò col sandon grande, fra due acque, simile a un cavallo riottoso e bramoso, tenuto a freno, che si tramuta fremendo d’una zampa sull’altra, e su tutte scalpita e balza. Così lo videro, trabalzato e conteso dalle due acque sulla punta che dirompeva il fiume; e subito che fu ripreso dalla corrente e rientrò nel filo, strapoggiò, si mise in traverso, diede di banda, sicché sembrò dovesse ribaltarsi, camminando per fianco travagliosamente. Poco andò, che ridrizzato dal fiume, mise le prore sulla via d’andare a investire la proda opposta alla svolta, il che sarebbe avvenuto senza scampo, se l’abbrivo impressogli dalla corrente non l’avesse sviato d’improvviso nelle acque torbide della lanca.
Schiavetto era saltato sul sandalo con un’ ancorotto, e raggiungeva il relitto, e l’ancorava. Poi tutti e quattro, a forza di remi, colla barca lo rimorchiarono al sicuro. Ma sbandava dalla parte del sandon grande, mezzo pieno d’acqua e aggravato dalle macine; del resto, pur essendo di antica costruzione, appariva robusto e ben conservato. Perché non andasse a fondo, era urgente arenarlo; la qual cosa fu fatta. Vi salirono poi Giuseppe e Schiavetto. Scacerni, con Malvasone, aspettava sul sandalo. Sentì un’esclamazione di meraviglia, e vide comparire Schiavetto con una giovinetta fra le braccia, fuori dai sensi.
Ecco quattro uomini impacciati. Era tutta bagnata indosso, e doveva essere sfinita dal freddo e dallo stento. Il viso emaciato ed esangue faceva gran pietà.
«Che sia morta?» disse Schiavetto nel calarla fra le braccia di Scacerni.
«Chi può mai dirlo?» fece Malvasoni «Le donne sono come i gatti.»
«Qui,» disse Scacerni «ci vuole aiuto di donne: la porto da Venusta Chiccoli. Schiavetto, sellami il cavallo.»
Sbarcarono, e Schiavetto corse a sellare il cavallo del padrone legato a un alberello sulla riva. Poco dopo, Scacerni trottava, colla svenuta in braccio, verso la Guarda.
Messa a letto fra panni di lana e bottiglie d’acqua calde, Venusta la soccorse, la ravvivò, la rianimò con l’aceto dei sette ladri. Si riscosse finalmente la poverina con un profondo sospiro, e tornò a svenire due volte, ma, riaprendo gli occhi per la seconda, già cercava e distingueva a quelli affettuosi e seri della Venusta, che le porgeva un cordiale. Sorrise un poco, e colla poca voce che poté avere trasognata:
«Dove sono?» domandò.
«Fra amici, non vi affannate,» le diceva Venusta.
Era visibile in quegli occhi uno stupore così grande e strano, che Venusta ebbe un’inquietudine e disse a  Scacerni:
«Vive, ma che sia diventata matta, poverina? Ohi, ohi, che cosa succede adesso?»
Lo stupore della ragazza s’era cangiato in spavento, ed ella voleva levarsi, chiamava disperatamente, benché fievole e fiocca, il babbo. Poi sbarrò gli occhi, e rimase come tramortita.
Colla vita e la coscienza, tornava dolore che lei non aveva ancor la forza di dire né di concepire intiero, ma le si vedeva negli occhi pauroso.
«Ve l’andiamo a cercare,» le diceva Venusta «ve lo mandiamo a chiamare il babbo: diteci di dove venite, dov’era la piarda del vostro mulino. Poverina, le sta venendo un febbrone, e non vorrei che il cervello non reggesse,» soggiunse rivolta a Scacerni, che assisteva impietosito. «Non mi piacciono questi occhi invetrati: sarebbe meglio che piangesse si disperasse. Diteci dunque, poverina: chi era, come si chiamava vostro padre?»
Quasi che ridestandola al dolore la richiamasse alla ragione, ruppe in un pianto disperato.
«Meglio questo,» diceva la Venusta lasciandola sfogare, «è molto meglio così. Poverina, poverina … Dunque» soggiunse quando i singhiozzi cominciarono a placare un poco, «che cosa possiamo fare?» Fece di no con la testa e disse sconsolata:
«Nulla. Vi ringrazio. L’ho visto morire.»
«Dove? Quando?»
«Nel fiume.»
Più tardi raccontò. Si chiamava Cecilia, unica nata di un Rei, mugnaio, che viveva solo, con lei sola, vedovo della madre morta nel partorirla, sul vecchio mulino appiardato in un tratto solitario di un fiume, contro una proda di golena larga, imperdia e selvosa. Codesto misantropo Rei scendeva a terra soltanto per necessità e rarissime volte, e la figlia non l’aveva lasciata sbarcare nemmeno una volta, fosse gelosia dell’indole, o stravaganza del cervello, o altra ragione che nessuno avrebbe mai più saputo. Certo le aveva voluto un gran bene dell’anima, e giudicando col senso comune, un bene pazzo. Da bambina e da ragazzina, Cecilia era cresciuta senza conoscere altro di umano fuor che codesta passione paterna, che s’adombrava di qualunque parola le fosse rivolta dai contadini che venivano a far macinare, o dalla gente che passando in barca la scorgeva di lontano e la salutava. E tanto bastava per rannuvolare il Rei, che le raccomandava di non rispondere, di non guardare, di non farsi vedere, di rientrar subito nella casa del sandoncello. La passione aveva infatti dato anche più nello strano col crescere della figliuola, e col crescer bella d’adusta e vigorosa bellezza bruna; tanto più quanto lei mostrò di saperlo, perché non conoscesse l’uso degli specchi. A che serviva, le diceva il padre, esser bella? Brutta, le avrebbe voluto anche più bene, e sarebbero stati più tranquilli. “Perché, chiedeva lei perché di sì, rispondeva lui.

Il brano ci offre la possibilità di analizzare l’opera di Bacchelli da due punti di vista:

  1. Tematico: la scelta del romanzo storico il cui vero protagonista dell’intero romanzo è il Po. Grazie ad esso si svolge la vita di ben tre generazioni e qui, in questo breve estratto, ne abbiamo chiarissima dimostrazione: s’inizia con il salvataggio di un mulino, grazie ad esso si trova semiassiderato il corpo di una giovane donna, la quale, perso il padre, travolto dal fiume, troverà nuova vita accolta dai due vecchi;
  2. Stilistico: Bacchelli mescola sapientemente terminologia tecnica con parole auliche, prese dalla forma classica. Anche il periodare è ampio, denotando il gusto per un argomentazione ariosa. Non mancano inoltre varie figure retoriche come la dittologia, l’allitterazione e metafore.

Solaria

Esaurita l’esperienza rondesca, le sue istanze furono proseguite da Solaria (1926 – 1936): se La Ronda aveva puntato il suo interesse sulla ripresa classica della tradizione (basti l’esempio di Bacchelli), questa rivista intendeva allargare lo sguardo verso le grandi forme letterarie europee nate tra l’Ottocento e il Novecento. Essi infatti guardarono con interesse alla narrativa russa di Dostoevskij, alla francese di Proust, alla tedesca di Mann e, d’estremo interesse per il nostro discorso (si ricordi che siamo all’interno del fascismo) quella ebraica di Kafka. Se la rivista poté – pur guardata con sospetto dalle gerarchie del regime – passare indenne dieci anni, fu il suo chiudersi all’interno della letteratura, censurando ogni forma d’interesse verso l’esterno.

Come esempio osserveremo l’opera di Giovanni Comisso (1895 – 1969). Affascinato dalle esperienze più diverse (fu commerciante, mercante d’arte, libraio, avvocato) e soprattutto dalla libera vita di mare, espresse le sue qualità poetiche in racconti, libri di ricordi e nelle corrispondenze giornalistiche. La sua produzione narrativa va da Il porto dell’amore ristampato nel 1928 col titolo Al vento dell’Adriatico, Gente di mare del ’28 e vari racconti. Scrisse anche saggi, tra cui il più famoso è Il mio sodalizio con De Pisis. Fu scrittore d’istinto che consegnò alla pagina l’esperienza di una vita trascorsa come meravigliosa, felice avventura.

Il maggiore esempio della sua capacità di rappresentare reale con acuta sensibilità visiva è Giorni di guerra pubblicato nel 1930, dove egli trascrive con efficacia le impressioni più elementari dell’esistenza che scorre nelle ore di sole di vento, nella fatica e nel riposo.

LA RITIRATA DOPO CAPORETTO

Il paesetto dove avevamo pernottato si chiamava Fagagna. L’alba era umida, la strada fangosa, ma non pioveva. Il nostro passo si risvegliò sulla strada con un’ energia che non ci doveva mancare. Si andava verso Bonzicco per passare il Tagliamento. La strada era deserta, da prima dava piacere perché si poteva camminare spediti, poi finì per impressionare. Nessun soldato, nessun carro per la strada diritta fiancheggiata da acacie, tutta arata dalle ruote dei carriaggi. Nella notte mentre noi si dormiva, tutti se ne erano andati. Si pensava di avere troppo ritardato, così da essere proprio gli ultimi di tutto l’esercito in ritirata. Non avevamo armi, eravamo in pochi e all’apparire dietro di noi dalle prime pattuglie nemiche non potevamo che arrenderci. Ognuno doveva essere dominato da questo stesso pensiero, ma nessuno osava comunicarlo, il passo dei miei soldati sul fango lamentoso si era fatto agitato, per dare la calma scesi dal mulo e merciai con loro. Indispettito contro quel fango più non sentivo l’acqua entrarmi per le suole consumate. Se volgevo lo sguardo verso i miei soldati, era anche per guardare in fondo alla strada deserta se apparisse qualcuno e al mio insistere, anche qualche altro si voltava a guardare. La luce bieca e la terra disfatta dall’autunno non potevano essere più favorevoli a un episodio di arresa o di sterminio, ma al prossimo paese le donne che portavano il latte dalle stalle a una fabbrica di burro, ci tolsero ogni ansia.
Si seppe che il ponte di Bonzicco era crollato nella notte trascinato dalla piena: per questo nessuno percorreva quella strada. Ci rimaneva allora solo da puntare verso Codroipo per passare il Tagliamento sul Ponte della Delizia. Presa una piccola strada, si camminò a lungo nel livido della giornata senza sole, lasciandoci abbandonare a un passo dolce. La distanza non era grande, ma assecondati dalla buona strada si percorse di certo una deviazione immensa, perché solo verso sera si arrivò in vista del Tagliamento e ancora distanti una decina di chilometri dal ponte.
Trovammo da poterci riposare in una casa assieme a un gruppo di allievi ufficiali, giovanissimi e distinti. Se ne andavano beati all’avventura. I contadini ci fecero la polenta, avevo il burro comperato al paese attraversato nella mattina e i miei soldati si arrangiarono con i polli rubati. Dormimmo nella stalla e alla mattina, dal mio giaciglio, scorsi gli allievi ufficiali reclinate le teste leggiere nel respiro dell’ultimo sonno. L’alba illuminava, tra la camicia aperta, il loro petto bianchissimo. Le voci allarmate dei miei soldati, dal cortile, li destarono. Si diceva che gli austriaci fossero arrivati con gli auto cannoni a Bonzicco. Verso le montagne il cannone sparava lento, pesante e tetro. Il Ponte della Delizia non distava molto e ci mettemmo in cammino sicuri che al di là del Tagliamento si sarebbe finalmente terminato il marciare.
Un rumore continuo di motori, di carri, di voci  e di passi si sentiva avvicinandoci al ponte. La strada era ingombra. Un cannone, sfasciata una ruota, ostruiva il passaggio. Molti, stanchi di attendere, abbandonavano gli autocarri e proseguivano a piedi: signore con poca roba assieme ai soldati, una fila di soldati ammanettati, con paia di scarpe nuove da borghese appesa al collo, qualche ufficiale superiore solo con una valigetta, prigionieri austriaci che se ne andavano liberi. Tutti venivano svelti per passare il ponte. Si temeva di non riuscire e il terreno sul ponte era così consumato che già apparivano le travi. Il ponte vibrava il passaggio. Sotto l’acqua tumultuava nella piena. Un aeroplano cadde tra sfracellandosi su di un ghiaione. Una carretta davanti a noi con una ruota sterzata e immobilizzata proseguiva ancora scavando il fango. Il ponte vacillava. Non si credeva resistesse. Un cavallo, stramazzato a terra, più non si rialzava e venne buttato nel torrente. La ruota sterzata resisteva. Ancora pochi metri e si sarebbe arrivati all’altra riva dove si riteneva di trovarci del tutto al sicuro. Il terreno più non vibrava sotto i nostri piedi. Il ponte era finito.
Come un’altra aria era di là. Qualcuno fermo ci guardava arrivare e sorrideva. I campi vicini erano invasi da soldati che accendevano fuochi. Uno si era messo a radere barbe all’aperto. Altri tiravano su da un fosso un cavallo morto e già preparavano le baionette per dividerselo. Ritrovammo il nostro carrozzino e subito ci rifornimmo. Gli altri soldati, vedendo la nostra abbondanza, venivano a domandarmi di aggregarsi alla mia compagnia.
Si cercò una casa dove passare la notte e, poco lontano dal fiume, trovammo in fondo a una stradetta una grande casa di contadini. Il cortile era pieno di soldati, altri apparivano nella cucina, alle finestre, nella stalla, al di là della siepe nei campi. Alcune donne molto calme pensavano a procurarci qualunque cosa si chiedesse. Per nulla si preoccupavano alle innumerevoli richieste. Parevano abituate a servire molta gente. Volevamo una grande pentola per cucinarvi galline, conigli, carne delle scatolette e anche un piccolo maiale. Alcuni già si erano disposti a spennacchiare, a spelare, a scuoiare e a tagliare a pezzi. Altri presero un grande carro piatto per usare come tavola e vi portarono le stoviglie e il vino. Il fuoco fu acceso sotto la pentola. Molti venivano a guardare più che curiosi e allora parve necessario farci tutti vicini alla pentola pronti a difenderla. Specialmente alcuni soldati napoletani insistevano ad annusare l’odore dell’intingolo, ma dai napoletani del mio plotone e specialmente da un sergente che aveva una voce dolcemente modulata vennero consigliati di girare al largo. Al cominciare della sera si attaccò a cenare, qualcuno disse che non si vedeva, allora si chiese alle donne un paio di candele si ebbe anche queste.
Dai campi vicini veniva il grande brusio degli accampati, sovente si accendevano risse e scoppiavano bombe lanciate per spaventare i contadini e potere rubare galline, se ancora ve ne erano.
Dopo cena andammo a dormire in un grande fienile vicino alla casa quasi con il pensiero che non ci si sarebbe mossi per un bel pezzo. Altri soldati dormivano affondati nel fieno e bisognava stare attenti a non pestarli, qualcuno accendeva un cerino e subito si gridava di non dare fuoco. Altri continuavano ad arrivare, molti a coppia, di armi diverse, neanche compaesani, compagni di viaggio di ventura incontratisi sulla stessa strada, decisi di arrangiarsi assieme, presi da inattesa simpatia. Il sergente napoletano era venuto a dormire vicino a me quasi nella stessa buca e mi sarebbe piaciuto andare con lui, così come quelli che sopraggiungevano, preso dall’incanto della sua voce sommersa come in un vago rancore e parlante di più nell’eco che suscitava attorno ai suoi occhi.
All’alba, mentre gli altri si rialzavano per partire, dal cortile gridarono di sloggiare presto, perché si stava per far saltare il ponte. Si diceva che gli austriaci fossero arrivati sulla riva opposta e avessero iniziato scariche di mitragliatrice. Tutti si precipitarono sulla strada, una colonna di artiglieria stava ferma senza poter proseguire. Pareva tutti avessero riposato molto bene, gli ufficiali a cavallo andavano su e giù presi dal piacere del sole che li avvolgeva sull’alto delle loro selle. Uno gridò a un soldato: «Torna all’ albergo che vi ò dimenticato il fustino della mia camera».
A stento si riuscì a passare ed eravamo già avanti sulla strada quando dietro a noi s’intese il fragore delle mine che rompevano il ponte. Si arrivò a Pordenone, qualche bandiera smorta pendeva dalle finestre chiuse delle prime case del paese. Come fosse mercato le strade erano affollate di donne che avevano ritrovato tra i soldati i loro mariti o parenti e di soldati che insistevano nei caffè e nelle botteghe a ricercare qualcosa da mangiare. Davanti a un negozio di pizzicagnolo, dove non vi era più niente, un soldato, rotto con il calcio del fucile un vetro che copriva un breve strato di pasta messo per mostra, raspava con le mani nere e mangiava quella roba cruda e insecchita dal sole. Altri cercavano in grandi vasi di peperoni, ma nulla riuscivano a pescare nella brodaglia, che poi qualcuno osò bere. Un gruppo di carabinieri armati e furibondi, si fece largo tra la folla, trainando un carretto pieno di sacchi di pane. Avevano prelevato questo pane per loro dai magazzini della stazione. Si tenevano pronti alla difesa e mai erano apparsi minacciosi a tale punto. Minacciavano come uomini e come carabinieri. E se la folla li lasciava passare, poi però li inseguiva con urla: «Voi sì, camorristi, avete avuto il pane». «Venduti, sempre ingrassati». Anche le donne gridavano e mostravano i pugni, fiere di avere trovato i loro uomini, che presto si portavano a casa per vestirli subito da borghesi. Un soldato della mia compagnia che ci aveva preceduti ed era di quel paese, lo ritrovai vestito così. Era padrone di un caffè e nella retrobottega ci offerse, a bicchieri da vino, un dolcissimo liquore ricostituente. Tutti ne riempimmo le borracce. Mi assicurava che appena messa a posto la famiglia, ripresa la divisa, ci avrebbe subito raggiunti e mi regalò una bella bottiglia di liquore che infilai nella tasca del cappotto. Per le strade era l’inferno, e si continuò a marciare.

“Il ritmo narrativo, serrato e senza indugiare ad un facile descrittivismo, scandisce il racconto in brevi e concentrate unità sintattiche. La paratassi è lo strumento della rappresentazione comissiana, che allinea sapientemente le immagini l’una dietro l’altra, e le accumula senza gremire e opprimere la pagina, lasciando ad ognuna una funzione autonoma. La semplicità della tecnica narrativa contribuisce ad incidere un quadro di drammatica forza, in cui gli eventi si succedono angosciosamente, per una sorta di logica conseguenza e tuttavia non appaiono mai scontati o prevedibili, ma si rivelano con l’evidenza di una naturalezza assoluta”. (Scrivano)

Ermetismo

Con il termine “Ermetismo” s’intende un movimento poetico, nato a Firenze ed operante intorno agli anni ’30, che, riunitosi intorno alla rivista “Campo di Marte” dà vita ad un tipo di poesia che, sulla scia del simbolismo di Valery, ne accentua il valore, arrivando ad un dettato che a volte, grazie all’analogia, può apparire oscuro.

Il termine venne dato dal critico Francesco Flora che in un saggio del ’36, inserì in tale movimento gran parte dei giovani poeti, da Ungaretti a Montale. Egli utilizzò tale definizione in modo negativo, ma fu Carlo Bo, in quello che potremo definire come il manifesto di tale poetica, “Letteratura come vita”, ad appropriarsene: d’altra parte fu proprio il leggendario Ermete Trismegisto a scrivere “testi ermetici”, con un fondo di religiosità ed orfismo, di derivazione neoplatonica.

Essi furono alla ricerca di una “poesia pura”, fornita di un linguaggio essenziale, spoglia di qualsiasi abbellimento estetico. Il suo fine è quello di superare i limiti della finitezza mondana e trascendere verso l’assoluto: da qui il senso mitico/religioso dell’esperienza poetica.

Di qui l’importanza data alla “parola”: solo essa è in grado di evocare affinché possa giungere all’essenzialità di un significato, (grazie al suo portato polisemico) da condividere con il lettore.

Non importa cioè cogliere il significato, ma la condivisione dell’esperienza tra il poeta e colui che usufruisce del testo poetico: tendere insieme verso l’assoluto.

Per riassumere potremo definire i principali aspetti della poesia ermetica:

  1. L’azzardo del nulla, la tensione verso ciò che non si può dire, il silenzio e l’assenza;
  2. Ricerca di purezza e assolutezza del linguaggio;
  3. Valore salvifico ed evocativo della poesia, fino ad esiti religiosi
  4. “Rendere nuda” la parola, togliendo l’articolo e scegliendo termini vaghi e indeterminati;
  5. L’uso insistito dell’analogia e della sinestesia;
  6. Lessico raro e colto;
  7. L’utilizzo di metri tradizionali e forme chiuse come il sonetto.

Qualcuno ha definito l’Ermetismo come una forma attraverso cui alcuni intellettuali si opponevano al regime. Certo la mancanza di magniloquenza e di retoricità, la ricerca di un’arte che valesse per se stessa e non avesse valore civile, può certamente apparire come forma antifascista. Ma è pur vero che l’essenzialità ungarettiana (accademico d’Italia, iscritto al Partito fascista) ed i versi montaliani (così espressamente antifascisti, per non parlare della sua firma nel Manifesto crociano) non esularono loro dal prendere posizione; il loro Aventino, come in parte i rondisti, non esaltò ma neanche disturbò la politica del duce.

Tra i maggiori ermetici ci piace ricordare Salvatore Quasimodo (1901 – 1968), poeta siciliano. Fra le sue più importanti raccolte poetiche ricordiamo Acque e terre (1930) e Oboe sommerso (1932). Nel 1942 la terza raccolta poetica, Ed è subito sera. Dopo la guerra la sua poesia si apre a temi maggiormente civili, come nella raccolta Giorno dopo giorno. Alcuni ritengono che il suo capolavoro sia la traduzione dei Lirici greci, del ’40. Nel 1956 viene insignito del premio Nobel per la letteratura.

VENTO A TINDARI

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

Vento a Tindari è una poesia sull’assenza, sulla lontananza determinata dall’esilio del poeta, guardiamo le stanze, una per una:

  1. il ricordo di Tindari e del suo clima mite invade il cuore del poeta;
  2. mentre sta con amici sull’alto di un monte, il richiamo del paese natio lo invade, con i suoi suoni ed amore, mentre ora c’è ombra e morte nel cuore;
  3. Tindari non sa dov’è che il poeta scriva i suoi versi;
  4. L’esilio è aspro, di contro all’armonia che il suo paese gli offriva;
  5. Un amico gli indica il precipizio, il poeta finge di aver timore per nascondere l’emozione del ricordo.

Il testo ha come parola chiave, già dal titolo il “vento” (v. 7 “vento dei pini”; “vento che m’ha cercato”). Già dal primo caso questo vento esula da un aspetto puramente atmosferico, per acquistare un valore analogico, (vento che attraversa gli alberi, ma che inoltre lo conduce lontano, verso il recupero di un mondo lontano, dove ha lasciato i suoi affetti). La ricerca delle parole e della loro disposizione nel testo è ricercatissima, l’analogia presente nel testo si ottiene attraverso spostamenti lessicali (iperbato) accostamenti di percezioni lontane (sinestesie), metafore. Inoltre la scelta delle stesse rimandano ad un senso di profonda vaghezza sentimentale.

I richiami alla classicità sono presenti: la mitizzazione dell’isola, ad esempio. Ma più ancora è il riferimento dantesco nella terza strofe.

OBOE SOMMERSO

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,

e i giorni una maceria.

Forse uno dei tentativi più estremi dell’analogia, tanto che il critico De Robertis parlò di un vero e proprio non-sense.  Eppure a leggere bene potremo intuire un momento d’attesa, il suono di un oboe sommerso, parole poetiche lontane, di felicità, dette da un altro. Per lui tale gioia non c’è; il cuore vola lontano dal luogo in cui era felice, è la realtà odierna è solo “maceria”.

ED E’ SUBITO SERA

Ognuno sta solo nel cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Julian Peters: Poeti italiani

“Il componimento si basa su una fulminea immagine di solitudine esistenziale dell’uomo, siglata dal fatale e rapido sopraggiungere della morte. Quasimodo riesce a condensare in tre versi tutta la tragedia della condizione umana:

  1. la vita è breve
  2. ma la luce è accecante ed intensa
  3. e subito arriva la sera, cioè la morte

Soprattutto il poeta insiste sulla solitudine (“Ognuno sta solo”), sconsolata e senza scampo, che non è soltanto dell’uomo ma di ogni creatura. L’uomo viene così escluso da un mondo di sentimenti e di valori cui è vanamente proteso nell’illusione di ritrovare frammenti di se stesso (“sul cuor della terra”). Nel secondo verso si assiste a un capovolgimento del termine sole che perde l’accezione positiva e vivificatrice e si trasforma in strumento di dolore e di inesorabilità (“trafitto”). Attraverso l’uso della congiunzione copulativa (“ed è”) la luce del sole del secondo verso denuncia la sua inconsistenza: si genera un rapporto di continuità con il termine sera, assunto a metafora della morte. In tal modo sia il sole sia la sera diventano allegorie della perdita e della sconfitta esistenziale”. (Corrado Bologna)

Mario Luzi

L’altro grande poeta la cui produzione iniziale si può iscrivere all’ermetismo è Mario Luzi (1914 – 2005). Sin da giovane egli è mosso da una profonda spiritualità cattolica che lo fa avvicinare ai grandi poeti trecenteschi Dante e Petrarca. Luzi traduce da queste matrici culturali la tensione della ricerca di tensione verso la pienezza di uomo e spirito. Tale tensione, tuttavia, non sempre viene esaurita: ed ecco allora che la sua poesia diventa registrazione di tale lotta: storia contro assoluto, tempo contro eternità, decisione contro indecisione.

La raccolta poetica con la quale esordisce è La barca, pubblicata nel 1935:

ALLA VITA

 Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.

Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.

Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

La poesia inizia con un invito dantesco, quel famoso “Guido, i’vorrei che tu Lapo ed io”, diventa un “Amici, ci aspetta una barca”, quindi il richiamo verso loro di cercare con affetto Dio, ma tale affetto è insufficiente. Nella seconda strofa l’invito è nel guardare il mondo ed il tempo del mondo che fluisce. Ma scende la Madonna a raccogliere i desideri e i dolori degli uomini: la styanza si chiude con ragazze alla finestra che aspettano l’avvenire. Infine una voce senza origine, materna che ci parla alternandosi con quella della terra: sono loro ad averci donato la vita.

 

 

I CREPUSCOLARI

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I crepuscolari

Se, in modo banale, potremo dichiarare la paternità del futurismo a D’Annunzio (nei suoi aspetti vitalistici, nell’amore – non sempre lineare – per la macchina e l’aeroplano, per il suo concetto politico, imperialista ed interventista), potremo dire che la poesia, giocata in minore da Giovanni Pascoli, possa essere ritenuta l’antecedente più immediato per quella che Giuseppe Antonio Borgese definì “poesia crepuscolare”.

Certo, detto così sarebbe un po’ troppo semplice: d’altra parte non mancano momenti magniloquenti nella poesia pascoliana (si pensi alla lirica da poeta vate) e momenti intimistici in D’Annunzio (basti vedere il suo Poema paradisiaco, fonte primaria oserei dire per i Crepuscolari).

In verità se i due modelli s’imponevano quasi obbligatoriamente, la loro musa bisogna ricercarla nella poesia un po’ provinciale ed estenuata dei tardo simbolisti belgi, primo fra tutti Maeterlinck, che insegnò loro quel senso di decadenza fisica ed impotenza verso la vita che i maggiori esponenti di questa scuola tradussero in modo singolare.

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Maurice Maeterlinck

Se infatti possiamo definire scuola quella scapigliata, dovremo dire che i suoi componenti non si frequentarono in modo diretto, ma “decisero” quasi simultaneamente di superare il simbolismo non “intellettualmente”, quanto inconsciamente operato dal Pascoli e la poesia ore rotundo di D’Annunzio.

Le poesie di questi primi anni del Novecento si richiamano a temi più o meno condivisi da tutti e, come già il crepuscolare/futurista Palazzeschi, mettono in discussione il ruolo di poeta nella società che s’avventura verso la Prima guerra mondiale.

Essi cantano soprattutto la vita di provincia, il senso di malattia, le piccole aspettative della borghesia non altolocata, i suoni usurati: cioè tutte quelle cose che le buone donne del tempo solevano mettere nel solaio e che con una sola espressione potremo definire con termine gozzaniano “piccole cose di pessimo gusto”, così come dice in L’amica di nonna Speranza. E’ per questo che il Borgese l’ha chiamati crepuscolari: poesia al crepuscolo, nell’incipiente sera, tra stanchezza e malinconia.

Il primo, colui che si può definire come il caposcuola dei crepuscolari è Sergio Corazzini, non perché ne avesse coscienza, ma perché in una lirica tratta da Piccolo libro inutile (1906) detta la poetica dell’intera scuola:

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Sergio Corazzini interpretato da Giuseppe Di Mauro

SERGIO CORAZZINI
DESOLAZIONE DEL POVERO POETA SENTIMENTALE

I
Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.

III
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d’amore e d’angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

VII
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

VIII

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per essere detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

In Corazzini troviamo forse l’espressione più chiara (anche se forse un po’ troppo ingenua) di ciò che il crepuscolarismo intendeva per poesia in “minore”, contrapposta certamente a quella dannunziana. Ma il poeta pescarese non è cancellato del tutto: se il suo alter ego, Andrea Sperelli, per ordine del padre, vive la propria vita come fosse un’opera d’arte, risulta evidente che anche il giovanissimo Corazzini, malato di tisi, prossimo alla morte, facesse della propria vita un’opera, non si sa se d’arte, ma di poesia. Infatti il giovane poeta romano sin da giovanissimo ebbe una vita travagliata, determinata dalle speculazioni paterne che portarono la famiglia dal benessere alla povertà e dalla malattia che colpì lui ed il fratello, morti, appunto, giovanissimi (Sergio aveva appena 21 anni).

Anche lui, come D’Annunzio nella Pioggia nel pineto, parte da una prima persona rivolgendosi ad un tu (in D’Annunzio Ermione) immaginario. Ma il giovane poeta in primo luogo si rivolge a se stesso: tono sommesso, riferimenti religiosi lasciano trasparire dolore, malinconia e rimpianto. Sembra quasi che, abbandonato ogni tipo di spiritualismo di maniera, il poeta si lasci per così dire morire in comunione silenziosa e intima con Dio.

Perché il titolo? La Desolazione esprime condizione esistenziale del poeta stanco di vivere e la poesia è fatta di sentimenti comuni, come semplice (povero) è l’animo del poeta espresso con stile prosastico.

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Marino Moretti

Altra la vita di un altro esponente che iniziò la sua attività come poeta crepuscolare, Marino Moretti. Visse infatti a lungo, tanto da attraversare varie fasi letterarie (oltre che poeta fu romanziere e conobbe e fu a contatto con scrittori come Aldo Palazzeschi e Federigo Tozzi). La sua fase crepuscolare la ascriviamo a quattro raccolte poetiche: Poesie scritte col lapis (1910), Poesie di tutti i giorni (1911), i Poemetti di Marino (1913) e Il giardino dei frutti (1916) da cui prendiamo quello che è considerato il suo capolavoro:

A CESENA

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,

il sogno che non ti avvizzì , sorella

che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita; bella,

bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora o sposa,
io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;

so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po’ di bene.

“Mamma!” tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi…

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.

Parli di una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;

parli del nonno ch’è quasi al tramonto
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
“Vedrai, vedrai se lo terrò di conto”;

parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d’un uomo ch’io conosco appena,

tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla… così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:

“La mamma nostra t’avrà detto che…

E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta… Troppo presto, ahimè!

Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome…
Ho fortuna, è una buona gravidanza…”

Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.

E l’anno scorso eri così bambina!

Poesia emblematica del crepuscolarismo: il critico Bárberi Squarotti la definisce poesia a grado zero: mimesi del parlato, prosaicità dello stile, enjambement e cesure del verso cercano continuamente di nascondere il “poetico” dietro una prosaicità e un dialogato che si distanziano in modo abissale dalla magnificenza dannunziana.

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Cesena inizio ‘900

In Moretti, a livello di riferimento possiamo trovare più che lo stile pascoliano un riferimento biografico: la rottura del nido familiare, sua sorella come Ida, che tradisce il nucleo originario: si osservi il climax ascendente Oh bambina, o sorellina, o nuora o sposa ad indicare il passaggio da compagna di giochi ad estranea. E si osservi ancora la pioggia, topos crepuscolare, che al contrario di quella dannunziana, che monda rimanda al grigiore di una vita senza senso.

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Guido Gozzano

L’esponente più importante del crepuscolarismo è certamente Guido Gozzano. Nato a Torino, nel 1883, non ebbe una vita con grandi avvenimenti. Sin da giovane cercò di emulare una vita (non una poesia) votata all’estetismo, vivendo una travagliata e chiacchierata storia d’amore con una poetessa fra le più conosciute di allora, Amalia Guglielminetti. Ma quel che traspare, anche tra le lettere dei due poeti, è quasi una volontà alla solitudine, dettata dal poeta, quella che potremmo definire, per usare un suo titolo, la Via del rifugio, in cui così lo stesso poeta definisce: ma dunque esisto! O Strano! / vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente / detta guidogozzano!. Egli attraversa l’Estetismo, lo ribalta, lo ironizza e in tal modo, più degli altri, attraversandolo (stessa operazione che farà Montale, lettore e ammiratore attento di Gozzano) apre le porte alla poesia maggiore del nostro Novecento.

Tutto ciò è ben presente in Totò Merumeni, nome che vuole riprendere ironicamente il titolo terenziano di una commedia Heautontimorumenos, in cui viene disegnato un velleitario e fallimentare imitatore a cui sarebbe piaciuto essere un po’ D’Annunzio, e si ritrova ad essere solo se stesso, cioè, traducendo il titolo della commedia latina, il punitore di se stesso:

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TOTO’ MERUMENI

I

Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura…

Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.

Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa d’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un automobile fremendo e sobbalzando;
villosi forestieri picchiano la gorgòne.

S’ode un latrato e un passo, si schiude cautamente

la porta… In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.

II

Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro.

Non ricco, giunta l’ora di «vender parolette»
(il suo Petrarca!…) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l’esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.

Non è cattivo. Manda soccorso di danaro
al povero, all’amico un cesto di primizie;
non è cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l’emigrante per le commendatizie.

Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti,
non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche
«…in verità derido l’inetto che si dice
buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…».

Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sull’erba che l’invita;
i suoi compagni sono: una ghiandaia rôca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita…

III

La Vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse
ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.

Quando la casa dorme, la giovanetta scalza,
fresca come una prugna al gelo mattutino,
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza
su lui che la possiede, beato e resupino…

IV

Totò non può sentire. Un lento male indomo
inaridì le fonti prime del sentimento;
l’analisi e il sofisma fecero di quest’uomo
ciò che le fiamme fanno d’un edificio al vento.

Ma come le ruine che già seppero il fuoco
esprimono i giaggioli dai bei vividi fiori,
quell’anima riarsa esprime a poco a poco
una fiorita d’esili versi consolatori…

V

Così Totò Merùmeni, dopo tristi vicende,
quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima.
Chiuso in sé stesso, medita, s’accresce, esplora, intende
la vita dello Spirito che non intese prima.

Perché la voce è poca, e l’arte prediletta
immensa, perché il Tempo – mentre ch’io parlo! – va.
Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà.

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Il giovane Gozzano

Totò Merùmeni vive in una villa aristocratica, ormai abbandonata da illustri famiglie piemontesi e ora frequentata da forestieri dall’aspetto volgare, segno del mutamento dei tempi. La sua famiglia si caratterizza negativamente: con lui convivono una madre inferma, una prozia canuta, uno zio demente.
Anche Totò ha le caratteristiche di un eroe negativo: è gelido e indifferente, consapevole delle proprie debolezze, è inoffensivo, ma non sa amare. È cioè un inetto, il contrario del superuomo: per anni ha sognato l’amore di donne teatrali e principesche, ma oggi ha una prosaica relazione con una serva diciottenne. Il male morale di Totò sono le complicazioni intellettualistiche, che lo rendono insensibile, amorfo.
Come dalle rovine di un edificio sbocciano i giaggioli, così Totò produce una fioritura di pochi e tenui versi che arrecano consolazione alla sua anima. Egli vive quasi felice, alternando la poesia alla meditazione, consapevole che se la voce di un poeta ha durata breve, al contrario la poesia è eterna. Deluse le aspirazioni e crollati i sogni di una vita eccezionale, non gli resta che accettare il proprio destino e aspettare inerte la fine dell’esistenza.

Gozzano raffigura ironicamente se stesso come un antieroe, un inetto: pur essendo tentato dai miti nietzscheani e dannunziani di una vita eccezionale (come gran parte della generazione del suo tempo), egli è incapace di viverli in prima persona, quindi fa la scelta opposta e preferisce la condizione di isolamento e inattività.

Unico gesto deciso è il suo rifiuto di vendere parolette, ossia di diventare un mestierante che commercia parole, a sottolineare l’incompatibilità tra la poesia e il materialismo del mondo borghese.

Al tono colloquiale, al lessico quotidiano e all’andamento prosastico, scandito dall’adozione del verso lungo, si accompagnano scelte stilistiche auliche con frequenti citazioni letterarie (Petrarca, Ariosto, Nietzsche).

Più famosa, e più importante e la poesia seguente:

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Giovanni Boldini: Profilo di una giovane donna

LA SIGNORINA FELICITA
OVVERO LA FELICITÀ.

I

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa….

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga delle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,
le gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore….

Penso l’arredo – che malinconia! –

penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere…. Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!

Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente…. Avita
semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!

II 

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –
quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.

«Senta, avvocato….» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto….
«…. la Marchesa fuggì…. Le spese cieche….»
da quel parato a ghirlandette, a greche….
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto….»
da quel tic-tac dell’orologio guasto….
«….l’ipotecario è morto, e l’ipoteche….»

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: «Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!…» – «E se l’ipotecario
è morto, allora….» Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
«Ecco il nostro malato immaginario!»

III

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga….

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia….

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita….

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poichè trasognato giocatore –
quei signori m’avevano in dispregio….

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina….

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolio.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse….) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio, e il mio destino….

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.

IV 

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:

«È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno…. E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena…. L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi….»

Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei «cosi
con due gambe» che fanno tanta pena….

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:

così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere….

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa – oimè – che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro….

L’alloro…. Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui….

«Avvocato, non parla: che cos’ha?»
«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città….
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…»
«Qui, nel solaio?…» – «Per l’eternità!»
«Per sempre? accetterebbe?…» – «Accetterei!»

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto

e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!» – «È la Marchesa in pianto….

La Dannata sarà, che porta pena….»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena….

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:

«È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo: è l’ora della cena!» – «Guardi,
guardi il tramonto, là…. Com’è di fuoco!…
Restiamo ancora un poco!» – «Andiamo, è tardi!»
«Signorina, restiamo ancora un poco!…»

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pipistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana….

«Una stella!…» – «Tre stelle!…» – «Quattro stelle!…»
«Cinque stelle!» – «Non sembra di sognare?…»
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
«Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle….»

V 

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei Marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi….
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore….»

Tu mi fissavi…. Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?»

«Perchè mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…»
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten….ga mai più…. tali dis…. corsi!»

«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello….
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!

VI 

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte….

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi…. E non mediti Nietzsche
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda….

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista….

Ed io non voglio più essere io!

VII

Il farmacista nella farmacia
m’elogïava un farmaco sagace:
«Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace.

«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca….
E la dote…. la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno….»

«Ma dunque?» – «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla….»
«È geloso?» – «Geloso! Un finimondo!…»
«Pettegolezzi!…» – «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla….»

«Non tema! Parto.» – «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano…. Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo….»
«Davvero parte? Quando?» – «In settimana….»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,

triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra gigante».

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti.

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre

la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
s’udiva il grido delle strigi alterno….
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà….

VIII

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti di bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.

«Vïaggio con le rondini stamane….»
«Dove andrà?» – «Dove andrò! Non so…. Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio….
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio….

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda
trenta settembre novecentosette….
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti….
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole….

«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvia!»
«Sono partite….» – «E non le salutò!…»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò….»

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine….

M’apparisti così, come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico….

Quello che fingo d’essere e non sono!

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Villa Amarena: luogo dell’incontro tra Gozzano e Felicita

Quello che colpisce in questo lungo poemetto formato da otto parti con stanze in versi endecasillabi è la sua compattezza narrativa, racchiusa in due strofe in cui il poeta ricorda l’episodio, il suo andare, come ospite, in una villa, sul Canavese (località posta a nord del Piemonte). Lo stesso ricordo si colora, sin dalle prime battute di cose semplici, quotidiane, tutte rivestite da questa giovane donna che già nel nome richiama un’aspirazione, la felicità. Quindi la descrizione della villa, non certo principesca, circondata da “misteri”, che la rendono popolare per il visitatore intellettuale, che la metaforizza come una dama secentesca. Gli ovali dipinti sopra le sovrapporte ci dicono della sua cultura, ma come essa venga utilizzata in modo kitsch, cioè inconsapevole, frammista da foto di ballerine alla moda.

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Un’altra immagine di Guido Gozzano

La seconda parte rimarca la distanza, direi abissale tra i due personaggi, è svolta con grande perizia e un sottile filo sia di cattiveria (quasi invidiata) che sottolinea da una parte il senso pratico del vivere e quello di “scollamento dal mondo”: il padrone della villa, in fama di usuraio, il padre di Felicita, tutto teso agli affari e la vaghezza dell’avvocato, intellettuale e letterato.

L’incipit della terza parte, forse uno dei più belli della poesia novecentesca, ci mostra una donna tipicamente antidannunziana, nobilitata, tuttavia alla fine della 1 strofe, da un richiamo alla pittura fiamminga. Quindi procede con un ritmo narrativo: gli invitati più in vista della località che si recano per una piacevole partita, la semplice cucina di Maddalena (la domestica di casa), gli odori quotidiani… tra questi la riflessioni sulla sua creatività fatta di tali cose e sulla sua vita, bugiarda, basata sull’allontanamento, a vederla, più che a viverla (i giocatori lo dispregiano, la solitudine “psichica”, il sorriso disarmante d’una impossibile, ma desiderabile, vita).

La quarta parte descrive ciò che il poeta e la giovane donna vivono nel solaio: da una cassapanca ecco emergere vecchi quadri, vecchio vasellame, trappole per topi ormai in disuso ed altro: E’ la morte delle cose e forse anche dell’io del poeta, per questo piacevoli a cantarsi. E’ la parte in cui l’allontanamento dal mondo reale si fa più forte, la distanza dalla vita quasi abissale, con quella similitudine fra l’io poeta e l’essere poeta, con quell’immagine di Tasso e la sua triste fine. Ma la capacità di Gozzano è nel sorriso, nell’ignoranza, sottolineata quasi con discrezione, della ragazza che confonde l’alloro poetico con un ramo di ciliegie. Ne segue un momento quasi idilliaco: i due dall’abbaino secentesco guardano il mondo: per lui un altro momento per isolarsi da esso, per vederlo dall’esterno, per lei solo un panorama romantico. Non è un caso che Gozzano di fronte ad essa pensi alla morte, all’inutilità della lotta politica, espressione che sembra riprendere, almeno per l’idea la Batracomiomachia di leopardiana memoria, ma che verrà ripresa, in modo simile da Montale, nella poesia La storia. Ancora dopo la meditazione della volgarizzazione della vita cittadina, la voglia di una vita semplice l’impossibilità di viverla.

Tale concetto si ripete nella quinta parte, ma qui viene messa maggiormente in evidenza la distanza tra le donne dannunziane (da lui realmente frequentate a Torino) e la semplicità di Felicita, la sua profonda ingenuità, e con un semplice tratto una delle più belle pagine sul mutevole animo di una fanciulla: un pianto, un sorriso, un attimo di vita (ma lui può solo descriverla)

La sesta parte rimarca il desiderio di una vita semplice e l’impossibilità di esso: una vita fatta di piccole cose e l’irrealizzabilità di essa determinata dall’essere intellettuale (Io mi vergogno d’essere poeta!, topos crepuscolare con il corazziniano Perché tu mi dici poeta? / Io non sono un poeta e il palazzeschiano Son forse un poeta? / No certo). Vi è che lui, per usare le sue parole non vuole essere più stesso, l’esteta gelido, il sofista: potremo dire quasi il dannunzianesimo che è rimasto dentro di lui. Egli è colui che pensa la vita e non può viverla, voler essere qualcun altro e il non poterlo essere.

La settima riprende la narrazione: l’amicizia dell’avvocato con la giovane Felicita ha dato vita a delle chiacchiere, a delle invidie, a giudizi poco lusinghieri. E’ quasi necessario che l’avvocato parta. E nel camminare in luoghi deserti, sempre lontano dalla vita, Gozzano riflette sulla malattia e sulla morte che gli preme nei polmoni, antitetica alla felicità: l’a prima lo spinge al viaggio in India (che realmente effettuerà a cercare refrigerio), l’altra è una promessa senza realtà.

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Gozzano in India

L’ottava e ultima parte: è il momento degli addii e delle promesse, delle bugie dette a lei, ma anche a se stesso: lei, quasi bambina innamorata, incide, novella Angelica, su un muro i loro nomi dentro una ghirlanda; lui non sorride, consapevole della distanza abissale che, quasi impietosamente, a chiusa del poemetto, Gozzano sembra sottolineare: una eroina d’un cantico del Prati, di una poesia dozzinale, di un romanticismo becero, consunto: lui ha giocato a fare il romantico: infatti ha finto d’essere ciò che nella realtà non è.

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Guido Gozzano con la madre

 

NARRATIVA DECADENTE EUROPEA

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Le opere narrative di Pirandello e di Svevo s’inseriscono a buon diritto all’interno di una grande stagione letteraria che “ridisegna” il “raccontare” tipico ottocentesco e dà vita a soluzioni nuove, diversificate, ma tutte tese a ritrarre la crisi dell’uomo novecentesco. Per meglio dire, se tutti gli scrittori europei che qui menzioneremo si faranno interpreti delle nuove istanze che la storia offre (seconda industrializzazione, società di massa, perdita delle coordinate scientifiche fino ad allora imperanti, nascita del relativismo e della psicoanalisi) ognuno di loro le guarderà con occhio diverso, da un’angolazione propria e personale.

Opere in lingua tedesca

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Thomas Mann

Thomas Mann (1875 – 1955), insignito dal premio Nobel nel 1929, è uno dei più grandi interpreti del decadentismo; tale capacità deriva non soltanto dalla sua lunga attività, che va ben oltre la fine della seconda guerra mondiale, ma anche dal fatto che, fuggito dalla Germania hitleriana e rifugiatosi negli Stati Uniti, egli divenne il più attento critico verso ogni forma di violenza e di barbarie culturale. Egli lo fece mettendo al centro della sua produzione la decadenza della borghesia, del suo disfarsi e quindi arroccarsi su posizioni irrazionali e quindi aggressive o difensive (si pensi al nostro D’Annunzio o all’inglese Wilde). Questi temi saranno già presenti nella sua prima opera I Buddenbrook (1901) dove egli disegna la conflittualità presente tra i vecchi e i nuovi valori.

E’ la storia dell’ascesa e del declino di una famiglia della borghesia mercantile del sec. XIX, titolare a Lubecca di una ditta di cereali fondata  nel 1768. Attorno ai primogeniti di quattro generazioni, Johann “senior”, Johann-Jean “junior”, Thomas ed Hanno, si annoda la complessa vicenda di una folla di personaggi rappresentativi di diverso strati sociali. il romanzo si apre con un pranzo del vecchio Johann per inaugurare la nuova sede, uno splendido palazzo già appartenuto ai Ratenkamp. Le fortune della famiglia aumentano, Johann “junior” diventa console dei Paesi Bassi, Thomas senatore. Lo stesso Thomas acquista una nuova sede ancora più prestigiosa. Ma i germi della decadenza, dapprima presenti come inespresso male oscuro, diventano via via più evidenti. Il fratello minore di Thomas, Christian, che rappresenta l’irregolare della famiglia, finisce i suoi tormentati giorni in un sanatorio. La sorella maggiore, Tony, passa senza fortuna da un matrimonio all’altro. L’ultimo erede, Hanno, muore di tifo e con lui i Buddenbrook si estinguono.

Come appare già nella trama  il romanzo può essere diviso in due parti: nella prima che narra l’ascesa, vengono disegnati gli atteggiamenti vincenti, propositivi, ma tutti inseriti nel quadro di una limitatezza intellettuale, di un angustia dei principi, che non permette all’autore di aderire con simpatia verso i suoi personaggi. Nella seconda parte, quella dedicata alla decadenza, Thomas Mann disegna il groviglio delle nuove istanze (artistiche, edonistiche, irrazionali) che incarnano i nuovi Buddenbrook, che li rendono “estranei”, “diversi”, incapaci di reggere le sorti della famiglia.

Una delle pagine in cui meglio appare la parabola discendente è nella figura di Thomas Buddenbook, così come la leggiamo nel capitolo IV dell’ottavo libro:

LA CRISI DI THOMAS BUDDENBROOK

Rimasto solo, il senatore aveva ripreso il suo posto alla tavola, aveva tirato fuori il pince-nez e voluto proseguire nella lettura del suo giornale. Ma già dopo due minuti i suoi occhi s’erano sollevati dal foglio stampato, e senza mutare posizione egli era rimasto a fissare lungamente, dritto dinanzi a sé, tra le portiere, nel buio del salotto. Come si trasformava il suo viso, fino a divenire irriconoscibile, quando egli era solo! I muscoli della bocca e delle guance, altrimenti disciplinati e costretti all’obbedienza, al servizio di un’incessante sforzo di volontà, si allentavano, si afflosciavano; cadeva come una maschera da quel volto l’espressione vigile, avveduta, amabile ed energica che da lungo tempo era conservata solo artificiosamente, e lasciava il posto ai segni di una tormentosa stanchezza; gli occhi, rivolti con uno sguardo torbido e opaco su un oggetto senza vederlo, si arrossavano, cominciavano a lacrimare – e senza avere il coraggio per tentare d’ingannare ancora anche se stesso, egli, fra tutti i pensieri che pesanti, confusi e irrequieti gli riempivano la testa, riusciva a fermarne uno solo, disperato: che Thomas Buddenbrook a quarantadue anni era un uomo sfinito.
Lentamente, con un profondo sospiro, si passò la mano sulla fronte e sugli occhi, accese macchinalmente un’altra sigaretta, pur sapendo che gli faceva male, e attraverso il fumo continuò a guardare nel buio… Che contrasto fra il torpore dolente dei suoi lineamenti e la toilette elegante, quasi marziale, riserbata a quella testa – ai baffi profumati, lunghi e appuntiti, alla pelle perfettamente rasata del mento e delle guance, all’accurata pettinatura che nascondeva il più possibile l’incipiente calvizie alla sommità del capo e scopriva le tempie delicate in due rientranze piuttosto lunghe, con una scriminatura sottile, mentre sulle orecchie i capelli non erano più lunghi e arricciati come una volta, bensì tenuti cortissimi, affinché non si vedesse che là cominciavano a ingrigire… Egli stesso lo avvertiva, questo contrasto, e sapeva bene che fuori, in città, a nessuno poteva sfuggire la contraddizione fra la sua mobile, versatile attività, e lo spossato pallore della sua faccia.
Non che, là fuori, egli fosse minimamente divenuto una personalità non importante e indispensabile come in passato. Gli amici ripetevano, e gli avversari non potevano negare, che il borgomastro dottor Langhals aveva confermato a voce ancora più alta la dichiarazione del suo predecessore Oeverdieck: il senatore Buddenbrook era il braccio destro del borgomastro. Che però la ditta «Johann Buddenbrook» non fosse più quella di una volta, eh, questa sembrava una verità così nota a tutti che il signor Stuht della Glockengiesserstrasse poteva raccontarla a sua moglie, quando a mezzogiorno mangiavano insieme la zuppa di lardo… E Thomas Buddenbrook ne gemeva dentro.
Tuttavia era proprio lui che aveva soprattutto contribuito a far sorgere quell’opinione. Era ricco, e nessuna perdita subita, non esclusa quella pesante del ‘66, aveva potuto mettere seriamente in questione l’esistenza della ditta. Ma sebbene egli, ovviamente, continuasse a mettersi all’altezza dei doveri di rappresentanza e ad offrire dîners con il numero di portate che gli ospiti si aspettavano da lui, la convinzione che fortuna e successo per lui fossero finiti: convinzione che era più una verità interiore di quanto risultasse fondata sui fatti esterni, e che l’aveva gettato in uno stato di così sospettosa trepidazione da indurlo a cominciare come non mai a tener stretto il suo denaro e a risparmiare nella vita privata in modo quasi meschino.
Cento volte aveva maledetto la costosa costruzione della nuova casa che, egli sentiva, gli aveva portato soltanto disgrazie. I viaggi estivi furono aboliti, e il piccolo giardino di città dovette sostituire le villeggiature al mare o in montagna. I pasti che faceva con sua moglie e con il piccolo Hanno furono, per suo ripetuto e severo ordine, di una semplicità che risultava comica in contrasto con l’ampia sala da pranzo a parquet, con il suo alto e lussuoso soffitto e con gli splendidi mobili di quercia. Per parecchio tempo il dessert fu permesso solo alla domenica…
L’eleganza del suo abbigliamento rimase la stessa; ma Anton, il domestico da lunga data, sapeva e raccontava in cucina che adesso il senatore si cambiava solo ogni due giorni la camicia bianca, perché il bucato rovinava troppo la fine tela di lino… Sapeva anche dell’altro. Sapeva che sarebbe stato licenziato. Gerda protestò. Tre persone di servizio erano appena sufficienti per una casa così grande. Non servì a nulla: con una liquidazione adeguata, Anton, che per tanto tempo era stato seduto a cassetta quando Thomas Buddenbrook andava in senato, fu congedato.
A queste misure corrispondeva il ritmo sconsolato che avevano assunto gli affari. Non c’era più traccia dello spirito nuovo e vivace con cui un tempo il giovane Thomas Buddenbrook aveva animato l’azienda, – e il suo socio, il signor Friedrich Wilhelm Marcus, che, partecipando solo con un modesto capitale, non avrebbe mai avuto comunque influenza determinante, era per natura e temperamento privo di qualsiasi iniziativa. Col passare degli anni la sua pedanteria era aumentata ed era divenuta autentica stravaganza. Aveva bisogno di un quarto d’ora per spuntare il sigaro e riporne la punta nel borsellino, lisciandosi i baffi, raschiandosi la gola e lanciando circospette occhiate di sbieco. Di sera, quando le lampade a gas illuminavano a giorno ogni angolo dell’ufficio, egli non trascurava mai di mettere sulla sua scrivania anche una candela accesa. Ogni mezz’ora si alzava per andarsi a rinfrescare la testa sotto il rubinetto dell’acqua. Una mattina, per sbaglio, era rimasto sotto la sua scrivania un sacco di granaglie vuoto, che egli prese per un gatto e, con gran gaudio di tutto il personale, cercò di scacciare imprecando…
No, non era uomo che potesse intervenire energicamente nell’andamento degli affari a contrastare l’attuale spossatezza del suo socio; e spesso il senatore era afferrato, come ora mentre fissava lo sguardo spossato nella tenebra del salotto, dalla vergogna e da una disperata impazienza al pensiero del piccolo commercio senza importanza, degli affari da pochi soldi, cui si era abbassata negli ultimi tempi la ditta «Johann Buddenbrook».
Ma non era bene che fosse così? Anche la sfortuna, egli pensò, deve avere il suo tempo. Non è saggio restare tranquilli finché essa regna su di noi, non agitarsi, stare ad aspettare e, nella calma, raccogliere forze interiori? Perché dovevano venire da lui proprio allora con questa proposta, a disturbarlo prima del tempo nella sua savia rassegnazione ed a riempirlo di dubbi e di scrupoli! Era già arrivato il momento? Era un cenno del destino? Doveva sentirsi rianimato, tirarsi su e fare il colpo? Con tutta la risolutezza che era capace di conferire alla propria voce, egli aveva respinto quella richiesta spiacevole; ma da quando Tony era uscita, la cosa era davvero liquidata? Pareva di no, se egli restava ancora lì a rimuginare. «Una proposta agita e manda in collera solo quando non ci si sente ben sicuri di sapervi resistere…» Furba come il diavolo, la piccola Tony!
Che cosa le aveva obiettato? Per quanto si ricordava, aveva parlato molto bene, stringente. «Maneggio poco pulito… Pescare nel torbido… Brutale sfruttamento… Depredare uno che non può difendersi… Profitto da usuraio…,» magnifico! Bisognava però chiedersi se era il caso di mettere in campo parole così sonore. Il console Hermann Hagenström non le avrebbe cercate e non le avrebbe trovate. Thomas Buddenbrook era un uomo d’affari, un uomo d’azione spregiudicato – o un cogitabondo pieno di scrupoli? Oh sì, questo era il problema; questo era stato il suo problema di sempre, da quando riusciva a ricordare! La vita era dura, e la vita dell’uomo d’affari nel suo andamento privo di scrupoli e di concessioni ai sentimenti era una copia della vita intera. Thomas Buddenbrook stava solidamente piantato con tutt’e due i piedi, come i suoi padri, in questa vita dura e pratica? Abbastanza spesso, da sempre, aveva avuto ragione di dubitarne! Abbastanza spesso, fin dall’adolescenza, aveva dovuto correggere dinanzi a questa vita il suo modo di sentire… Usare durezza, subire durezza, e sentirla non come durezza, ma come qualcosa di ovvio – l’avrebbe mai veramente imparato?
Ricordò l’impressione che gli aveva fatto la catastrofe del ‘66, e richiamò alla mente le sensazioni indicibilmente dolorose che allora l’avevano sopraffatto. Aveva perso una grossa somma… oh, non era stata questa la cosa più insopportabile! Ma per la prima volta aveva dovuto sperimentare nella sua pienezza e sul proprio corpo la crudele brutalità della vita degli affari, in cui ogni sentire buono, dolce, amabile va a rimpiattarsi dinanzi ad un rozzo, nudo e imperioso istinto di conservazione, e in cui una sfortuna patita suscita negli amici, nei migliori amici, non partecipazione, non simpatia, ma – «diffidenza», fredda, scostante diffidenza. Ma lui non lo sapeva? Aveva il diritto di stupirne? Più tardi, nelle ore migliori e più ricche di forze, quanto si era vergognato d’essersi indignato in quelle notti insonni, d’essersi rivoltato, pieno di schifo e inguaribilmente ferito, contro la durezza odiosa e vergognosa della vita!
Come era stato stupido! Come erano stati ridicoli quegli impulsi ogni volta che li aveva provati! Come era possibile che sorgessero in lui? Di nuovo lo stesso problema: era una persona pratica o un delicato sognatore?
Oh, mille volte s’era posto questa domanda; e nelle ore di forza e di fiducia vi aveva risposto in un modo, in quelle di stanchezza in un altro. Ma egli era troppo perspicace e onesto per non confessarsi alla fine la verità: che i due aspetti si mescolavano in lui.
Per tutta la vita s’era mostrato alla gente come un uomo d’azione; ma, nella misura in cui lo si poteva ritenere giustamente tale, egli non lo era forse stato per ben consapevole riflessione – secondo il motto (e il verdetto) goethiano che citava spesso -? A suo tempo aveva riportato successi… ma non erano forse stati provocati soltanto dall’entusiasmo, dallo slancio che egli doveva alla riflessione? E ora che era abbattuto, che le sue forze sembravano esaurite – seppure, volesse Dio!, non per sempre -: non era questo la conseguenza necessaria di una situazione insostenibile, di quel contrasto innaturale e logorante dentro di lui?… Suo padre, suo nonno, il suo bisnonno, avrebbero comperato in erba il raccolto di Pöppenrade? Ma che importava!… che importava!… Erano stati uomini pratici, lo erano stati in modo più completo, più assoluto, più forte, più spregiudicato, più naturale di quanto egli lo fosse: questo era il fatto!…
Una grande inquietudine lo prese, un bisogno di moto, di spazio e di luce. Spinse indietro la sedia, andò nel salotto e accese parecchie fiamme a gas del lampadario sulla tavola centrale. Rimase lì, fermo, torcendosi a lungo e spasmodicamente la punta dei lunghi baffi, e senza veder nulla si guardò intorno nella stanza lussuosa.

Traduzione di Furio Jesi e Silvana Speciale Scalia

i-buddenbrook-02.jpgUn’immagine della riduzione filmica dei Buddenbrook del 2008

Il personaggio di Thomas Buddenbrook sembra quasi saper incarnare quella figura tipica tra Ottocento e Novecento che è l’industriale, colui che “produce” e rende ricchi una nazione e se stesso, fiducioso nel domani e nelle possibilità di un futuro meraviglioso. Eppure è lo stesso Thomas a farci capire che non è proprio così, riflettendo tra economicità e morale egli si rende conto non solo della loro inconciliabilità ma della sua estraneità in quanto non essendo più l’uomo pragmatico come suo nonno e suo padre, egli non sa più chi essere; nonostante la sua enorme ricchezza, comincia a percepire la sua labilità, quasi presagisse il disastro cui andava incontro, su cui aleggia un inconscia vocazione verso la morte.

Il tema della “diversità” sarà presente anche in due brevi romanzi: Tonio Kröger (1903) e La morte a Venezia (1912).

Nel primo la coscienza della sua “diversità”, e quindi della sua “estraneità” porta il protagonista a voler recuperare i valori “normalizzanti” borghesi; ma non ci riesce:

Tonio Kröger, ritratto dell’artista da giovane, è uno scrittore di successo, impegnato a realizzare una dimensione della letteratura in perenne contrasto con la morale borghese. Durante l’infanzia e l’adolescenza, trascorse a Lubecca, e gli anni della giovinezza, trascorsi a Monaco e in viaggi frequenti, egli confida le sue contraddizioni all’amico Hans Hansen, alla giovane Ingeborg Holm, di cui s’innamora, ma che andrà sposa ad Hans, e alla pittrice russa Lisaveta Ivanovna.  

TONIO KRÖGER O DELL’ESTRAINEITA’

Alcune coppie giravano in cerchio dondolandosi, altre tenendosi il braccio se n’andavano in giro per la sala. Le persone non erano vestite appositamente per il ballo, ma come per una qualsiasi domenica d’estate da trascorrere all’aperto. I cavalieri indossavano abiti dal taglio un po’ provinciale, che, si vedeva, erano stati preparati con cura per tutta la settimana, le ragazze vestivano invece abiti chiari e leggeri e guarnivano il corsetto con mazzetti di fiori di campo. Cerano anche un paio di bambini che ballavano fra loro, per così dire, anche quando la musica era finita. Un uomo dalle gambe lunghe e la giacchetta a coda di rondine, un tipo provinciale con il monocolo ed i capelli arricciati, aggiunto postale o qualcosa del genere, somigliante a una qualche comica figura di un personaggio di un romanzo danese, s’atteggiava a soprintendente della festa e direttore del ballo. Premuroso, sudato, votato con tutta l’anima alla buona riuscita della festa, era presente quasi ovunque nel medesimo istante; indaffaratissimo si occupava della sala: si trovava ovunque in qualsiasi momento, muoveva con maestria le punte dei piedi infilate in stivaletti ristretti e lisci a punta, incrociandoli l’un l’altro in maniera ingarbugliata, agitava le braccia in aria,… impartiva ordini, reclamava la musica, batteva le mani, e mentre faceva tutto questo i nastri della sua grande variopinta coccarda, i segni distintivi della carica che teneva ben ancorati alle spalle e verso i quali ogni tanto volgeva compiacente il capo, svolazzavano festosi dietro di lui di qua e di là.
E c’erano anche loro, i due che erano passati dinanzi a Tonio nello sfondo della luce del primo mattino. Li rivide, e nello scorgerli quasi contemporaneamente provò un brivido di gioia. Vicino a lui, poggiato alla porta, c’era Hans Hansen a gambe divaricate ed un poco piegato in avanti: intento a mangiare una gran fetta di torta teneva la mano raccolta sotto il mento per trattenere le briciole. Laggiù, poggiata alla parete, stava Ingeborg Holm, la bionda Inge, e nei suoi pressi s’indaffarava l’aggiunto postale per invitarla con un inchino prezioso a ballare, e in questa cerimonia poneva una mano dietro la schiena mentre l’altra la portava graziosamente al petto. Lei fece un cenno di diniego col capo mostrando di essere esausta e di volersi riposare un poco; e l’aggiunto postale allora le si sedette a fianco.
Tonio Kröger si soffermò a guardare i due per i quali un tempo aveva provato i tormenti d’amore. . . Hans ed Ingeborg. Erano proprio loro, e non tanto in virtù di caratteristiche o di una simiglianza del vestire che ancora riscontrava, quanto piuttosto in forza d’una certa identità di razza e specie, quella specie chiara dagli occhi azzurro-acciaio e dai capelli biondi che presentava per lui un’idea di purezza, serenità e di ritrosia intangibile ad un tempo semplice e fiera di sè. Egli li guardò. Guardò Hans Hansen pieno di sé e completamente formato, con le spalle larghe e i fianchi snelli, e addosso il solito vestito alla marinara; vide Ingeborg portare sorridendo in maniera spavalda la testa a lato, notò la sua mano, una mano ancora da ragazzina non particolarmente affusolata e non particolarmente graziosa andare carezzevole alla nuca, così che il velo bianco della manica scivolò lungo il gomito,. . . e d’improvviso la nostalgia d’emozioni perdute lo scosse così violentemente nel petto, che pur nell’oscurità indietreggiò perché nessuno potesse accorgersi delle contrazioni sul suo volto.
Vi avevo dimenticati? si chiese. No, mai! Né te Hans, né tantomeno te bionda Inge! Inge! Ed eravate proprio voi coloro per i quali nell’ombra io lavoravo, e quando talvolta veniva a me un applauso io cominciavo furtivo a guardarmi attorno per vedere se voi foste presenti. . . Lo hai letto poi il Don Carlos, Hans Hansen, come mi avevi promesso sulla soglia del tuo cancello di casa? Non farlo, non lo esigo più da te! Che può importare a te del re che piange perché è solo? Non velare i tuoi occhi chiari col turbamento e con l’ansia di vitrei versi velati di malinconia. Poter essere come te! Ricominciare tutto da capo e crescere come te, leale, allegro, semplice,. . . normale, in completa armonia con Dio ed il mondo, poter essere amato dai puri e dai felici, e prendere in moglie te, Ingeborg Holm, ed avere un figlio come te Hans Hansen,. . . e libero dalla maledizione della conoscenza, della sofferenza del creare, poter amare, vivere, lodare, esaltarsi in una beata mediocrità!. . . Ricominciare da capo? Sarebbe completamente inutile. Avverrebbe tutto ancora una volta, com’è avvenuto e come doveva andare: alcuni sono predestinati a perdersi perché per essi una via diritta non è stata tracciata.
Ora la musica taceva, c’era un poco di pausa e fu offerto un rinfresco. L’aggiunto postale s’indaffarava in giro con un vassoio colmo d’insalata d’aringhe e s’occupava personalmente delle signore. Ma come giunse dinanzi ad Ingeborg Holm s’inginocchiò persino nel porgerle la coppetta, e lei ne arrossì di gioia.
Dalla sala s’iniziava a volgere attenzione alla persona che se ne stava presso la porta a vetri ed alcuni visi graziosi, accaldati, estranei ma incuriositi, posarono fugacemente lo sguardo su di lui, ma nonostante questo spettatore se ne restò al suo posto. Anche Ingeborg ed Hans gli posarono per un istante lo sguardo sopra, in modo così indifferente e trascurato che sembrava avere l’apparenza del disprezzo. All’improvviso però egli si rese conto che da qualche parte c’era uno sguardo che lo scrutava in modo del tutto particolare, volse il capo ed i suoi occhi s’incrociarono con quelli di cui aveva avvertito il contatto. Non molto lontano c’era una ragazza dal viso pallido, magro e gentile di cui già s’era accorto. Non aveva ballato ed i cavalieri attorno a lei non s’erano particolarmente affannati, e l’aveva notata esser rimasta a lungo oziosa presso la parete con le labbra amaramente contratte. Ed anche ora era sola. Come le altre indossava un abito chiaro e vaporoso, ma sotto la stoffa diafana del suo vestito s’intravedevano le spalle nude gracili e ossute, e il collo magro affondava così tanto in quelle povere spalle che nell’insieme la silente fanciulla dava anche un poco l’idea della deformità. Teneva le mani ricoperte da sottili mezziguanti sul seno piatto, e le dita si sfioravano. Guardava Tonio Kröger dal basso verso l’alto con i suoi occhi cupi e offuscati, tenendo il capo reclinato. E questi si voltò. . .
Qui, assai vicino, sedevano Hans ed Inge Ingeborg. Lui le era accanto con modi fra l’affettuoso ed il protettivo, e assieme ad altri giovani dalle guance accaldate mangiavano, bevevano, chiacchieravano, si divertivano, si canzonavano, con voci allegre e sempre ridenti. Non poteva almeno un poco avvicinarsi a loro, rivolgere a lui o a lei la prima  parola scherzosa che gli fosse venuta in mente ed a cui avrebbero certo risposto con un sorriso? Questo l’avrebbe reso felice, e in fondo lo desiderava; poi, con la consapevolezza di aver ristabilito con i due un tenue legame, si sarebbe potuto ritirare contento in camera sua. Pensò anche alle parole da dire, ma il coraggio di pronunciarle gli mancò.
Ed anche ora era tutto come sempre: loro non avrebbero potuto comprenderlo, le sue parole sarebbe risuonate estranee, la sua lingua non era la loro. Sembrava che il ballo dovesse di nuovo riprendere. L’aggiunto era indaffaratissimo. Si muoveva incessantemente da destra a sinistra, invitava tutti ad impegnarsi, toglieva di mezzo con l’aiuto dei camerieri sedie e bicchieri, impartiva ordini ai musicisti, allontanava spingendoli via per le spalle quelli impacciati che non sapevano dove mettersi. Che s’intendeva fare? Ogni quattro coppie si formava un quadrato. . . Un ricordo terribile fece arrossire Tonio Kröger: si sarebbe ballata la quadriglia. La musica attaccò, e fra inchini le coppie cominciarono a incrociarsi. L’aggiunto comandava e, gran Dio!, per di più comandava in francese con suoni nasali in modo incomparabilmente distinto. Ingeborg Holm ballava dinanzi a Tonio Kröger, nel quadrato immediatamente vicino alla porta a vetri. Lei volteggiava dinanzi a lui su e giù, avanti e dietro, ed ogni tanto lo sfiorava il profumo dei suoi capelli o della bianca e delicata stoffa dell’abito, ed egli chiudeva gli occhi e provava un’antica sensazione che ben conosceva, il cui aroma, il cui aspro fascino egli aveva vagamente avvertito in tutti quei giorni, e che ora in un dolce tormento lo sovrastava ancora. Ma cos’era dunque alla fine? Nostalgia? Tenerezza? Invidia? Disprezzo di se stesso?. . . Moulinet des dames! Ridesti tu bionda Inge, ridesti tu di me quando io ballai moulinet rendendomi così miserevolmente ridicolo? E rideresti di me anche oggi; adesso che sono diventato un po’ celebre? Sì, certo che rideresti, ed avresti un’infinità di ragioni per farlo! Perché se anche io, proprio io e tutto da solo, avessi composto le nove sinfonie, concepito Il mondo come volontà e rappresentazione, raffigurato il Giudizio universale, tu avresti ancora buone ragioni per ridere. . . La guardò e si sovvenne di un verso che da tempo aveva dimenticato e che gli era stato tanto familiare ed affine: “Dormir vorrei, ma tu vuoi danzare. . .” La conosceva bene quella sensazione d’indolenza malinconica nordica, mesta, intima, impacciata che gli sussurrava da dentro. Dormire. . . Anelare d’amare, semplicemente e pienamente, in tutto e per tutto seguendo il sentimento che pigramente sognante se ne sta racchiuso in se stesso senza avvertire la necessità di trasformarsi in azione e in danza,. . . e nondimeno esser costretti a danzare, dover eseguire sempre lesti, sempre pronti in spirito, la difficile e pericolosa danza sulla lama dell’arte, senza mai riuscire a dimenticare, a scacciare l’umiliante assurdità che c’è nel pretendere di ballare mentre si ama. . .
(…)

vilhelm-hammershoi-interno-svend.jpgVilhelm Hammershøi: Interno con uomo che legge (1896)

Si sentiva come ubriacato da quella festa che si era limitato ad osservare da lontano, e stanco per la gelosia sofferta. Ed ancora una volta era successo tutto come un tempo, tutto come un tempo. . . Con il volto accalorato se n’era restato in un angolo buio soffrendo per voi, per voi biondi, per voi felici, per voi fortunati, e poi, da solo, si era ritirato. Ma qualcuno doveva venire! Ingefort doveva pur venire, accorgersi che era là fuori, seguirlo furtivamente, posargli una mano sulla spalla, dirgli: Vieni dentro da noi! Sii felice! Io ti amo! Ma essa non venne. Cose simili non accadono.

Siamo nelle ultime pagine del romanzo breve con l’eroe eponimo: Kröger è diventato un grande scrittore, un intellettuale. Dopo tanti anni, ad una festa da ballo incontra i suoi vecchi amici; Hans ed Ingeborg. I partecipanti sembrano essere tutti descritti come dei piccoli borghesi che si lasciano trasportare dagli eventi divertenti e sani del clima festoso, ad esserne distaccato è proprio lui, che rivive la stessa sensazione di estraneità che aveva caratterizzato la sua vita da adolescente. Tonio non è mai riuscito ad integrarsi, l’avrebbe voluto con tutta la sua forza, ma altrettanto forte è il richiamo della mente del pensiero, che lo allontana dal flusso vitale.

Il ballo è il simbolo della sana naturalezza, della vitalità, del sentirsi in accordo con Dio e il mondo, la cultura è estraneità. Thomas Mann svela il contrasto tra arte e vita, malattia dell’artista e sanità della normalità: all’artista non resta che creare ciò che la vita gli offre.

Ancora un contrasto nel secondo breve famoso romanzo di Thomas Mann, La morte a Venezia (1912), dove il musicista von Aschenbach non può fare a meno di sentirsi attratto dall’efebico Tazio, simbolo dell’irrazionale e del torbido fascino che travolge il borghese decoro del musicista.

Gustav von Aschenbach, scrittore celebre, teso a una costante ricerca estetica, spossato dal lavoro, fa un viaggio a Venezia, dove spera di rigenerarsi come uomo e come scrittore. Nel lussuoso albergo dove ha preso alloggio è colpito dalla bellezza di un ragazzo polacco, Tadzio, per il quale prova un’immediata, irresistibile attrazione. Senza che i due si scambino mai una parola, si crea tra loro una sorta di ambigua intimità: Aschenbach vive la sua passione estenuandosi in una lunga e voluttuosa ricerca del giovane per le calli di Venezia. Mentre corre voce che si siano verificati casi di colera in città, Aschenbach insegue il suo sogno, riducendosi a fingere una equivoca giovinezza fatta di tinture e cosmetici. Cerca invano di fuggire da Venezia e, mentre contempla ancora una volta sulla spiaggia Tadzio, il colera, nel frattempo esploso, lo uccide. 

LA CONFUSIONE DI GUSTAV

Così dunque lo sviato innamorato non sapeva né voleva più altro che perseguire senza requie l’oggetto che lo infiammava, di lui sognare quand’era assente, e, alla maniera degli innamorati, rivolgere tenere parole alla sua mera ombra. Solitudine, estraneità e la felicità di un’ebbrezza tardiva e profonda lo incoraggiavano e persuadevano ad abbandonarsi senza vergogna e rossori alle situazioni più strane, com’era accaduto una sera che, rientrando sul tardi da Venezia, al primo piano dell’albergo si era arrestato all’uscio del bellissimo, in piena estasi aveva appoggiato la fronte allo stipite della porta e a lungo non era stato capace di staccarsene, a rischio di venir sorpreso, colto sul fatto in un atteggiamento così folle.
Eppure non gli mancavano i momenti di tregua e di semilucidità. «Su che strada mi sono messo!» pensava allora costernato. «Su che strada!» Come ogni uomo cui meriti naturali ispirino un aristocratico interesse per il proprio lignaggio! egli era abituato, nelle fatiche e nei successi dell’esistenza, a rivolgere il pensiero agli antenati, onde assicurarsi in spirito la loro approvazione, la loro soddisfazione, il loro indispensabile rispetto. A essi pensava anche qui, ora, irretito in un’esperienza così inammissibile, coinvolto in così esotiche dissolutezze di sentimento, ne rammentava la dignitosa severità, l’onesta virilità dei costumi, e sorrideva malinconicamente. Che cosa avrebbero detto? E d’altra parte, che cosa avrebbero detto della sua vita tutt’intera, che si era scostata da loro fino alla degenerazione, di questa vita in balìa dall’arte, di cui egli stesso un tempo, nello spirito borghese dei padri, aveva dato giovanili giudizi così sarcastici e che tuttavia in fondo era stato così simile a loro!
(…)
In questa direzione dunque procedevano i pensieri del sedotto, così egli cercava di puntellarsi, di salvare la propria dignità. In pari tempo, però, egli prestava un’attenzione indagatrice e pertinace ai sordidi avvenimenti di cui era teatro Venezia, a quell’avventura del mondo esterno che oscuramente confluiva con quella del suo cuore e alimentava la sua passione di vaghe e illegittime speranze. Incaponito a conoscere fatti nuovi e certi sullo stato e il progresso dell’epidemia, sfogliava nei caffè della città i giornali tedeschi, spariti già da parecchi giorni erano dal tavolo di lettura nell’atrio dell’albergo. Vi si alternavano affermazioni e smentite. Il numero dei casi di malattia e di decesso ascendeva a venti, a quaranta, forse a cento e più, e, poche righe più sotto, la stessa apparizione del morbo era, se non recisamente negata, per lo meno ridotta a pochi casi isolati, di provenienza esterna.

Morte_a_Venezia.jpgGustav e Tadzio nel film di Luchino Visconti (1971)

Vi è qui, come anche nell’altro breve romanzo, la riflessione di come l’arte possa destabilizzare la vita; in questo brano tale potere è segnalato dal dialogo fittizio con gli antenati, ovvero con quella classe borghese già così efficacemente descritta ne I Buddenbrook, alla quale l’autore confessa la sua eccentricità, qui illustrata dall’insana passione verso Tadzio. Thomas amplifica la “malattia morale” in una decadente Venezia, malata essa stessa, in piena epidemia di colera. Ma se l’estetismo irrazionale di  von Aschenbach simboleggia l’arte e Tadzio la purezza irragiungibile, la Venezia non può che rappresentare l’Europa malata, che sente già rullare i tamburi di una guerra imminente.

Lo scontro tra l’istanza malata, diversa e recupero della ragione avviene anche nell’altro grande romanzo di Mann La montagna incantata, in cui, come un maitre à penser l’autore vuole condurre il lettore ad abbandonare quelle spinte irrazionalistiche che avevano portato alla strage della prima guerra mondiale (siamo nel ’24):

Hans Castorp, un giovane borghese, recatosi a trovare il cugino Gioacchino malato di tisi nel sanatorio di Davos, finisce, ammalandosi a sua volta, col restarvi sette anni, affascinato da quel piccolo mondo che è in sé un universo simbolico ma completo. Si innamora di un’ospite del sanatorio, Madame Chauchat, e passa lunghe ore conversando con due intellettuali: l’italiano Settembrini erede della tradizione illuminista, e il gesuita Naphta, più tardi suscita, esponente del mondo romantico e decadente. Un altro singolare personaggio, l’olandese Pepperkon, rappresenta l’istinto irrazionale, il predominio dei sensi e della natura. Lo scoppio della guerra del 1914 strappa Castorp da questa atmosfera stregata e lo conduce sui campi di battaglia, dove si troverà coinvolto nella carneficina: la sua sorte resta incerta, anche se immersa in un clima di morte. 

Original-Verlagsbroschur_der_Erstauflage_im_S._Fischer_Verlag,_Berlin_1913.jpegEdizione originale del 1913

CONSERVAZIONE BORGHESE E IDEALITA’ DEMOCRATICHE

Coi due cugini, Ludovico Settembrini parlava anche di sé, e della sua provenienza, sia durante le passeggiate, sia durante la conversazione serale, oppure dopo il pranzo, quando la maggior parte dei pazienti avevano lasciato la sala ed egli rimaneva ancora un poco seduto vicino a Castorp e Ziemssen, alla loro tavola. Intanto le cameriere sparecchiavano, e Castorp fumava il suo “Maria Mancini” che alla terza settimana pareva voler fargli gustare ancora qualche poco dei suoi aromi reconditi. con attenzione critica, alquanto scandalizzato, ma propenso a lasciarsi influenzare, egli ascoltava le narrazioni dell’italiano, che gli aprivano un mondo strano, completamente nuovo a lui.
Settembrini parlava di suo nonno, un avvocato che aveva risieduto a Milano, grande patriota, agitatore politico, oratore, collaboratore di parecchi giornali, anche lui uomo dell’opposizione come il nipote, certo in più grande stile e più ardito assai. Poiché mentre Ludovico, come egli stesso osservava con accento di amarezza, doveva limitarsi a sforbiciare nella vita e negli avvenimenti del Sanatorio Internazionale Berghof, esercitandovi la sua critica beffarda e protestando contro di esso in nome di una umanità bella e giocondamente operosa, quegli invece aveva dato da fare ai governi, aveva cospirato contro l’Austria e la Santa Alleanza che allora teneva la sua patria sotto il giogo della schiavitù, ed era stato membro attivo di certe società segrete. “Un Carbonaro”, come Settembrini pronunciò d’un tratto a bassa voce, quasi fosse ancora pericoloso parlarne. A farla breve, questo Luigi Settembrini apparve agli occhi dei due ascoltatori, a dedurne dai racconti del nipote, come un’esistenza misteriosa e passionale di demagogo, come un caporione cospiratore; e quantunque i due giovanotti si sforzassero di concepire il rispetto, non riusciva loro di cancellare dal viso un’espressione di antipatia diffidente. Certo le cose stavano in modo speciale: quello che giungeva alle loro orecchie era passato da molto tempo, quasi da cento anni, era la storia, e dalla storia l’uomo che venivano a conoscere riceveva un aspetto, diremo così, teorico di disperato amore per la libertà e di odio contro i tiranni, quantunque i due cugini non avessero mai pensato di venir con lui ad un contatto così umanamente diretto. Non solo, ma all’attività di cospiratore  e di agitatore di questo avo, andava congiunto, come i due apprendevano da ciò che narrava Settembrini, un grande amore per la sua patria, che egli voleva libera e unita. Anzi, la sua attività sovversiva era appunto frutto di tale rispettabile unione e per quanto questo insieme di sovversivismo e di patriottismo  apparisse strano ai due cugini abituati a considerare invece l’amor patrio allo stesso livello dell’amore per l’ordine, tuttavia essi dovevano ammettere nel loro intimo che, come s’erano svolte le cose in quei tempi e in quei luoghi , la ribellione e la virtù cittadina dovevano essere un tutt’uno, come un tutt’uno erano la obbedienza legale e la pigra indifferenza verso la cosa pubblica. Il nonno di Settembrini  non era stato soltanto un grande patriota italiano, sibbene anche un compagno di fede  e di battaglia di tutti i popoli anelanti la libertà, poiché dopo il naufragio di un certo colpo di Stato tentato a Torino, sfuggito per miracolo agli sgherri di Metternich, aveva utilizzato il tempo del suo esilio combattendo in Spagna a pro della Costituzione, in Grecia per l’indipendenza di quel popolo. Là, era venuto alo mondo il padre di Settembrini – anche perciò quest’ultimo era diventato un grande umanista e un amante appassionato dell’antichità classica – nato, d’altronde, da madre di sangue tedesco, poiché Luigi aveva sposato una ragazza svizzera conducendola poi sempre con sé nella sua vita avventurosa. Più tardi, dopo dieci anni di esilio, aveva potuto tornare in patria, ed esercitato l’avvocatura a Milano non tralasciando però mai  di incitare la Nazione con la parola parlata e scritta, in versi e prosa, alla libertà  e alla costituzione della Repubblica unitaria, non cessando di compilare programmi sovversivi con appassionata enfasi di agitatore e dal proclamare l’unione dei popoli liberati per l’instaurazione di una comune felicità.
Un particolare che Settembrini citò, fece specialmente impressione sul giovane Castorp. Il nonno Luigi s’era sempre mostrato fra i suoi concittadini in abito nero, poiché egli asseriva di dimostrare in quel modo il lutto per la miseria e la schiavitù in cui era tenuta l’Italia, la patria sua. Udendo tale particolare, Castorp fu costretto, come d’altronde aveva fatto più volte, a pensare al suo proprio nonno; questi pure aveva sempre portato, per quanto il nipote potesse ricordarsene, vestiti neri, ma per motivi molto diversi da quelli del nonno di Settembrini. Hans Lorenz Castorp, essere appartenente ad un’altra epoca, s’era adattato per ripiego al suo tempo cui non apparteneva affatto, e ne aveva portato il costume, finché in morte era rientrato solennemente (col collare a pieghe) nel suo vero e giusto aspetto. Due nonni ben diversi erano stati quelli! Hans Castorp ci pensava mentre i suoi occhi fissavano un punto nel vuoto ed egli andava scuotendo il capo, cosa che poteva essere un segno d’ammirazione per Luigi Settembrini, o anche un’espressione di diniego e di disapprovazione. Si guardava anche onestamente dal giudicare  ciò che non poteva in coscienza conoscere, si accontentava invece di constatare e di paragonare. Vedeva la testa sottile del vecchio Hans Lorenz chinarsi pensosa sull’orlo stinto della tazza battesimale – immobile e peregrinante eredità – a bocca stretta poiché le sue labbra pronunciavano sillabe cupe e pie che ricordavano  il luogo dove si procede camminando chini in avanti in segno di profondo rispetto. E vedeva Luigi Settembrini che, reggendo il tricolore, sguainava la spada e, con lo sguardo dei neri occhi rivolto al cielo per un sacro giuramento, marciava in capo a una schiera di volontari per irrompere contro la falange del dispotismo. Ambedue avevano la loro bellezza e la loro nobiltà, pensava, sforzandosi di essere equo, tanto più che si sentiva personalmente o quasi in causa. Poiché il nonno di Settembrini aveva combattuto per diritti politici, mentre alò suo proprio nonno o agli avi di lui erano appartenuti in origine tutti i diritti che la plebaglia nel corso di quattro secoli aveva loro strappato con la violenza e con la retorica… Ed ambedue erano sempre vestiti di nero, il nonno del nord e quello del sud, e ambedue allo scopo di porre una severa distanza fra sé e l’epoca in cui vivevano. L’uno l’aveva fatto per un senso di religiosità, per il rispetto al passato e alla orte cui il suo essere apparteneva; l’altro, al contrario, per ribellione e in omaggio al progresso nemico della pietà. Sì, essi rappresentavano due mondi, due punti cardinali, così pensava Hans Castorp e gli pareva essersi trovato altra volta tra essi, gettando uno sguardo scrutatore ora all’uno ora all’altro, facendo precisamente come faceva in quel momento mentre il signor Settembrini continuava a narrare.
(…)

df62cc7e55.jpegEdizione italiana del 1932

…L’Italiano rendeva onore alla patria dei suoi ascoltatori perché là erano state inventate l’arte della stampa e la polvere da sparo, perché essa aveva spazzato la corazza del feudalesimo, rendendo possibile il propagarsi delle idee democratiche. Lodava dunque la Germania sotto tale punto di vista e per quanto riguardava il passato, ma credeva di dover dare la palma alla sua propria patria perché, mentre le altre nazioni giacevano ancora nell’oscurantismo e nella schiavitù, essa aveva inalberato la bandiera del progresso intellettuale, della cultura, della libertà. Tuttavia l’omaggio che rendeva alla tecnica ed alle comunicazioni, campo di lavoro di Hans Castorp, non era diretto precisamente alle potenze in sé, ma a tali potenze solo perché da quelle risultava un perfezionamento morale dell’individuo. la tecnica – diceva – sottomettendo sempre più la natura con mezzi di comunicazione, con lo sviluppo delle reti stradali e telegrafiche, vincendo le differenze di clima, si dimostra il mezzo maggiormente atto ad avvicinare l’un l’altro i popoli, a favorirne la vicendevole conoscenza, a iniziare fra essi un equilibrio umano, a distruggere i loro preconcetti e finalmente ad instaurare una unione generale. La razza umana proviene dal buio, dalla paura, dall’odio ma essa procede e s’innalza sopra una via luminosa, verso uno stato finale di simpatia, di intima chiarezza, di bontà e di felicità, e la tecnica è il miglior veicolo per procedere su tale via.
Così parlando, Settembrini univa i campi che Hans Castorp era sempre abituato a pensare divisi, anzi ben lontani uno dall’altro. Tecnica e morale! disse. E poi parlò del Cristianesimo e del Redentore che, primo, rivelò il principio di uguaglianza e di fratellanza, principio divulgato poi dalla stampa e che la Rivoluzione Francese aveva innalzato a legge. A Hans Castorp, sia pure per motivi per cui non si rendeva ben conto, tale opinione sembrava decisamente confusa, quantunque Settembrini la esponesse in parole chiare, levigate e sonanti. Una volta – così narrava – una volta in vita sua e precisamente all’inizio degli anni migliori della maturità, suo nonno s’era sentito profondamente felice, cioè al tempo della Rivoluzione Parigina di Luglio. Allora egli aveva detto chiaro e forte in pubblico che tutti gli uomini in un tempo non lontano avrebbero posto i tre giorni di Parigi accanto a sei della Creazione. A questo punto Hans Castorp non poté fare a meno di battere la mano sul tavolo e di meravigliarsi nel più profondo dell’anima sua. Gli sembrava un po’ forte che accanto a sei giorni in cui il Signore Iddio aveva separato la terra dall’acqua e aveva creato le eterne luci del firmamento, i fiori, gli alberi, gli uccelli, i pesci ed ogni cosa che ha vita, si ponessero i tre giorni della Rivoluzione di Luglio dell’anno 1830, ed anche dopo, quando rimase solo col cugino, si espresse in questo senso.
Tuttavia, siccome era assolutamente disposto a lasciarsi influenzare, pose freno alla protesta che la sua pietà ed il suo gusto elevavano contro l’ordinamento delle cose “alla Settembrini”. Forse ciò che a lui pareva sacrilegio si poteva invece considerare coraggio e nobile slancio, almeno in quel  luogo e a quella epoca. Nel luogo e nell’epoca, per esempio, in cui il nonno di Settembrini chiamava le barricate: “trono del popolo” e aveva dichiarato che bisognava “consacrare la picca del cittadino sull’altare dell’umanità”.

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Come si vede il corposo romanzo presenta anche un’aspetto che potremo definire saggistico. A non renderlo tuttavia tale è il personaggio di Hans Castorp che Thomas Mann definisce Hans Castorp un quester ovvero “colui che cerca e interroga, che percorre il cielo e l’inferno, che tiene testa al cielo e all’inferno e stringe un patto col mistero, con la malattia, col male, con la morte con l’altro mondo, con l’occulto, con quel mondo che nella Montagna incantata è detto “problematico”… alla ricerca del Graal, cioè del supremo, del sapere, di conoscenza e iniziazione, della pietra filosofale, dell’aurum potabile, della bevanda di vita.”

Qui lo vediamo alle prese con Settembrini, discendente del famoso patriota italiano, entusiasta portavoce della Rivoluzione del 1789 e del razionalismo liberale del XIX secolo. A lui si contrappone Naphta (non presente nella parte riportata), allievo dei gesuiti e portavoce dell’assolutismo e dell’inquisizione. Quello che caratterizza il protagonista è quasi una specie di vuotezza interiore che man mano cerca di fortificarsi nell’ascolto attento, a volte ricevuto con perplessità, ma pronto a lasciarsi influenzare e ad arricchirsi. 

L’attività di Thomas Mann continua con il Doctor Faustus, in cui al successo e all’incredibile creatività che il musicista Adrian Leverkühn ottiene grazie al patto col diavolo risponde la rinuncia agli affetti e l’aridità umana: la sua oltraggiosa coscienza di sé e la violazione di ogni limite rappresentano un’esplicita metafora del regime hitleriano.

“Abbiamo accennato solo alle più significative tappe di una produzione che sia sul piano specificatamente letterario che su quello saggistico ha, per varietà e mole, del prodigioso: nessun autore del Novecento può vantare come Mann un così approfondito e ossessivo esame (durato un cinquantennio) delle componenti della civiltà contemporanea, dei tanti ambigui miti che nel penultimo secolo essa ha elaborato: nessuno, forse, come lui ha contribuito – appunto perché li ha vissuti problematicamente dentro di sé – a esorcizzarli attraverso il faticoso recupero della ragione”. (Salvatore Guglielmino)

Heinrich Mann

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Meno famoso del fratello minore Thomas, Heinrich Mann, autore de Il professor Unrat, deve la sua fortuna al film Angelo azzurro del 1930 che ne fu tratto e che lanciò nel mondo, facendone un’intramontabile diva, Marlene Dietrich.

Nasce a Lubecca nel 1871. Per la sua opposizione al nazismo si trasferì dapprima in Cecoslovacchia, quindi in Francia ed infine negli Stati Uniti. Scrisse vari romanzi, fra i quali ricordiamo Il paese di Cuccagna (1900), Le dee (1903), Il professor Unrat (1905) e Tra le razze ( 1907). Giornalista e saggista si legò al socialismo umanitario e democratico (in polemica col fratello Thomas) e la sua opera può essere letta come una critica alla società tedesca che va dall’età guglielmina sino al nazismo attraverso una satira lucida e precisa.

Professor Unrat narra la storia di un insegnante vedovo cinquantenne, soprannominato dagli alunni Unrat, cioè “immondezza”. Un giorno s’inoltra nei quartieri malfamati della città, non grande ma rispettabilre, per cogliere in fallo tre dei suoi alunni più riottosi (Kieselack, von Ertzum, Lohmann) che egli sospetta di cattivi costumi. Conosce così nel locale “Angelo azzurro”, la cabarettista vicina quasi alla prostituzione Rosa Frölich e ne diventa un assiduo frequentatore, se ne invaghisca, spenda i suoi risparmi e infine se la sposi. Unrat viene licenziato dalla scuola, vive con lei tra i debiti, e la sua casa è frequentata dagli uomini più in vista della città, attirati dal fascino licenzioso della sposa. Sarà proprio lo studente Lohmann che lo denuncerà per il furto di un portafoglio e la coppia finisce arrestata e dileggiata.

Professor_Unrat_Titel.jpegEdizione del 1905

Dal questo romanzo prendiamo l’incipit:

IL PROFESSOR UNRAT

Poiché il suo nome era Raat, tutta la città lo chiamava Unrat, Sporcizia. Veniva così spontaneo, naturale. Ogni tanto capitava che questo o quel professore cambiasse soprannome: un nuovo scaglione di alunni entrava a far parte della classe, prendeva di mira con voluttà omicida un certo lato comico del professore che non era stato messo abbastanza in rilievo dai compagni dell’anno prima, e ne sbandierava il nome senza pietà. Unrat, invece il suo lo portava da molte generazioni, tutta la città ne era al corrente, i suoi colleghi lo usavano fuori dal liceo e anche dentro, appena lui voltava le spalle. Le persone che ospitavano in casa propria gli scolari e ne sorvegliavano gli studi, parlavano in presenza dei loro pensionanti del professor Unrat. E il bell’ingegno che avesse cercato di studiare con occhio nuovo e di battezzare in altro modo l’ordinario della prima liceo non sarebbe mai riuscito a spuntarla: se non altro perché l’appellativo suscitava ancora nel vecchio insegnante la stessa reazione di ventisei anni prima. Bastava che nel cortile della scuola, non appena lo vedeva venire, uno gridasse: «Non sentite odor di sporcizia?» Oppure: «Ehi, che odore di sporcizia!»
E subito il vecchio scrollava convulsamente la spalla, sempre la destra, che era più alta, e da dietro gli occhiali lanciava di sbieco un’occhiata piena di bile che gli studenti definivano perfida, e che era invece pavida e vendicativa: l’occhiata di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, che cerca di scoprire i pugnali tra le pieghe dei mantelli. Il suo mento spigoloso, a cui si attaccava una barbetta rada tra il giallo e il grigio, tremava con violenza. Contro l’alunno che aveva urlato la frase “non aveva prove” e non gli restava che tirar lungo sulle gambe magre dalle ginocchia curve, sotto il suo bisunto cappellaccio da muratore.
L’anno prima, per il suo giubileo, la scuola gli aveva organizzato  una fiaccolata. Era uscito sul balcone e aveva fatto un discorso. E all’improvviso, mentre tutte le teste, appoggiate alla nuca, erano rivolte verso di lui, si era levata una sgradevole voce fessa: «Ehi, c’è sporcizia in aria!»
Altri avevano ripetuto: «Sporcizia in aria! Sporcizia in aria!»
Là in alto il professore, che pure aveva previsto l’incidente, cominciò a balbettare, fissato la bocca spalancata di ognuno dei suoi derisori. Gli altri signori stavano là, intorno a lui: egli si rese conto anche quella volta “non aveva prove”; tra sé prese nota, però di tutti i nomi. Non più tardi del giorno dopo quello dalla voce fessa, ignorando il villaggio natale della Pulzella d’Orléans, diede il modo al professore d’assicurargli che in futuro avrebbe fatto del suo meglio per rendergli la vita difficile. E a Pasqua infatti quel Kieselack non fu promosso. Assieme a lui dovette ripetere l’anno la maggior parte di quelli che avevano fatto gazzarra la sera del giubileo: tra questi von Ertzum. Lohmann se n’era stato zitto, però fu bocciato lo stesso: la sua indolenza, come l’ottusità dell’altro, aiutò Unrat nel suo intento. Ora accadde che un mattino del novembre successivo, durante l’intervallo delle undici che precedeva il compito in classe sulla Pulzella d’Orléans, von Ertzum, prevedendo un esito catastrofico del tema vista la sua scarsa confidenza con la Pulzella, spalancasse disperato la finestra e urlasse a casaccio nella nebbia: «Unrat!»
Non sapeva se il professore fosse nei paraggi, e non gliene importava nulla. Il povero corpacciuto nobile di campagna aveva semplicemente soddisfatto il bisogno tutto fisico di concedere ancora pochi attimi di libertà ai suoi polmoni prima di rannicchiarsi per due ore davanti a un foglio bianco, tutto vuoto, cercando di riempirlo con parole spremute dalla sua testa non meno vuota. Ma il caso volle che proprio in quel momento Unrat attraversasse il cortile. Quando l’urlo lanciato dalla finestra lo raggiunse ebbe un goffo sobbalzo. Lassù tra la nebbia distinse la sagoma pesante di von Ertzum. Di sotto non c’era un solo alunno, nessuno a cui von Ertzum potesse aver gridato quella parola. «Questa volta», pensò Unrat esultando «era me che intendeva. Questa volta ne ho le prove!»

Unrat6-DW-Kultur-Berlin-jpg.jpgMarlene Dietrich ed Emil Jannings nelle parti di Rosa e del professor Rat
nel film del 1930

Quello che caratterizza il personaggio è una sua profonda ambiguità: egli è infatti vittima, con quel nomignolo che gli viene affibbiato sembra quasi dall’intera comunità, nomignolo che lo denigra e che lo squalifica; ma è anche carnefice, capace di vendicarsi in modo brutale, colpendo proprio chi non ha potere di difendersi, come i suoi studenti e soprattutto verso i più riottosi, i meno “inquadrati”. La ricerca del loro peccato, come poi verrà illustrato nel testo, si disegna tuttavia come la ricerca di un mondo che lo ha sempre affascinato ma che per convenzione non ha mai potuto frequentare. Potrebbe, detto così, sembrare un percorso che riscatta il personaggio, ma non è propriamente così: Unrat per ottenere ciò che vuole deve distruggere chi prima di lui ne era in possesso; la sua è una lotta senza quartiere, svolta tuttavia con armi che vanno dall’ossequio obliquo verso il potere e dalla più inaudita prepotenza verso chi è più debole di lui:

“…Unrat si voltò verso di lui. Intanto la Frölich se la filò: scappò gridando nella stanza vicina e si chiuse dentro sbattendo la porta. Per un attimo Unrat parve come stordito; poi si riprese e cominciò a fare dei gran salti intorno a Lohmann. Lohmann, che per darsi un contegno era indietreggiato fino al tavolo, prese il portafogli e si mise ad accarezzarlo. Pensò confusamente a qualcosa da dire. Che strano essere aveva davanti! Una via di mezzo tra un ragno e un gatto, con gli occhi da matto, col sudore che colava in gocce colorate da sopra gli occhi, e con la schiuma che gli usciva dai denti che battevano. Non era piacevole avercelo intorno con le braccia inarcate, pronte a scattare. E che farfugliava?”

“Unrat è, caricaturalmente deformato, il tipo del tiranno che vive tra furore e paura: nella scuola, se gli alunni non riconoscono il suo potere, tutto è perduto (come per il tiranno quando vede il palazzo invaso dalla plebe); fuori dalla scuola i rapporti con gli altri gli si configurano sempre come rapporti di autorità e di controllo (egli non sa immaginarne di diversi); l’intera città, sfuggendogli di mano, assume l’aspetto e la condotta di cinquantamila studenti indisciplinati e perciò meritevoli di punizione. Con vero piacere Unrat apre la sua casa a nobili e borghesi benestanti e assiste alla loro rovina: perduta l’autorità il tiranno è pronto a diventare anarchico, e si vanta del simbolismo implicito nell’odioso soprannome da cui un tempi si sentiva perseguitato” (Remo Ceserani)

Franz Kafka

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Franz Kafka (1883 – 1924) è un autore che va inserito in quella cultura del vasto Impero asburgico nel periodo della sua decadenza, definito Mitteleuropa. Sarà importante al suo interno la componente ebraica e la lingua con cui espresse la sua cultura fu la lingua tedesca in cui descrisse la crisi epocale dell’Occidente, inserendola nel più lato discorso della crisi del personaggio-uomo nella cultura dei primi anni del Novecento.

Nacque a Praga ed ebbe nell’infanzia e nell’adolescenza difficili rapporti familiari, soprattutto con il padre, imponente nella figura e autoritario nell’educazione, che favorì in lui un senso d’inadeguatezza. Della complessità del loro rapporto abbiamo testimonianza nella famosa lettera al padre del 1919:

MIO CARO PAPA’

Mio caro papà, non è molto che mi hai chiesto perché affermo di aver paura di Te. Come al solito non ho saputo rispondere, un po’ per la paura che Tu m’incuti, un po’ perché, per motivare questa paura, occorrono troppi particolari che non saprei cucire in un discorso. E se ora mi provo a risponderTi per iscritto, anche questa risposta sarà incompletissima, poiché pur scrivendo mi sento impedito dalla paura e dalle sue conseguenze, e perché la vastità dell’argomento supera di molto la mia memoria e la mia intelligenza.
A Te la questione è sempre parsa molto semplice, almeno quando ne parlavi con me e, secondo i casi, con molti altri. La vedevi così: tutta la vita Tu hai lavorato duramente, hai sacrificato tutto per i Tuoi figli, specialmente per me, di modo che io son vissuto da signore, libero di studiare quel che volevo, senza crucci materiali, e cioé senza crucci affatto; in cambio Tu non chiedevi gratitudine – Tu conosci “la gratitudine dei figli” – ma almeno certi riguardi, qualche segno di comprensione, invece io Ti ho sempre evitato, rintanandomi in camera mia, fra i libri, fra amici esaltati, fra idee insane; mai Ti ho parlato a cuore aperto, al Tempio non ti sono mai stato accanto, mai sono venuto a trovarTi a Franzensbad*, d’altronde io non posseggo il senso della famiglia, non mi sono mai curato della ditta o degli altri Tuoi affari. La fabbrica Te l’ho caricata sulle spalle per piantarTi subito in asso, ho sostenuto Ottla* nei suoi capricci, e mentre per Te non muovo un dito (neppure un biglietto di teatro T’ho mai portato) per gli amici farei qualunque cosa. Se riassumi il Tuo giudizio su di me, ne vien fuori che Tu non mi rimproveri nulla di malvagio o di disonorevole (tranne forse il mio ultimo progetto matrimoniale) ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E anzi me lo rimproveri come se fosse colpa mia, come se con un giro di timone avessi potuto cambiare tutto, mentre Tu non hai nulla da rimproverarTi, se non forse di essere stato troppo buono con me.
Questo tuo giudizio lo reputo esatto in quanto credo anch’io che Tu sia del tutto inconsapevole della nostra lontananza. Ma anch’io sono altrettanto innocente. Se fossi capaci di condurTi a riconoscerlo, sarebbe possibile non dico una nuova vita – siamo tutti e due troppo vecchi – ma una sorta di pace, non la fine ma un’attenuazione delle Tue incessanti rampogne.
Strano a dirsi, Tu hai una vaga percezione di quello che io intendo. Così ad esempio mi hai detto recentemente “Ti ho sempre voluto bene, anche se in apparenza il mio contegno non era quello degli altri padri, appunto perché non so fingere come gli altri”. In complesso, papà, io non ho mai dubitato della Tua bontà verso di me, ma questa affermazione non la credo giusta: E’ vero che tu non sai fingere, ma voler solo per questo sostenere che gli altri padri fingono è o pura protervia che non si può discutere oppure – e così è secondo il mio parere – la velata dimostrazione che fra noi due c’è qualcosa che non va, e che anche Tu ne sei causa, ma senza colpa. Se Tu lo ammetti, allora siamo d’accordo.
Non dico, naturalmente, di essere diventato quel che sono soltanto per il Tuo concorso. Questo sarebbe molto esagerato (e io inclino fin troppo a tale esagerazione). E’ assai probabile che, anche se fossi cresciuto libero dal Tuo influsso, non sarei diventato un uomo come volevi Tu. Sarei stato pur sempre una creatura debole, paurosa, dubbiosa, inquieta, certo non un Robert Kafka o un Karl Hermann*, certo però diverso da quello che sono, e avremmo potuto vivere in buona intesa. Sarei stato felice di averTi per amico, per principale, zio, nonno e perfino (sebbene con qualche esitazione) per suocero. Soltanto che come padre Tu eri troppo forte per me, tanto più che i miei fratelli morirono bambini, e le sorelle vennero molto più tardi, e io dovetti sopportare da solo il primo urto, per il quale ero di gran lunga troppo debole.
(…)

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Alla Tua superiorità fisica faceva riscontro quella spirituale. Tu ti eri innalzato con le Tue sole forze, di conseguenza avevi una fiducia illimitata in Te stesso. Per il bambino ciò era meno evidente di quanto non lo fu per il giovane che si faceva adulto. Dalla Tua poltrona Tu governavi il mondo. La Tua opinione era giusta, ogni altra era assurda, stravagante, pazza, anormale. La Tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione. Accadeva anche che su certe questioni Tu non avessi opinione alcuna, e allora tutte le opinioni possibili intorno a quel tema dovevano essere sbagliate senza eccezione. Per esempio prima insultavi i cechi, poi i tedeschi, poi ancora gli ebrei, e ciò non a proposito di alcunché di particolare, ma sotto tutti i riguardi, tanto che alla fine Tu solo rimanevi. AcquistasTi ai miei occhi un alone misterioso, come tutti i tiranni, il cui diritto si fonda sulla loro persona, non sul pensiero. A me, almeno, pareva così.

Nel 1919, all’età di trentasei anni, Franz Kafka scrisse questa lunghissima lettera al padre, che non fu mai consegnata e venne pubblicata solo in seguito, dopo la morte dell’autore e del destinatario. Tuttavia essa ci serve per chiarire non soltanto l’atteggiamento di un figlio nei confronti di un padre “forte”, ma come tale rapporto si segnasse fin da subito nella sensibilità eccitabile di Franz sotto il segno “psicoanalitico” della castrazione, per meglio dire l’impossibilità di diventare adulto perché tutto lo spazio era già occupato dal padre, che giustifica se stesso con il verbo essere, cioè è, come un tiranno, facendo in modo che gli altri non possano che essere dei sudditi. E’ un grido disperato ma lucido quello di Kafka, una testimonianza forte e decisa di quella figura di primo Novecento che troverà la sua definizione in colui che è incapace a vivere, con una sola parola, l’inetto.

egon_schiele_-_doppelbildnis_heinrich_und_otto_benesch.jpgEgon Schiele: Padre con figlio

Laureatosi nel 1906 in giurisprudenza iniziò a lavorare in un istituto di assicurazioni, S’innamorò dapprima della titolare di una ditta, Felice Bauer, che rappresentava con la sua vivacità un perfetto alter ego, quindi con una scrittrice Milena Jesenska, ma solo con Dora Dymant riuscì a trovare un po’ di serenità. Fondamentale fu l’amicizia con lo scrittore Max Brod che divenne il suo confidente.

La voglia di scrivere è testimoniata dall’esigenza di narrarsi in un Diario, ma è del 1916 l’unica opera pubblicata in vita che rappresenta uno dei vertici della narrazione novecentesca, La metamorfosi:

Gregor Samsa, commesso viaggiatore, è, dopo il fallimento del padre, il sostegno della famiglia. Ma, svegliatosi il mattino dopo una notte di incubi, si trova trasformato in un enorme insetto. Accortosi della ripugnanza che desta nei familiari, si adatta a dormire sotto il letto e a non comparire più in pubblico. Si nutre soltanto di rifiuti, assistito da una vecchia serva, l’unica che sopporti la sua vista. Ma un giorno, attirato dal suono del violino della sorella Grete, compare fra i suoi. Il padre gli scaglia una mela, che lo ferisce. Ne muore poco dopo. La vecchia serva, pur commiserandolo, lo getta nella spazzatura.

IL RISVEGLIO DI GREGOR SAMSA

Quando Gregor Samsa di risvegliò una mattina da sogni tormentosi si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo poteva vedere la sua pancia convessa, color marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta, pronta a scivolar via, si reggeva appena.  Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi.
«Che cosa mi è successo?» pensò. Non era un sogno. La sua stanza, una vera stanza, – sia pure piccola – per esseri umani, era tranquillamente racchiusa fra le quattro pareti così familiari. Sopra al tavolo, sul quale era sparso un campionario di stoffe – Samsa era un commesso viaggiatore – era appesa la figura che aveva recentemente ritagliato da un giornale illustrato e sistemato in una bella cornice dorata. Rappresentava una signora seduta tutta impettita con un cappellino e un boa di pelliccia, che ostentava a chi la guardasse un ampio manicotto nel quale scomparivano i suoi avambracci.
Lo sguardo di Gregor si rivolse poi alla finestra e il cattivo tempo – si udiva la pioggia picchiettare sulle parti metalliche della finestra – lo rattristò completamente. «Che accadrebbe se continuassi a dormire un altro po’ dimenticando queste sciocchezze?», pensò, ma non era proprio fattibile perché era abituato a dormire sul fianco destro e nella condizione in cui si trovava non poteva assumere quella posizione. Per quanto si sforzasse di buttarsi verso destra ripiombava sempre nella posizione supina. Ci provò un centinaio di volte, chiuse gli occhi per non vedere le zampe annaspanti, e rinunciò solo quando cominciò a sentire sul fianco un dolorino sordo mai provato prima di allora.
«Oh Dio,» pensò, «che mestiere faticoso mi sono scelto! Sempre in giro, un giorno dopo l’altro. L’affanno per gli affari è molto maggiore che nell’azienda, inoltre devo sopportare anche questa piaga da viaggiatore, i crucci per le coincidenze, i pasti irregolari e cattivi, rapporti umani sempre mutevoli, mai costanti, mai cordiali. Che vada tutto al diavolo!» Provò un leggero prurito sulla pancia, ; si trascinò lentamente sul dorso verso la testata del letto per poter sollevare meglio il capo, localizzò la parte che gli prudeva e che era cosparsa di puntini bianchi, di cui non riusciva a spiegarsi la causa; volle toccare la parte con una zampa, ma la ritirò subito perché il contatto lo fece rabbrividire.
Scivolò nuovamente nella posizione di prima. «Queste continue levatacce», pensò, «finiscono per rincitrullire. Ogni essere umano ha bisogno delle sue giuste ore di sonno. Gli altri viaggiatori di commercio hanno una vita da pascià! Quante torno alla locanda nel corso della mattinata per trascrivere le ordinazioni ricevute, quei signori stanno appena consumando la prima colazione. Se facessi una cosa simile col principale che mi ritrovo, verrei cacciato su due piedi. Chi sa, però, se non  sarebbe meglio per me. Se non cercassi di dominarmi per far piacere ai miei genitori avrei dato le dimissioni da lungo tempo, sarei andato dal principale e gli avrei detto chiaro e tondo come la penso. L’averi fatto cadere dalla cattedra! E’ anche una strana abitudine quella di mettersi in cattedra e  di parlare dall’alto coi dipendenti, che oltre tutto  devono venire assai vicino a causa della sordità del principale. Comunque non tutte le speranze sono perdute; quando avrò raggranellato abbastanza soldi per pagare il debito che i miei genitori hanno verso di lui – e non ci dovrei mettere più cinque o sei anni – mi licenzierò senz’altro. Sarà un taglio netto. Intanto, però, devo alzarmi: il mio treno parte alle cinque.»
E guardò la sveglia che ticchettava sul cassettone. «Santo Cielo!» esclamò tra sé. Erano le sei e mezza e le lancette proseguivano tranquillamente il loro cammino, anzi era ancor più tardi, mancava poco ai tre quarti. Forse la sveglia non aveva suonato? Si vedeva benissimo anche dal letto che era stata fissata sulle quattro: aveva suonato sicuramente. Sì, ma era mai possibile continuare a dormire pacificamente con quel frastuono che scuoteva i mobili? In verità, non aveva dormito proprio pacificamente però forse per questo il sonno era stato più pesante. Che cosa doveva fare ora? Il prossimo treno partiva alle sette: per prenderlo avrebbe dovuto sbrigarsi come un matto, il campionario non era ancora sistemato e lui stesso non si sentiva particolarmente sveglio e attivo. E anche se avesse preso quel treno una sfuriata del principale sarebbe stata inevitabile, perché l’usciere della ditta aveva atteso al treno delle cinque e aveva già riferito la sua mancanza. Era una creatura del padrone, senza spina dorsale né comprendonio. E si fosse dato per malato? E ciò sarebbe stato assai penoso e sospetto, perché durante i suoi cinque anni di servizio Gregor non era mai stato ammalato. Sicuramente il principale sarebbe venuto col medico della cassa malattia, avrebbe rimproverato i genitori per la pigrizia del loro figlio e avrebbe troncato  qualsiasi obiezione rimettendosi al parere del medico della cassa malattia, per il quale esistono soltanto persone sanissime o pelandroni. E gli si poteva dare torto nel suo caso? Gregor, a parte il sopore eccessivo dovuto al lungo sonno, si sentiva veramente bene e aveva persino una gran fame.
Mentre questi pensieri gli turbinavano per la mente, e senza che si decidesse a lasciare il letto – proprio in quel momento la sveglia faceva le sei e tre quarti – venne bussato lievemente alla porta che si trovava vicino alla testata del letto.«Gregor,» mormorò una voce – era la mamma – «sono le sette meno un quarto. Non dovevi partire?» La dolce voce! Gregor sussultò udendo la propria voce mentre rispondeva che era indubbiamente ancora quella di prima, in cui si mescolava però, dal basso, un insopprimibile frinire fastidioso, che solo in un primissimo momento lasciava alle sue parole un suono integro, ma poi lo deformava al punto da far credere di aver udito male. Gregor avrebbe voluto rispondere fornendo tutti i particolari, ma in simili condizioni si limitò a dire: «Sì sì, grazie mamma, mi sto alzando.» La porta chiusa impediva che fuori si notasse il cambiamento della voce di Gregor, perciò la mamma rassicurata se ne andò strascicando i piedi. Ma il breve dialogo aveva rivelato agli altri membri della famiglia che, contro ogni aspettativa, Gregor si trovava ancora in casa; e il padre si era messo a bussare alla porta,  debolmente ma col pugno. «Gregor, Gregor,» gridò, «che cosa c’è?» E dopo un breve intervallo tonò con voce più profonda: «Gregor! !Gregor!» Dietro l’altra porta la sorella bisbigliava: «Gregor! Non ti senti bene? Hai bisogno di qualcosa?» Gregor rispose ad entrambi le direzioni «Sono già pronto» e si sforzò di eliminare ogni suono dalla sua voce scandendo le parole con molta cura e separandole con lunghe pause. Infatti il padre se tornò alla sua colazione, ma la sorella mormorò: «Gregor apri, te ne supplico.» Gregor  non pensava proprio di aprire, anzi si compiaceva dell’abitudine presa nel corso dei suoi viaggi di chiudere a chiave le porte durante la notte anche quando si trovava in casa propria.

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La prosa di Kafka ci descrive in modo mirabile l'”assurdo quotidiano”. Cosa intendiamo con questo? A ben guardare quello che colpisce è la normalità con cui, in questo caso, Gregor, proprio all’inizio del racconto, gestisce il suo svegliarsi scarafaggio. Non ci viene adombrata una causa. Gregor, senza motivo e senza alcuna percezione, se non quella di un profondo sonno, durante la notte si trasforma in un orrendo insetto. L’autore, rigorosamente eterodiegetico, ci informa soltanto della preoccupazione per il fare tardi al lavoro. 

E’ evidente che pertanto la lettura che dobbiamo esercitare in un testo così inquietante non può prescindere dal concetto di alienazione che colpisce gran parte della narrativa di primo Novecento. Qui alienazione assume un carattere quasi etimologico, alius, altro, diverso: si tratta infatti di una regressione verso una forma lontanissima, invertebrata, e per di più considerata immonda dalla società, accentuata dall’essere dapprima chiusa, quindi nascosta in spazi angusti, ristretti, dove permangono oggetti altrettanto alienati (la foto di un’immagine femminile tratta da una rivista incastonata in una cornice dorata che lui cercherà di difendere con tutte le sue forze).

folon-kafka-4.jpgLa Metamorfosi di Kafka illustrata da Jean Michel Folon

Si ricrea qui, sotto forma letteraria quel rapporto malato e ambiguo tra lui, essere privo di forza e l’autorità, che abbiamo già letto nella Lettera al padre: qui l’autorità è rappresentata dal padre di Gregor che “uccide” il figlio con una mela (nel brano riportato bussa preoccupato, ma con un pugno), ma anche dal principale da cui vorrebbe scappare ma non può – inconsciamente non vuole – che ci viene raccontato come in cattedra, autoritario nell’alto della sua potenza.

Dopo aver vissuto gli ultimi anni a casa della sorella Ottla, attraversò un periodo buio di crisi religiosa, determinata anche dalla visione straziante dei reduci di guerra. Morì piuttosto giovane, a quarantuno anni, di turbecolosi. Il suo amico Max Brod venne meno alla promessa fatta di bruciare tutto ciò che non fosse stato già pubblicato, e vennero così alla luce i romanzi incompiuti Il processo, Il castello e Amerika.

Ecco la trama de Il processo:

Josef K., trent’anni, impiegato di banca, è dichiarato in arresto da due persone. Un processo è stato istruito nei suoi confronti. Dapprima sicuro di sé, poi via via schiacciato da una macchina processuale di cui gli sfuggono i meccanismi, Josef K. finisce per trascurare il lavoro fino a lasciarsi assorbire completamente dalle esigenze del processo. Abbandonato da tutti, si rassegna alla fine ad accettare una condanna che lui stesso, senza saperne il motivo, ritiene irrevocabile. All’alba del giorno del suo trentunesimo compleanno, altri due signori vestiti di nero si presentano davanti a casa sua, lo prelevano e lo conducono ai margini della città dove verrà giustiziato.

L’ARRESTO DI JOSEF K.

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e lo stava osservando con una curiosità del tutto insolita per lei, ma poi, stupito e affamato insieme, suonò il campanello. Subito bussarono e un uomo che K. non aveva mai visto prima in quella casa entrò. Era slanciato ma di solida corporatura, indossava un abito nero attillato che, come quelli da viaggio, era provvisto di varie pieghe, tasche, fibbie, bottoni e cintura, e dava quindi l’impressione, senza che si capisse bene a che cosa dovesse servire, di essere particolarmente pratico.
«Lei chi è?», chiese K. subito sollevandosi a metà nel letto. Ma l’uomo eluse la domanda, come se la sua comparsa fosse da accettare e si limitò a chiedere a sua volta: «Ha suonato?».
«Anna mi deve portare la colazione», disse K. e cercò, dapprima in silenzio, con l’osservazione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse l’uomo. Ma questi non si espose troppo a lungo ai suoi sguardi, si volse verso la porta e l’aprì un poco per dire a qualcuno che stava evidentemente subito dietro: «Vuole che Anna gli porti la colazione».
Ci fu una risatina nella stanza accanto, dal suono non poteva essere sicuro che non venisse da più persone. Sebbene l’estraneo non potesse con questo aver appreso nulla che già non avesse saputo prima, disse a K. con il tono di una comunicazione: «È impossibile».
«Questa sarebbe nuova», disse K., saltò dal letto e s’infilò in fretta i pantaloni. «Voglio un po’ vedere che gente c’è nell’altra stanza e che giustificazione mi darà la signora Grubach per questa seccatura». Gli venne subito in mente che non avrebbe dovuto dire questo a voce alta, e che in tal modo riconosceva all’estraneo un qualche diritto di controllo, ma al momento la cosa non gli parve importante. L’estraneo, comunque, l’intese così, perché disse: «Non preferisce rimanere qui?».

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«Non voglio rimanere qui né che lei mi rivolga la parola finché non si sarà presentato».
«L’intenzione era buona», disse l’estraneo e aprì ora spontaneamente la porta. Nella stanza accanto, dove K. entrò più lentamente di quanto volesse, a un primo sguardo tutto pareva quasi immutato dalla sera prima. Era il soggiorno della signora Grubach, forse nella stanza stracolma di mobili, tessuti, porcellane e fotografie, c’era un po’ più spazio del solito, non lo si vedeva subito, anche perché il cambiamento principale consisteva nella presenza di un uomo, seduto vicino alla finestra con un libro da cui ora alzò lo sguardo.
«Sarebbe dovuto rimanere nella sua stanza! Non glielo ha detto Franz?».
«Ma lei che cosa vuole?», disse K., e volse lo sguardo dalla nuova conoscenza all’uomo chiamato Franz, che era rimasto sulla porta, e poi ancora all’altro. Dalla finestra aperta si vedeva di nuovo la vecchia che, con una curiosità veramente senile, si era adesso spostata alla finestra dirimpetto per continuare a vedere ogni cosa.
«Insomma, voglio la signora Grubach…», disse K., e fece un movimento come per divincolarsi dai due uomini, che pure stavano distanti da lui, e andarsene.
«No», disse l’uomo vicino alla finestra, gettò il libro su un tavolino e si alzò. «Lei non può andarsene, è in arresto».
«Si direbbe proprio», disse K. «E perché?», chiese poi.
«Non siamo autorizzati a dirglielo. Vada in camera sua e aspetti. Il procedimento è appena avviato, e lei saprà tutto a tempo debito. Vado oltre il mio incarico parlandole così amichevolmente. Ma spero che non ci senta nessuno al di fuori di Franz, e anche lui è gentile con lei contro ogni regola. Se continua ad avere la fortuna che ha avuta con l’assegnazione delle sue guardie, può sperare in bene».

Il_Processo_1962.pngAnthony Perkins nella parte di Josef K. nel film omonimo di Orson Welles del 1962

Se Gregor vive nella trasformazione/degradazione di sé il senso della propria alienazione Josef K. (Kafka?) vive la stessa da un esterno inspiegabile, altrettanto assurdo. A ben pensare quello che definisce il protagonista della storia è un non essere: l’inizio ex abrupto ci dice cosa succede, non chi lui sia né come siano le sue fattezze. E’ un nome (neppure un cognome). Una cosa fa, probabilmente in modo inconsapevole, vive e vive in una reiterata quotidianità, tanto che questa, quando viene meno, diventa piccolo dramma. Egli pertanto è colpevole perché vive e, avendo una colpa/non colpa avrà di conseguenza una imputazione/non imputazione altrettanto determinata: il suo essere è già di per sé una colpa. Per questo il suo percorso, raccontato esemplarmente assumendo il punto di vista del protagonista, fa in modo che il lettore si identifichi con lui. Josef è vittima del suo argomentare in modo raziocinante, quindi naturale ma ciò che si trova di fronte è il contrario della normalità. Ma sarà quest’ultima, attraverso il processo dell’inversione, che sarà raccontata “come cosa normale” mentre le rimostranze di Josef saranno sempre meno convincenti per gli altri e quindi anche per sé. Questa capacità kafkiana oserei dire di straniamento provocherà un senso d’angosciante assurdità cui Joseph deve sottostare e che lo condurrà inevitabilmente ad una condanna che la Legge gli infliggerà. 

Kafka è uno degli autori più problematici del Novecento, la cui interpretazione non è semplice. Egli tuttavia può essere considerato, nel complesso, come l’interprete della fragilità e dell’esilio dell’uomo contemporaneo. I protagonisti delle sue opere sono personaggi che non trovano spiegazione al loro agire, in quanto forniti d’inadeguatezza propositiva, ma soprattutto non trovano un senso non nel loro agire, ma nelle cose per le quali dovrebbero agire. La fragilità dell’uomo kafkiano non è nella sconfitta, cui è destinato, ma nell’impossibilità di comprenderla. Il gioco sta nel tentativo di comprendere logicamente le ragioni delle cose, ma quest’ultime sopraffanno l’uomo stesso, che si trova “invischiato” in un meccanismo più grande di lui. Tutto ciò è reso da Kafka con moduli narrativi e stilistici di grande originalità: egli infatti descrive le cose con estrema minuziosità, siano essi ambienti, o piccoli oggetti; tuttavia proprio questa attenzione fa sì che essi si carichino di implicazioni simboliche, di allusioni polisense. In un certo modo esasperando attraverso lo sguardo le cose, egli (come l’espressionismo) ce le fa apparire allucinate, con una fredda luce che ne toglie credibilità, illuminandole in un agghiacciante assurdo. Ladislao Mittner, studioso di letteratura tedesca, definisce il modo di scrittura kafkiano “realismo grottesco” e così spiega l’estraneità alla vita dell’autore praghese: “Chi vive fuori della realtà, trova assurda ed angosciante la realtà intera, e la trova tanto più assurda ed angosciante, quanto più perfettamente essa ubbidisce alla propria legge, quanto più è normale ed anche banale. Essendo impossibile ogni e qualsiasi possibilità reale, diventa per converso possibilissimo tutto quanto nella realtà concreta è impossibile. Assurdi sono gli eventi che colpiscono l’eroe kafkiano, ma la loro assurdità è narrata senza alcun pathos, in uno stile da relazione scientifica o addirittura da verbale giudiziario.” 

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Kafka in un disegno di Tullio Pericoli

Robert Musil

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Robert Musil è uno scrittore austriaco, nato nel 1880. Dopo il liceo si laurea in ingegneria meccanica, lavorando si da subito all’interno dell’università. Dopo pochi anni si trasferisce a Berlino, dove consegue una seconda laurea in Filosofia. Già precedentemente aveva dato alle stampe il suo primo romanzo I turbamenti del giovane Törless, a cui seguiranno un libro di racconti Incontri. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola e viene spedito nel fronte italiano. Alla fine della guerra torna a Berlino, dove inizia la sua opera più importante L’uomo senza qualità. Tornato a Vienna nel 1935, l’abbandonerà a seguito dell’invasione tedesca. Contrario al nazismo si rifugiò in Svizzera, lavorando incessantemente al suo romanzo pur non riuscendo a terminarlo. Morirà a Ginevra nel 1942, dopo aver trascorso gli ultimi anni in forti ristrettezze economiche.

Come già detto il suo primo romanzo è I turbamenti del giovane Törless (1906), dettato dall’esperienza biografica di studio all’interno di un collegio militare (dove studierà anche Rilke)

La vita del giovane Törless, consegnato al collegio da una famiglia impeccabilmente borghese, scorre dapprima nella pigrizia e nell’inerzia. In questo stato di fragilità intellettuale Törless comincia a prendere coscienza degli enigmi incomprensibili, dei vuoti e delle contraddizioni che minano il compatto tessuto del reale. Con la vecchia prostituta Božena che, a servizio dai signori, ne ha conosciuto il mondo e la corruzione. Törless conosce la sessualità come degradazione ma anche come sfondamento dei limiti, e acquisisce la consapevolezza che il mondo dei propri genitori, apparentemente integro e casto, è anch’esso contaminato. Törless prende atto dell’esistenza di due mondi, uno chiaro e diurno, solitamente borghese in cui ogni cosa appare inserita in un ordine razionale, e un altro dissoluto, nudo e distruttivo, pieno di oscurità e sangue, come lo stanzino che due tra i peggiori allievi dell’istituto, Reiting e Beineberg, hanno scoperto e adibito a teatro della propria folle violenza. L’edificio della realtà appare a Törless instabile e sdrucciolevole, fondato sul nulla, e il pensiero gli si rileva un mezzo insufficiente, tanto che Törless, per indagare la vita, si affida non solo a una sensibile e acuta intelligenza, ma anche a un’ambigua e disponibile sessualità., la quale lo porta a sperimentare l’abiezione di un rapporto carnale con un debole compagno, già vittima di Reiting e Beineberg. Solo nella raggiunta consapevolezza che le cose vanno viste “ora con la ragione, ora altrimenti, senza confonderle, Törless, che abbandonerà il collegio, saprà dissociarsi dai suoi camerati ed emanciparsi dai propri turbamenti giovanili.

IL GIOVANE TÖRLESS IN COLLEGIO

Una piccola stazione, sulla linea ferroviaria che porta in Russia.
Dritte a perdita d’occhio quattro rotaie parallele correvano nelle due direzioni tra il pietrisco giallo dell’ampia massicciata; accanto a ciascuna, come un’ombra sporca, la striscia scura impressa sul terreno dai vapori di scarico.
Dietro il basso edificio della stazione pitturata a olio una strada larga, scavata dai solchi delle vetture, portava su fino alla rampa. I suoi bordi si perdevano nel terreno circostante, tutto calpestato, ed erano riconoscibili solo grazie a due filari di acacie che fiancheggiavano meste la strada con le foglie riarse e soffocate dalla polvere e dalla fuliggine.
Fosse l’effetto di questi tristi colori, fosse la luce debole e smorta del sole pomeridiano, illanguidita dalla foschia, le cose e le persone avevano un’aria apatica, fiacca e meccanica, quasi fossero uscite dallo scenario d’un teatro di burattini. Di tanto in tanto, a intervalli regolari, il capostazione usciva dal suo ufficio, risaliva con lo sguardo, girando sempre la testa nello stesso modo, la lunga linea ferroviaria e scrutava le cabine di segnalazione che ancora non si decidevano ad annunciare l’arrivo del diretto, in gran ritardo sin dal confine; poi, con un gesto sempre identico del braccio, toglieva l’orologio dal taschino, scuoteva la testa e scompariva di nuovo, come vengono e vanno le figure che allo scoccare dell’ora escono da certi antichi orologi delle torri.
Sulla larga striscia in terra battuta tra i binari e l’edificio una gaia compagnia di giovani passeggiava su e giù stringendosi attorno a una matura coppia di coniugi che formava il centro della conversazione piuttosto chiassosa. Ma anche l’allegria di questo gruppo non era proprio tale, il chiasso delle gioconde risate sembrava ammutolire due passi più in là e cadere a terra urtando contro un ostacolo invisibile e tenace.
La moglie del consigliere di corte Törless – era lei la signora sulla quarantina – nascondeva dietro la fitta veletta gli occhi tristi un po’ arrossati dal pianto. Era il momento dell’addio, e le pesava dover lasciare ancora una volta per tanto tempo il suo unico figlio tra gente estranea, senza la possibilità di vegliare lei sul suo beniamino.
La cittadina infatti, ben lontana dalla capitale, si trovava nella parte orientale dell’impero, in una regione agricola arida e non molto popolata.
La ragione per cui la signora Törless doveva rassegnarsi a sapere il suo ragazzo in un posto così lontano e inospitale era l’esistenza, in quella città, di un famoso collegio, che già dal secolo precedente, quand’era stato costruito sul terreno di un pio istituto, s’era deciso di tenere laggiù, certo per preservare i giovani, negli anni della loro maturazione, dagli influssi corruttori di una grande città. Là infatti i figli delle migliori famiglie del paese ricevevano la loro educazione, in attesa di entrare, una volta lasciato l’istituto, all’università o nella carriera militare o in quella burocratica, e in tutti questi casi, come pure per l’ammissione negli ambienti della buona società, l’esser cresciuti nel convitto di W. era un ottimo biglietto di presentazione.
Quattro anni prima ciò aveva indotto i signori Törless a cedere alle ambiziose insistenze del loro ragazzo e a ottenere la sua ammissione all’istituto.
Questa decisione, più tardi, era costata molte lacrime. Infatti, quasi a partire dal momento in cui il portone del collegio s’era irrevocabilmente chiuso dietro di lui, il piccolo Törless aveva cominciato a soffrire di una terribile, appassionata nostalgia. Né le lezioni, né i giochi sui grandi prati rigogliosi del parco, né le altre distrazioni che il convitto offriva ai suoi ospiti riuscivano a interessarlo. Vi partecipava appena, vedeva ogni cosa come attraverso un velo; anche di giorno durava spesso fatica a ricacciare in gola certi ostinati singhiozzi; di sera poi s’addormentava sempre tra le lacrime.
Scriveva lettere a casa quasi ogni giorno, e viveva solo in quelle lettere; tutte le sue altre occupazioni gli parevano solo fatti nebulosi e insignificanti, tappe del suo cammino indifferenti come le ore sul quadrante di un orologio. Invece quando scriveva sentiva in sé qualcosa di esclusivo che lo distingueva: come un’isola piena di soli e colori meravigliosi, in lui emergeva qualcosa dal mare di grigie sensazioni che giorno dopo giorno lo stringeva, freddo e indifferente. E quando, nel corso della giornata, durante i giochi o le lezioni, pensava che la sera avrebbe scritto la sua lettera, gli pareva di portare appesa a una catena invisibile una segreta chiave d’oro con cui, quando nessuno vedeva, avrebbe aperto la porta di meravigliosi giardini.
Il lato più singolare di tutto ciò era che quell’improvviso e divorante amore per i suoi genitori a lui per primo riusciva nuovo e sconcertante. Prima non ne aveva supposto l’esistenza, era entrato volentieri, spontaneamente in collegio, aveva addirittura riso quando al primo commiato sua madre non aveva saputo trattenere un gran pianto, e solo dopo, quand’era là ormai da vari giorni e s’era anche trovato abbastanza bene, gli era scoppiata dentro quella reazione improvvisa, elementare.
La credeva nostalgia, desiderio prepotente dei genitori. In realtà era qualcosa di assai più indefinito e composito. Perché l'”oggetto” di quello struggimento, l’immagine dei suoi genitori, a ben guardare non era più presente in esso. Intendo quel certo ricordo plastico di una persona amata che è fisico e non soltanto della memoria e che parla a tutti i sensi e viene custodito in ciascuno di essi, per cui non si può far niente senza sentirsi al fianco, invisibile e silenzioso, l’altro. Questo ricordo svanì presto, come un’eco che avesse vibrato solo per un breve tratto. In quel periodo, per esempio, Törless non riusciva più a evocare l’immagine dei suoi – così li chiamava per lo più tra sé – “cari, cari genitori”. Se ci si provava, invece di quella affiorava in lui, un dolore sconfinato, il cui anelito lo torturava e tuttavia lo teneva ostinatamente avvinto, perché le sue fiamme gli facevano male e l’estasiavano insieme. Il pensiero dei genitori divenne per lui sempre più un espediente per eccitare in sé quell’egoistica sofferenza che lo chiudeva nel suo orgoglio voluttuoso come nel segreto di una cappella dove da cento ceri accesi e da cento occhi di sacre immagini venisse sparso incenso tra gli spasimi dei flagellanti.
Quando, più tardi, la “nostalgia” divenne meno violenta e a poco a poco scomparve, questa sua natura si rivelò infatti abbastanza chiaramente. La sua scomparsa non portò una tranquillità a lungo attesa ma lasciò nell’animo del giovane Törless un vuoto. E da questo nulla, da questo vuoto che sentiva in sé egli capì che non gli veniva a mancare un semplice struggimento ma qualcosa di positivo, una forza interiore, qualcosa che col pretesto della sofferenza s’era sviluppato rigoglioso dentro di lui.
Ma ormai era tutto passato, e quella fonte di una prima eletta beatitudine gli s’era rivelata solo inaridendosi.
In questo periodo scomparvero di nuovo dalle sue lettere i segni appassionati del primo risveglio della sua anima; il loro posto fu preso da descrizioni particolareggiate della vita nell’istituto e dei nuovi amici. Lui, Törless, in questa situazione si sentiva impoverito e spoglio come un alberello che dopo una fioritura ancora senza frutto viva il suo primo inverno.
I genitori, invece, ne furono contenti. Lo amavano di una tenerezza forte, istintiva, animale. Ogni volta che lui tornava dal convitto per una vacanza, alla moglie del consigliere la casa appariva, dopo, di nuovo morta e vuota, e nei giorni che seguivano ognuna di quelle visite lei si aggirava per le stanze con le lacrime agli occhi, carezzando qua e là un oggetto che il suo ragazzo aveva tenuto tra le dita o su cui aveva posato l’occhio. Tutt’e due si sarebbero lasciati fare a pezzi per lui.
La goffa tenerezza e l’appassionata, caparbia afflizione delle sue lettere li impensierì e provocò in loro un’esaltazione sentimentale; la serena e soddisfatta superficialità che venne poi rallegrò anche loro; pensando che fosse il segno del superamento di una crisi la favorirono quanto più poterono. Né l’una né l’altra apparvero loro il sintomo di una precisa evoluzione psicologica: al contrario, essi accolsero sia la pena che l’acquietamento come una naturale conseguenza di quello stato di cose. Sfuggì loro che s’era trattato del primo, fallito tentativo dell’adolescente lasciato a se stesso di dispiegare le proprie energie interiori.

tor2.jpgScena del film del 1966 tratto dal libro di Musil

E’ la parte iniziale del romanzo, ma che ci fa già capire quali saranno le linee entro le quali l’autore svilupperà la sua narrazione: dapprima ci si mostra un ragazzo alla fermata di un treno con una madre apprensiva che lo lascia partire per la prima volta in un collegio esclusivo e all’interno della stazione Törless nota che le cose e le persone avevano un’aria apatica, fiacca e meccanica, quasi fossero uscite dallo scenario d’un teatro di burattini (sembra quasi che la percezione del giovanissimo protagonista riesca a cogliere l’apatia alienante dei viaggiatori, scoprendo in lui una capacità d’osservazione critica); passa quindi a sottolineare l’esclusività del luogo, per far meglio risaltate, durante la lettura come esso sia un microcosmo pieno d’ipocrisia e violenza. La pagina continua con le sue prime “fanciullesche” impressioni, lette come nostalgia per le figure genitoriali per poi colpirci con la repentina mutabilità psicologica per cui Questo ricordo svanì presto, come un’eco che avesse vibrato solo per un breve tratto, per lasciare un vuoto, vuoto che Törless dovrà imparare a riempire e che gli permetterà di dispiegare le proprie energie interiori.

I turbamenti del giovane Törless (ci piace pensarlo come il fratello di Tonio Kröger di Mann) è un Bildungsroman (romanzo di formazione) il cui protagonista è un giovane della borghesia tedesca: egli svilupperà un forte rapporto conflittuale con i genitori (a dimostrazione di un fallimento delle strategie educative di quella nazione); infatti ne hanno fatto un giovane debole di carattere che non saprà dir di no a violenze e ad aberrazioni anche sessuali verso i più deboli, ma anche con una profondità introspettiva che gli faranno capire il non senso di tale azioni, che lo porteranno infine ad abbandonare il collegio. 

Sembra proprio che la letteratura di lingua tedesca rifletta sulla separazione tra il mondo degli adulti contenti del loro raggiunto benessere borghese e quello dei giovani che si sente rispetto ad esso estraneo, lontano, alienato, quasi percepisse la strage che di lì a poco avrebbero proprio loro pagato a caro a prezzo. 

Ma il capolavoro di Musil è L’uomo senza qualità (1930, 1933, 1943):

22415911798.jpgEdizione originale di Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità)

Il filo conduttore del complesso romanzo, che si articola intorno a tre temi centrali, è Ulrich, uomo senza qualità in quanto proteso verso tutte le possibilità intellettuali e quindi vanamente impegnato a costruire il senso della propria esistenza. Costui, un colto ex ufficiale, verso nella matematica, viene eletto segretario di un comitato di aristocratici messo in piedi per organizzare le celebrazioni del giubileo di Francesco Giuseppe nel 1913. La cosa però si trascina per le lunghe e finirà per risolversi in un clamoroso fiasco. In questo filone principale sono inserite varie storie individuali, come il racconto della crisi familiare di Walter e Clarissa, che finirà con l’impazzire (prima parte), e quello del complesso legame che unisce Ulrich alla sorella Agathe, unica persona capace di influenzare il paralizzante relativismo e possibilismo del fratello (terza parte); o vicende di più ampio significativo sociale, come il caso, che affascina Ulrich, del condannato a morte Moosbrugger, o la descrizione della decadenza dell’impero asburgico, chiamato ironicamente Kakania, e della stessa società borghese (seconda parte).  

UN SENTIMENTO STRANISSIMO

Ma mentre l’assurda vanità di tutti gli sforzi di cui si era gloriato lo commoveva quasi fino alle lacrime, lo sorprese nello stato di veglia notturna in cui si trovava, o sarebbe meglio dire lo sopraffece, un sentimento stranissimo. In tutte le stanze splendevano ancora i lumi che Clarisse, mentre era sola, aveva acceso dappertutto, e l’eccesso di luce inondava le pareti e gli oggetti, riempiendo lo spazio di qualcosa di vivo. E forse era la tenerezza contenuta in ogni stanchezza indolore che trasformava l’insieme delle sue sensazioni fisiche, perché quella consapevolezza del proprio corpo, sempre presente benché non curata, e ad ogni modo delimitata solo vagamente, trapassava ad uno stato più molle e più largo. Era un allenamento, come se si fosse slegato un laccio troppo stretto; e giacché nelle pareti e negli oggetti nulla v’era di realmente mutato, e nessun Dio entrava nella dimora di quell’infedele e Ulrich stesso rinunziava alla sua lucidità di giudizio (fin dove la stanchezza non l’ingannava) voleva dire che soggetto a quella trasformazione poteva essere soltanto il rapporto tra lui e l’ambiente, e di quel rapporto, a sua volta, non il lato oggettivo, né i sensi e la ragione che gli si adeguano oggettivamente; la metamorfosi era quella di un sentimento profondo come le acque del sottosuolo, sul quale questi pilastri della percezione oggettiva e del pensiero poggiavano di solito, mentre ora smossi, si allontanavano oppure si avvicinavano: questa distinzione infatti aveva perso nel momento stesso ogni significato. «E’ un altro comportamento, io subisco una metamorfosi, e quindi anche le cose che stanno in relazione con me!» pensò Ulrich, che credeva di osservarsi bene. Ma si sarebbe potuto anche dire che la sua solitudine – uno stato che si trovava non soltanto in lui ma anche intorno a lui e che quindi univa l’uno e l’altro – si sarebbe potuto dire, e lo sentiva lui stesso, che tale solitudine diventava sempre più fitta e sempre più grande. Passava attraverso i muri, invadeva la città, senza tuttavia allargarsi, invadeva il mondo. «Quale mondo?» egli pensò «Il mondo non esiste!» Gli pareva che quel concetto non avesse più senso. Ma si sorvegliava ancora abbastanza da sentire in pari tempo che quell’espressione esagerata era sgradevole; non cercò altre parole, al contrario, da allora si riavvicinò alla lucidità piena e dopo pochi secondi si mise in moto. Il giorno spuntava e mescolava il suo lividore alla chiarità sempre più smorta della luce artificiale che moriva rapidamente. 

“Il brano ci mostra Ulrich passare ad un altro strato di coscienza, rispetto al quale è lui a comportarsi da strumento e non viceversa. I legami ai quali la sua percezione obbediva sembrano allentarsi; il suo corpo non appare più solidale con il dominio dello spazio e del tempo: quel che cambia è la sensazione che costituisce la base fra il nostro corpo e l’ambiente intorno, con la conseguenza che la percezione e pensiero non si disttinguono più: la percezione si spiritualizza e il pensiero diventa percettivo: E se tanto Ulrich quanto le cose intorno a lui sono avvolte nella solitudine che non permette un contatto vero, pare però che qualcosa nei rapporti possa cambiare: la solitudine ingigantisce e questo è già un modo incipiente per riappropriarsi del mondo da creatore. Nella trasformazione di Ulrich si trasforma anche tutto ciò che lo circonda e con cui viene in rapporto. Poi una sua critica espressione verbale  rompe l’incantesimo. Il proseguimento interpreta  quel nuovo stato di coscienza: si trattato di un momento mistico, in cui le distinzioni fra le cose perdono significato e ci si trova nel cuore del mondo senza volontà di dominarlo e senza quella volontà di possesso che nasce dalla sfera dell’avarizia e della voracità.” (Enrico De Angelis).

UNA BELLA GIORNATA DI AGOSTO  

Sull’Atlantico un minimo barometrico avanza in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantinque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913. 

JacK Visser (2013).jpgJack Visser: Der Mann ohne Eigenschaften (2013)

In Musil non vi è solo la crisi dell’uomo contemporaneo al quale mancano punti di riferimento certi con cui  identificarsi, facendo sì che la coscienza (propria) e la percezione (dell’esterno) si trovino completamente confuse, ma vi è anche una rivoluzione linguistica che tale confusione deve registrare. Ed è così che in questo brano la lingua non può registrare una sensazione, che basata su un’individuale percezione perde la sua capacità informativa: infatti se il mondo è sempre più complesso e stratificato, formato da miriadi singolari di percezioni, la lingua che lo rappresenta non può che risultare antiquata, e pertanto lo deve fare con l’unico strumento della lingua ancora possibile in quanto capace di andare al di là della singolarità percettiva e questa lingua è quella tecnica e scientifica.

Rainer Maria Rilke

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Rainer Maria Rilke nasce a Praga nel 1875, conterraneo quindi dell’amato Kafka, di cui fu un attento lettore. Ma se la città boema per l’autore de La metamorfosi fu il luogo in cui visse e morì, per Rilke fu il punto di partenza che fecero di lui più un apolide, trovando la patria solo dentro se stesso. Viaggiò molto infatti: conosciuta Lou Andres Salomé, letterata russa già amante di Nietzsche, andò in Russia dove conobbe il vecchio Tolstoj e Pasternak, quindi si spostò a Parigi, lavorando per l’artista Rodin. Non pago toccò paesi come l’Egitto, la Spagna, la Svezia, la Danimarca, l’Italia e la Svizzera. La sua attività letteraria lo porta ad esprimersi soprattutto nella poesia, dando vita a diversi capolavori come le Elegie duinesi, iniziate dal 1912 ma pubblicate nel 1922) e i Sonetti ad Orfeo, scritti in Svizzera nel 1923. Muore per leucemia nel 1926. 

Del 1910 è il suo romanzo Quaderni di Malte Laurids Brigge

Il protagonista, un giovane intellettuale inquieto, va ad abitare, malato e solo, a Parigi. Vi sperimenta la paura, la solitudine, la miseria, ma impara a vedere le cose, che mostrano certe parvenze per poi fluire in altre in un flusso continuo. E’ attratto dai derelitti, dai dementi e dai miserabili che finiscono col dare alla città contorni ossessivi e allucinati. Annota in un suo diario sogni e incubi, reminiscenze all’infanzia, momenti felici e dolorosi. Su tutto prevale il senso della morte e la ricerca di Dio.

ECCO, ANCORA, TUTTE LE PAURE DIMENTICATE

Ed ecco ancora di nuovo, quella malattia che mi ha sempre colpito in modo così singolare. Sono sicuro che non se ne valuta tutta la gravità, mentre invece si esagera l’importanza delle altre. Non ha nessuna caratteristica propria – ma assume quelle delle persone che attacca. Con una sicurezza da sonnambula fruga nel nostro profondo per trarne fuori il più riposto pericolo: sembrava superato – e ce lo pone nuovamente dinanzi, vicinissimo, nell’ora imminente. Uomini che, nella loro pubertà, sperimentarono il più desolato, forse, dei vizi, di cui inconsapevoli complici sono le povere e dure mani adolescenti – se lo trovano ancora davanti; ecco, di nuovo, una malattia già vinta nella fanciullezza; oppure si ripresenta un’abitudine dimenticata, un certo modo esitante di voltare il capo, come si faceva anni prima. E insieme con quanto ritorna ecco alzarsi una selva di confusi ricordi che si avviticchiano al tutto come un viscido fuco intorno a un oggetto sommerso. 
Vite di cui non avremo saputo mai nulla salgono alla superficie confondendosi con le cose realmente accadute – e cancellano così un passato che presumevamo conoscere; perché in quello che risale  è una nuova e riposata forza – mentre il resto è stanco degli appelli troppo ripetuti.
Sono disteso al letto, al mio quinto piano, – e il giorno da nulla interrotto, è simile a un quadrante senza sfere. Come una cosa a lungo creduta smarrita si trova intatta una mattina al suo posto, forse più nuova che il giorno della perdita, quasi qualcuno l’avesse curata: così, sulla coperta del mio letto sono sparse cose perdute della mia fanciullezza – che sono come nuove. Ecco, ancora, tutte le paure dimenticate.
La paura che un piccolo filo di lana uscente dall’orlo della coperta sia rigido e aguzzo come un ago; la paura che questo piccolo bottone della camicia da notte sia più grande della mia testa, più grande e pesante; la paura che questa briciola di pane, in procinto di cadere dal letto, diventi diventi di vetro e si frantumi nel raggiungere il sulo – e il pensiero angoscioso che con lei tutto vada in frantumi, tutto e per sempre; la paura che l’estremità lacerata di una busta sia qualche cosa di proibito che nessuno deve vedere, qualche cosa di indicibilmente prezioso per cui nessun posto è sicuro nella stanza; la paura di ingoiare, nell’addormentarmi, quel pezzo di carbone che è lì davanti alla stufa; la paura che nel mio cervello cominci a crescere una cifra qualsiasi, fino a non trovarvi più spazio; la paura che il letto in cui sono disteso sia di granito, di scuro granito; la paura di poter gridare e che accorrano alla mia porta e che infine l’abbattano; la paura di tradirmi e di dire tutto quello che mi spaventa – e la paura di non potere dire nulla perché tutto è indicibile – e tutte le altre paure… le paure.
Ho pregato per ritrovare la mia infanzia: è ritornata, è sento che è sempre dura come una volta e che a nulla è servito invecchiare. 

paula-modersohn-becker.jpgPaula Modersohn-Becker, Porträt Rainer Maria Rilke, 1906

E’ evidente dal passo che abbiamo riportato che la prosa di Rilke sia ispirata all’espressionismo: immagini forti, oniriche, malate come lo stesso protagonista del romanzo (fortemente autobiografico) che s’immagina in una Parigi disumanizzata. Infatti potremo dire che Malte, intellettuale danese, attraverso raffigurazioni oserei dire pittoriche evocando un’infanzia pieni di terrori, li riporti in vita, li senta ancora propri; il vivere non ha portato maggiore autonomia intellettiva, ma maggiore consapevolezza del male all’interno dell’uomo, che Rilke, come altri autori del primo Novecento, riporta con quello che nell’irlandese Joyce sarà lo stream of consciousness.

Opere in lingua inglese

James Joyce

James Joyce è il più radicale, almeno nel suo capolavoro l’Ulisse, sperimentatore delle capacità espressive del linguaggio, tanto da fare di quest’opera il punto più alto delle avanguardie di primo Novecento.

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Nasce a Dublino nel 1882. Importante è la figura del padre, autoritario ma al contempo scialacquatore e gran bevitore, che gli fornirà il ritratto di alcuni importanti personaggi dei suoi racconti. Riceve una rigida educazione cattolica, che rifiuterà negli anni universitari. Incontra Nora Bernacle, compagna di una vita, e che lei si sposta dapprima a Parigi, quindi in Italia (Joyce si dimostrerà sin da giovane età amante della letteratura italiana), dove prima a Roma quindi a Trieste conoscerà Italo Svevo, promuovendone anche l’attività letteraria. Pubblica nel 1914 Gente di Dublino, ma a già precedentemente aveva cominciato a scrivere abbozzando un racconto Stephen Hero che diventerà nel 1917 Ritratto di un artista da giovane. Allo scoppio della guerra si rifugia in Svizzera, quindi a Parigi dove, per l’interessamento di intellettuali come Pound, Eliot e Yeats, riuscirà a pubblicare la sua opera più importante l’Ulisse (1922). Non passerà una bella vecchiaia: la sempre maggiore incapacità visiva, la schizofrenia della figlia Lucia (affidata a Jung), il problema dell’alcolismo lo accompagneranno nella stesura dell’ultima opera La veglia di Finnegam (1939). Morirà nel 1941. 

Gente di Dublino, (Dubliners), sono 15 racconti, scritti tra il 1904 e il 1907, ma pubblicati nel 1914. La sua struttura è unitaria: tre racconti dell’infanzia, quattro dell’adolescenza, quattro della maturità, tre su Dublino e l’ultimo che sembra racchiuderli tutti, I morti.

E’ la storia di una notte in prossimità del Natale: le signorine Kate e Julia Morgan organizzano un ballo ed una cena a cui partecipano anche Gregor e la moglie Gretta; dopo aver descritto i partecipanti la storia si sofferma su questa coppia di giovani sposi: 

I MORTI

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Gabriel non era andato alla porta con gli altri. Era in una parte scura dell’ingresso e teneva gli occhi fissi sulle scale. C’era una donna in piedi vicino alla cima della prima rampa, anche lei nell’ombra. Non ne vedeva il viso ma vedeva i pannelli terra cotta e rosa salmone della gonna che l’ombra faceva sembrare neri e bianchi. Era sua moglie. Era appoggiata alla ringhiera e ascoltava qualcosa. Gabriel era stupito della sua immobilità e tese l’orecchio per ascoltare anche lui. Ma udiva poco tranne il rumore di risa e di discussioni sui gradini della facciata, qualche accordo suonato sul pianoforte e qualche nota di una voce maschile che cantava.
Rimase immobile nel buio dell’ingresso, cercando di afferrare l’aria che la voce cantava e tenendo gli occhi fissi sulla moglie. C’era grazia e mistero nell’atteggiamento di lei come se fosse un simbolo di qualcosa. Si chiese di cosa è simbolo una donna in piedi sulle scale nell’ombra, che ascolta una musica lontana. Fosse stato un pittore l’avrebbe dipinta in quell’atteggiamento, il cappello di feltro blu avrebbe messo in risalto il bronzo dei capelli contro l’oscurità e i pannelli scuri della gonna avrebbero messo in risalto i chiari. Musica lontana avrebbe chiamato il quadro se fosse stato un pittore.
La porta d’ingresso venne chiusa e zia Kate, zia Julia e Mary Jane vennero avanti nell’ingresso, ridendo ancora: «Be’, non è terribile Freddy?» disse Mary Jane. «È veramente terribile.»
Gabriel non disse niente, ma indicò le scale nella direzione dov’era la moglie. Ora che la porta d’ingresso era chiusa, la voce e il pianoforte si udivano più chiaramente. Gabriel alzò la mano perché tacessero. La canzone sembrava essere nell’antica tonalità irlandese e il cantante sembrava incerto sia nelle parole sia nella voce. La voce, resa lamentosa dalla lontananza e dalla raucedine del cantante, illuminava debolmente il ritmo dell’aria con parole che esprimevano dolore:

Cade la pioggia sui miei ricci grevi

E di rugiada son bagnata tutta,
Freddo giace il mio bimbo…

«Oh» esclamò Mary Jane. «È Bartell D’Arcy che canta, e non ha voluto cantare tutta la sera. Ah, gli farò cantare una canzone prima che se ne vada.»
«Oh, sì, Mary Jane» disse zia Kate.
Mary Jane passò davanti agli altri e corse verso la scala, ma prima che la raggiungesse il canto si fermò e il pianoforte venne chiuso bruscamente.
«Oh, che peccato! » gridò. «Sta scendendo, Gretta?»
Gabriel udì la moglie rispondere di sì e la vide scendere verso di loro. A pochi passi la seguivano il signor Bartell D’Arcy e la signorina O’Callaghan.
«Oh, signor D’Arcy» gridò Mary Jane «è una vera cattiveria interrompersi così quando eravamo tutti in estasi ad ascoltarla.»
«Gli sono stata dietro tutta la sera» disse la signorina O’Callaghan «e la signora Conroy pure, e ci ha detto che ha uno spaventoso raffreddore e che non può cantare.»
«Oh, signor D’Arcy» disse zia Kate «che grosse frottole racconta.»
«Ma non vede che sono rauco come una cornacchia?» disse il signor D’Arcy sgarbato.
Entrò nella dispensa in fretta e si infilò il cappotto. Gli altri, presi alla sprovvista dalle parole scortesi, non trovarono niente da dire. Zia Kate corrugò la fronte e fece segno agli altri di cambiare argomento. Il signor D’Arcy, in piedi, si avviluppava il collo accuratamente aggrottando le ciglia.
«E’il tempo» disse zia Julia, dopo una pausa. «Sì, tutti hanno il raffreddore» disse zia Kate prontamente «tutti.»
«Dicono» disse Mary Jane «che non abbiamo avuto una neve simile da trent’anni, e ho letto stamattina nei giornali che c’è neve in tutta l’Irlanda.»
«Amo tanto vedere la neve» disse zia Julia tristemente.
«Anch’io» disse la signorina O’Callaghan.
«Secondo me Natale non è mai veramente Natale se non c’è la neve.»
«Ma al povero signor D’Arcy la neve non piace» disse zia Kate, sorridendo.
Il signor D’Arcy uscì dalla dispensa, completamente avviluppato e abbottonato, e in tono pentito raccontò la storia del suo raffreddore. Tutti gli dettero consigli e dissero che era un gran peccato e lo esortarono a stare molto attento alla sua gola nell’aria notturna. Gabriel osservava la moglie, che non prendeva parte alla conversazione. Stava in piedi proprio sotto la lunetta polverosa e la fiamma del gas illuminava il bronzo vivido dei capelli, che le aveva visto asciugare al fuoco qualche giorno prima. L’atteggiamento era lo stesso e sembrava inconsapevole della conversazione intorno a lei. Alla fine si voltò verso di loro e Gabriel vide che aveva le guance colorite e gli occhi lucidi.
Dal cuore gli scaturì un’improvvisa ondata di gioia. «Signor D’Arcy» disse lei «come si chiama quella canzone che stava cantando?»
«Si chiama La fanciulla di Aughrim» disse il signor D’Arcy «ma non riuscivo a ricordarla bene. Perché? La conosce?»
«La fanciulla di Aughrim» lei ripeté. «Non riuscivo a ricordarne il nome.»
«E’ un’aria molto bella» disse Mary Jane. «Mi dispiace che lei fosse giù di voce stasera.»
«Su, Mary Jane» disse zia Kate «non seccare il signor D’Arcy. Non voglio che sia seccato.»
Vedendo che tutti erano pronti a partire li accompagnò alla porta, dove si augurarono la buona notte.
«Bene, buona notte, zia Kate, e grazie per la piacevole serata.»
«Buona notte, Gabriel. Buona notte, Gretta!»
«Buona notte, zia Kate, e grazie infinite. Buona notte, zia Julia.»
«Oh, buona notte, Gretta, non ti avevo vista.»
«Buona notte, signor D’Arcy. Buona notte, signorina O’Callaghan.»
«Buona notte, signorina Morkan.»
«Ancora buona notte.»
«Buona notte a tutti. Tornate a casa sani e salvi.»
«Buona notte. Buona notte.»
Il mattino era ancora buio. Un’opaca luce gialla covava sopra le case e il fiume; e il cielo sembrava abbassarsi. Per terra era fangoso, e sui tetti, sui parapetti del molo e sulle ringhiere dei seminterrati c’erano solo strisce e chiazze di neve. I lampioni mandavano ancora una luce rossa nell’aria scura e, dall’altra parte del fiume, il palazzo di giustizia si stagliava minaccioso contro il cielo plumbeo.
Lei camminava davanti con il signor Bartell D’Arcy, con le scarpe sottobraccio in un pacchetto marrone e le mani che sollevavano la gonna dalla fanghiglia. Non aveva più grazia di atteggiamento, ma gli occhi di Gabriel brillavano ancora di felicità. Il sangue gli scorreva a balzi nelle vene e i pensieri gli attraversarono in tumulto il cervello, orgogliosi, allegri, teneri, pieni di valore.
Lei camminava davanti così agile e così dritta che moriva dal desiderio di correrle dietro silenziosamente, afferrarla per le spalle e dirle qualcosa di sciocco e di affettuoso all’orecchio. Gli sembrava così fragile che desiderava difenderla contro qualcosa e poi rimanere solo con lei. Attimi della loro vita segreta insieme gli esplosero come stelle nella memoria. Una busta colore eliotropio stava accanto alla sua tazza della colazione e lui la carezzava con la mano. Gli uccelli cinguettavano nell’edera e la trama piena di sole della tenda mandava riflessi lungo il pavimento: non riusciva a mangiare dalla felicità. Erano in piedi sulla banchina affollata e lui le metteva un biglietto nel palmo caldo del guanto. Era in piedi con lei nel freddo, guardando attraverso la grata di una finestra un uomo che faceva bottiglie in una fornace ruggente. Era molto freddo. Il viso di lei, fragrante nell’aria fredda, era molto vicino al suo e improvvisamente lui gridò all’uomo alla fornace: «È caldo il fuoco, signore?».
Ma l’uomo non poteva udire per via del rumore della fornace. Tanto meglio. Avrebbe potuto rispondere sgarbatamente. Un’ondata di gioia ancora più tenera gli sfuggì dal cuore e gli scorse come un caldo flusso nelle arterie. Come il tenero fuoco di stelle attimi della loro vita insieme, di cui nessuno sapeva o avrebbe mai saputo, si scagliarono sulla sua memoria illuminandola. Desiderava rammentarle quegli attimi, farle dimenticare gli anni della noiosa vita in comune e ricordarle soltanto gli attimi di estasi. Perché gli anni, sentiva, non avevano spento la sua anima o quella di lei. I bambini, lo scrivere, le cure della famiglia non avevano spento tutto il tenero fuoco delle loro anime. In una lettera che le aveva scritto allora aveva detto: «Come mai parole come queste mi sembrano tanto fiacche e fredde? Forse perché non esiste per il tuo nome parola abbastanza tenera?».
Le parole scritte anni prima gli giunsero dal passato come una musica lontana. Moriva dal desiderio di rimanere solo con lei. Quando, andati via gli altri, lui e lei sarebbero stati nella loro camera in albergo, allora sarebbero stati soli insieme. L’avrebbe chiamata dolcemente: «Gretta!» Forse non avrebbe udito subito: si stava svestendo. Poi qualcosa nella sua voce l’avrebbe colpita. Si sarebbe voltata e lo avrebbe guardato…
All’angolo di via Winetavern trovarono una vettura. Era contento del fracasso che faceva perché gli impediva di conversare. Lei guardava fuori del finestrino e sembrava stanca. Gli altri dissero solo poche parole, indicando qualche edificio o strada. Il cavallo galoppava stracco sotto lo scuro cielo mattutino, trascinandosi dietro gli zoccoli la vecchia cassetta rumorosa, e Gabriel era di nuovo in vettura con lei, galoppando per prendere la nave, galoppando verso la loro luna di miele.
Mentre la vettura attraversava il ponte O’Connell, la signorina O’CalIaghan disse: «Dicono che non si attraversa mai il ponte O’Connell senza vedere un cavallo bianco».
«Vedo un uomo bianco stavolta» disse Gabriel.
«Dove?» chiese il signor Bartell D’Arcy.
Gabriel indicò la statua, su cui c’erano chiazze di neve. Poi la salutò familiarmente con un cenno della testa e agitò la mano.
«Buona notte, Dan» disse allegro.
Quando la vettura si fermò davanti all’albergo, Gabriel saltò giù e, malgrado le proteste del signor Bartell D’Arcy, pagò il conducente. Dette all’uomo uno scellino in più della tariffa.
L’uomo salutò e disse: «Un felice anno nuovo, signore».
«Anche a lei» disse Gabriel cordialmente.
Lei si appoggiò un istante al suo braccio uscendo dalla vettura e mentre stavano in piedi ai margini del marciapiede, augurando agli altri la buona notte. Si appoggiava leggera al suo braccio, leggera come quando aveva ballato con lui poche ore prima. Si era sentito orgoglioso e felice allora, felice che fosse sua, orgoglioso della sua grazia e del suo portamento di moglie. Ma ora, dopo il riaccendersi di tanti ricordi, il primo contatto con quel corpo, armonioso e strano e profumato, gli trasmise un’acuta fitta di sensualità. Con il pretesto del silenzio di lei si strinse quel braccio contro il fianco e, mentre stavano sulla porta dell’albergo, sentì che erano sfuggiti alle loro vite e ai loro doveri, sfuggiti alla casa e agli amici e scappati insieme con cuori selvaggi e radiosi verso una nuova avventura.
Un vecchio sonnecchiava in una poltrona a cupola nell’ingresso. Accese una candela nell’ufficio e li precedette alle scale. Lo seguirono in silenzio, e i loro piedi ricadevano con tonfi attenuati sulle scale coperte da uno spesso tappeto. Lei salì le scale dietro il portiere, chinando la testa mentre saliva, con le fragili spalle curve come sotto un peso e la gonna che la fasciava stretta. Avrebbe voluto circondarle i fianchi con le braccia tenendola ferma, perché le braccia gli tremavano dal desiderio di afferrarla e soltanto premendo le unghie contro le palme della mano tenne a freno l’impulso selvaggio del corpo. Il portiere si fermò sulle scale per sistemare la candela che colava. Si fermarono anche loro, sui gradini sotto. Nel silenzio Gabriel udiva cadere la cera liquefatta nel piattino e il battere tumultuoso del proprio cuore contro le costole.
Il portiere li guidò lungo un corridoio e aprì una porta. Poi depose la candela instabile su un tavolo da toletta e chiese a che ora volevano essere chiamati la mattina.
«Alle otto» disse Gabriel.
Il portiere indicò l’interruttore della luce elettrica e cominciò a borbottare una scusa, ma Gabriel tagliò corto.
«Non abbiamo bisogno di luce. Abbiamo abbastanza luce dalla strada. E senta» aggiunse, indicando la candela «porti pure via quel bell’oggetto, da bravo. »
Il portiere riprese la sua candela, ma lentamente, perché era stupito da un’idea così insolita. Poi mormorò buona notte e uscì. Gabriel tirò il paletto.
Dalla strada la luce spettrale del lampione si estendeva in una lunga lama da una finestra alla porta. Gabriel gettò cappotto e cappello su un divano e attraversò la stanza in direzione della finestra. Guardò giù nella strada in modo da lasciare calmare un po’ la sua emozione. Poi si volse appoggiandosi a un cassettone con la schiena alla luce. Lei si era tolta cappello e mantello e stava in piedi di fronte a un grande specchio girevole, sganciandosi il corpetto. Gabriel attese qualche istante, osservandola, poi disse: «Gretta!».
Lei distolse lentamente gli occhi dallo specchio e camminò lungo la lama di luce verso di lui. Il suo viso sembrava così serio e stanco che le parole non vollero uscire dalle labbra di Gabriel. No, non era ancora il momento.
«Sembravi stanca» disse.
«Lo sono un poco» rispose.
«Ti senti male o debole?»
«No, stanca: ecco tutto.»
Continuò verso la finestra e rimase lì, guardando fuori. Gabriel aspettò di nuovo, poi, temendo di essere sopraffatto dalla sfiducia, disse bruscamente: «A proposito, Gretta!».
«Che c’è?»
«Sai quel povero diavolo di Malins?» disse rapidamente.
«Sì. Che gli succede?»
«Be’, povero diavolo, è una brava persona, dopo tutto» continuò Gabriel con voce falsa. «Mi ha restituito quella sterlina che gli avevo prestato e non me l’aspettavo, veramente è un peccato che non voglia stare alla larga da quel Browne, perché non è un cattivo diavolo, veramente.»
Tremava adesso dall’irritazione. Perché sembrava così astratta? Non sapeva come cominciare. Era irritata, anche lei, per qualcosa? Se solo si fosse voltata o fosse venuta verso di lui spontaneamente! Prenderla com’era sarebbe stato brutale. No, doveva vederle un po’ d’ardore negli occhi prima. Moriva dal desiderio di dominare quello strano stato d’animo.
«Quando gli hai prestato la sterlina?» lei chiese, dopo una pausa.
Gabriel fece uno sforzo per trattenersi dallo scoppiare in parole brutali su quell’ubriacone di Malins e la sua sterlina. Moriva dal desiderio di gridarle dalla sua anima, di schiacciare quel corpo contro il suo, di dominarla. Ma disse: «Oh, a Natale, quando ha aperto quel negozietto di cartoncini natalizi, a via Henry».
Aveva addosso una tale febbre di rabbia e di desiderio che non la udì venire dalla finestra. Rimase in piedi davanti a lui per un istante, guardandolo in modo strano. Poi, alzandosi improvvisamente sulla punta dei piedi e appoggiandogli leggermente le mani sulle spalle, lo baciò. «Sei una persona molto generosa, Gabriel» disse.
Gabriel, tremando di gioia per l’improvviso bacio e la Jsingolarità della frase, le mise le mani sui capelli e cominciò a lisciarglieli indietro, toccandoli appena con le dita. La lavata li aveva resi fini e brillanti. Il cuore gli traboccava di felicità. Proprio quando lo desiderava era venuta da lui spontaneamente. Forse i pensieri di lei avevano seguito lo stesso corso dei suoi. Forse aveva sentito il suo violento desiderio e questo l’aveva resa incline all’abbandono. Ora che gli aveva ceduto così facilmente, si domandò il perché della sua sfiducia. Rimase in piedi, tenendole la testa fra le mani. Poi, facendole scivolare svelto un braccio intorno al corpo e attirandola a sé, disse dolcemente: «Gretta, cara, a che stai pensando?».
Non rispose né si abbandonò del tutto al suo braccio. Disse di nuovo, dolcemente: «Dimmi che c’è, Gretta. Credo di sapere cosa hai. Lo so?».
Non rispose subito. Poi disse scoppiando in lacrime: «Oh, sto pensando a quella canzone, La fanciulla di Aughrim».
Gli sfuggì e corse al letto e, gettando le braccia sulla spalliera di ferro, nascose il viso.
Gabriel per lo stupore rimase completamente immobile un attimo, poi la seguì. Mentre passava davanti allo specchio si vide dalla testa ai piedi, con lo sparato della camicia largo e ben teso, il viso la cui espressione lo rendeva sempre perplesso quando la vedeva in uno specchio e gli occhiali scintillanti dalla montatura dorata. Si fermò a qualche passo da lei e disse: «Perché la canzone? Come mai ti fa piangere?».
Lei sollevò la testa dalle braccia e si asciugò gli occhi con il dorso della mano come una bambina. Nella sua voce si insinuò una nota più gentile di quel che intendesse. «Come mai, Gretta?» chiese.
«Sto pensando a una persona che tanto tempo fa cantava quella canzone.»
«E chi era la persona di tanto tempo fa?» chiese Gabriel, sorridendo.
«Era una persona che conoscevo a Galway quando vivevo con la nonna» disse.
Il sorriso scomparve dal viso di Gabriel. Un’ira soffocata ricominciò ad accumularglisi in fondo alla mente e i fuochi soffocati della sensualità cominciarono ad avvampargli irosi nelle vene.
«Qualcuno di cui eri innamorata?» chiese ironico.
«Era un ragazzo che conoscevo» rispose «che si chiamava Michael Furey. Cantava quella canzone, La fanciulla di Aughrim. Era molto delicato.»
Gabriel tacque. Non voleva pensasse che quel ragazzo delicato lo interessava.
«Riesco a vederlo così chiaramente» lei disse, dopo un attimo. «Che occhi aveva: occhi grandi, scuri! E con una tale espressione… un’espressione!»
«Oh, allora eri innamorata di lui?» disse Gabriel.
«Uscivo a passeggio con lui» disse «quando stavo a Galway.»
Un pensiero attraversò fulmineo la mente di Gabriel. «Forse è per questo che volevi andare a Galway con quella ragazza Ivors?» disse freddamente.
Lei lo guardò e chiese meravigliata: «Perché mai?».
Quegli occhi imbarazzarono Gabriel. Alzò le spalle e disse: «Che ne so? Per vederlo, forse».
Lei in silenzio distolse lo sguardo da lui dirigendolo lungo la lama di luce verso la finestra.
«E’ morto» disse alla fine. «È morto quando aveva solo diciassette anni. Non è terribile morire così giovani?»
«Cos’era?» chiese Gabriel, ancora ironico.
«Era un operaio del gas» disse.
Gabriel si sentì umiliato dall’insuccesso della sua ironia e dall’evocazione dal mondo dei morti di quella figura, un ragazzo che era operaio del gas. Mentre lui era immerso nei ricordi della loro vita segreta insieme, pieno di tenerezza e gioia e desiderio, lei lo paragonava mentalmente a un altro. Lo assalì una vergognosa consapevolezza della propria persona. Si vide come una figura ridicola, una specie di galoppino delle zie, un sentimentale nervoso, bene intenzionato, che arringava persone volgari e idealizzava la sua grossolana sensualità, l’individuo pietoso e fatuo che aveva visto di sfuggita nello specchio. Istintivamente volse ancora di più la schiena alla luce per paura che lei potesse vedere la vergogna che gli ardeva in fronte. Cercò di mantenere il tono di freddo interrogatorio, ma la sua voce quando parlò era umile e indifferente. «Immagino che eri innamorata di questo Michael Furey, Gretta» disse.
«Andavamo molto d’accordo» disse.
La voce era velata e triste. Gabriel, sentendo ora quanto sarebbe stato vano cercare di condurla dove si era proposto, le carezzò una mano e disse, anche lui tristemente: «E di che cosa è morto così giovane, Gretta? Di tisi?».
«Credo che sia morto per me» rispose.
Un vago terrore afferrò Gabriel a questa risposta, come se, nell’ora in cui aveva sperato di trionfare, qualche essere inafferrabile e vendicativo gli venisse contro, radunando forze contro di lui nel suo mondo vago. Ma se ne liberò con uno sforzo della ragione e continuò a carezzarle la mano. Non la interrogò di nuovo, perché sentiva che gli avrebbe parlato di se stessa. La mano era calda e umida: non rispondeva al contatto, ma continuò a carezzarla proprio come aveva carezzato la sua prima lettera quella mattina di primavera.
«Era d’inverno» lei disse «press’a poco al principio dell’inverno, quando stavo per partire da casa della nonna e venire qui al convento. E a quel tempo era malato nel suo appartamentino a Galway e non volevano lasciarlo uscire, e avevano scritto ai suoi a Oughterard. Deperiva, dissero, o qualcosa del genere. Non l’ho mai saputo esattamente.»
Esitò un istante e sospirò. «Poveretto» disse. «Mi voleva molto bene ed era un ragazzo così dolce. Uscivamo insieme, a passeggio, sai, Gabriel, come si usa in provincia. Avrebbe studiato canto se non fosse stato per la sua salute. Aveva una bellissima voce, povero Michael Furey.»
«Bene, e allora?» chiese Gabriel.
«E allora quando venne per me il momento di partire da Galway e venire al convento, stava molto peggio e non mi permisero di vederlo, così gli scrissi una lettera dicendo che andavo a Dublino e sarei tornata in estate e speravo che allora sarebbe stato meglio.»
Esitò un istante per dominare la voce, poi continuò: «Allora la notte prima di partire, stavo in casa di mia nonna a Nun’s Island, facendo le valige, e udii gettare ghiaia contro la finestra. La finestra era così bagnata che non riuscivo a vedere, così corsi giù per le scale com’ero e sgattaiolai fuori da dietro in giardino e lì c’era quel poveretto in fondo al giardino, che rabbrividiva».
«E non gli hai detto di tornare a casa?»
«Lo supplicai di andare a casa subito e gli dissi che sarebbe morto con quella pioggia. Ma lui disse che non voleva vivere. Vedo i suoi occhi talmente bene! Era in piedi in fondo al muro dove c’era un albero.»
«E andò a casa?» chiese Gabriel.
«Sì, andò a casa. Ed ero in convento solo da una settimana quando morì e venne sepolto a Oughterard, di dove erano i suoi. Oh, il giorno che lo seppi, che era morto! » Si fermò, soffocando per i singhiozzi e, sopraffatta dall’emozione, si gettò a viso in giù sul letto, singhiozzando nella trapunta. Gabriel le tenne la mano ancora un attimo, indeciso, poi, timoroso di disturbarne il dolore, la lasciò cadere gentilmente e si diresse piano alla finestra.
Lei dormiva profondamente. Gabriel, appoggiandosi al gomito, contemplò qualche istante senza risentimento i capelli arruffati e la bocca semiaperta, ascoltandone il respiro profondo. Così aveva avuto quell’avventura romantica nella vita: un uomo era morto per amore suo. Pensare ora quale ruolo modesto lui, il marito, aveva interpretato in quella vita non lo faceva quasi più soffrire. La osservò mentre dormiva, come se non avessero mai vissuto insieme come marito e moglie. Gli occhi curiosi si posarono a lungo su quel viso e su quei capelli: e mentre pensava a cosa doveva essere stata allora, al tempo della sua prima bellezza adolescente, una strana, amichevole pietà per lei gli penetrò nell’anima. Non voleva dire nemmeno a se stesso che quel viso non era più bello, ma sapeva che non era più il viso per cui Michael Furey aveva sfidato la morte. Forse non gli aveva raccontato tutta la storia. Gli occhi si spostarono verso la sedia sulla quale lei aveva gettato parte dei vestiti. Il laccio di una sottoveste penzolava fino al pavimento. Uno stivaletto stava dritto, con la parte superiore floscia all’ingiù: l’altro giaceva su un fianco. Si meravigliò del tumulto di emozioni di un’ora prima. Da cosa era derivato? Dalla cena delle zie, dal suo discorso sciocco, dal vino e dal ballo, dall’allegria di quando si erano dati la buona notte nell’ingresso, dal piacere della passeggiata nella neve lungo il fiume. Povera zia Julia! Lei, pure, sarebbe stata presto un’ombra con l’ombra di Patrick Morkan e del suo cavallo. Le aveva colto per un istante quell’aria sofferente sul viso mentre cantava “Abbigliata per le nozze”. Presto, forse, sarebbe stato seduto in quello stesso salone, vestito di nero, con il cappello di seta sulle ginocchia. Le tende sarebbero state tirate e zia Kate, seduta vicino a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato come era morta Julia. Avrebbe cercato qua e là nella mente qualche parola che potesse consolarla, e ne avrebbe soltanto trovate di fiacche e di inutili. Sì, sì: sarebbe accaduto molto presto. L’aria della stanza gli gelò le spalle. Si allungò cautamente sotto le lenzuola stendendosi accanto alla moglie. A uno a uno, stavano tutti diventando ombre. Meglio entrare in quell’altro mondo con audacia, nell’intensa gloria di una passione, che languire e appassire tristemente con gli anni. Pensò a come colei che gli giaceva accanto aveva custodito nel cuore per tanti anni l’immagine degli occhi dell’innamorato, quando le aveva detto che non desiderava vivere. Gli occhi di Gabriel si riempirono di lacrime generose. Non aveva mai provato niente di simile per nessuna donna, ma sapeva che un sentimento come quello doveva essere amore.
Gli occhi gli si riempirono ancora più di lacrime e nella parziale oscurità immaginò di vedere la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante. Altre figure erano vicine. La sua anima si era accostata a quella regione dove dimorano le vaste schiere dei morti. Era cosciente, pure non riuscendo a percepirla, della loro esistenza capricciosa e guizzante. La sua identità svaniva in un mondo grigio e inafferrabile: il mondo solido stesso, che quei morti avevano eretto un tempo e in cui avevano vissuto, si dissolveva e dileguava.
Pochi colpetti leggeri sul vetro lo fecero voltare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Guardò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, che cadevano obliquamente contro la luce del lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: c’era neve in tutta l’Irlanda. Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva dolcemente sulla palude di Allen e, più a occidente, cadeva dolcemente nelle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche dovunque nel cimitero isolato sulla collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava in grossi mucchi sulle croci storte esulle lapidi, sulle lance del cancelletto, sugli sterili spini. La sua anima si abbandonò lentamente mentre udiva la neve cadere lieve nell’universo e lieve cadere, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti.

Huston-The-Dead.jpgLa grandezza di questo racconto, considerato come una delle prove più alte dell’intera narrazione novecentesca, sta nell’incredibile capacità nel descrivere oserei dire in modo “realistico” un momento piccolo borghese quale una cena prenatalizia e di averlo disseminato di notazioni che invece lo facevano virare verso un’interpretazione di tipo simbolico. Una di esse è il concetto di “epifania” “come un’illuminazione improvvisa che rivela, a chi lo percepisce o la vive, un senso profondo e remoto di un evento, si tratta di situazioni, gesti, eventi per lo più minimi e insignificanti, nella considerazione abituale e agli occhi distratti degli uomini, che tuttavia, per un concorso particolare di circostante, vengono investiti da un fascio di luce, balzano in primo piano con tutta la loro carica di senso, doloroso e gioioso che sia, e determinano un movimento complesso della coscienza dei personaggi.” (Grosser). La vediamo dapprima investire Gretta: non è ancora l’atto finale, ma è come se una macchina da presa afferrata da Gabriel, riprendesse e “vedesse” la moglie per la prima volta: ascolta una musica e nell’ascoltarla diventa più leggera, radiosa, la melodia ne turba la coscienza. Tuttavia Gabriel, vedendola quasi illuminata, sembra non comprendere questa nuova luce che irradia nell’anima della moglie se non come oggetto di un forte desiderio sessuale che per il momento sembra invaderlo. Ma una volta soli, lui viene a sapere la motivazione per cui Gretta sia stata così sconvolta dalle note di una canzone: nel paese in cui precedentemente viveva quando aveva diciassette anni, un povero operaio del gas gliela cantava. Costui era morto giovane, era malato; ma il giorno prima che lei partisse per Dublino, durante la notte, sfidando il freddo era andato a salutarla. Tale gesto forse ne aveva affrettato la morte. Dopo averlo raccontato a Gabriel, Gretta si addormentò piangendo.  

Michael Frey, il nome dell’operaio, la notte che aveva salutato Gretta aveva gettato della ghiaia nei vetri per mostrare la sua presenza; uno sbruffo di neve sulla finestra illumina ora la coscienza di Gregor (seconda epifania). Il confronto è impietoso, un povero operaio aveva dato la sua vita per amore di Gretta. Lui l’aveva amata con la stessa intensità: no, il suo amore era mediocre e certamente anche lei ne era consapevole. Inevitabilmente il pensiero vaga ora sul mondo dei morti: è meglio morire vivendo una forte passione, piuttosto che condurre una vita insignificante. I morti del passato quindi ci chiamano, ci istigano a cercare dentro noi stessi un significato ulteriore per il nostro vivere, per questo continuiamo a comunicare condividendo insieme il freddo della neve che ci ricopre.   

13958.jpgL’Ulisse rappresenta un salto qualitativo non tanto nei contenuti (viene ripresa la descrizione della vita di Dublino), quanto nella tecnica compositiva.

E’ il racconto degli avvenimenti vissuti nel corso di una giornata da Leopold Bloom e Stephen Dedalus a Dublino, in un vagabondaggio che ripercorre le mitiche tappe dell’Odissea: l’uno è alla ricerca inconscia di un figlio che sostituisca quello che gli è morto bambino, l’altro ha bisogno, altrettanto inconsciamente, di una figura paterna che sia per lui punto di riferimento nelle sue inquietudini intellettuali. Stephen lascia la torre dove vive con Mulligan, disgustato dall’amico: Leopold, dopo aver fatto colazione con la moglie Molly, cantante, si reca a un funerale. Nel loro andirivieni per la città si incontrano brevemente nella sede di un giornale, alla Biblioteca nazionale e infine nel quartiere malfamato della città, dove Leopold-Ulisse opera una sorta di salvataggio di Stephen-Telemaco che, ubriaco, è assalito da due soldati inglesi. Poi Leopold si porta a casa Stephen, e lì i due parlano di letteratura, di donne, di assassini e di suicidi. Si è fatta notte fonda: Stephen se ne va e Bloom si corica. Molly è già a letto e il romanzo si conclude con un ininterrotto fluire, tra il ricordo e il sogno, delle immagini che le affollano la mente, immagini del passato, della giovinezza, del primo incontro con Molly.

MISTER BLOOM INIZIA LA GIORNATA

Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica.
I rognoni erano nel suo pensiero mentre si moveva quietamente per la cucina, sistemando le stoviglie per la colazione di lei sul vassoio ammaccato. Luce e aria gelida nella cucina ma fuori una dolce mattina d’estate dappertutto. Gli facevano venire un po’ di prurito allo stomaco.
I carboni si arrossavano.
Un’altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta interita girò attorno a una gamba del tavolo con la coda ritta.
«Mkgnao»
«Oh, sei qui» disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco.
La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr.
Mr Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia.
«Latte per la miciolina» disse.
«Mrkgnao!» piagnucolò la gatta.
Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche. Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre? No, mi salta benissimo.
«Ha paura dei polli lei» disse canzonatorio. Paura dei pìopìo Mai visto una miciolina così
sciocchina.
Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia.
«Mrkrgnao!» disse forte la gatta.
Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti biancolatte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l’avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s’avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.
«Grr!» esclamò lei e corse a lambire.
Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse.
Tese l’orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca pura. Giovedì: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzino di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l’acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi. Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No.
Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito. Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina. Forse però: una volta tanto. Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto: «Vado qui all’angolo, torno tra un minuto».
Udita la sua voce dir questo soggiunse: «Vuoi niente per colazione?»
Un debole grugnito assonnato rispose: «Mn».
No. Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d’ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po’ di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l’ha pagato suo padre. Vecchio stile. Eh sì, naturalmente. Comprato all’asta del governatore. Venduto al primo colpo. Tenace nel contrattare, il vecchio Tweedy. Sissignore. Fu a Plevna. Vengo dalla gavetta, signore, e ne sono fiero. Eppure aveva abbastanza cervello da far soldi coi francobolli. Questo si chiama esser previdenti.
La sua mano tolse il cappello dal piolo, sopra il suo cappotto pesante con le iniziali, e l’impermeabile usato comprato all’ufficio oggetti smarriti. Francobolli: figurine dal retro adesivo. Direi che un sacco d’ufficiali siano nel giro. Naturale. La scritta sudaticcia nell’interno del cappello gli disse muta: Plasto i migliori capp. Sbirciò rapido all’interno della banda di cuoio. Cartoncino bianco. Bene al sicuro. Sulla soglia si tastò nella tasca posteriore dei pantaloni per accettarsi se aveva la chiave. Non c’è. Nei pantaloni che mi sono cambiato. Devo prenderla. La patata c’è. L’armadio scricchiola. Inutile disturbarla. Quando si è rivoltata era piena di sonno. Si tirò dietro la porta d’ingresso molto piano, ancora un po’, finché la parte inferiore del battente ricadde piano sulla soglia, lento coperchio. Sembrava chiusa. Va bene finché torno comunque.

Attraversò dalla parte del sole, evitando la botola mal ferma della cantina del numero settantacinque. Il sole si avvicinava al campanile della chiesa di San Giorgio. Sarà una giornata calda immagino. Specialmente con questo vestito nero si sente di più. Il nero conduce, riflette (rifrange?), il calore. Ma non potevo uscire con quel vestito chiaro. Come andassi a un picnic. Le palpebre gli si abbassavano spesso dolcemente mentte camminava nel beato tepore. Il furgoncino del pane di Boland che distribuisce a domicilio in telai il nostro quotidiano ma lei preferisce le forme di pane di ieri rivoltate nel forno con la crosta superiore calda crocchiante.

969.jpgLeopold Bloom e Stephen Dedalus passeggiano

Leopold Bloom è certamente il protagonista, l’Ulisse di questa moderna epopea. Lo vediamo qui, di prima mattina, mentre fa colazione in cucina, la moglie dorme ed il gatto miagola. Quindi esce. Un altro autore, forse con più parole, avrebbe certamente racchiuso in pochi periodi questo evento. Joyce no. In lui il tempo si diluisce in una serie di attimi vissuti mescolati con attimi “pensati”. Ma in questo non c’è logicità: forse iperrealismo, nel momento in cui l’autore registra anche l’azione accompagnata dall’associazione libera di idee, dal dialogo impossibile tra uomo e animali, tra sensazioni di dover fare e nel contempo riflettere. No c’è, qui, a ben guardare, psicologia, la vita interiore di Leopold non è poi così ricca, è azione: prepara da mangiare, lo dà al gatto, sente il respiro della moglie nel letto; Leopold Bloom si prepara una giornata di vita.

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DEDALUS 

Un amabile sorriso si diffuse pacatamente sulle sue labbra.
«Che canzonatura, disse gaio. Quel tuo nome assurdo, da greco antico.
Lo segnò a dito con amichevole celia e Si avviò al parapetto, ridendo tra sé.
Stephen Dedalus venne su, lo seguì stancamente per un tratto e si sedette sull’orlo della piazzuola continuando a guardarlo mentre lui appoggiava lo specchio sul parapetto, intingeva il pennello nel bacile e si insaponava guance e collo.

La gaia voce di Buck Mulligan continuò: «Anch’io ho un nome assurdo: Màlachi Mùlligan, due dattili. Ma ha un certo qual suono ellenico, vero? Saltellante e solare proprio come un cerbiatto. Dobbiamo andare ad Atene. Ci vieni se riesco a far sborsare venti sterline alla zia?»
Mise giù il pennello e, ridendo di gusto, urlò: «Verrà lo sparuto gesuita?»
Chetatosi, cominciò a sbarbarsi con cura.
«Senti, Mulligan» disse piano Stephen.
«Parla, amor mio».
«Quanto tempo starà ancora Haines in questa torre?»
Buck Mulligan mostrò una gota rasata al disopra della spalla destra.
«Dio, ma quello è tremendo, no?» disse con franchezza. «Un sassone ponderoso. Non ti considera un gentiluomo. Dio, questi dannati inglesi. Crepano di quattrini e di indigestione. Perché lui viene da Oxford. Sai, Dedalus, tu hai tutto il tono di Oxford. Non arriva a capirti. Oh, ma il nome che ti ho dato è l’ideale: Kinch, lama di coltello».
Si faceva una cauta passata sul mento.
«Ha delirato tutta la notte di una pantera nera» disse Stephen. «Dov’è la fonda del suo fucile?»
«Un miserabile pazzo» disse Mulligan.
«Hai avuto fifa?»
«Eccome», disse Stephen con energia e con crescente paura.
«In un posto simile al buio con un uomo che non conosco, che delira e geme tra sé di sparare a una pantera nera. Tu hai salvato uomini che stavano per affogare. Ma io, non sono un eroe. Se resta qui lui me ne vado io».
Buck Mulligan guardò accigliato la spuma sulla lama del rasoio. Saltò giù dal suo trespolo e cominciò a frugarsi in fretta nelle tasche dei pantaloni.
«Taglia la corda» gridò con voce spessa.
Si avvicinò alla piazzuola e, cacciando una mano nel taschino di Stephen, disse: «Mollaci in prestito il tuo moccichino per asciugare il rasoio».
Stephen tollerò che tirasse fuori e tenesse in mostra per un angolo un fazzoletto sporco e gualcito. Buck Mulligan pulì diligentemente la lama. Poi, percorrendo con lo sguardo il fazzoletto, disse: «Il moccichino del bardo. Nuovo colore pittorico per i nostri poeti irlandesi: verdemoccio. Sembra di sentirselo in bocca, vero?
Risalì sul parapetto e percorse con lo sguardo la baia di Dublino, i biondi capelli querciapallida lievemente mossi.
«Dio» disse tranquillamente. Il mare è proprio come dice Algy: una dolce madre grigia, no? Il mare verdemoccio. Il mare scrotocostrittore. Epi oinopa ponton. Ah, Dedalus, i Greci. Ti devo erudire. Li devi leggere nell’originale. Thalatta! Thalatta! E’ la nostra grande dolce madre. Vieni a vedere.
Stephen si alzò e si accostò al parapetto. Appoggiatosi abbassò lo sguardo sull’acqua e sul postale che usciva dall’imboccatura del porto di Kingstown.
«La madre nostra possente» disse Buck Mulligan.

maxresdefault.jpgStephen Dedalus e il preside Mr. Deasy

Stephen Dedalus è l’altro protagonista dell’Ulisse e non solo. Era anche il protagonista del romanzo autobiografico del Ritratto dell’artista da giovane: nell’Ulisse egli è il Telemaco, il figlio che, capovolgendo la storia omerica, troverà il padre Ulisse/Leopold e infine lo porterà per una sera a casa sua, dove troverà un Penelope/Milly dormiente. In questo brano, che rappresenta l’incipit del complesso romanzo, lo troviamo con l’amico da cui si distaccherà Mulligan. Sono entrambi studenti e pertanto il linguaggio joyciano si soggettivizza in una mimesi che sta tra la sfrontatezza giovanile e la conoscenza intellettuale. Da qui quasi una forma di pastiche: dal greco antico “epi oinopa ponton” (sul mare color del vino) o ancora Thalassa (mare) sino ad aggettivare lo stesso con “il mare dal colore verdemoccio” o indicarlo come “scrotocostrittore”. Anche in questo passo uno sperimentalismo linguistico ad adeguare il linguaggio descrittivo a quello dei personaggi.

Lo stesso accadrà nella sezione dedicata a Nausica:

UNA GIOVANE BELLEZZA IRLANDESE

Ma Gerty chi era? Gerty MacDowell che era seduta vicino alle compagne, perduta nei suoi pensieri, lo sguardo fisso nell’infinito, era a vero dire il più bell’esempio che si potesse desiderar di vedere di giovane bellezza irlandese. Era riconosciuta come una bellezza da tutti quelli che la conoscevano benché, come la gente soleva dire, fosse più una Giltrap che una MacDowell. La sua figurina era svelta e graziosa, un tantino esile se vogliamo ma quelle pastiglie di ferro che stava prendendo da qualche tempo le avevan fatto un mondo di bene molto meglio delle pillole per la donna della vedova Welch e stava molto meglio riguardo a quelle perdite che era solita avere e a quel senso di stanchezza. Il pallore cereo del volto aveva un che di spirituale nella sua eburnea purezza, per quanto la bocca a bocciolo di rosa fosse un vero arco di Cupido, di perfezione greca. Le sue mani erano di un alabastro finemente venato con dita affusolate bianche quanto avevano potuto renderle il sugo di limone e la regina delle pomate, però non era vero che si mettesse i guanti di camoscio quando era a letto o facesse i pediluvi di latte. L’aveva detto una volta a Edy Boardman Bertha Supple, mentendo spudoratamente, quando era ai ferri corti con Gerty (le amichette avevano naturalmente le loro questioncelle di tanto in tanto come tutti gli altri mortali) e le aveva detto di non far sapere qualsiasi cosa succedesse che gliel’aveva detto lei sennò non le avrebbe più rivolto la parola in vita sua. No. Rendiamo onore al merito. C’era un’innata raffinatezza, una languida regale hauteur in Gerty, di cui erano prove inequivocabili le sue mani delicate e il collo del piede inarcato. Se solo il fato benigno avesse voluto che nascesse gentildonna di alto rango al suo giusto posto e se solo avesse usufruito d’una buona istruzione, Gerty MacDowell sarebbe stata tranquillamente alla pari accanto a qualsiasi altra gran dama e la si sarebbe vista adorna di vesti preziose, con gioielli sulla fronte e nobili adoratori ai piedi in gara l’uno con l’altro a renderle devoto omaggio. E chissà che non fosse questo, l’amore che avrebbe potuto essere, a donare talora al suo volto dai lineamenti così dolci, quella intensità dai mille taciti significati, e a impartire uno strano senso di vaga nostalgia ai begli occhi quel fascino cui pochi sapevano resistere. Perché le donne hanno occhi così maliardi? Quelli di Gerty erano del più puro azzurro irlandese, messo in risalto da ciglia lucenti e nere sopracciglia espressive. Ci fu un tempo in cui quelle ciglia non erano così seriche e seducenti. Fu Madame Vera Verity, direttrice della Rubrica della Donna Bella di Novelle della Principessa, che per prima le consigliò di provare la ciglioleina che dava quell’espressione penetrante agli occhi, che stava tanto bene alle signore che dettavano legge in fatto di moda, e lei non aveva mai avuto da lamentarsene. Poi c’era il sistema di guarire scientificamente dalla tendenza ad arrossire e come diventare più alte aumentate la vostra statura e avete un bel visetto ma il naso? Quello andava bene per Mrs Dignam che ce l’aveva a patata. Ma ciò di cui Gerty andava a buon diritto più orgogliosa era l’abbondanza dei suoi meravigliosi capelli. Erano di un castano scuro con onde naturali. Se li era tagliati proprio quel giorno perché c’era la luna nuova e le ricadevano attorno alla testolina in una profusione di riccioli lussureggianti e poi si era tagliate le unghie, il giovedì porta abbondanza. E proprio ora alle parole di Edy, come un rossore rivelatore, delicato come il più tenue petalo di rosa, le imporporava le guance, ella appariva così graziosa nella sua dolce pudicizia virginale che di sicuro in tutta l’Irlanda bella, benedetta da Dio, non v’era di lei l’uguale.
Per un istante rimase silenziosa coi begli occhi tristi abbassati. Stava quasi per ribattere, ma qualcosa le trattenne le parole sulla punta della lingua. La sua indole le suggeriva di parlare apertamente: la sua dignità le disse di tacere. Le graziose labbra tennero il broncio per un po’, ma poi alzò gli occhi e scoppiò in una gaia risatina che aveva in sé tutta la freschezza di una prima mattina di maggio. Lo sapeva benissimo nessuno meglio di lei, che cosa faceva dire così a quella strabica di Edy: era perché lui era un po’ più freddo con lei e invece non erano altro che liti d’innamorati. Come accade in questi casi, qualcuno torceva il naso perché quel ragazzo con la bicicletta andava sempre su e giù davanti alle sue finestre. Solo che ora suo padre lo teneva a casa la sera a studiar sodo per una borsa dl studio delle scuole medie e lui sarebbe andato a studiare da dottore al Trinity College, quando finiva il liceo come suo fratello W. E. Wylie che era nella squadra ciclistica all’università di Trinity College. Forse lui si curava poco di quello che provava lei, quel vuoto doloroso nel cuore che ogni tanto la trafiggeva. Ma era giovane, e chi può dire se col tempo non avrebbe imparato ad amarla? Erano protestanti nella sua famiglia, e Gerty naturalmente sapeva Chi veniva per primo e dopo di Lui la santa Vergine e poi San Giuseppe. Ma egli era innegabilmente bello, con un naso perfetto ed era quel che sembrava, signore fino alla punta dei capelli, e poi la forma della testa da dietro senza berretto lei l’avrebbe riconosciuta dovunque tanto era fuor dell’ordinario e come svoltava al lampione in bicicletta senza mani e anche il buon odore di quelle sigarette e oltre a tutto erano alti uguali e per questa ragione Edy Boardman si credeva tanto furba perché lui non andava in su e in giù davanti a quel suo pezzetto di giardino.
Gerty era vestita semplicemente ma con il buon gusto istintivo d’una devota di Madonna Moda perché presentiva una certa probabilità che egli fosse in giro. Una bella camicetta blu elettrico, tinta con palline coloranti (perché l’Illustrazione Femminile riteneva che il blu elettrico sarebbe venuto di moda) con un’elegante scollatura a V fino al sommo dei seni e un taschino (in cui teneva sempre un po’ di ovatta imbevuta del suo profumo preferito perché il fazzoletto guasta la linea) e una gonna da passeggio a tre quarti blu scura non molto ampia mettevano in risalto alla perfezione la sua svelta, graziosa figurina. Portava un amoruccio di cappello sbarazzino di paglia cioccolato a larghe tese guarnito a contrasto con una sottotesa in ciniglia azzurro germano e di lato un nodo a farfalla in colore. Tutto il pomeriggio del martedì prima era andata alla caccia di qualcosa che intonasse con la ciniglia ma alla fine aveva trovato alla liquidazione estiva di Clery proprio quel che cercava, un fondo di magazzino leggermente macchiato ma non ce se ne accorge, alta sette dita, due scellini e un penny. L’aveva fatto tutto da sé, e che gioia fu la sua quando poi se lo provò, sorridendo al grazioso riflesso che lo specchio le rimandava indietro! E quando lo mise sulla caraffa dell’acqua perché mantenesse la forma sapeva bene che avrebbe fatto rider verde certe persone di sua conoscenza. Le sue scarpe erano l’ultimo grido in fatto di calzature (Edy Boardman andava orgogliosa d’esser molto petite ma non aveva mai avuto un piede come Gerty MacDowell, un trentadue, e acqua in bocca, lago, laghetto) con le punte di coppale e solo una fibbia elegante al collo del piede inarcato. La caviglia tornita mostrava le sue perfette proporzioni sotto la gonna e lo stesso si dica di quel tanto e non più degli arti perfetti inguainati in calze fini con talloni rinforzati e risvolto ampio. Quanto alla biancheria intima era la cura principale di Gerty e chiunque conosca le trepide speranze e le apprensioni dei bei diciassette anni (per quanto Gerty li avesse già salutati) come potrà avere il coraggio di biasimarla? Aveva quattro completini deliziosi, squisitamente ricamati, tre pezzi e in più le camicie da notte, e ognuno con nastri di diverso colore, rosa, azzurro pallido, lilla e verde pisello e li metteva ad asciugare e li sbiancava lei stessa quando tornavano dalla lavandaia e se li stirava e aveva un pezzo di mattone per posarci il ferro perché non si fidava delle lavandaie nemmeno se poteva tenerle d’occhio tanto bruciacchiavano la roba. Vestiva di blu perché portava fortuna, sperando contro ogni aspettativa, era il suo colore e il colore delle spose, anche, devono sempre aver qualcosa di blu addosso perché il verde che indossava otto giorni fa aveva portato scarogna perché suo padre lo aveva rinchiuso a studiare per quella borsa di studio delle medie e perché lei pensava che forse poteva essere in giro perché mentre si vestiva quella mattina si stava quasi infilando quel vecchio paio alla rovescia e questo era un buon segno e voleva dire che si incontrava l’innamorato se si mettevano alla rovescia o se si aprivano voleva dire che lui stava pensando a te purché non fosse di venerdì.

Joyce non viene meno alla registrazione dei pensieri Gerty, una bellezza irlandese. Nella spiaggia, fra le rocce insieme ad altre due amiche, ambedue con i loro pargoli. Solo lei, ancora ragazza a pensare e a pensarsi. E, secondo la tecnica joyciana il suo pensare è frutto della sua cultura: quindi tutta la pagina è intessuta del gergo delle riviste femminili e di moda del tempo.

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Cosimo Maiorelli: Molly Bloom

MOLLY BLOOM

eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howth con quel suo vestito di tweed grigio e la paglietta il giorno che gli feci fare la dichiarazione sì prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotti all’anice e era un anno bisestile come ora sì 16 anni fa Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato sì disse che ero un fior di montagna sì siamo tutti fiori allora un corpo di donna sì è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua e il sole splende per te oggi sì perciò mi piacque sì perché vidi che capiva o almeno sentiva cos’è una donna e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto finché non mi chiese di dir di sì e io dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo in giro il cielo e il mare  pensavo a tante cose che lui non sapeva di Mulveyl e Mr Stanhope e Hester e papà e il vecchio capitano Groves e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco povero diavolo mezzo arrostito e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli e quei pettini alti e le aste la mattina i Greci e gli ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’Europa e Duke street e il mercato del pollame  un gran pigolio davanti a Larby Sharonl e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati e gli uomini avvolti nei loro mantelli addormentati all’ombra sugli scalini  e le grandi ruote dei carri dei tori e il vecchio castello vecchio di mill’anni sì e quei bei Mori tutti in bianco e turbanti come re /he ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe e Ronda con le vecchie finestre delle posadas fulgidi occhi celava l’inferriata perché il suo amante baciasse le sbarre e le gargotte mezzo aperte la notte e le nacchere e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo Oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell’Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì.

Solo nell’ultima parte Joyce adotta integralmente lo stream of consciousness. Molly sta sul letto nel dormiveglia e cerca di focalizzare i suoi pensieri nel ricordo del primo incontro con Leopold. Il fluire di essi procede senza pause (nessun punto d’interpunzione) facendo emergere il cosciente ed il rimosso, il ricordo e la pulsione. Non per niente la pagina venne censurata. La critica, soprattutto per il flusso di coscienza, ha parlato della piena realizzazione della teoria psicoanalitica in letteratura mettendo in atto, nella scrittura, la libertà delle associazioni mentali in cui convergono sapori, odori, colori, paesaggi e parole del ricordo in una contemporaneità incosciente, quando il super io freudiano allenta e il subconscio mette in luce la vita interiore.

social_1470762973.jpgJoyce oggi

Nell’Ulisse l’interesse per la realtà interiore dei personaggi porta Joyce ad adottare il monologo interiore inteso come alogico fluire di ricordi, associazioni d’idee, di desideri, fantasticherie, in una parola un magma di pensieri che ribolle nella nostra mente al di là della nostra volontà (stream of consciousness):

  • I monologhi dei personaggi sono opportunamente differenziati a seconda del retroterra culturale: così in Dedalus, l’intellettuale, saranno fitti d’immagini poetiche ed auliche, mentre in Bloom, uomo prosaico, saranno opportunamente banali;
  • Nello scrupolo di “verità”, Joyce adotterà per ogni ambiente un “linguaggio” ed uno “stile” loro propri, che si rifà dai moduli medievali sino a quelli del romanzo rosa;
  • Egli inoltre applicherà nel suo romanzo un vero e proprio sperimentalismo linguistico, utilizzando la componente fonica, allusiva, simbolica della parola. Egli crea una vera e propria tessitura fitta di neologismi, parole straniere, fusioni di lingue differenti, onomatopeee, capace di suggerire, ogni volta, una gamma infinita di implicazioni ed interpretazioni.
  • Un romanzo di tal genere deve la sua importanza al fatto che l’autore ha compiuto nella sua opera un’operazione nella quale registra la “totalità del reale” nel suo esplicitarsi quotidiano;
  • La realtà del quotidiano che Joyce ci offre nella sua completezza è tuttavia desolante: nessun personaggio si salva, né Bloom che trova soltanto nell’ubriachezza al pub quel senso di cameratismo virile, fatto di fantasticherie, né sua moglie Molly, che pur apparendo esternamente soddisfatta, con il marito e un amante, appare realmente sola, intristita dalla mancanza d’amore cui è attorniata.
  • L’Ulisse è l’emblema dell’uomo moderno, opposto all’eroe omerico: il sig. Bloom, dileggiato, tradito dalla moglie, impossibilitato a realizzare una paternità spirituale (ha una figlia femmina, il maschio muore dopo undici giorni) è l’esatto opposto di Ulisse.

Virginia Woolf

virginiawoolf.jpgVirginia Woolf, nata Stephen, nasce a Londra nel 1882 da un critico letterario. La sua adolescenza è ricca di conoscenze letterarie, formate soprattutto da coloro che daranno vita al Circolo di Bloomsbury (gruppo di giovani laureati a Cambridge soprattutto ostili all’Inghilterra vittoriana ed edoardiana).  Nel 1912 sposa Leonard, con il quale darà vita ad una casa editrice che pubblicherà le sue maggiori opere, tra le quali ricordiamo La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e l’anno successivo Orlando; il suo impegno oltre che letterario, sarà anche civile, prendendo parte alle rivendicazioni femminili per i loro diritti. Ciò ci è testimoniato da Una stanza tutta per sé del 1929. Pubblicherà ancora il romanzo Le onde, ma verrà colpita da un forte esaurimento nervoso, accompagnato da momenti di depressione che la condurranno ad uccidersi annegando nel 1941.

La vicenda si svolge tutta in una giornata: Clarissa Dalloway va a comprare dei fiori per una festa che darà in serata. Ripensa a un amico d’infanzia, Peter, che è stato innamorato di lei e che è da poco tornato dall’India, e alla propria adolescenza; e nello stesso accoglie, con vivo senso di partecipazione, le immagini della vita che le scorre intorno. Di ritorno a casa Peter viene a salutarla e a risvegliare emozioni dimenticate; Elizabeth, la figlia che Clarissa teme di aver perduto perché presa da altri affetti e interessi, sente invece, quello stesso pomeriggio, l’impulso improvviso di tornare dalla madre; anche il marito, profondamente innamorato di lei, sente il bisogno di rivederla un attimo, nel bel mezzo di una giornata di lavoro. La festa della sera è come il punto di confluenza di tutti gli avvenimenti della giornata: riappare Peter, riappare una vecchia amica ora sposata e madre, riappare perfino, nelle parole di un ospite, un personaggio intravisto al parco che ha colpito Clarissa per il suo smarrimento, e del quale si viene a sapere che si è ucciso. 

MV5BYWMzYTJjMzEtOWQ1Zi00MzU3LTk3NWMtNTA1YjFlNDRhOGIzXkEyXkFqcGdeQXVyNjMwMjk0MTQ@._V1_.jpgLA SIGNORA DALLOWAY

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.
Lucy ne aveva fin che ne voleva, del lavoro. C’era da levare le porte dai cardini; e per questo dovevano venire gli uomini di Rumplemayer. “E che mattinata!” pensava Clarissa Dalloway “fresca, pare fatta apposta per dei bimbi su una spiaggia.”
Che voglia matta di saltare! Così ella s’era sentita a Bourton: quando, col lieve cigolar di cardini che ancora le pareva di sentire, aveva spalancato le porte-finestre e s’era tuffata nell’aria aperta. Ma quanto più fresca e calma, e anche più silenziosa di questa era quell’altra aria, di buon mattino; come il palpito di un’onda; il bacio di un’onda; gelida e pungente eppure (per la fanciulla di diciott’anni ch’ella era allora) solenne: là alla finestra aperta, elle provava infatti un presagio di qualcosa di terribile ch’era lì lì per accadere; e guardava ai fiori, agli alberi ove s’annidavano spire di fumo, alle cornacchie che si libravano alte, e ricadevano; e rimaneva trasognata, fino a che udiva la voce di Peter Walsh: “Fate la poetica in mezzo ai cavoli?” – così aveva detto? – oppure: “Preferisco gli uomini ai cavolfiori” – aveva detto così? Doveva averlo detto una certa mattina a colazione, quando lei era uscita sul terrazzo… Peter Walsh! Sarebbe tornato dall’India quanto prima, a giugno o a luglio, ella non rammentava più, ché le sue lettere erano disastrosamente monotone. Erano i suoi motti che vi si imprimevano in mente; i suoi occhi, il suo temperino, il suo sorriso e, quando milioni d’altre cose erano interamente svanite – strano davvero! – poche parole, come quelle a proposito dei cavolfiori.
In attesa che passasse il furgone di Durnell, ella si irrigidì un poco, sull’orlo del marciapiede. Una donna graziosa, la giudicò Scrope Purvis (egli la conosceva come ci si conosce tra vicini; aveva in sé qualcosa di uccellino, della gazza, un che di verdazzurro, lieve, vivace, quantunque avesse varcato la cinquantina e fatto molti capelli bianchi dopo la sua malattia. In attesa di attraversare ella se ne stava là, dritta nella vita, come appollaiata su di un ramo; e non lo vide neppure.
Poiché il semplice fatto di vivere a Westminster – da quanti anni ormai? più di venti – impone indiscutibilmente (Clarissa lo affermava) seppur nel bel mezzo di un viavai dìuna piazza, o destandosi all’improvviso la notte, una particolare calma, anzi solennità, una pausa che non si potrebbe descrivere, un sostar della vita (ma questo poteva ben essere il cuore, indebolito dall’influenza) nell’attimo prima che Big Ben suoni le ore. Ecco il rintocco! Prima è un monito, musicale, poi l’ora irrevocabile. I plumbei circoli si dissolvevano per aria. Poveri di spirito che siamo, pensava Clarissa, attraversando Victoria Street. Dio solo sa perché l’amiamo così, la vediamo così, perché ce la facciamo così, costruendola attorno al nostro io per poi scomporla, e ricrearla da capo ogni momento; eppure l’ultima delle pitocche, i più sciagurati rifiuti umani seduti sui gradini delle porte (istupiditi dal bere) non farebbero altrimenti; e per quella precisa ragione non c’è legge né decreto che possa domarli: perché amano la vita. Negli occhi dei passanti, nella foga del brulichio cittadino, nel muggito e nel frastuono; nel trapestio e nell’ondeggiar di carrozze, automobili, omnibus, furgoni, uomini-sandwich; nelle bande e negli organetti, nella nota trionfante e nello strano altissimo canto di un aereo che ronzava su in cielo era ciò che ella amava: la vita, Londra, e quell’attimo di giugno.
Poiché si era a metà giugno. Finita ormai la guerra, fuorché per certuni, come la signora Foxcroft che iersera all’Ambasciata si mangiava il cuore perché quel bel ragazzo era caduto al fronte, e ora il vecchio maniero avito sarebbe andato a un cugino; o Lady Bexborough, della quale si diceva che avesse inaugurato una fiera di beneficienza tenendo in mano il telegramma che le anninciava la morte di John, il suo beniamino; ma insomma era finita; grazie al Cielo – finita. Si era a giugno, Le Loro Maestà erano a Palazzo. E ovunque, sebbene fosse ancora presto, c’era in aria uno scalpiccio inquieto di puledri galoppanti, un picchiar di mazze da cricket; Lords, Ascot, Ranelagh e gli altri campi apparivano tuttora velati nella lieve rete grigio azzurra dell’aria mattutina, che con lo snodarsi delle ore dirandasi avrebbe rivelato sui prati e giù per le chine i focosi cavallini che appena sfioravano con gli zoccoli il suolo e partivano d’un balzo; e giovani audaci e ridenti fanciulle in trasparenti vesti di mussola, le quali pur ora, dopo aver danzato tutta la notte, portavano a spasso certi buffi cani lanosi; e nonostante fosse ancora presto, discrete vecchie dame filavano via nelle automobili padronali, dirette a misteriose imprese; e i negozianti si davano da fare a mettere in mostra orpelli e diamanti falsi, e quelle graziose spille color verdemare, stile diciottesimo secolo, che tentano gli americani (“bisogna fare economia però, non fare spese pazze per Elizabeth”); e Clarissa, che per tutte queste cose nutriva un’assurda e fedele passione, e ne faceva parte – i suoi non erano stati cortigiani sotto l’uno o l’altro re Giorgio? – anche lei quella sera, avrebbe sfilato e brillato, dando la sua festa. Ma intanto la colpì il silenzio, all’entrar nel parco, la nebbia, e un ronzar d’insetti , e le anatre felici che nuotavano lente, e i trampolieri panciuti che si dimenavano goffi.

Il romanzo della Woolf, successivo all’Ulisse di Joyce, prende dall’opera dell’autore irlandese l’idea di raccontarci una sola giornata della signora Dalloway. Tuttavia, pur adottando ambedue la tecnica dello stream of consciousness, notiamo una differenza perché la scrittrice inglese conserva un maggior controllo narrativo e non si annulla per dar voce al personaggio. Troviamo, infatti varie tecniche narrative, che vanno dalla narrazione eterodiegetica al monologo indiretto al discorso indiretto, sino al discorso indiretto libero. Più importante è la molteplicità delle focalizzazioni, cui Clarissa non solo è soggetto ma anche oggetto di attenzioni.

Mrs-Dalloway-Vanessa-Redgrave-1997 (9).JPGTutto ciò è bene espresso nel brano iniziale: si parte dal comprare dei fiori e dalla constatazione che bisogna togliere le porte dai cardini, per innescare l’afflusso dei ricordi quando nella casa di campagna cambiava l’aria e ancora ragazza veniva corteggiata da Peter. Mentre attraversa la strada Clarissa è investita dal rumore della città, ma proprio allora sente il bisogno di focalizzare la sua attenzione sul rintocco dell’orologio, quindi sul passar del tempo. Anche i più sciagurati si attaccano a questo tempo perché amano la vita e l’amore per essa la conduce all’idea di giovani uomini morti in guerra. Ma i giovani ora sono pronti all’amore, negli ippodromi della città e le signore si fanno belle con gli orpelli messi in vendita (ma deve fare attenzione a non spendere troppo per sua figlia). Ma anche lei quella sera sarà bella.

La prosa è irregolare, frammentata: anch’essa ci riporta all’affollarsi dei pensieri di Clarissa: tuttavia la capacità di mescolare linguaggio informale, figurato, similitudini e metafore senza cadere in una disarmonia, innalza lo stesso in ritmo capace di toccare la levità, come lievi sono i pensieri della protagonista.

Un altro grande romanzo è Gita al faro:

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La famiglia Ramsey è in villeggiatura, con alcuni ospiti, in una delle isole Ebridi. E’ una sera del settembre del 1914; si progetta una gita al faro, che agli occhi di James, il più piccolo dei figli, si presenta come una meta di sogno, ricca di misteriosi significati. Ma la gita viene rimandata per il maltempo. Passano gli anni: la guerra tiene i Ramsey lontano dall’isola e la loro vecchia casa va in rovina. Muoiono la signora Ramsey, il figlio Andrew, la figlia Prue. Dopo dieci anni i Ramsey superstiti  e alcuni degli stessi ospiti di un tempo tornano all’isola. Il signor Ramsey e i due figli fanno finalmente la gita al faro: intanto una degli ospiti, la pittrice Lily Briscoe, finisce di dipingere un quadro cominciato dieci anni prima. Nelle due azioni si riallacciano  simbolicamente passato e presente, e i personaggi e i rapporti che li legano si collocano in una luce rivelatrice del loro più autentico significato.   

IL CALZEROTTO MARRONE

«E anche se domani non sarà bello» disse la signora Ramsay, alzando gli occhi su William Bankes e Lily Briscoe che passavano «ci andremo un altro giorno. E ora» disse, pensando che il fascino di Lily stava in quegli occhi cinesi, messi sghembi nella pallida faccina grinzosa, ma ci voleva un uomo intelligente per vederlo; «e ora alzati su, fammi misurare la gamba» perché alla fine magari sarebbero riusciti ad andare al Faro, e doveva vedere se allungare i calzerotti di qualche centimetro.
Sorridendo a un’eccellente idea che le era balenata in mente in quell’istante – William e Lily dovevano sposarsi – prese la calzerotto color dell’erica, col suo incrocio d’aghi all’imboccatura, e la misurò alla gamba di James.
«Sta’ fermo, caro!» disse, perché a James, per gelosia, non andava affatto di fare da modello per il figlio del custode, si scalpitava apposta; ma se scapitava, come faceva lei a vedere se era lungo, o corto? gli domandò.
Alzò gli occhi – quale demonio si era impossessato del suo piccolo, il suo prediletto? – e guardò la stanza, guardò le sedie, e pensò che erano spaventosamente logore. L’imbottitura, aveva detto Andrew l’altro giorno, invece che dentro stava fuori, sul pavimento. Ma a che serviva, si chiedeva, comprare delle sedie nuove per farle andare in malora d’inverno, quando la casa, custodita da una vecchia donna, gocciava addirittura per l’umidità? Che importava? L’affitto non arrivava a tre penny, i bambini l’amavano, a suo marito  faceva bene  a starsene a tremila, per la precisione erano trecento – miglia di distanza dalla biblioteca, le lezioni, gli studenti. E c’era posto anche per gli ospiti. Stuoie, brande, fantastici spettri di sedie e tavoli che avevano esaurito la loro funzione a Londra,  lì andavano benissimo: con in più qualche fotografia, e i libri. I libri, pensò, crescevano da soli. Non aveva mai tempo di leggerli. Peccato! Anche i libri che le venivano regalati con tanto di dedica dell’autore: “A colei i cui desideri sono legge…” “Alla più felice Elena dei nostri tempi…” si vergognava di dirlo, ma non li aveva mai letti. Il libro di Croom sulla mente, di Bates sui Costumi dei Selvaggi Polinesia ( «Sta’ fermo, caro» ripeté) – non li poteva certo mandare al Faro. A un certo punto, pensò, la casa sarebbe andata in malora, e avrebbero per forza dovuto fare qualcosa. Se avessero almeno imparato a pulirsi i piedi, invece di portare dentro casa tutta la sabbia – sarebbe già stato qualcosa. I granchi doveva pur permetterli, visto che Andrew li voleva dissezionare; e se Jasper aveva deciso che con le alghe si doveva fare la zuppa, non glielo poteva impedire; o così per gli oggetti di Rose, le conchiglie, le canne, i sassi. I suoi ragazzi erano tutti dotati, ognuno a suo modo. E il risultato era, sospirò, avvolgendo con lo sguardo tutta la stanza dal soffitto al soffitto, sempre tenendo il calzerotto appoggiato alla gamba di James, che da un’estate all’altra la casa diventava sempre più squallida. La stuoia s’era scolorita; la carta da parati si scollava, non si riconosceva neppure più se erano rose. D’altronde, a forza di lasciare le porte aperte, perché in tutta la Scozia non si trova un fabbro che sappia aggiustare un chiavistello, le cose si sciupano. A che serviva poggiare sull’orlo della cornice uno scialle di cachemire? In due settimane sarebbe diventato dello stesso colore del brodo di piselli. Ma erano le porte soprattutto che le davano fastidio; le porte lasciate aperte. Si fermò ad ascoltare: la porta del salotto era aperta; ed era sicuramente aperta anche la finestra sul pianerottolo, l’aveva aperta lei quella. Perché mai nessuno si ricordava di una cosa così semplice – le finestre dovevano stare aperte e le porte chiuse? Se andava nella stanza delle cameriere di notte le trovava sigillate come forni, eccetto quella di Marie, la ragazza svizzera, che avrebbe preferito fare a meno dell’acqua calda piuttosto che dell’aria fresca. Al suo paese aveva detto «le montagne sono così belle». L’aveva detto la sera prima, guardando fuori dalla finestra con le lacrime agli occhi: «Le montagne sono così belle.» Suo padre stava morendo laggiù, la signora Ramsay lo sapeva. Li avrebbe lasciati orfani. Era andata su per rimproverarla e darle  delle dimostrazioni (come si fa letto, come si apre la finestra, e muoveva come fosse una donna francese) ma quando la ragazza disse così, subito si quietò, come dopo un volo dispiegato nel sole si quietano le ali di un uccello, e l’azzurro delle piume da grigio acceso si fa rosso porpora chiaro. Era rimasta lì ferma in silenzio perché non c’era niente da dire. Aveva un cancro alla gola. A quel pensiero – al pensiero di com’era rimasta lì immobile, di come la ragazza aveva detto: «A casa mia le montagne sono così belle», no, non c’era speranza, nessuna – ebbe una contrazione irritata, e in tono brusco disse a James: «Sta’ fermo. Non essere noioso» e James si rese subito conto che quella severità era reale, allungò la gamba, e lei prese la misura.
La calzerotto era troppo corto, mancava almeno un centimetro anche tenendo conto che il bambino di Sorley era meno sviluppato di James.
«E’ troppo corto» disse «troppo corto.»

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Non succede nulla: Mrs Ramsey sta provando sulla gamba del suo figlio più piccolo un calzerotto che dovrà donare al figlio del custode del faro. All’interno di questa esiguità il flusso di pensieri della protagonista. Ciò permette lo sbalzo cronologico tra ciò che avviene all’esterno, oggettivo e reale e i vissuti soggettivi: Erich Auerbach, in Mimemis (1956) definendo questo fenomeno – tipico della cultura novecentesca – “spostamento del centro di gravità” ed aggiungendo “si attribuisce meno importanza alle grandi svolte esteriori e ai colpi del destino, come se da essi non possa scaturire nulla di decisivo (…); si ha fiducia invece che un qualunque fatto della vita scelto casualmente contenga in ogni momento e possa rappresentare la somma dei destini”.

Opere in lingua francese

Marcel Proust

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Marcel Proust nasce nel 1871 ad Auteuil, vicino Parigi, da una famiglia borghese. Di salute malferma, passa l’infanzia a Illiers e alla stazione balneare Trouville. Sin da giovane, dopo essersi inserito negli ambienti culturali della capitale francese, collabora a diverse riviste e pubblica alcune novelle. La morte dei genitori, il padre nel 1903, a madre nel 1905, crea in Proust quasi uno spartiacque tra cioè che è felicità (quindi passato) e la realtà presente. Da allora passa tutto il suo tempo nella realizzazione della sua opera Alla ricerca del tempo perduto, opera che si struttura in sette romanzi (Dalla parte di SwannAll’ombra delle fanciulle in fioreLa parte di GuermantesSodoma e GomorraLa prigionieraAlbertine scomparsaIl tempo ritrovato) opera monumentale  che diventa sin da subito paradigma di tutto ciò che verrà scritto dopo di lui. Muore nel 1922.

Alla ricerca del tempo perduto è un ciclo narrativo in sette volumi. Nella prima parte di La strada di Swann (1913) il Narratore, mosso da un’associazione fortuita, rievoca il mondo dell’infanzia a Combray con le care figure della madre, della nonna, della vecchia zia Lèonie, della fedele Françoise. Le passeggiate quotidiane lo portano in due direzioni opposte: la strada di Méséglise (dove abitano Swann con la figlia Gilberte e il musicista Vinteuil, genio ancora sconosciuto) e la strada dei Guermantes, i grandi aristocratici che appaiono remoti, quasi irreali al Narratore. Nella seconda parte, che costituisce quasi un racconto separato, Un amore di Swann, è rievocata la passione di Swann per la famosa demi-mondaine Odette de Crécy, poi diventata sua moglie: messo al bando dalla migliore società, Swann frequenta il salotto dei Verdurin, ricchi borghesi con pretese intellettuali. Nella terza parte il Narratore racconta le vicende del suo amore adolescente per Gilberte, sullo sfondo degli Champe Elysées. In All’ombra delle fanciulle in fiore (1919) il Narratore giovinetto conosce lo scrittore Bergotte e la grande attrice Berma, mentre l’amore per Gilberte svanisce lentamente. Si reca a Balbec, la grande spiaggia alla moda, e lì incontra il giovane Robert de Saint-Loup, imparentato con i Guermantes, che lo presenta allo zio, il barone di Charlus; ma il narratore è incantato soprattutto dal gruppetto delle “fanciulle in fiore”, Andreé, Albertine, Rosamonde e le loro amiche. In I Guermantes (1920-1921) il Narratore, ormai tornato a Parigi, va ad abitare con i suoi in un appartamento del palazzo dei Guermantes, appena intravisti nell’infanzia a Combray. Si innamora della duchessa e per poterla avvicinare si trasferisce per qualche giorno a Donciéres, la città dove presta servizio militare Saint-Loup. Fa la conoscenza dell’amante di Robert, la giovane attrice Rachel, e frequenta il salotto di Mme de Villeparisis. Muore la nonna materna; il Narratore rinnova l’amicizia con Albertine. In Sodoma e Gomorra (1922) appare per l’ultima volta Swann, condannato da un male incurabile. Il Narratore ha la rivelazione dell’omosessualità di Charlus. Le vicende dell’amore del barone per il violinista Morel e del Narratore per Albertine spostano la scena da Parigi a Balbec e poi a La Raspeliére, la villa dei Verdurin. Avendo ormai quasi dimenticato la morte della nonna, il Narratore si interroga sull’importanza dell’amore che le portava, e scopre “le intermittenze del cuore”. Quando viene a sapere che Albertine ha avuto rapporti omosessuali con Mlle Vinteuil, decide di riportarla a Parigi. La prigioniera (1923, postumo) e Albertine scomparsa (1925, postumo) sono dedicati all’amore per Albertine, che il Narratore tiene come prigioniera, in attesa di sposarla. La sua gelosia morbosa, i suoi sospetti e le sue paure sono rinfocolati dall’esempio di Charlus, tradito da Morel. Muore Bergotte, e Charlus precipita sempre più in basso: se queste vicende sottolineano la vanità della vita, il Settimino di Vinteuil conferma il Narratore nella certezza che essa è riscattata dall’eternità dell’arte. Ormai quasi indifferente ad Albertine, il Narratore si prepara a lasciarla quando la fuga e poi la morte accidentale della fanciulla rinfocolano la sua passione. Ma il tempo cancella anche questo amore: il Narratore si innamora di una giovane che, dapprima non riconosciuta, si rivela poi per Gilberte. Gilberte sposa Saint-Loup: le due strade, quella dei Guermantes e quella dei Méséglise si sono incontrate. Ma ben presto il Narratore scopre che Saint-Loup è omosessuale come suo zio Charlus. In Il tempo ritrovato (1927, postumo) il Narratore trascorre qualche giorno a Tansonville, nella villa di Gilberte. Insieme rievocano episodi dell’infanzia, ma Gilberte soffre per le infedeltà di Saint-Loup. Scoppia la guerra. Nella Parigi bombardata Charlus continua nella ricerca dei suoi piaceri particolari. Muore Saint-Loup, mentre l’astro dei Verdurin sale sempre di più sull’orizzonte mondano. Finisce la guerra: dopo un soggiorno di qualche mese in una casa di cura, il Narratore si reca a un ricevimento della principessa di Guermantes (che non è altri che Mme Verdurin, rimasta vedova e subito risposata). Incontra vecchi amici ma stenta a riconoscerli, segnati e trasformato dal tempo come sono. Una irregolarità del pavimento del cortile, il tintinnio di un cucchiaino posato sul piatto gli riportano di colpo momenti del passato, che lo riempiono di ineffabile gioia. Decide di cominciare a scrivere l’opera alla quale pensa sin dalla giovinezza per resuscitare il passato, di cui ha scoperto gli infiniti risvolti, nella poesia.

Cominciamo la lettura con uno dei passi più celeberrimi dell’intero romanzo, tratti dal primo romanzo La strada di Swann:

2f05fa4b20be7c59f31b54ed603121fb.jpgDavid Richardson: Proust e la madeleine

LA MADELEINE    

Così per molto tempo, quando, stando sveglio di notte, ripensavo a Combray, non ne rividi mai se non quella specie di lembo luminoso, che si tagliava in mezzo a tenebre indistinte, simili a quelle che la vampa d’un fuoco di bengala  o qualche proiettore elettrico illuminano e sezionano in un edificio, di cui le altre parti restino immerse nel buio: alla base, piuttosto larga, il salottino, la sala da pranzo, il richiamo dell’oscuro viale donde sarebbe giunto Swann, l’autore inconscio delle mie tristezze, il vestibolo per cui m’incamminavo verso il primo gradino della scala, che mi era tanto duro salire, e che costituiva da sola il tronco assai stretto di quella piramide irregolare; e in cima, la mia camera da letto col piccolo corridoio dalla porta a vetri per cui entrava la mamma; in una parola, sempre veduto alla stessa ora, isolato da ogni cosa che vi potesse essere intorno, stagliandosi solo nell’oscurità, lo scenario strettamente indispensabile (come quello che si vede indicato a capo delle vecchie commedie per le rappresentazioni in provincia) al dramma dello spogliarmi, come se Combray non fosse consistita che in due piani riuniti da un’angusta scala, e come se là non fossero mai state che le sette di sera.  A dire il vero, a chi m’avesse interrogato avrei potuto rispondere che Combray racchiudeva anche altre cose ed esisteva in altre ore.  Ma, poiché quel che avrei ricordato mi sarebbe stato offerto soltanto dalla memoria volontaria, la memoria dell’intelligenza, e poiché le notizie che essa dà sul passato non mi serbano nulla, non avrei mai avuto voglia di pensare a quel resto di Combray.  Tutto questo, in verità, era morto per me.
Morto per sempre?  Forse.

Il caso ha una grande parte in tutte queste cose, e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci permette d’attendere a lungo i favori del primo.  Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all’albero, che veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere.  Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto.  Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.
Così è per il passato nostro. E’ inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani.  Esso si nasconde all’infuori del suo campo e del suo raggio di azione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi non supponiamo.  Quest’oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.
Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro o il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè.  Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso.  Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate «madeleinine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia.
Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «madeleine».  Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario.  Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me, era me stesso.  Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva?  Che significava?  Dove afferrarla?
Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E’ tempo ch’io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d’interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l’animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.

E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l’evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarvi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè.  Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l’impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l’udito e l’attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo come l’animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d’un tentativo supremo.  Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto; di nuovo gli metto di fronte il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità, non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate.
Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev’essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti.
Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso?  Non so.  Adesso non sento più nulla, s’è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre?  Debbo ricominciare, chinarmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, m’ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica.
E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «madeleine» che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.
La vista della focaccia, prima d’assaggiarla, non m’aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – anche quella della conchiglietta di pasta – così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota – erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza.  Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.
E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di “madeleine” inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse così felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello.  E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè.

In questo brano troviamo il protagonista che inizia a recuperare il proprio passato attraverso il ricordo. Marcel è consapevole della differenza tra ricordo volontario e memoria involontaria. Il ricordo non si ottiene attraverso un processo cosciente, se non ottenendo immagini sterili, non emotive; solo l’emozione involontaria ed improvvisa, in questo caso suscitata da una madeleine è in grado di riportarlo ad un intero mondo che si credeva perduto. Questa memoria “liberata” dalla ragione, operando sulla coscienza, ci permette di ricercare per ritrovare noi stessi anche attraverso le azioni passate.

15PROUST1_SPAN-articleLarge.jpgPagina del manoscritto de “La strada di Swann”

Tutto questo ci viene detto da Proust in una prosa involuta, dove le proposizioni s’innestano una nell’altra, rallentando il ritmo narrativo. Eppure proprio nel momento in cui assapora la madeleine, gli basta una semplice frase che gli permette di comunicare l’improvvisa felicità emotiva e “la riconquista di un passato che emerge attraverso il potere evocativo delle sensazioni” (Barberi Squarotti)

Sempre da La strada di Swann, leggiamo ora i primi innamoramenti di Marcel:

GILBERTE

Françoise aveva troppo freddo per star ferma; ci spingemmo sino al Ponte della Concordia, a veder la Senna imprigionata, a cui tutti e perfino i bambini s’accostavano senza timore come a un’immensa balena arenata, senza difesa, e che sarà squartata fra poco.  Tornammo ai Champs-Elysées; io languivo di dolore tra i cavalli a legno immobili e il prato bianco caduto in prigionia nel reticolato nero dei viali dov’era stata rimossa la neve, sopra il quale la statua aveva in mano uno zampillo di ghiaccio aggiunto quasi a spiegazione del suo gesto. Perfino la vecchia signora , dopo aver ripiegato i suoi “Débats”, chiese l’ora a una bambinaia che passava e che ringraziò dicendo: «Come siete cortese!» poi, pregando il guardiano di dire ai suoi nipotini che tornassero perché lei aveva freddo, soggiunse: «Sarete mille volte buono. Davvero, ne sono confusa!». D’un tratto l’aria si lacerò: fra il teatrino delle marionette e il circo, all’orizzonte rifiorito, sul cielo dischiuso, avevo scorto, come un segno favoloso, la piuma azzurra della signorina. E già Gilberte correva a tutta velocità verso di me, sfavillante e rossa sotto un berretto di pelo di forma quadrata, animata dal freddo, dal ritardo e dalla voglia di giocare; un po’ prima d’avermi raggiunto, si lasciò scivolare sul ghiaccio e, sia per meglio tenersi in equilibrio, sia perché le pareva più grazioso, o per imitare il portamento di una pattinatrice, ella avanzava sorridendo con le braccia aperte, quasi vi avesse voluto accogliermi.
«Brava, brava! benissimo, direi come voi che è una cosa chic, una cosa audace, se non fossi di un altro tempo, del tempo dell’antico regime», esclamò la vecchia signora, prendendo la parola in nome dei Champs-Elysées silenziosi per ringraziare Gilberte d’essere venuta senza lasciarsi intimidire dal tempo. «Siete come me, fedele nonostante tutto ai vostri vecchi Champs-Elysées; siamo due donne intrepide. Se vi dicessi che li amo anche così. Questa neve, voi riderete di me, mi ricorda l’ermellino!» E la vecchia signora si mise a ridere.
Il primo di quei giorni, – a cui la neve, immagine delle forze che potevan privarmi della vista di Gilberte, dava la tristezza d’un giorno di separazione e perfino l’aspetto d’un giorno di partenza perché mutava le fattezze e quasi impediva l’uso del luogo consueto dei nostri soli incontri, ora trasformato, tutto coperto di neve, – quel giorno tuttavia fece progredire il mio amore, perché fu come un primo dolore ch’ella avesse condiviso con me. Della nostra brigata c’eravamo soltanto noi due, e trovarmi così solo con lei non soltanto era come un inizio d’intimità, ma anche, – quasi se, con un tempo simile, ella non fosse venuta che per me, – mi pareva altrettanto commovente da parte sua come se, uno di quei giorni in cui ella era stata invitata ad una festa, vi avesse rinunciato per venire ad incontrarmi ai Champs-Elysées; acquistavo maggior fiducia nella vitalità e nell’avvenire della nostra amicizia, che si manteneva vivace in mezzo al torpore, la solitudine e la rovina delle cose intorno; e, mentre lei mi metteva delle palle di neve nel collo, io sorridevo intenerito a quel che mi appariva al tempo stesso una predilezione ch’ella mi manifestava, tollerandomi come compagno di viaggio in quel paese invernale e nuovo, e una sorta di fedeltà che mi serbava nella sventura. Ben presto, una dopo l’altra, come passeri esitanti, arrivarono le sue amiche, nere nere sulla neve. Cominciammo a giocare, e, poiché quel giorno iniziatosi così tristemente doveva finire nella gioia, come io m’avvicinavo, prima di giocare a barriera, all’amica dalla voce breve che il primo giorno avevo udita gridare il nome di Gilberte, ella mi disse: «No, no, sappiamo bene che voi preferite stare  nel campo di Gilberte, del resto vedete, lei vi fa segno». Infatti, ella mi chiamava perch’io andassi sul prato coperto di neve, nel suo campo, al quale il sole dava riflessi rosa, il logoramento metallico dei broccati antichi, facendone un Campo del Drappo d’oro.
Quel giorno da me così temuto fu invece uno dei soli in cui non mi sentissi troppo infelice. Invero, io che non pensavo più che a non stare mai un giorno senza vedere Gilberte (al punto che una volta, come la nonna non era rientrata per l’ora di pranzo, non potei fare a meno di dirmi subito che, se era finita sotto una carrozza, per qualche tempo non sarei potuto andare ai Champs-Elysées; non amiamo più nessuno quando amiamo), tuttavia in quei momenti ch’ero presso di lei e che avevo atteso dal giorno prima con tanta impazienza, per i quali avevo tremato, ai quali avrei sacrificato tutto il resto, non erano per nulla felici; e lo sapevo bene, essendo quelli i soli momenti della mia vita su cui concentrassi un’attenzione meticolosa, intensa, la quale non vi scopriva un atomo di piacere. Tutto il tempo ch’ero lontano da Gilberte, avevo bisogno di vederla, perché, cercando incessantemente di rappresentarmi l’immagine sua, infine non vi riuscivo più, e non sapevo più con precisione a che cosa corrispondesse il mio amore. Poi, ella non mi aveva ancora mai detto che m’amava. Al contrario, aveva affermato sovente d’aver degli amici che preferiva a me, che io ero un buon compagno col quale giocava volentieri, benché troppo distratto, non abbastanza interessato al gioco; infine, m’aveva dato spesso segni evidenti di freddezza che avrebbero potuto turbare la fiducia ch’io possedevo d’essere per lei qualcosa di diverso dagli altri, se tal fiducia avesse tratto origine da un amore che Gilberte provasse per me, e non invece, com’era in realtà, dall’amore che io provavo per lei: il che la rendeva ben più resistente, facendola dipendere dal modo stesso in cui, per un’intima necessità, io mi trovavo costretto a pensare a Gilberte. Ma i miei sentimenti per lei, io stesso non glieli avevo ancora dichiarati. Certo, scrivevo all’indefinito il suo nome e il suo indirizzo su ogni pagina dei miei quaderni; ma alla vista di quelle vaghe linee che tracciavo senza che per questo lei pensasse a me, e per opera delle quali  prendeva tanto posto intorno a me apparentemente, senza trovarsi maggiormente unita alla mia esistenza, mi sentivo scoraggiato, perché non mi parlavano di Gilberte, che non le avrebbe neppure vedute, ma del mio desiderio, ch’esse parevamo mostrarmi come qualcosa di puramente personale, d’irreale, d’importuno e d’impotente. La cosa più urgente era che ci vedessimo, Gilberte ed io, e potessimo confessarci reciprocamente il nostro amore, che fino allora non avrebbe, per così dire, neppure avuto inizio. Senza dubbio, le svariate ragioni che mi rendevano così impaziente di vederla sarebbero state meno imperiose per un adulto. Più tardi avviene che, divenuti abili nella coltura dei nostri piaceri, ci accontentiamo del piacere provato nel pensare a una donna come io pensavo a Gilberte, senza curarci di sapere se questa immagine corrisponda alla realtà, e anche dal piacere di amarla senza una necessità d’una certezza che lei ci ami; o ancora avviene che noi rinunciamo al piacere di confessarle la nostra simpatia per lei per mantenere più viva la simpatia che lei ha per noi, imitando quei giardinieri giapponesi che per ottenere un fiore più bello ne sacrificano parecchi altri. Ma, nel tempo in cui amavo Gilberte, credevo ancora che l’Amore esistesse effettivamente fuori di noi; credo che, permettendoci tutt’al più di allontanare gli ostacoli, esso offrisse i suoi beni in un ordine in cui non vi fosse libertà di mutar nulla; mi pareva che se io, di mia volontà, avessi sostituito alla dolcezza della dichiarazione la simulazione dell’indifferenza, non soltanto mi sarei privato d’una delle gioie da me più sognate, ma mi sarei costruito a modo mio un amore fittizio e senza valore, senza comunicazione con l’amore vero, del quale avrei rinunciato a seguire le strade misteriose e preesistenti.

15PROUST2-popup.jpgProust con la madre e il fratello Robert

Gilberte è la prima esperienza sentimentale del Narratore e ci viene narrata quando lo stesso è diventato ormai adulto. Ciò permette a Proust una variazione di tipo stilistico che passa dalla descrizione analitica della prima parte, con i Champs-Elysées  innevati e, all’interno di essa una vecchietta d’altri tempi, di una gentilezza un po’ demodè, che sembrano anch’essi attendere l’arrivo di Gilberte, carica di ebbrezza giovanile, cui s’accompagnano in seguito, le sue amiche. Da questo punto lo stile cambia e diventa riflessivo, dove il suo atteggiamento viene vagliato alla luce dell’esperienza matura: quindi una serie di proposizioni ipotetiche in cui il nostro analizza il suo agire, qual era stato e quale sarebbe stato opportuno e le diverse conseguenze che tale agire ha e avrebbe avuto su Gilberte, mettendo in luce il tipico atteggiamento di Proust verso la materia narrata, che è sempre in lui una miscela tra narrazione vera e propria e riflessione. Ma quello che Proust in questo passo sottolinea è l’acquisizione da parte di un giovane Marcel di come l’amore sia ancora per lui un sentimento da oggettivare in un atto che lo dichiari, lo renda palese, insomma renda partecipe l’amata del sentimento provato. 

Questo brano invece lo traiamo da La prigioniera:

ALBERTINE, LA DEA DEL TEMPO

Negli occhi della mia amica, nel brusco infiammarsi del suo viso sentivo a tratti come un lampo di calore trascorrere furtivamente in regioni che erano per me più inaccessibili del cielo e nelle quali si muovevano i ricordi, a me ignoti, di Albertine. La bellezza che – pensando agli anni che s’erano succeduti da quando conoscevo Albertine, sia sulla spiaggia di Balbec che a Parigi – le avevo scoperto da poco, e che consisteva nel fatto che la sua persona si sviluppava su tanti piani e conteneva tanti giorni passati, quella bellezza acquistava allora qualcosa di straziante. Sotto quel viso che arrossiva sentivo che si nascondeva, simile a una voragine, la riserva inesauribile delle sere in cui ancora non conoscevo Albertine. Potevo, sì, prendermi Albertine sulle ginocchia, tenerle la testa fra le mie mani, potevo accarezzarla, passare a lungo le mie mani su di lei; ma, come se avessi maneggiato una pietra che racchiude la salsedine degli oceani o il raggio di una stella, sentivo di non toccare che l’involucro chiuso d’un essere che, dal suo interno, era in comunicazione con l’infinito. Quanto soffrivo della posizione cui ci ha ridotti l’oblio della natura che, istituendo la divisione dei corpi, non si è curata di rendere possibile l’interpretazione delle anime! E mi rendevo conto che Albertine, per me, non era nemmeno (giacché se il suo corpo era in potere del mio, il suo pensiero sfuggiva alla presa del mio pensiero) la meravigliosa prigioniera di cui avevo creduto d’arricchire la mia dimora, nascondendone per altro la presenza – anche a chi veniva a trovarmi e certo non la sospettava in fondo al corridoio, nella camera accanto – non meno perfettamente di quel personaggio di cui tutti ignoravano che tenesse la principessa della Cina rinchiusa in una bottiglia; era piuttosto come una grande dea del Tempo, che mi invitava in una forma pressante, crudele e senza scampo alla ricerca del passato. E se è stato necessario che perdessi per lei degli anni e il mio patrimonio – e ammesso) cosa – ahimè, tutt’altro che sicura) che lei non ci abbia a sua volta perduto – non ho niente, io, da rimpiangere. E’ probabile che meglio sarebbe valsa la solitudine, più feconda, meno dolorosa. Ma quanto alla vita del collezionista che Swann mi consigliava, che il signor di Charlus mi rimproverava di non conoscere quando con un misto di spirito, di insolenza e di compiacimento mi diceva: «Quant’è brutta la vostra casa!», quali mai statue, quali quadri lungamente perseguiti e infine posseduti o, nel migliore dei casi, contemplati con disinteresse, mi avrebbero, quanto la piccola ferita che si cicatrizzava abbastanza in fretta, ma che l’incosciente sbadataggine di Albertine, degli estranei, o dei miei stessi pensieri non tardava a riaprire, consentito l’accesso a quell’uscita fuor di se stessi, a quella via di comunicazione privata, ma destinata a immettersi nella grande strada dove passa ciò che ci è dato conoscere solo quando cominciamo a soffrire: la vita degli altri?
A volte c’era un così bel chiaro di luna che, appena un’ora dopo che Albertine s’era coricata, andavo fino al suo letto per dirle di guardare fuori dalla finestra. Sono sicuro che è per questo che andavo in camera sua, e non per accertarmi che lei ci fosse. Come avrebbe potuto andarsene, o anche desiderarlo? Ci sarebbe voluta una collusione, inverosimile con Françoise. Nella camera buia non vedevo, sul candore del cuscino, che un sottile diadema di capelli neri. Ma sentivo il respiro di Albertine. Il suo sonno era così profondo che esitavo ad accostarmi al letto; mi sedevo sul bordo; il sonno continuava a scorrere con lo stesso mormorio. Non è possibile dire quanto fossero allegri i suoi risvegli. La baciavo, la scuotevo. Subito lei smetteva di dormire e, senza un solo istante di intervallo, scoppiava a ridere, e annodandomi le braccia intorno al collo mi diceva: «Stavo giusto chiedendomi se non saresti venuto», e teneramente rideva a più non posso. Si sarebbe detto che la sua testa incantevole, quando dormiva, fosse piena soltanto d’allegria, di tenerezza e di risa. E che, svegliandola, io non avessi fatto altro, come quando si apre un frutto, che sprigionarne il suo succo zampillante che disseta. L’inverno, intanto, finiva; tornò la bella stagione, e spesso, quando Albertine m’aveva appena detto buonanotte e la mia camera, le tende, la parete al di sopra di esse erano ancora tutte nere, nel giardino del vicino convento, ricca e preziosa nel silenzio come l’armonium di una chiesa, sentivo la modulazione d’un uccello sconosciuto che già cantava mattutino secondo il modo lidio, illuminando le mie tenebre con la ricca nota di splendore di quel sole che già vedeva. Presto le notti si accorciarono, e prima di quelle ch’erano state le ore del mattino già vedevo il biancore quotidianamente incrementato del giorno filtrare dalle tende della finestra. Se mi rassegnavo a lasciare che Albertine facesse ancora quella vita in cui, malgrado i suoi dinieghi, sentivo che aveva l’impressione di essere prigioniera, era solo perché ogni giorno ero sicuro che l’indomani mi sarei messo, oltre che lavorare, ad alzarmi, a uscire di casa,  a fare preparativi per la partenza verso qualche proprietà che avremmo acquistata e dove Albertine avrebbe potuto condurre più liberamente, e senza inquietudine per me, la vita di campagna o di mare, di navigazione o di caccia, che le fosse piaciuta.
Senonché, l’indomani, quel passato che volta a volta amavo e detestavo in Albertine (giacché, mentre ancora è presente, ciascuno tende – per interesse, per cortesia, per pietà –  a tessere fra esso e noi  una cortina di menzogne che scambiamo per realtà – succedeva che, retrospettivamente, una delle ore che lo componevano, non escluso quelle che avevo creduto di conoscere, mi presentasse di colpo un aspetto che non si cercava più di velarmi e che era fatto diverso da quello sotto il quale m’era apparsa. Dietro quel certo sguardo c’era, al posto del pensiero buono che allora m’era apparso di vederci, un desiderio ancora inconfessato che si rivelava, alienandomi un’altra parte del cuore di Albertine che avevo creduto assimilato al mio.

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David Wesley Richardson: Albertine

Marcel non era ancora un uomo quando palpitava per Gilberte, ed arrivato alla conclusione che senza un’esplicita dichiarazione dell’amore provato, esso diventasse un sentimento dimezzato. In Albertine tale problema si è capovolto: non solo l’ha “rapita” per gelosia, non permette a nessuno di vederla e mettere a rischio la sua totale padronanza su di lei. Ma è una padronanza illusoria: egli può avere il corpo, ma non può possedere i suoi pensieri. L’amore allora non può essere totale, ma solo tendere verso un infinito irraggiungibile. Albertine, infatti, non è solo una donna, lì presente nella sua esclusività, e tale è perché lei è sì ciò che gli occhi desiderosamente guardano dormire, ma è anche il suo passato e i suoi ricordi che saranno solo suoi e che non può condividere. Se il recupero del passato è un atto difficile, frutto di quelle “intermittenze del cuore” che permettono di cogliere l’essenza di una vita, è impossibile cogliere la totalità di una vita altrui: ciò porta alla consapevolezza che se un essere, foss’anche un essere profondamente amato, di cui si crede che il cuore sia assimilato al proprio, costui gli è profondamente alienato, e questo ci è detto in una delle pagine più profonde del capolavoro proustiano.

Ed eccoci Al tempo ritrovato:

rawImage.jpgImmagine dal film “Il tempo ritrovato” (1999)

L’ARTE COME RIVELAZIONE 

La grandezza dell’arte vera, consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che si acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che noi rischieremmo di morire senza aver conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, quella che, in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini altrettanto che nell’artista. Ma essi non la vedono, perché non cercano di chiarirla. E così il loro passato è ingombro d’innumerevoli lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha sviluppate. Riafferrare la nostra vita, e anche la vita altrui: giacché lo stile, per lo scrittore, come il colore per il pittore, è un problema non di tecnica, ma di visione. Esso è la rivelazione, impossibile con mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa che esiste nel modo come ci appare il mondo: differenza che, se non ci fosse l’arte, resterebbe l’eterno segreto di ognuno. Solo grazie all’arte ci è dato uscire da noi stessi, sapere quel che un altro vede di un universo non identico al nostro e i cui paesaggi ci rimarrebbero altrimenti ignoti come quelli che possono esserci nella Luna. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; e, quanto più sono gli artisti originali, tanti più sono i mondi a nostra disposizione, diversi gli uni dagli altri più ancora dei mondi roteanti dell’infinito; e molto secoli dopo che v’è spento il focolaio da cui emanavano – si chiamino Rembrandt o Vermeer – continuano a inviarci il loro raggio particolare.
Questo lavoro dell’artista, volto a cercar di scorgere sotto una certa materia, sotto una certa esperienza, sotto certe parole, qualcos’altro, è esattamente inverso a quello che, in ogni istante, allorché viviamo stornati da noi stessi, l’orgoglio, la passione, l’intelligenza e anche l’abitudine, compiono in noi, ammassando sopra le nostre genuine impressioni, per nascondercele, le nomenclature, gli scopi pratici, cui diamo erroneamente il nome di “vita”. Insomma, quest’arte così complessa è davvero la sola arte viva. Solo essa esprime agli altri e mostra a noi stessi la nostra propria vita, la vita che non si può “osservare”, le cui apparenze, che osserviamo, debbono venir tradotte e spesso lette a rovescio, e decifrate con grande fatica. Il lavoro compiuto dal nostro orgoglio, dalla nostra passione, dal nostro spirito imitativo, dalla nostra intelligenza astratta, dalle nostre abitudini, quel lavoro l’arte lo distruggerà, ci ricondurrà indietro, ci farà tornare agli abissi profondi dove quel che è esistito realmente giace ignoto. E, di certo, era una grande tentazione voler ricreare la vita, ringiovanire le impressioni. Ma esigeva coraggio di ogni genere, anche sentimentale. Infatti, significava, anzitutto, rinunciare alle più care illusioni, non creder più all’oggettività di quanto noi stessi abbiamo elaborato, e, in luogo di cullarsi un’ennesima volta al suono delle parole “era tanto cara”, leggere in trasparenza: “Mi piaceva baciarla”. Certo, quel che avevo provato io in quelle ore di amore, anche ogni altro uomo lo prova. La proviamo, ma quel che si è provato è simile a certe negative, dove non vediamo che nero finché non le accostiamo una lampada, e che vanno guardate anch’esse a rovescio: quel che abbiamo provato non sappiamo che cosa sia finché non l’abbiamo accostato all’intelligenza. Solo allora, quand’essa lo ha illuminato, lo ha intellettualizzato, distinguiamo, e sempre con stento, il volto di quel che si è sentito. 

Cos’è l’arte? Mi torna in mente il Dante del Convivio, quello secondo cui tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere; potremo dire che in Proust il “sapere” equivalga a conoscersi e quindi avere la consapevolezza della propria vita. Tale consapevolezza tuttavia è quasi cancellata dagli attimi del presente, inframezzati è vero anche dalla capacità del ricordo, che tuttavia in quanto passato ci appare come cronologicamente determinato e finito (il loro passato è ingombro d’innumerevoli lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha sviluppate). Compito dell’artista è quello di riesumare tale passato affinché si arrivi alla conoscenza della nostra vera vita, attraverso un processo intellettuale che permetta di svelare e di svelarci la più intima realtà. Allora sarà l’artista che in grado di descrivere e far rivivere tutti gli attimi di un vissuto, ci darà l’integrità della vita e pertanto sarà l’arte l’unica realtà.

15f868e43ccad7a5041d7697322e8f22.jpgProust a Venezia

Alla ricerca del tempo perduto si presenta come un grandioso affresco della società aristocratica ed alto borghese francese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La Recherche contiene infinite pagine dedicate alla caratterizzazione dei personaggi, degli ambienti in cui vivono, dei loro gusti e della loro qualità della vita. Tuttavia l’opera non è un romanzo descrittivo e rappresentativo della realtà, anzi è il capolavoro dell’interiorità e tutto questo è determinato dalla tecnica narrativa proustiana. Per Proust le sensazioni e le cose sono immerse nel flusso della transitorietà del tempo. Bisogna dunque dar vita ad una lotta strenua contro il tempo per recuperare la nostra memoria, il patrimonio del nostro io più autentico. Già il filosofo Bergson aveva parlato della coesistenza nella nostra coscienza di un tempo interiore che dissolveva le categorie spazio-temporali. Anche Proust si muove all’interno di un tempo interiore e si affida per il recupero memoriale all’inconscio e ai rapporti analogici. Per l’autore francese esiste una memoria volontaria (o intellettuale), che richiama alla nostra intelligenza eventi del passato ma in termini logico-razionali, cioè senza ridarci l’insieme delle sensazioni di un determinato episodio, che lo hanno reso unico ed irripetibile; ma possediamo anche una memoria involontaria (o spontanea / sensoriale) che sollecitata da un profumo, un sapore, una musica, un colore, un paesaggio ci rituffa nel passato con un processo analogico che ci permette di sentire la “contemporaneità” di quell’evento passato. Egli chiama questa capacità di simultaneità tra presente e passato intermittenze del cuore, ed è attraverso esse che egli scrive la sua Recherche. Tutte le vicende presenti nei sette volumi non sono pertanto strutturati secondo un procedimento cronologico, ma attraverso ciò che le “intermittenze del cuore” dettano alla sua sensibilità. Tuttavia ciò non porta Proust ad una prosa irrazionale; sarà la coscienza dell’io che, una volta registrata “l’intermittenza”, la porterà alla nitezza e logicità della pagina proustiana. Essendo l’io a raccontare sia gli eventi che i personaggi perdono la loro oggettività, perché non sono che il riflesso dell’angolazione temporale con cui l’autore li osserva. Così Swann non lo vedremo nella sua “oggettiva” evoluzione temporale, ma nella soggettiva “temporalizzazione” dell’io narrante che lo vede in modo diverso a seconda del momento in cui lo racconta.

André Gide

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André Gide, intellettuale francese, nasce a Parigi nel 1869 da una famiglia facoltosa. Rimasto orfano di padre, ricevette, per volere materno, una rigida educazione puritana. Morta anche la madre nel 1895 Gide sposò la cugina Madelaine Rondeaux, con la quale aveva un intenso rapporto spirituale (non certo sessuale, essendo Gide omosessuale). Con alcuni intellettuali fondò, sin dal 1908 la Nouvelle Revue Française, che divenne nel periodo fra le due guerre, la più importante rivista letteraria europea. Dopo un viaggio in Congo, s’iscrisse nel 1932 al Partito Comunista per poi uscirne dopo un viaggio in URSS. Nel 1947 fu insignito del premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1951.

Tra le sue opere ricordiamo L’immoralista e La porta stretta, romanzi rispettivamente del 1902 e del 1909 che potremo considerare complementari: infatti se nel primo l’esigenza di autorealizzazione di Michel, il suo nietzschismo, lo portano ad uccidere la giovane moglie, nel secondo Alissa percorre la strada opposta della rinuncia e dell’ascesi spirituale che terminerà con il proprio annullamento ottenuto col suicidio. Il suo capolavoro è considerato I sotterranei del Vaticano, famosi anche per la polemica anticattolica. In seguito pubblicherà ancora resoconti sui suoi viaggi come Viaggio in Congo e Ritorno dal Ciad (1928 e 1929), dove emerge una forte critica contro il colonialismo. Importantissimo è anche il romanzo I falsari (l’unico a cui Gide attribuì tale genere), opera fondamentale non soltanto per la Francia ma anche per l’intera cultura europea.

I sotterranei del Vaticano viene pubblicato nel 1914. Lafcadio Wluiti scopre di essere figlio naturale del vecchio conte Agénor de Baraglioul, con il quale avrà un commovente colloquio; e poco dopo, alla morte del conte, ne diverrà uno degli eredi. Frattanto a Pau, in Guascogna, un ex compagno di scuola di Lafcadio, Protos, ha inventato con la sua banda dei “Millepiedi”, un colossale imbroglio: che il papa Leone XIII è tenuto prigioniero nei sotterranei di Castel Sant’Angelo da una congiura di logge massoniche e che è stato sostituito da un sosia. Per estorcere denaro agli ingenui fedeli organizza una crociata. Fra le vittime di questo inganno c’è Amédée Fleurissoire, cognato di Julius Baraglioul, il fratellastro di Lafcadio. Una sera, sulla linea Roma-Napoli, Amedée muore vittima di un “atto gratuito” di Lafcadio che, viaggiando per una coincidenza fortuita nello stesso scompartimento, lo butta dal treno. Protos, testimone del fatto, ricatta Lafcadio, mentre Carola, ex amante di Lafcadio e ora donna di Protos, credendo quest’ultimo colpevole, lo denuncia. Protos la uccide prima che la polizia lo arresti. Lafcadio, ora sconvolto e in preda ai rimorsi, si rivolge al fratellastro Julius che gli consiglia di confessare il delitto e di cercare conforto nella fede. Lafcadio ancora esita. E Gènevieve, figlia di Julius, quella stessa notte si getta tra le braccia di Lafcadio e gli dichiara il suo amore, accrescendo così, la sua drammatica incertezza. 

L’ATTO GRATUITO

Lafcadio benché abbia gli occhi chiusi, non dorme; non riesce a dormire.
“Il vecchietto che sento lì, avanti a me, crede che io dorma” pensava. “Se socchiudessi gli occhi, lo vedrei che mi guarda. Protos diceva che è notevolmente difficile fingere di dormire spiando intorno; egli asseriva di poter discernere il falso sonno da quel leggero tremito delle palpebre… che io reprimo in questo momento. Ma anche Protos si ingannerebbe…”
Frattanto il sole era tramontato; già gli ultimi riflessi della sua gloria s’attenuavano e Fleurissoire li contemplava estatico. Improvvisamente, nel soffitto a volta del vagone, l’elettricità s’accese; illuminazione troppo brutale dopo quel tenero crepuscolo; e, anche per timore che essa disturbasse il sonno del suo vicino, Fleurissoire girò l’interruttore: ciò non fece l’oscurità completa, ma diramò la corrente, dalla lampada centrale, a una lampada azzurra da notte. Ma secondo Fleurissoire anche quella lampadina azzurra dava troppa luce; diede un altro giro alla chiavetta; la lampada azzurra si spense, ma si accesero immediatamente due lampade laterali, più abbaglianti della lampada centrale; un altro giro e ancora la lampada azzurra; si adattò a questa.
“La finirà di giocare con la luce?” pensava spazientito Lafcadio. “Che diavolo fa, adesso? (no, non alzerò le palpebre). E’ in piedi… Lo attirerebbe forse la mia valigia? Bravo! Egli constata che è aperta. Valeva proprio la pena che a Milano facessi applicare una serratura complicata, per essere costretto a farla forzare a Bologna, avendone perso subito la chiave! Un lucchetto almeno si sostituisce… Accidenti, si leva la giacca? E allora guardiamo!”.
Senza badare alla valigia di Lafcadio, Fleurissoire, occupato del suo nuovo colletto, s’era levato la giacca per poterlo abbottonare più comodamente; ma la tela inamidata, dura come cartone, resisteva a tutti i suoi sforzi.
“Non ha l’aria gaia” riprendeva per conto suo Lafcadio. “Deve avere una fistola o qualche altro male nascosto. Debbo aiutarlo? Credo che da solo non ci riuscirà…”
Eppure, sì. Il colletto ricevette finalmente il bottone. Allora Fleurissoire riprese sul sedile la cravatta che aveva posata presso il cappello, la giacca e i polsini, e, avvicinandosi al finestrino, cercò, come Narciso, di distinguere sul vetro il suo volto dal paesaggio.
“Non ci vede abbastanza”.
Lafcadio riaccese la luce. Il treno correva lungo una scarpata che attraverso il finestrino si scorgeva illuminata dalla luce che proiettava ogni scompartimento; questo faceva una fila di quadrati chiari che danzavano lungo la ferrovia e di deformavano ad ogni accidente del terreno. In mezzo ad uno di essi si scorgeva l’ombra buffa di Fleurissoire. Gli altri quadrati erano vuoti!
“Chi lo vedrebbe?” pensava Lafcadio. “Lì, vicinissimo alla mia mano, la doppia maniglia di chiusura che io posso smuovere facilmente; questa porta che, aprendosi improvvisamente, lo lascerebbe capitombolare in avanti; una piccola spinta basterebbe; egli cadrebbe nella notte come un masso; non si udirebbe nemmeno il suo grido… E domani, in strada per le isole!… Chi lo saprebbe?”
La cravatta era messa; un piccolo nodo già fatto; in quel momento Fleurissoire aveva ripreso un polsino e lo adattava al suo braccio destro; e facendo ciò, esaminava, al di sopra del posto in cui era stato seduto poco prima, la fotografia (una delle quattro che ornavano lo scompartimento) di un palazzo in riva al mare.
“Un delitto senza scopo” continuava Lafcadio “che imbarazzo per la polizia! Ma in fondo, chiunque potrebbe vedere da uno scompartimento vicino, nel riflesso sulla scarpata, uno sportello che s’apre e l’ombra cinese che fa una capriola: meno male che le tende del corridoio sono chiuse… Non è tanto degli avvenimenti che sono curioso, quanto di me stesso. Ci sono tanti che si credono capaci di tutto, ma al momento d’agire si tirano indietro… Che enorme distanza tra l’immaginazione e il fatto!… Ed è come nel gioco degli scacchi: pezzo toccato, pezzo giocato! Ma a prevedere tutti i rischi, il gioco perderebbe d’interesse!… Tra l’immaginazione del fatto e… Guarda! La scarpata cessa. Siamo su un ponte, credo; un fiume.”
Sul fondo del vetro, nero adesso, i riflessi apparivan più chiari e Fleurissoire si chinò per rettificare la posizione della sua cravatta.
“Lì, sotto la mia mano, la doppia maniglia (mentr’egli è distratto e guarda lontano) si apre, già! più facilmente di quanto avessi creduto. Se posso contar sino a dodici, senza affrettarmi, prima di vedere qualche lume nel paesaggio, il tapiro è salvo. Comincio: uno, due, tre, quattro (lentamente! lentamente!) cinque, sei, sette, otto, nove… dieci, una luce…”
Fleurissoire non gettò nemmeno un grido: sotto la spinta di Lafcadio e dinanzi all’abisso bruscamente aperto ai suoi piedi, egli fece un gran gesto per trattenersi, la sua mano sinistra afferrò lo stipite liscio dello sportello, mentre egli, per metà voltato, gettava la destra indietro, lontana al di sopra di Lafcadio, mandando a rotolare sotto il sedile, all’altra estremità del vagone, il secondo polsino che stava mettendo a posto.
Lafcadio sentì un artiglio orribile abbattersi sulla sua nuca; abbassò la testa e diede una seconda spinta, più impaziente della prima; e Fleurissoire non trovò più nulla cui aggrapparsi a eccezione del cappello di castoro  che afferrò disperatamente e portò con sé nella caduta.
“E ora, sangue freddo” disse tra sé Lafcadio. “Non sbattiamo lo sportello; nel vagone vicino potrebbero sentire.”
Tirò a sé lo sportello, controvento, con un certo sforzo, poi lo richiuse pian piano.
“Mi ha lasciato il suo orribile cappello di paglia; ancora un po’ e con una pedata lo mandavo a raggiungere il suo padrone; ma egli mi ha preso il mio, e deve bastargli. Ottima precauzione quella che ho avuto di togliere le iniziali!… Ma nella fodera rimane la marca del cappellaio, al quale certo non si ordinano tutti i giorni i cappelli di castoro… Tanto peggio, la mossa è fatta… E non potranno nemmeno credere a un incidente, perché ho richiuso lo sportello… Far fermare il treno? Suvvia, Cadio, niente ritocchi: tutto è come tu lo hai voluto. Per provarmi che sono perfettamente padrone di me cominciamo col guardare che cosa rappresenta questa fotografia, che il vecchio contemplava poco fa… Miramare!… Non ho nessuna voglia di andarlo a vedere. Qui manca l’aria”. Aprì il finestrino.

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Si potrebbe dire che qui Gide imiti il Dostoevskij di Delitto e castigo, eppure l’atto gratuito di Lafcadio è completamente diverso da quello di Raskol’nikov: se alla base dell’omicidio del personaggio russo vi è il nichilismo, qui l’atto gratuito è nicciano figlio della teorizzata morte di Dio del filosofo tedesco. Nasce, se così si può dire, da un monologo interiore che il protagonista svolge durante il viaggio in treno (non è un caso la scelta di un treno: durante il viaggio non c’è né spazio, né tempo definito, ergo non c’è altrettanto alcuna morale definita). La scommessa è quella di mettere sotto scacco non solo le capacità della polizia, ma, di fronte ad un’azione delittuosa immotivata, la morale di una società. Ma Lafcadio mette in gioco un altro elemento fondamentale: il suo delitto è frutto di una scelta irrazionale, pertanto laddove non c’è morale, non vi è neanche ragione. Quindi se è un atto irrazionale a Nietzsche bisogna aggiungere Freud, il quale afferma che gli atti gratuiti sono figli del nostro inconscio sede degli istinti più elementari fra i quali predominano quello sessuale e aggressivo.

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L’opera dello scrittore francese, ed anche in questa opera, riprende in parte il processo di decostruzione della trama tipica del romanzo contemporaneo, ma come sostiene Stefano Agosti, in Gide c’è una differenza sostanziale rispetto ad altri scrittori che hanno utilizzato la stessa tecnica narrativa: “Le plurispettazioni dell’oggetto corrispondono qui non tanto a volontà di disarticolazione del reale per successiva restituzione plenaria dello stesso al di là della progressione temporale lineare e univoca (come accade in celebri testi del Novecento, da Virginia Woolf a Faulkner), quanto invece a necessità di rilanciare l’intreccio da una situazione collaterale, che diventa, a sua volta, centrale e così via. Praticamente le plurispettazioni corrispondono al progetto di esaurire intenzionalmente il maggior numero di possibilità relativamente agli elementi presenti in una data situazione. 

A ciò si aggiunga il fatto che Gide non chiude mai le sue storia, lasciando sempre un finale aperto: anche di Lafcadio non sapremo cosa farà dopo l’omicidio: si denuncerà o continuerà come nulla fosse successo?

Opere in lingua spagnola e portoghese

Miguel de Unamuno

GO7P29F1_20546.jpgMiguel de Unamuno è uno scrittore e filosofo spagnolo, più precisamente nativo della regione Basca. Nasce infatti a Bilbao nel 1880. Fu un uomo che da giovane viaggiò sia in Francia che in Italia e al suo ritorno ricoprì la cattedra di lingua e cultura greca nell’università di Salamanca. Divenne rettore nel 1901, ruolo che ricoprì fino al 1914 quando fu destituito per la sua attività contro la monarchia. Dopo dieci anni venne esiliato per la sua opposizione al regime di Primo de Rivera. Fuggì e su una nave francese raggiunse il suolo transalpino dove rimase sino al 1930. Allo scoppio delle guerra civile appoggiò il franchismo, pur criticando l’atteggiamento terroristico  dei militari. Per averli attaccati viene un ennesima volta destituito e messo agli arresti domiciliari. Muore d’infarto nel 1936. 

Da un punto di vista filosofico potremo così sintetizzare il suo pensiero, che anticipa i temi dell’esistenzialismo:

  • l’ansia di immortalità  che anima ogni individuo e ne determina la sua religiosità, la quale non coincide necessariamente con il cattolicesimo;
  • la dottrina dell’uomo concreto (“in carne ed ossa”) con la sua singolarità e e la sua solitudine, condizionato sì dalla vita circostante, ma in pari misura dal sentimento della ragione;
  • l’attenzione concessa ao motivi dell’espressione e della lingua, con la conseguenza che la filosofia vive più nei poeti che nella speculazione astratta;
  • il senso dell’angoscia che tinge di amarezza e di conflittualità l’esistenza umana. 

Da un punto di vista letterario egli viene fortemente influenzato da Pirandello e occuperà ogni genere come nell’autobiografico Pace nella guerra (1897) o nel romanzo Nebbia (1914). Importanti sono anche le Tre novelle esemplari (1920). Scrisse anche per il teatro, senza tuttavia raggiungere grandissimi esiti. Migliori gli esiti poetici dove si avvicinò al simbolismo, aggiungendo tuttavia un forte scavo interiore, come nelle raccolte  Romancero dell’esilio (1928) il Canzoniere, diario poetico, pubblicato postumo nel 1955.

Nebbia parla del personaggio di Augusto Pérez giovane ricco ed introverso. Innamoratosi di Eugenia vista mentre attraversa la strada, decide di corteggiarla, aiutato dai membri della famiglia della ragazza, che cercano così di risollevare i problemi finanziari della nipote. Eugenia rifiuta la corte del ragazzo, visto che è già impegnata in una relazione con Mauricio. Augusto provvede al pagamento dell’ipoteca di Eugenia senza che ella lo sappia, ma invece che ottenere l’effetto sperato, la ragazza si sente offesa dal suo gesto. Successivamente, Augusto si invaghisce di un’altra ragazza, Rosario, e quindi inizia a chiedersi se fosse mai stato innamorato di Eugenia. Dopo aver parlato con alcuni amici Augusto decide di fare comunque la proposta di matrimonio ad Eugenia che accetta. Pochi giorni prima del matrimonio, però viene a sapere che lei è andata a vivere con Mauricio. Augusto, devastato dalla notizia, decide di uccidersi, ma prima di farlo, decide di contattare Unamuno (l’autore del romanzo) che aveva scritto sul suicidio. Il fatto è che Augusto è un personaggio creato da Unamuno, e per questo non può uccidersi in quanto non è reale. Augusto pur sapendolo afferma di esistere, si rivolge duramente ad Unamuno, dicendogli che non è l’autore supremo e quindi  ritornerà a casa, dove morirà ucciso dall’autore. Il libro termina con un monologo del cane di Augusto, Orfeo, che si commuove di fronte alla morte del padrone ed alla situazione degli esseri umani in generale.

LA PARTITA A SCACCHI

«Oggi sei in ritardo» disse Victor ad Augusto «tu sei sempre così puntuale!»
«Cosa vuoi, impegni…»
«Impegni tu? Credi forse che abbiano impegni soltanto gli agenti di borsa? La vita è molto più complessa di quanto tu possa immaginare».
«Più semplice di quanto tu possa credere…»
«Può essere».
«Bene, gioca!»
Augusto fece avanzare di due posti un pezzo, e invece di canterellare, come faceva altre volte un brano d’opera, disse a se stesso: “Eugenia, Eugenia, Eugenia mia, scopo della mia vita, splendore di stelle gemelle fra la nebbia: combatteremo! Sì, vi è una logica nel gioco degli scacchi e, tuttavia, come tutto è nebuloso, fornito in fin dei conti! Sarà anche la logica qualcosa di fortuito, qualcosa d’accidentale? E quest’apparzione della mia Eugenia, non sarà qualcosa di logico? Non obbedirà ad un divino gioco di scacchi?”
«Ma, perbacco» lo interruppe Victor «non sai che non vale ritirare la mossa? Pezzo toccato, pezzo giocato!»
«Lo so, sì».
«E se muovi così ti mangio gratis l’alfiere».
«E’ vero, è vero! Mi ero distratto».
«E non distrarti; chi gioca non deve fare altro. E poi lo sai: pezzo toccato, pezzo giocato».
«Sì, l’irreparabile!»
«Così è; in questo consiste l’insegnamento del gioco»
“Perché uno non dovrebbe distrarsi durante il gioco?» Diceva fra sé Augusto. “E non è un gioco la vita? E perché non vale ritirare la mossa?  Questa è logica! Forse a quest’ora la lettera è già nelle mani di Eugenia. Alea iacta est! Quello che è fatto, è fatto. E domani? Il domani è Dio. E lo ieri di chi è? di chi è lo ieri? Oh! Ieri tesoro dei forti. Santo ieri, sostanza della nebbia quotidiana!”
«Scacco!» lo interruppe nuovamente Victor.
«E’ vero, è vero… vediamo… ma come ho fatto a lascia giungere le cose a questo punto?»
«Distraendoti, come sempre. Se non fossi tanto distratto, saresti uno dei nostri migliori giocatori».
«Ma dimmi, Victor, la vita è un gioco o una distrazione? »
«Il gioco non è altro che distrazione».
«E allora cosa importa distrarsi in un modo o nell’altro?»
«Perbacco, se si gioca, bisogna giocar bene».
«E perché non giocar male? Perché non possiamo muovere questi pezzi in modo diverso da come li muoviamo?»
«Questa è la tesi, caro Augusto; come tu, quale tu, illustre filosofo, mi hai insegnato».
«Bene; devo darti una grande notizia».
«Ben venga!»
«Però preparati, carissimo».
«Io non sono di quelli che si meravigliano a priori o in anticipo».
«Allora: sai cosa mi capita?»
«Che sei sempre distratto».
«Mi capita che mi sono innamorato».
«Bah, questo lo sapevo!»
«Come facevi a saperlo?»
«Tu sei innamorato ab initio; da quando sei nato, possiedi la capacità d’innamorarti».
«Sì, l’amore nasce quando noi nasciamo».
«Non ho detto amore, ma capacità d’innamorarsi, ed io, senza che tu me lo dicessi, sapevi che eri innamorato o piuttosto che ti sei preso una cotta».
«Ma di chi? Dimmi: di chi?»
«Questo non lo sappiamo né tu né io».
«Sta zitto, forse hai ragione».
«Non te l’ho detto? E piuttosto, dimmi: è bionda o bruna?»
«Veramente non lo so. tuttavia immagino che non sia né l’uno né l’altro. Ecco, così, castana.
«E’alta o bassa?»
«Non ricordo bene, però dev’essere normale. Ma che occhi, caro mio, che occhi ha la mia Eugenia!»
«Eugenia?»
«Sì, Eugenia Domenico dell’Arco, via dell’Alameda 58».
«La professoressa di piano?»
«Lei. Ma…»
«La conosco. E adesso… scacco un’altra volta!»
«Ma…»
«Scacco ho detto!»
«E va bene…»
E Augusto coprì il re col cavallo. E finì per perdere la partita. Quando si salutarono, Victor, appoggiando la destra sul collo dell’amico, come un giogo, gli sussurrò all’orecchio: «E così la piccola Eugenia, la pianista, vero? Bene, Augustino, bene, sarai padrone dell’universo».
«Questi diminutivi» pensò Augusto «questi terribili diminutivi…». E uscì per strada.

JOSÉ GUTIÉRREZ SOLANA.jpgJosé Gutiérrez Solana: Unanumo in finestra con vista a Salamana 

Niebla (Nebbia)  è il romanzo più illustre di Unamuno. Attraverso questo termine l’autore può metaforizzare lo stato indeterminato, per meglio dire indefinito dell’individuo e del suo esistere. Per superare ciò Unanumo ricorre spesso al dialogo, tecnica narrativa assai usata dallo scrittore spagnolo (non dimentichiamo inoltre che il suo lavoro intellettuale è soprattutto di tipo filosofico per cui il dialogo, sin dai tempi di Platone è la forma prediletta).

unamuno-knT-U902695859440kD-1248x770@Diario Sur.jpgUnanumo e il paradosso scacchistico

Nel brano ad essere al centro è il gioco degli scacchi, o per meglio dire in spagnolo dell’ajedrez, lotta tra bianchi e neri che, metaforizzati, sono immagine sia dei diversi personaggi del romanzo, sia delle opposte tensioni all’interno dell’animo del protagonista Augusto Pérez. Il protagonista gioca con il suo amico Vìctor Goti, personaggio quest’ultimo che rappresenta colui con il quale Augusto riflette e ragiona. Nella partita qui presentata la finalità del gioco diviene la finalità della vita di Augusto, ovvero la donna amata, Eugenia; ma gli scacchi sottintendono la logica che potrebbe diventare azzardo;  ma allora l’azzardo riguarderà la vita di Augusto, ma egli gioca distrattamente, senza logica per cui  la logica sarà perfetta e chiara soltanto se è divina e quindi impossibile da comprendere. Si può andare solo alla ricerca di una possibile comprensione della razionalità di Dio attraverso la scacchiera materiale su cui l’uomo gioca. Il gioco e la vita sono metafora l’uno dell’altra: “pezzo toccato, pezzo giocato”, non si può ripetere la mossa, la vita non può tornare indietro neanche di un minuto, la vita diventa un percorso in cui, se si sbaglia, se si gioca distrattamente, veniamo battuti da un definitivo scacco matto.

Fernando Pessoa

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Fernando Pessoa nasce a Lisbona nel 1988. Orfano di padre all’età di sette anni, dopo le seconde nozze della madre con il console portoghese a Durban, si trasferisce con la famiglia in Sudafrica, studiando nell’Università di Città del Capo. Ciò gli permise di conoscere la lingua inglese che gli permise di poetare in quella lingua sin dall’adolescenza. Nel 1905 tornò a Lisbona, diventando animatore di circoli letterari attraverso riviste da lui fondate. Importante, attraverso la sua figura, l’inserimento della cultura portoghese al modernismo europeo. A livello umano la personalità di Pessoa è estremamente complessa: ad una vita sorprendentemente piatta, risponde una difficoltà dell’espressione dell’io che si riconosce in vari personaggi (eteronimia) ad alcuni dei quali Pessoa diede una data di nascita, uno stile e l’attribuzione di vere e proprie opere – non dimenticando di aver già determinato per alcuni di essi la data di morte. I più importanti di essi sono: Alberto Caerio (poeta bucolico), Ricardo Reis (poeta ellenistico e oraziano), Alvaro de Campos, (modernista e futurista).

A un altro eteronomo Bernardo Soares Pessoa assegnò la composizione de Il libro dell’inquietudine “il più bel diario del nostro secolo”. E’ un libro non realizzato, fatto di frammenti, che la critica ha raccolto e ha cercato di sistemare: molto presumibilmente alcuni sono appunti che dovevano far parte di un vero e proprio romanzo il cui titolo è certamente quello con cui questi frammenti vengono editi, altri appartengono ad altri lavori (tra i quali riconosciamo quelli riferiti al poeta turco Omar Khayyam).

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FRAMMENTI

Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. Nel balenio del lampo quella che avevo creduto essere una città era una radura deserta; e la luce sinistra che mi ha mostrato me stesso non ha rivelato nessun cielo sopra di essa. Sono stato derubato dal poter esistere prima che esistesse il mondo. Se sono costretto a reincarnarmi, mi sono reincarnato senza di me, senza essermi reincarnato. Io sono la periferia di una città inesistente, la chipsa prolissa di un libro non scritto

… Come vorrei, lo sento in questo momento, essere una persona che fosse capace di vedere tutto questo come se non avesse con esso altro rapporto se non vederlo: contemplare le cose come se io fossi il viaggiatore adulto arrivato oggi alla superficie della vita! Non aver imparato molto fino dalla nascita e attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l’immagine che è stata loro imposta (…) Capire tutto per la prima volta, non in modo apocalittico, come se fosse una rivelazione del Mistero, ma direttamente, come una fioritura della Realtà.

filme_do_desassossego.jpgFilm portoghese tratto dall’opera di Pessoa

Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri, è essere oggi il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita perduta.

Ah, chi mi salverà dall’esistere? Non è la morte che voglio, né la vita: è quel qualcosa che brilla nel fondo dell’inquietudine come un diamante possibile nel fondo di un pozzo in cui non si può scendere. E’ tutto il peso e tutta la pena di questo universale reale e impossibile, di questo cielo vessillo di un esercito sconosciuto, di questi toni che vanno impallidendo nell’aria fittizia di cui l’immaginaria falce crescente della luna emerge con una bianchezza elettrica immobile, ritagliata di lontananza e insensibilità.

Pensando mi sono creato eco e abisso. Approfondendomi, mi sono moltiplicato (…) Vivo di impressioni che mi appartengono, dissipatore di rinunce, altro nel mio essere io. 

Almada-Negreiros-Fernando-Pessoa.jpgAlmada Negreiro: Fernando Pessoa

Anche in questo libro non compiuto “emergono le difficoltà tipiche delle narrazioni novecentesche. Anch’esso è testimonianza di quell’isolamento dell’individuo che rende la scrittura una forma di preghiera che salva la vita (come in Kafka). Anch’esso riesce a parlare solo per frammenti, come molte delle scritture primonovecentesche (Eliot, Pound). Anch’esso dimostra di non riuscire a contenere e a riprodurre la mobile complessità del mondo (come in Joyce). Il frammento è la forma di pensiero e di scrittura più autentica di Pessoa: solo una parola scheggiata, straziata può esprimere il dolore di un mondo senza più fondamenti di verità e di saldezza, nel quale ogni individuo vive una sconfinata solitudine, un’inguaribile frammentazione della coscienza che può tradursi in dispersione dell’io nella realtà, sia in concentrazione assoluta sulla propria derelitta esistenza”.  (Bologna, Rocchi)

EUGENIO MONTALE

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Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896.

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La casa in cui nacque

La sua famiglia appartiene alla buona borghesia e lui trascorrerà l’infanzia e l’adolescenza tra la città e Monterosso, borgo delle Cinque Terre, il cui paesaggio sarà fondamentale per la sua poesia.

Si diploma in ragioneria e questo sarà l’unico titolo ufficiale, in quanto preferisce approfondire da autodidatta la sua cultura; inoltre prende lezioni di canto coll’intento, poi non realizzato, di diventare baritono.

Frequenta la Biblioteca comunale di Genova dove, in piena autonomia, si formerà un ricchissimo bagaglio culturale che spazia dalla filosofia, alla letteratura, alla scienza e alla religione; grazie anche alla sorella Marianna legge e approfondisce la filosofia di Bergson, ma soprattutto sarà attratto dal pensiero di Émile Boutroux.
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Montale sodato

Nel 1917 parte per la Prima Guerra Mondiale, dopo una serie di rinvii per la sua fragile costituzione. Al fronte conosce Sergio Solmi che lo metterà in contatto con i liberali torinesi.

Torna a Genova nel 1920, dove continua ad approfondire la propria cultura e dove inizia la frequentazione degli intellettuali di quella città, fra cui quella di Camillo Sbarbaro, importante poeta ligure; nel 1922, grazie all’amico Solmi, pubblica a Torino le sue prime prove poetiche.

Il 1925 è un anno importante per Montale: un amico triestino lo mette in contatto con Umberto Saba e gli farà conoscere le opere di Svevo (che commenterà, entusiasticamente, su L’Esame); aderirà al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce; scriverà l’articolo Stile e tradizione in cui prenderà le distanze dalla triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio, in favore di una letteratura “disincantata”¸ ed infine pubblica, presso le edizioni del “Baretti” Ossi di seppia.

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Guido Peyron: Ritratto di Eugenio Montale

Nel 1927 si trasferisce a Firenze e a 31 anni trova il suo primo lavoro presso una casa editrice; dopo solo un anno viene nominato direttore del Gabinetto Viesseux, prestigioso punto di riferimento culturale della città; questo incarico si protrarrà fino al 1938, quando dovrà abbandonarlo per il rifiuto di prendere la tessera del Partito Fascista.

Montale a Firenze vivrà un periodo ricco di esperienze culturali: collabora a numerose riviste, conosce i più importanti intellettuali del tempo e traduce opere fondamentali della letteratura anglosassone, verso cui nutre forte interesse.

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Eugenio Montale

Nel 1932 pubblica un piccolo opuscolo, le cui poesie confluiranno in seguito nella raccolta Le occasioni, che vede la luce nel 1939. Quest’opera è dedicata ad una giovane studiosa americana Irma Brandeis, cantata come Clizia; conosce anche Drusilla Tanzi, moglie di un noto critico musicale (cantata come Mosca), con cui inizierà una convivenza.

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Carlo Levi: Ritratto di Montale

Nel 1940 scoppia la guerra: Montale è ancora senza lavoro e per sopravvivere traduce dall’inglese opere a lui non congeniali. Per i provvedimenti antisemiti Irma, d’origine ebraica, è costretta a fuggire dall’Italia: il poeta vorrebbe seguirla negli Stati Uniti, ma il progetto non si realizza anche per il legame con Drusilla. Rimane a Firenze dando ospitalità ad amici perseguitati dal regime: Umberto Saba, Carlo Levi.

Nel 1943 pubblica in Svizzera Finisterre, primo nucleo di quello che poi diventerà La bufera ed altro, uscito solo nel 1956.

A guerra finita collabora con il Corriere della sera con articoli di varia umanità, vari reportage, e di critica musicale; nel 1962 sposa Drusilla, rimasta vedova.

Dopo un anno la moglie muore: a lei dedicherà i versi di Xenia che confluiranno poi nella raccolta Satura del 1971.

Conosciuto ormai in Italia e all’estero, riceve molti riconoscimenti che culmineranno nell’assegnazione del premio Nobel nel 1975. Le sue ultime raccolte sono Diario del ’71 e del ’72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977).

Muore a Milano nel 1981.

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Ossi di seppia, edizione 1925

Ossi di seppia

Ossi di seppia, pubblicato da Piero Gobetti, comprende poesie scritte dal ’20 al ’25. Solo Meriggiare pallido e assorto è stata scritta nel ’16. Nella seconda edizione dell’opera, del ’28, sono aggiunte sei poesie.

L’opera si divide al suo interno in quattro parti: Movimenti, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre: tale struttura fa sì che l’opera abbia un’architettura interna unitaria, e non sia solo una raccolta di poesie.

Il titolo, che allude alla conchiglia interna della seppia, cioè ad un oggetto insignificante e privo di valore, vuole da subito significare la ricerca di una poesia bassa ed antiretorica. Ciò è dimostrato anche dal fatto che la seconda sezione che dà il titolo all’opera avrebbe dovuto intitolarsi Rottami.

Egli infatti accetta, in questa prima fase, la lezione dei crepuscolari: la sua vuol essere una poesia consapevolmente dissacratoria: d’altra parte, per Montale, la finitezza dell’uomo non può produrre messaggi: soltanto la disillusione può diventare una testimonianza da condividere con gli altri.

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Installazione marina dedica a Ossi di seppia di Montale

Ma gli ossi di seppia vogliono anche voler dire, a livello tematico, una poesia mediterranea, lo sfondo duro e aspro della natura ligure, che si traduce in un altrettanta asperità linguistica.

Infatti il paesaggio montaliano si disegna sin da subito come un paesaggio che non ha nulla di lussureggiante, che anzi esso diventa l’oggetto in cui si specchia la solitudine e il dolore dell’uomo. Non si tratta, infatti, di descrivere gli oggetti, pur nella loro assoluta nudità, ma di caricarli di un significato esistenziale, dove si sente la lezione di Schopenhauer e del suo velo di Maya: le cose, nella loro essenza non sono conoscibili; se quindi non si può attingere alla verità, non ci resta che vivere in una precaria esistenza. Questo approccio filosofico in Montale si traduce appunto in immagini di oggetti, che, come dice Boutreaux nella teoria del contingentismo rappresentano la possibilità di vedere in essi ciò che va oltre il determinismo, specchiando la realtà interiore in attesa di qualcosa di salvifico; questo nonostante la nostra inautenticità, non ci toglie la volontà di una ricerca di senso, di un miracolo che possa mostrare un barlume di verità, che lascia l’uomo sì desolato, ma in attesa.

Le ultime poesie della raccolta, quelle posteriori al ’25, mostrano una figura femminile, Arletta, che apre verso una nuova solidarietà verso gli uomini. Queste poesie costituiscono il preludio della seconda raccolta montaliana: Le Occasioni.

La poesia d’apertura, dopo un’introduzione poetica In limine è I limoni:
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Natura morta con limoni

I LIMONI

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
 
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
 
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
 
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
 
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
 

I limoni, poesia scritta tra il 1921 ed il 1922, si offre alla prima lettura come una poesia programmatica. Già l’incipit denota quello che criticamente è stato definito come “un attraversamento dannunziano”: infatti il poeta sembra riprendere moduli del poeta pescarese per capovolgerli (richiami ci sono nella presenza femminile muta a cui il poeta si rivolge Ascoltami, vedi): la sua natura non è lussureggiante, “alcionia”; piuttosto la semplicità dei limoni. Sempre nella prima strofa troviamo inoltre la presenza di una natura riarsa, rappresentata dall’anguilla nelle pozzanghere rinsecchite. Vi è già un’attenzione verso la parola, non ungarettianamente capace di toccare l’assoluto, ma precisa, come in Pascoli, a rilevare la loro essenzialità: basti pensare ai limoni e alla loro gialla solarità.

Nella terza e quarta strofa appare quella che è stata definita una “religiosità laica”, cioè la volontà dell’uomo di scoprire un mistero, di svelare una verità. Tuttavia tale ricerca sarà un illusione; cade del tutto l’ipotesi scientista secondo cui si può raggiungere “la verità”.

Nell’ultima strofa rinasce l’illusione, che se non può garantire lo svelamento del mistero, può tuttavia riproporne l’illusione.

 
Altra poesia programmatica può considerarsi Non chiederci la parola, che viene scritta ad un anno di distanza, nel 1923:
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Progetto Muri di poesia, Leden, Olanda

NON CHIEDERCI LA PAROLA

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
 
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
 
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
 

Come ne I limoni esiste un ascoltatore, al quale il poeta rivolge l’invito di non chiedere o pretendere dalla poesia la verità. Tale tematica può facilmente ricollegarsi alla poesia crepuscolare e, andando ancora più indietro negli anni, alla Scapigliatura: si tratta infatti del tema del ruolo della poesia nella società contemporanea. Si noti come anche qui torni la parola che rimanda ad un effetto coloristico, un colore intenso in mezzo al grigio della polvere, immaginazione di verità che il poeta non può dare.

La quartina centrale sembra collegare le due strofe: vi è qui la polemica contro il conformista, l’uomo sicuro di sé, indifferente alla sua ombra schiacciata nel muro dall’implacabile sole.

L’ultima strofa riprende la prima, reiterando ancora la richiesta di una risposta risolutiva: ma Montale può offrire Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, riaffermando l’impossibilità non soltanto del dire, ma anche dell’esserci. E’ evidente la polemica con la poesia roboante dannunziana (come ne I limoni), ma vi si può scorgere anche la distanza che divide la poetica del poeta ligure da quella di Ungaretti, che offriva invece alla parola un ruolo sacrale ed assoluto. 

Altra poesia fortemente significativa della raccolta è Meriggiare pallido e assorto:

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MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
 
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
 
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
 
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
 

Poesia del 1916, scritta, appunto quando Montale aveva appena vent’anni. Si può dividere in due parti: nelle prime tre strofe c’è la descrizione di un arido paesaggio marino ligure colto nell’ora della massima canicola.

Il tempo fa l’azione “meriggia”, mandando calore; l’uomo ascolta la natura che risponde all’infuocato sole, spia i movimenti di insetti, osserva le conchiglie e ascolta, di nuovo, quasi a chiudere circolarmente le sue azioni, (il canto delle cicale diventa un tremulo cricchio dove l’allitterazione in erre sembra trasformare il canto in un suono aspro).

Nell’ultima strofa si coglie invece il dato esistenziale; per meglio dire la natura arida paesaggistica montaliana, si trasforma in un identico stato d’animo. Ma bisogna fare attenzione non è la vita desolata ad essere simboleggiata dall’oggetto, ma sembra che in Montale sia l’oggetto a simboleggiare la vita: le nostre esistenze frastagliate e doloranti sono appunto simbolo di pezzi di bottiglia che non hanno permesso di superare il muricciolo dove forse, dall’altra parte, c’è quella verità di cui è già in cerca.

Anche in questo testo vi è l’attraversamento dannunziano, proprio in una lirica dal titolo Meriggio. Com’è lì l’ora calda di un pomeriggio estivo rappresentava il momento estremo della comunione panica tra l’uomo e la natura “E sento che il mio vólto / s’indora dell’oro / meridiano, / e che la mia bionda / barba riluce / come la paglia marina” qui, la stessa aggettivazione lo rovescia “l’oro meridiano” si trasforma in “pallido e assorto”, negando ogni forma di lucentezza.

Il correlativo oggettivo montaliano è espresso con maggior forza espressiva in un’altra celeberrima poesia:

 
SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
 
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
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Girolamo Peralta: La statua della sonnolenza (2008)

Tale poesia può costituire l’esempio di quello che per Montale rappresenta l’oggettivazione (poesia degli oggetti, correlativo oggettivo) che verrà approfondita e ampliata nella raccolta successiva Le occasioni. Infatti “il male di vivere”, non è una sensazione, ma è “qualcosa” che sta fuori di noi, visto che si può incontrare. Questo qualcosa si materializza in oggetti (l’acqua in una strozzatura, una foglia, il cavallo). Non è senza significato il riferimento al rivo strozzato dantesco, Fitti nel limo dicon: Tristi fummo ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, portando dentro accidïoso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra”. Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra. E’ il canto degli accidiosi quelli che vivono senza la forza di vivere: è il caso della modernità: anche la poesia non riesce ad elevarsi, strozzata nel fango dell’esistere.

Sopra gli oggetti l’indifferente divinità, il cui “miracolo” è lontano, estraneo all’uomo: anche questa lontananza viene oggettivata (la statua, la nuvola, il falco), per dire solo l’Indifferenza può liberare l’uomo dalla contingenza di un dolore non risolvibile, se non nello sguardo del miracolo a cui l’uomo non può tendere.

Un altro tema presente ne Ossi di seppia e quello del ricordo: 

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CIGOLA LA CARRUGOLA NEL POZZO
 
Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

Stride la carrucola del pozzo, mentre l’acqua portata in superficie dal secchio sembra fondersi con la luce che la colpisce. Su di essa affiora un ricordo, si delinea l’immagine tremula e sorridente di una persona amata. Quando il poeta accosta il volto a quelle labbra femminili che crede di vedere, muove la superficie dell’acqua e fa svanire l’immagine; il cigolio della carrucola riconduce la visione al fondo oscuro del pozzo. La parafrasi del testo sembra dirci quanto sia illusoria l’idea che la memoria possa stabilire un contatto con l’altro, fosse anche un ricordo. Tutto è effimero non riusciamo a trattenere nella memoria neppure i volti amati e gli istanti di gioia: essi sono solo un barlume, un’illusione che si spegne, rifluendo nella profondità dell’inconscio.

Anche in questa poesia il concetto dell’irrecuperabilità del ricordo è espresso dal poeta attraverso immagini concrete: l’immagine del volto nell’acqua e il suo sparire, rimandano allo stato esistenziale di disinganno.

Il testo si divide in due parti, l’endecasillabo nel verso 5 divide la lirica in due parti e segna il momento dello “scacco”, in quanto contrappone al volto che si avvicina con le labbra che svaniscono.

La circolarità della lirica è scandita dal movimento di risalita (Cigola la carrucola) e di ricaduta (Ah che già stride), corrispondente a illusione e delusione.

 11 DE PISIS - Venezia Marina, 1930, olio su cartone, 50x70 cm, Collezione Piero Zanetti.jpg

Filippo De Pisis: Le occasioni

Le occasioni

La seconda raccolta poetica Le occasioni, che comprende poesie scritte dal ’28 al ’39, viene scritta nel momento della maturità poetica e nasce forse nel periodo più difficile, storicamente parlando, che Montale deve affrontare.

L’opera ha una struttura unitaria: è divisa in quattro sezioni, di cui soltanto una ha un titolo, Mottetti e presenta delle significative novità rispetto ad Ossi di seppia, e tali novità riguardano:

  1. Un allargamento della prospettiva geografica che va oltre il paesaggio ligure;
  2. La presenza della figura femminile che recupera il concetto di donna-angelo stilnovista;
  3. L’uso consapevole del “correlativo oggettivo”.

Partiamo dal primo aspetto: se in Ossi di seppia è presente il paesaggio mediterraneo con il suo sole, con la natura a “rappresentare” la possibilità del varco, in questa raccolta il paesaggio si fa cittadino (Montale vive in questo periodo a Firenze); da qui le contrapposizioni spaziali cambiano tra un dentro e un fuori, gli oggetti non sono più rintracciabili in una spiaggia, in una via, ma all’interno di stanze. Cambia inoltre la percezione psichica, l’interno come protezione, ma l’esterno anche come fuga verso l’altro.

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Monterosso, dove si trova la casa dei dognanieri

L’altra componente essenziale è la figura femminile: tra cui ricordiamo Arletta, presenza/assenza, de La casa dei doganieri, Dora Markus, donna ebrea, nell’incombere del nazismo, e soprattutto Clizia, Irma Brandeis, forse donna amata dal poeta, costretta a fuggire in quanto ebrea, appassionata di Dante; in lei forse si vivifica quella capacità di trasportare il poeta in quell’altrove, che lo conduca oltre la caducità dell’essere. Per questo la condizione psicologica del poeta assume nuove valenze, che si traducono in una percezione di disfacimento (cominciano a sentirsi le eco della guerra), ma nel contempo, nella possibilità, attraverso la donna, di darle una parvenza di senso.

In questa raccolta Montale usa un linguaggio più “alto” rispetto a quello degli Ossi di seppia, una lingua che tuttavia non vuole, come in Ungaretti, svelare l’assoluto attraverso la parola, ma che tende invece ad elevarsi per isolarsi, isolamento necessario contro la barbarie della storia, ma anche per capire meglio, “distanziandosi”, la condizione esistenziale dell’uomo. Importante per la comprensione di tale poetica è la lettura che Montale fa dell’opera di Eliot. Ambedue i poeti fanno uso del “correlativo oggettivo”: ma se nella raccolta precedente, ad esempio nella lirica Spesso il male di vivere ho incontrato, si usa l’oggetto per significare qualcosa, come fosse una similitudine senza il come (ricordiamo simmetrica), qui non appare il motivo da cui si genera l’oggetto; si parla infatti di occasione-spinta, cioè non ci viene più espresso il motivo da cui si origina l’immagine.

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Le gambe di Dora

DORA MARKUS
I
Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.

E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare.
E i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in quel lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco
d’avorio; e così esisti!

II
Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.
È scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino.
Ma è tardi, sempre più tardi.

Dora Markus è una delle poesie più importanti di Eugenio Montale, in quanto in essa troviamo i principali temi della nuova raccolta. Ma il suo fascino sta nella distanza di tempo in cui le sue due parti sono state composte: la prima risale al 1926 e ci mostra Dora, un’austriaca presentatagli da Bobi Bazlen (intellettuale triestino, critco letterario ed editore che gli fece conoscere l’opera di Svevo) da una prospettiva esistenziale. Montale ne traccia il ritratto di donna inquieta, esule non solo dalla propria terra ma anche dalla propria vita, il cui cuore è un lago di indifferenza e che sembra affidare la propria salvezza all’immagine incantatoria di un portafortuna, quel topolino d’avorio celato nella trousse dei trucchi.

La storia aleggia sullo sfondo, come un’ombra, in questo periodo di relativa calma tra le due guerre mondiali, ma non è che un presagio, un presentimento insito nei turbamenti del vivere, nei silenzi di Dora, affacciata alla spalletta di quel ponte di Ravenna; è in quella primavera inerte, senza memoria grigia e soffocata nella periferia di ciminiere e di fumo.

Passano tredici anni, sull’Europa soffia ormai il vento di un’altra primavera, quella hitleriana. Montale dà una conclusione, se non un centro alla poesia. La prospettiva ora è mutata: Dora Markus è soltanto un ricordo, appare in questi inspiegabili disguidi della memoria, è la storia a prendere il sopravvento sulle esistenze; l’inquietudine è per quella bufera che si agita nell’aria del 1939: presto la Germania nazista invaderà la Polonia e un’apocalisse si abbatterà sul mondo intero. La sera che si protende sembra indicare proprio l’imminenza della guerra e il palpito dei motori è quello degli aerei, dei carri armati pronti a fare fuoco. Dora deve fare i conti con il suo passato, con le scelte sbagliate che non si possono ormai più cancellare, con gli smacchi del vivere. E deve fare i conti con il presente, che ha portato dalle glorie asburgiche degli antenati al nazismo, a quella fede feroce. Se nella prima parte la storia era un’ombra grigia sullo sfondo, qui è un immanente colorato di bandiere rosse con la svastica – l’anno prima l’Anschluss aveva unito l’Austria alla Germania: Dora si trova ancora una volta in una sorta di esilio. E già suonano le sirene, crepitano i fucili, si prepara l’orrore dei lager: Ma è tardi, sempre più tardi.

Ancora sulla memoria leggiamo due celebri poesie: La casa dei doganieri e Non recidere forbice quel volto. 
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Girolamo Peralta: La  casa dei doganieri (2013)

LA CASA DEI DOGANIERI
 
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
 
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
 
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. 

E’ questa una poesia sulla memoria: l’ambiente (la casa sulla scogliera) rappresenta il “correlativo oggettivo” del rapporto che il poeta stabilisce tra il suo presente ed il suo passato. Il vento che sbatte sui muri, la banderuola che gira impazzita, i dadi il cui conto non torna più sono emblemi di una vita che trascorre incessantemente e senza senso. Ma la casa (che realmente è sul territorio di Monterosso, posta a confine tra l’Italia e la Francia) è anche, in quanto limes, quello stesso che divide la vita e la morte, cui la donna fa da segnale (è lontana, appartiene alla memoria); allora la lirica viene ad assumere anche la valenza di meditazione sulla vita e del suo nascere e morire. Ma di ciò Montale intuisce che non è possibile penetrarne il mistero, ottenere un senso.
Per questo la donna, presente nella memoria, quindi viva nel pensiero dell’autore, gli indica l’illusione il varco è qui?, cui fa da riscontro la sua vacuità, con la negazione di ogni certezza non so chi va e chi resta. La donna è, pertanto, la figura femminile che, come nello stilnovo, richiama ad una possibilità: ma Montale sceglie, fra gli amori stilnovisti, il più etereo: l’amore di lontano, quasi ad allontanare, pur indicandolo essa, ma da un punto imprecisato della mente, il raggiungimento della verità.
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Angelica Pinnella

NON RECIDERE FORBICE QUEL VOLTO

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
 
Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre

Il non recidere dell’inizio può essere inteso come una preghiera al tempo (le forbici) di non cancellare le immagini delle persone care al poeta che non ci sono più. Ma l’ultima frase della prima strofa sembra negare tale possibilità (la mia nebbia di sempre).
La seconda strofa è il “correlativo oggettivo”, che sembra non avere rapporto con il dettato della prima strofa se non nel primo emistichio del primo verso (un freddo cala): il freddo può assumere, infatti, una doppia valenza: psichica, il vuoto della mente dopo il suo sfollarsi, ma anche come aggettivo della lama che spezza il ramo: ed il volto è come il guscio della cicala nel fango di novembre.

La donna angelo, che qui abbiamo visto nelle varie sfumature con cui Montale descrive il esserci stato, diventa elemento pregnante nella figura di Irma Brandeis, cantata con il nome di Clizia (riprende la tecnica provenzale del senhal), il cui significato rimanda alla luce (nella mitologia greca una ninfa innamorata del sole).

Essa ci appare nei Mottetti, sezione di brevi liriche all’interno dell’opera:
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Installazione di Cosentino

LO SAI: DEBBO RIPERDERTI E NON POSSO
 
Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.
 
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
           E l’inferno è certo.
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Irma Brandeis: la Clizia montaliana

Poesia del 1934.
Prima strofa: la sua Clizia sta per allontanarsi. Ogni gesto che compie lo colpisce, con inesorabilità, come lo colpiscono le grida, l’odore di sale e la caligine che rende scura la primavera (oscura primavera: splendido ossimoro).
Seconda strofa: la città di ferro con le ciminiere; suono aspro dall’esterno (unghia sui vetri, correlativo oggettivo). La donna è stata portatrice di segni, di valenze significative. Il suo allontanamento costituisce per il poeta l’inferno del vivere.
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Maria Luisa Spaziani

TI LIBERO LA FRONTE DAI GHIACCIOLI

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.
 

Poesia del 1939
Sono passati cinque anni: la Clizia se n’è andata per sempre; la storia si fa inferno (la Germania hitleriana invade la Polonia).
Ecco che la donna-angelo ripresentarsi a lui, dall’iperuranio, l’estremità del cielo, la cui provenienza è raffigurata dai ghiaccioli. Le sue ali sono lacerate per avere passato tempeste e bufere, il suo singulto è figlio dello scombussolamento della storia.

Mezzogiorno, lei s’affaccia, rende il sole freddoloso: la gente non sa che è venuta a lui per “consolarlo” del dolore. Ma il suo ritorno non promette un viaggio al poeta, non porterà il suo pensiero oltre la spera che più larga gira, come Beatrice aveva potuto offrire a Dante, in quanto il suo viaggio è discensionale. La stessa Irma, lacerata, proietta un’ombra nera, senza speranza. Fuori, l’indifferenza della gente, che non sa che si sta preparando un altro inferno.

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Prima edizione de La bufera

La bufera e altro (1956)

Questa terza raccolta comprende poesie composte tra il ’40 e il ’54, cioè tra l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e il primo dopoguerra. Sono questi anni cruciali per il poeta, la morte della sorella e della madre lo turbano profondamente, così come il definitivo allontanamento di Irma Brandeis; ma c’è anche la tragedia della guerra, così come la falsa illusorietà del difficile dopoguerra. La poesia di Montale, quindi, entra a contatto con la storia, per meglio dire, istituisce un rapporto problematico fra l’io e la storia.

Da qui il titolo: infatti se La bufera può alludere certamente al periodo storico, dai totalitarismi alla guerra, non può non riferirsi anche al dramma umano del poeta, che vive accadimenti privati in questo turbinio pubblico.

L’opera si articola in sette sezioni:

  • Finisterre: le liriche appartenenti a questa sezione riprendono temi e stile de Le occasioni. Un riferimento al periodo storico è certamente la lirica La bufera che ha come epigrafe un verso di un poeta francese del ’600: “I principi non hanno occhi per vedere queste grandi meraviglie: le loro mani non servono che a perseguitarci”;
  • Dopo: viene qui introdotto il personaggio di Mosca (Drusilla Tanzi)
  • Intermezzo: sezione prosastica in cui viene sottolineato il decadimento del presente:
  • Flashes e dediche: sezione centrale in cui appaiono varie donne, fra cui la poetessa Maria Luisa Spaziani. Esse appaiono come piccole ancore di salvezza, almeno sul piano individuale;
  • Silvae: è una sezione in cui si raccolgono poesie di varia ispirazione (da qui il titolo);
  • Madrigali privati: poesie dedicate alla poetessa Maria Luisa Spaziani;
  • Piccolo testamento: sezione in cui si sancisce l’estraneità del poeta con la contemporaneità.

 

Il fascismo e la guerra sono i punti di riferimento che si stagliano sullo sfondo del discorso poetico: rappresentano il caos, il disordine; ma ad esso si contrappone la volontà di capire, di trovare un senso: sono le donne che rendono possibile tale eventualità. Infatti come donne-angelo esse appaiono le sole capaci di offrire un significato rispetto alla storia. Esse sembrano assumere su di loro, come Cristo, tutto il dolore della storia. Questa fortissima tensione etica si scioglie dopo la guerra, ma appare la forte contrarietà verso il mondo contemporaneo.

Ne La bufera appare anche il tema della morte: d’altra parte la guerra e i lutti familiari non potevano eludere un tema che era già apparso nelle raccolte precedenti. Vi è qui un recupero di Pascoli: i morti, in questo assurdo presente, sono più vivi dei vivi, e ci stimolano verso un altissimo impegno di vita.

Dalla prima sezione Finisterre prendiamo la poesia che dà il titolo all’intera raccolta:

LA BUFERA

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
 
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
 
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella, –
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
 
mi salutasti – per entrar nel buio.

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Sergio Vacchi: Ritratto di Montale

C’è ancora lei, la Clizia delle Occasioni, in questo testo del ’41. La guerra imperversa, lo sconvolgimento della natura irrompono violentemente nell’esterno e nell’interno. La donna dormiente viene colta all’improvviso, dall’irrompere della storia. Ella se ne fa carico, come una condanna a salvare l’uomo, novello Cristo per la redenzione dei peccati. Ma il suo gesto non è sufficiente. Cristo è morto, ma il dolore nel mondo non è cessato.

La poesia non ha proposizioni principali, ma solo relative: quasi a significare l’impossibilità di descrivere la guerra in modo razionale. Nella prima parte c’è la pura descrizione della guerra, metaforizzata con la bufera; s’apre poi una parentesi in cui ci viene presentato il nido di Clizia, anch’esso immerso nel caos bellico; sembra sparire ogni luce, ma solo lei è ancora capace di conservare, seppure minimale, barlume di luce. Si passa poi alla terza strofa, la più difficile: ancora la guerra metaforizzata con un lampo, e descritta con tre parole dalla forte carica ambivalente, a sottolineare il disorientamento del poeta. In questa negazione di qualsiasi dignità di vita anche l’illusione della donna salvifica viene a mancare: dopo il ciao Clizia entra nel buio, se ne va, per sempre in America.

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Fotografie di Montale

PICCOLO TESTAMENTO

Questo che a notte baluginanella
calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, dell’Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.

Dopo aver descritto la guerra in termini allusivi (è difficile se non impossibile descrivere il caos rovinoso), nell’ultima sezione de La bufera e altro, Montale prende posizione contro i falsi miti postbellici. Il periodo storico-culturale in cui questo testo vede la luce è assai complesso: il perdurare della guerra nel sud-est asiatico, la problematica contrapposizione tra l’America e l’URSS, il pericolo nucleare, rendevano il clima politico assai arroventato; a ciò si accompagna quasi un diktat, per gli intellettuali, di prendere posizione, soprattutto da parte del Partito Comunista (famosa la polemica Vittorini – Togliatti); è il periodo del neorealismo. Montale qui, alle accuse rivoltegli di non prendere posizione, risponde con orgoglio sull’onestà del suo operato e sulla necessità, da parte degli intellettuali di “estraniarsi” dai “falsi miti”, per conservare la piena dignità con cui testimoniare la fragilità “innata” e quindi “astorica” della fragilità umana. Tale testimonianza è possibile proprio a partire da quel barlume, quella piccola luce, di cui Clizia è stata portatrice, sola ad illuminare il difficile cammino dell’uomo. Piccolo testamento sembra preludere, stilisticamente e contenutisticamente, all’ultima produzione montaliana.

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Montale al tempo di Satura

Satura (1971)

Questa raccolta inaugura un nuovo modo di poetare di Montale: già il titolo richiama al genere in auge nella poesia latina, ed indica la presenza di vari argomenti, in cui predomina il gusto per la critica dei vizi della società contemporanea. L’opera appare divisa in quattro parti: Xenia I e II Satura I e II: i primi si strutturano come piccoli doni a Mosca; gli altri si scagliano contro la società massificata e omologata.

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Montale con la moglie Drusilla

HO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO…

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.
 
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
 

Un vero e proprio Xenion questo che Montale dedica alla moglie morta. Mosca, così chiama Drusilla Tanzi, è lontana dalla bellezza eterea, angelica, di Clizia: le ali, sebbene spezzate di Irma Brandeis la collocavano ancora sulla scia della grande poesia dantesca e petrarchesca: qui il richiamo sembra più all’apprezzato Saba, che coglie della donna l’aspetto più umile.

Mosca tuttavia, nel suo essere dimesso, di umile ha avuto ben poco: lei è stata la vera guida di quest’uomo che non sapeva cogliere la difficoltà dell’esistere, quella che gli ha permesso di scendere le scale senza difficoltà, quella a cui lui s’appoggiava. E’ perché lei, nella sua miopia, non aveva bisogno di guardare le cose, le vedeva oltre, capiva le loro vera essenza e sapeva quindi offrire un cammino sicuro a questo poeta che ora, solo, s’appresta a percorrere l’ultimo tratto della vita

 

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Pablo Echaurren: La storia

LA STORIA
I
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
 
II 
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
 
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
 

In questo testo Montale demistifica la storia come mito borghese e assoluto. Lo fa attraverso una parte destruens e una parte costruens. Attraverso l’anafora de “La storia non è”, egli afferma l’estraneità della “storia” dall’agire umano (non è di chi la pensa e di chi l’ignora) e, soprattutto non è maestra di niente. La parte costruens della storia è definita per antifrasi: è solo nella sua casualità (rete a strascico con qualche strappo). Importanti gli ultimi versi: chi scampa dalla storia, fuori dai pregiudizi è costretto all’incomprensione; solo chi vi è dentro, con tutti i modelli ideologici imposti, si crede libero e non lo è.

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Gabrielli Donelli: Ritratto di Montale

Diario del ’71 e del ’72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977)

Il nuovo corso poetico montaliano prosegue con queste due ultime raccolte. Già i titoli mostrano che il poeta vuole adottare uno stile “diaristico”, in linea con l’abbassamento stilistico e tematico inaugurato da Satura; in queste raccolte a volte si utilizza parodisticamente il linguaggio dei mass-media, altre volte si tratta di poesie brevissime, dal taglio lapidario. Si accentua qui il distacco del poeta contro il conformismo dilagante, riaffermando la propria autonomia, rispetto ai falsi miti (si ricorda qui, per inciso, come siano questi gli anni che vanno dalla contestazione studentesca sino al terrorismo).

AL MARE (O QUASI)
 
L’ultima cicala stride
sulla scorza gialla dell’eucalipto
i bambini raccolgono pinòli
indispensabili per la galantina
un cane alano urla dall’inferriata
di una villa ormai disabitata
le ville furono costruite dai padri
ma i figli non le hanno volute
ci sarebbe spazio per centomila terremotati
di qui non si vede nemmeno la proda
se può chiamarsi cosí quell’ottanta per cento
ceduta in uso ai bagnini
e sarebbe eccessivo pretendervi
una pace alcionica
il mare è d’altronde infestato
mentre i rifiuti in totale
formano ondulate collinette plastiche
esaurite le siepi hanno avuto lo sfratto
i deliziosi figli della ruggine
gli scriccioli o reatini come spesso
li citano i poeti. E c’è anche qualche boccio
di magnolia l’etichetta di un pediatra
ma qui i bambini volano in bicicletta
e non hanno bisogno delle sue cure
Chi vuole respirare a grandi zaffate
la musa del nostro tempo la precarietà
può passare di qui senza affrettarsi
è il colpo secco quello che fa orrore
non già l’evanescenza il dolce afflato del nulla
Hic manebimus se vi piace non proprio
ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile
alla morte ( e questa piace solo ai giovani)
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La natura contro il consumismo

 

GIUSEPPE UNGARETTI

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Giuseppe Ungaretti

Con la personalità del poeta Ungaretti, ci muoviamo ancora una volta con la figura di un intellettuale la cui formazione avviene ai margini, fuori dai centri culturali italiani che sembravano essere punti crocevia per il passaggio di idee e di nuova cultura, come Roma, Milano o Firenze (capitali allora di un vivace dibattito all’interno delle riviste come La Voce o Lacerba).

Giuseppe Ungaretti nasce, infatti, ad Alessandria d’Egitto da genitori di origine lucchese: il padre, operaio per lo scavo di Suez, muore giovane, lasciando il bimbo Giuseppe, di soli due anni, alle cure del fratello maggiore, Costantino, e della madre, donna energica e dalla forte religiosità, che deve gestire un forno alla periferia della città, per mantenere i figli.

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Alessandria d’Egitto in una rara foto di fine ‘800

Con il lavoro, la signora Ungaretti riesce a mandare Giuseppe nella prestigiosa École Suisse Jacot, una delle più prestigiose all’interno della città africana, dove, oltre a fare delle amicizie importantissime, tra le quali quella di Moammed Sceab, il giovane Ungaretti respira un clima multiculturale, fatto di fuoriusciti e intellettuali arabi ed europei (soprattutto francofoni). Innamoratosi della letteratura, s’immerse, in questi anni di formazione, in letture poetiche che spaziavano da Dante e Leopardi a Baudelaire e Mallarmé.

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Ungaretti ad Alessandria

Uscito dalla scuola cominciò a frequentare circoli letterari in bar della città, dove entrò in contatto con il poeta greco Konstantinos Kavafis e l’italiano Enrico Rea, che lo avvicina agli ideali anarchici e socialisti.

Quando la madre cede il forno, lascia una parte del ricavato a Giuseppe, al quale, però, non frutta alcun bene, a causa d’investimenti sbagliati. Scoraggiato da questa esperienza e desideroso di conoscere la capitale della cultura europea si sposta, nel 1912, con Moammed a Parigi; qui incontra fra gli altri Marinetti e Palazzeschi, grazie ai quali comincerà a collaborare, con scritti poetici, alle riviste italiane. L’anno successivo il suo amico si suicida: tale è il dispiacere per il poeta che gli dedica una delle sue poesie più toccanti.

Nel 1914 si trasferisce quindi a Milano e l’anno successivo aderisce al partito degli interventisti. Allo scoppio della guerra si arruola volontario e viene mandato nel Carso. Qui scrive le poesie de Il porto sepolto, pubblicate da un ufficiale suo amico, Ettore Serra in soli ottanta esemplari (confluiranno, in seguito, nella maggiore raccolta, Allegria dei naufragi).

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Ettore Serra

Finito il conflitto torna a Parigi, da qui collabora, come corrispondente dall’estero, al Popolo d’Italia. Conosce Jeanne Dupoix, che sposerà nel 1920 e dal cui matrimonio nascerà Ninon e Antonietto. Tornato in Italia, dopo aver aderito al Fascismo, lasciando la sua attività di giornalista, accetterà un modesto impiego nel ministero degli Affari Esteri.

Del 1926 sono una serie di conferenze che lo porteranno in giro per L’Europa, ma è a Roma che Ungaretti troverà maggiori spunti intellettuali e da cui nascerà l’esperienza di Sentimento del tempo. Comincia a maturare in lui una spiritualità intensa che la città barocca eccita e lo sprona ad una nuova riflessione sulla vita.

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La città di São Paulo intorno agli ’30

Nel 1936, in America latina, accetta l’incarico d’insegnare Letteratura italiana all’Università di San Paolo, dove si trasferirà, con l’intera famiglia, fino al 1942. Tale periodo fu funestato, però, dalla morte di Costantino, fratello maggiore, ma soprattutto da quella del figlio Antonietto (1939).

Nel 1942 viene nominato Accademico d’Italia e riceve l’incarico di docente di Letteratura italiana all’Università di Roma (incarico che terrà per circa un decennio). Ed è proprio da quest’anno che comincerà a raccogliere l’intero corpus poetico nel volume Vita d’un uomo e a scrivere nuove raccolte poetiche come Il dolore (1947) e La terra promessa (1950), accompagnate da opere di traduzione. Ed è sempre nella città eterna che perderà la cara moglie in un’assolata giornata romana (1958).

Intorno agli anni ’60 Ungaretti è ormai considerato come uno dei più grandi intellettuali del Novecento: riceve varie lauree honoris causa, interviene spesso con letture in televisione.

Nel 1970 trascorre l’ottantaduesimo compleanno in compagnia di pochi amici (gli intellettuali più in voga in quegli anni, come il pittore Renato Guttuso e lo scrittore Goffredo Parise). Parte quindi per gli Stati Uniti, per ricevere un premio internazionale, ma al ritorno, sfibrato dalla stanchezza, muore a Milano dello stesso anno.

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Tomba di Ungaretti e della moglie

L’itinerario poetico di Ungaretti possiamo distinguerlo in tre momenti:

  • Il primo periodo coincide con l’avvento della guerra e comprende le raccolte delle poesie Il porto sepolto (1916) e Allegria dei naufragi (1919);
  • Il secondo periodo ha inizio con il trasferimento a Roma (1921) e corrisponde all’itinerario poetico di Sentimento del tempo (1933);
  • Il terzo periodo è situato nel dopoguerra ed è compreso tra Il dolore (1947), La terra promessa (1950) e Taccuino del vecchio (1960).

Primo periodo

Ungaretti si avvicina alla poesia da un luogo appartato, sebbene stimolante e dopo la temperie futurista. Sembra che con lui si sia chiusa definitivamente l’esperienza poetica che lo ha preceduto: infatti se dovessimo analizzare le ultime esperienze diremmo forse che sia gli stessi marinettiani quanto i crepuscolari scrivono programmaticamente poesie “contro”, non ancora poesie “per” disegnare, attraversandola come farà Montale o utilizzandola in modo personale, come farà Ungaretti la poesia precedente.

Giuseppe Ungaretti, infatti, con le prime esperienze poetiche, supera di colpo tutti quegli elementi dannunziani che ancora erano presenti in poeti come Gozzano e se ciò è dovuto alla lateralità della sua formazione, ripetiamo Alessandria d’Egitto e Parigi che gli ha permesso un perfetto bilinguismo, spiega ulteriormente come sia pronto con voce nuova ed autentica a raccontarci la grande emozione di dolore e di amore insieme che la guerra gli aveva permesso..

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Una delle prime edizioni de Il porto sepolto

L’allegria
Sembra che Ungaretti non si contentasse mai dei versi scritti e li rimaneggiasse in un continui lavorio di sottrazione verbale estenuante alla ricerca della purezza della lirica e della parola in essa contenuta. Un esempio è quello di Porto sepolto del ’16, composto da 32 liriche; scrive poi nel ’19 Allegria dei naufragi, in cui confluiscono le poesie scritte per la rivista Lacerba e quelle scritte in francese, dopo essere state completamente rimaneggiate. I due libretti, sempre dopo un attento lavorio, saranno raccolte nell’edizione del ’31 con il titolo definitivo de L’allegria:

IN MEMORIA

Locvizza il 30 settembre 1916.
 
Si chiamava
Moammed Sceab
 
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
 
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
 
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
 
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
 
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre in una giornata
di una
decomposta fiera
 
E forse io solo
so ancora
che visse

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Le sordide catapecchie di Rue de Carmes, dove Ungaretti condivideva la stanza con Moammed Sceab

La prima cosa che appare nel testo, prima che esso diventi poesia, è la precisazione che indica il luogo e la data in cui la scrisse. E’ una poesia in memoria, mentre sta in guerra, dove più forte è la sensazione di sradicamento e quindi ancora è intensa l’esigenza di ricercare, in un luogo di dolore, il proprio io fatte di esperienze, amicizia e amore. Ma ci dice anche come per Ungaretti la poesia sia un diario in cui segnare, nel momento in cui nascono, le impressioni che l’io poetico sente o riceve dall’esterno.

Si situa, cioè in questo testo, quel rapporto vita/poesia che è fondamentale per Ungaretti: la poesia non può nascere svincolata dal sentimento dell’esistere che ognuno prova, non può essere esercizio intellettuale, privo di riferimento al reale, ma deve partire dall’interiorità, la sola che può esprimere con verità, e per questo nuda nell’essenza verbale, la purezza della parola.

Si osservi come egli isoli, all’interno del testo, le parole forti, in maggioranza, svincolate da rapporti sintattici, poste in modo che l’occhio si fermi su di esse, nella loro solitudine. Ancora l’uso attento dei tempi verbali. Passato ed imperfetto ad indicare un’azione richiamata alla memoria, ma morta (si chiamava, amò, fu…).

In Moammed lo sradicamento, lo stesso di Giuseppe, è senza soluzione. Può cambiare nome, ma al deserto rassicurante africano, con la nenia del Corano e l’odore di caffè, non si sostituisce il deserto fatto d’aridità si sentimenti umani della città. Ma l’amico arabo di Ungaretti si è suicidato perché non aveva più Patria e soprattutto perché, come invece avviene a Giuseppe non riesce a cogliere il momento di catarsi che la poesia può offrirgli (E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono).

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Autografo del testo

IL PORTO SEPOLTO

Mariano il 29 giugno 1916

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
 
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

Verso i sedici, diciassette anni, forse più tardi, ho conosciuto due giovani ingegneri francesi, i fratelli Thuile, Jean e Henri Thuile. (…) Mi parlavano d’un porto, d’un porto sommerso, che doveva precedere l’epoca tolemaica, provando che Alessandria era un porto già prima d’Alessandro, che già prima d’Alessandro era una città. (…) Non se ne sa nulla, non ne rimane altro segno che quel porto custodito in fondo al mare, unico documento tramandatoci d’ogni era d’Alessandria. Il titolo del mio primo libro deriva da quel porto, il Porto sepolto.”

Così ci racconta lo stesso Ungaretti in Vita d’un uomo. Il porto sepolto diventa quindi, per il poeta, simbolo della sua ricerca, della meta della sua poesia; dice Carlo Ossola (critico letterario e professore all’università di Parigi): “il porto sepolto è il luogo delle profondità affioranti e perdute, segno e abisso, ricettacolo incontaminato di ricordi d’infanzia e civiltà favolose, approdo dopo tappe e rasure di deserto, un coagulo mitico che contiene in nuce i simboli e le matrici figurali dell’intero percorso ungarettiano”. Egli è il poeta che laggiù disceso, nei recessi più inesplorati di esso, riemerge per rivelare a tutti il mistero (del vivere) e porgerlo a tutti.

Ma la grande poesia ungarettiana de Il porto sepolto è soprattutto nella straordinaria sezione dedicata alla guerra, dove sono contenute, forse le sue liriche più famose:

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Pagina di Julian Peters

VEGLIA

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
 
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
 

Dalla data posta all’inizio della poesia, veniamo a sapere che Ungaretti è appena arrivato al fronte e l’immagine che fa quasi da introduzione alle poesie dedicate alla guerra si apre, sin da subito, con un’immagine raccapricciante: un soldato morto, disegnato in una lunga strofe, senza soluzione di continuità e con un linguaggio quasi espressionistico, dove il suono aspro è denotato non solo dal martellare dei participi passati, ma anche capace di allontanare ogni illusione consolatoria (massacrato, digrignata, penetrata). Ed è proprio a fianco all’estremità del ribrezzo della morte, che lui si trova nella condizione di sentire verso l’esistenza l’amore pieno, estremo.

La pausa non è casuale: è lo stacco necessario in cui il poeta, come respirasse profondamente a dire la “verità” che la morte di un compagno gli suggerisce. Non è egoismo, ma è la piena consapevolezza che soltanto conoscendo la morte si arriva ad amare la vita.
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Soldati nel dolore

FRATELLI

Mariano il 15 luglio 1916
 
Di che reggimento siete
fratelli?
 
Parola tremante
nella notte
 
Foglia appena nata 
 
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
 
Fratelli

L’inizio della poesia è realistico: due drappelli di soldati s’incontrano durante la notte: non possono che essere dello stesso esercito, essendo la situazione colta durante una pausa, probabilmente vicino ad una trincea. Una domanda ed una conferma: l’insistere della vocale labiale f (fratelli, foglia, fragilità) quasi a sottolineare il sussurro con cui la parola viene pronunciata.

Il sentire la parola richiama fortemente nell’animo del poeta il concetto di solidarietà, determinata questa dalla fragilità dell’uomo stesso: i tre termini non sono riportati perché allitterati sembrano evocare un parlar piano perché nel climax ascendente sembra posarsi il pensiero poetico; il termine fratelli evoca l’uguaglianza nel pericolo e nel dolore, il termine foglia richiama appunta la sua fragilità, tanto più nuda in quanto esposta alla morte.

Ed è per questo che il soldato Ungaretti vorrebbe abbracciarli e lo fa costruendo il testo in modo circolare: l’ultima strofa composta dal trisillabo fratelli richiama la prima, in cui tale parola interrogativa cercava una risposta, che trova nella condivisione di un uguale destino.

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Ungaretti in trincea

SONO UNA CREATURA

Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916
 
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
 
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
 
La morte
si sconta
vivendo

La poesia è costruita su una comparazione, in cui il poeta anticipa il secondo termine di paragone, in cui viene descritta l’aridità del paesaggio.

Si trova nel Carso, dove le rocce hanno interiorizzato l’acqua, che è penetrata in loro, rendendole prosciugate, refrattarie, dunque ostili, appunto disaminate senza anima. Il suo pianto è come queste pietre (si ristabilisce così la similitudine), ma, ancora più drammaticamente, ci dice che l’abitudine al dolore è talmente interiorizzata che non riesce più ad esprimersi.

Non c’è in tale testo il contrappasso della vita, anch’essa si è inaridita in un dolore continuo che l’ha resa fredda e dura. La disperazione di un pianto che non vuole uscire sembra riflettersi in una sordità che non trova parole altre a cercare la vita: da qui l’allitterazione che troviamo quasi disperante nella ripetizione di quel così…

Ma il vero significato è nel titolo: sono una creatura. E’ un titolo (non sono mai casuali i titoli in Ungaretti e fanno sempre parte della lirica) che dichiara al mondo la sua più estrema protesta: sono una creatura, ed ho come tale il diritto di piangere.

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San Martino nel 1916

SAN MARTINO DEL CARSO

Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916
 
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
 
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
 
Ma nel cuore
nessuna croce manca
 
È il mio cuore
il paese più straziato

Anche qui una poesia desolata, dove l’immagine iniziale rimanda ad un qualcosa di scarno, lacerato: tale impressione è determinata dall’applicare la parola brandello a una casa. Se pensiamo che a tale vocabolo associamo qualcosa di strappato, come la stoffa o, per essere più violenti, la carne, ecco che rivolgerlo ad un muro rimanda all’idea di una lacerazione che oltre ad essere reale, visiva è anche psicologica.

Tale risvolto lo troviamo nella seconda strofa, della stessa lunghezza della prima. Alla distruzione delle case risponde il deserto della vita: ciò è reso, a livello fonico dalla ripresa dello stesso sintagma composto da una preposizione nella prima e da un avverbio nella seconda più la parola tanti; di tanti ad indicare abbondanza, neppure tanto ad indicare assenza.

Il ma oppositivo, oltre ad una constatazione, la ribellione della vita, nel ricordo, contro la cancellazione definitiva. Per questo il cuore del poeta non è un luogo dove le rovine denotano il paesaggio, ma è un paese straziato dal dolore perché le persone che ha amato non ci sono più.

Supera, se così si può dire, la contingenza bellica, seppure da essa trae origine una delle più importanti dell’intero percorso ungarettiano:
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 L’Isonzo a valle di Caporetto

  
I FIUMI
 
Cotici il 16 agosto 1916
 
Mi tengo a quest’albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna
 
Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato
 
L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
 
Ho tirato su
le mie quattro ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua
 
Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole
 
Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
 
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Ma quelle occulte
mani
che m’intridono
mi regalano
la rara
Felicità
 
Ho ripassato
le epoche
della mia vita
 
Questi sono
i miei fiumi
 
Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre.
 
Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d’inconsapevolezza
nelle distese pianure
 
Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto
 
Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo
 
Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre.

Qui il poeta, in un momento di pausa dall’azione bellica (che non viene censurata e la spia ce la offre il participio mutilato), si sdraia in una dolina (cavità del terreno) a sentire il languore (una sensazione malinconica, d’abbandono), come quando termina uno spettacolo circense (metafora della vita). Tale situazione, con l’ultima immagine fortemente evocativa, fa percepire al poeta il senso dell’universalità dell’esistere.

Il poeta si bagna nell’Isonzo: è circondato dall’acqua, lavato e purificato. Tale sensazione che il poeta prova è determinata da una ricerca non casuale di termini che rimandano al sacro: urna d’acqua (acqua come liquido amniotico, ma anche mezzo battesimale), reliquia ad indicare qualcosa di sacrale che si offre al Dio creatore della vita. Non è un caso che tali immagini richiamanti la religiosità di Cristo (Dio fatto uomo), contrastino con la presenza bellica della morte.

L’Isonzo è il fiume delle azioni belliche. Il poeta vi si immerge ed è come pietra, un minerale: ma il sasso è posto nel fondo è viene purificato dallo scorrere dell’acqua, che diventa metafora della discesa verso le fonti della vita.

Dopo la purificazione la resurrezione: il poeta tira su le sue quattro ossa (minerale, come la pietra) e cammina sull’acqua, tenendosi in bilico, come un acrobata di un circo. E’ evidente che ci troviamo di fronte a due metafore: la instabilità della vita e la religiosa. Novello Cristo Ungaretti sente su di sé il peso della difficoltà del vivere, soprattutto in una situazione bellica.

Quindi spogliatosi “dai sudici panni di guerra”, si china, come a raccogliere se stesso nel lontano tempo africano, come un nomade in preghiera a ricevere il Sole.

Da lui che è vita rifluiscono tutti gli attimi che lo hanno condotto fino a questo estremo limite difficile da superare (ritorna il binomio vita / morte, laddove qui il primo viene rafforzato dal concetto di ricordo).

Si parte dal presente, dal riconoscersi uomo: tale presa di consapevolezza fa percepire al poeta il suo essere parte di un tutto, e il dramma nasce quando questa piccola particella che è il suo io non si trova in armonia, appunto con il tutto da cui è circondato.

Ma non ora in cui l’acqua, personificata in mani che lo imbevono della loro stessa essenza lo fanno in pace con te stesso e gli permettono di far fluire in lui tutta la sua vita, ad iniziare da quella passata: si inizia dal Serchio, vicino Lucca da cui hanno origine i suoi genitori di tradizione contadina, e poi il Nilo che lo fatto nascere, lo ha visto crescere e gli ha offerto, durante l’adolescenza e la giovinezza di formarsi, d’acquisire la consapevolezza dell’esistere e di trovare se stesso, ma regalandogli anche quel senso d’illimitata libertà, metaforizzata nell’immensità del deserto. Quindi Parigi dove è diventato uomo, nella torbidezza del percepire il prendere coscienza, in una grande città dove la vita si presenta nel legame indissolubile d’amore e dolore (ricordiamo, qui, l’esperienza intellettuale, ma anche umana, con la perdita del suo migliore amico).

Tutti questi fiumi si contano ora in questo, l’Isonzo, dove il poeta, sdraiato nella notte, si lascia andare nella fluidità dell’esistere, la racchiude tra una corolla di petali che sta per aprirsi, e la offre alla notte, la dove si cela il suo mistero.

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Maurizio Frisinghelli: M’illumino d’immenso (mosaico e ceramica)

MATTINA

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917
 
M’illumino
d’immenso
 

Dall’ampiezza del ricordo che ritrova, nel fluire del pensiero, il suo essere parte di un tutto, alla estrema brevità in cui tale concetto trova l’assolutezza dell’espressione. Due parole precedute da due monosillabi apostrofati, affinchè l’emissione di voce non si spezzi indicano il momento estremo in cui la comunione con il tutto non viene descritta, ma illuminata.

Lo fa attraverso l’integrazione del titolo all’interno dei due versi; il parallelismo dei due ternari in sequenza (il primo è sdrucciolo), e il richiamo fonico con l’allitterazione consonantica tra m e n e vocalica tra i e o.

Sentimento del tempo

La seconda stagione della poesia ungarettiana è rappresentata dalla raccolta Sentimento del tempo in cui vengono inserite tutte le liriche del poeta scritte dal 1919 al 1933.

Se nella struttura vuole richiamare la precedente opera Allegria, anch’essa divisa in sette sezioni, a livello tematico e strutturali notiamo delle importanti differenze:

  • A dominare il testo poetico è il concetto del tempo, quasi a sottolineare, nel nuovo canto, la differenza tra ciò che è eterno e ciò che è morituro;
  • La scoperta della Roma barocca, letta tuttavia nel pieno del periodo estivo: grazie anche a traduzioni della grande lirica spagnola del ’600, Ungaretti legge il barocco come un’esplosione, i cui frammenti dispersi, nel momento in cui si ritrovano, danno vita a qualcosa d’estremamente nuovo, forse più autentico;
  • La necessità di ritornare a un canto più regolare, anche nel tessuto sintattico: la parola s’accompagna in modo più disteso ad un dettato maggiormente articolato;
  • L’uso più insistito dell’analogia rispetto alla similitudine, che fanno di queste liriche, a volte, dei veri e propri testi dalla difficile interpretazione (aprirà forse alla stagione dell’Ermetismo);
  • La riscoperta del verso classico

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Un’immagine di Ungaretti con la pipa

ISOLA

A una proda ove sera era perenne
di anziane selve assorte, scese,
e s’inoltrò
e lo richiamò rumore di penne
ch’erasi sciolto dallo stridulo
batticuore dell’acqua torrida,
e una larva (languiva
e rifioriva) vide;
ritornato a salire vide
ch’era una ninfa e dormiva
ritta abbracciata a un olmo.
 
In sé da simulacro a fiamma vera
errando, giunse a un prato ove
l’ombra negli occhi s’addensava
delle vergini come
sera appiè degli ulivi;
distillavano i rami
una pioggia pigra di dardi,
qua pecore s’erano appisolate
sotto il liscio tepore,
altre brucavano
la coltre luminosa;
le mani del pastore erano un vetro
levigato da fioca febbre.

Questa poesia è stata composta nel 1925. In essa, come appare evidente, il poeta abbandona lo stile franto ed essenziale che aveva caratterizzato l’Allegria per dar vita ad una forma classica e barocca il cui significato rimane, ai più, di difficile interpretazione.

L’incipit crea un atmosfera misteriosa, lo spazio in cui si muove il protagonista, che non è definito, è senza nome, è  indefinito. Il tempo verbale dominante è il passato remoto, attraverso cui il poeta crea un effetto di sospensione mitica.

Il testo, d’altra parte, nella prima parte ci dice poco: un uomo approda sull’isola e si inoltra nel buio della vegetazione; è angosciato dal rumore di un uccello che spicca il volo; subito dopo si imbatte in una ninfa che dorme abbracciata ad un albero. La visione sembra poi chiarirsi: il protagonista giunge in un prato che ospita fanciulle addormentate, delle pecore e un enigmatico pastore.

Lo stile e analogico e le immagine polisemiche sembrano susseguirsi senza nesso logico: la ripresa sembra sia quella del locus amoenus (ninfe, uccelli, pastore) ma tutto rivissuto attraverso la lezione simbolista dei francesi, Mallarmé e Valery soprattutto.

E’ lo stesso Ungaretti che ci spiega il perché del ritorno a forme tradizionale (la ripresa dei verso endecasillabo e del novenario, in questo testo): Le mie preoccupazioni in quei primi anni del dopoguerra […] erano tutte tese a ritrovare un ordine e ciò non è distante dalla esigenza espressa dalla rivista La Ronda che proprio in quegli anni auspicava un ritorno all’ordine (e quindi alla chiarezza classica).

Tuttavia qualche linea di continuità c’è dietro l’apparenyte differenza tra i due tempi ungarettiani: la ricerca di una poesia pura e assoluta, basata sull’enfatizzazione delle pause e sul peso della parola isolata tipici de “L’Allegria” (come ci dice il critico Mengaldo).

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Gabriella Scarciglia: Di luglio (pittura ispirata alla poesia di Ungaretti)

DI LUGLIO

Quando su ci si butta lei,
si fa d’un triste colore di rosa
il bel fogliame.
 
Strugge forre, beve fiumi,
macina scogli, splende,
è furia che s’ostina, è l’implacabile,
sparge spazio, acceca mete,
è l’estate e nei secoli
con i suoi occhi calcinanti
va della terra spogliando lo scheletro.

1931: Ungaretti è a Roma, d’estate, nella canicola di un giorno di luglio. Lei, l’estate diventa furia distruttrice. Ed è lei col suo calore (con l’ellissi del soggetto, nella seconda strofa) distrugge, dissecca, arde impietosamente, aumenta la sensazione dello spazio, non fa vedere, non mostra il fine ultimo. L’estate creando crepe nel terreno, lo rende nudo, come uno scheletro.

Vi è nel testo come una forma d’ambivalenza, che va oltre la dicotomia morte / vita, amore /desolazione, presenti ne L’Allegria.

Ungaretti sembra dirci che attraverso l’esplosione della massimo vitalismo estivo, si crea il massimo dell’aridità, come il Barocco, che distrugge per ricostruire.

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LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
 
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
 

La lirica propone il tema del rapporto fra la vita terrena e l’aldilà, sottolineato dalla certezza del poeta di ricongiungersi alla madre nella vita ultraterrena. Il sentimento dominante è il rimpianto per la perduta felicità dell’infanzia, che Ungaretti spera di recuperare quando tornerà a incontrare sua madre. In questo altro mondo la madre conserva gli atteggiamenti abituali che aveva in vita, la sua figura rievoca immagini che appartengono alla memoria e diventa un ponte tra la vita e la morte.
Il ricordo del passato torna ripetutamente (come una volta, come già ti vedevo, come quando spirasti) e crea un legame di continuità nella dimensione dell’eterno (il futuro incontro con la madre). La morte non ha più i toni tragici dell’Allegria, ma è solo un muro da valicare per ottenere il premio della gloria eterna.
Il testo presenta una struttura simmetrica: ogni strofa coincide con un periodo e con un gesto compiuto dalla madre, che danno al componimento una intonazione a tratti solenne. Il recupero delle forme poetiche tradizionali è evidenziato nella punteggiatura, nella subordinazione, che caratterizza la costruzione dei periodi in modo lineare, nelle similitudini che introducono le immagini del passato, nelle inversioni dell’ordine delle parti del discorso, che danno maggiore rilievo a una rispetto a un’altra (quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra; Come una volta mi darai la mano) e nella sinestesia finale degli occhi della madre, che “sospirano” di amore e di sollievo.

Il dolore

Le liriche de Il dolore vengono pubblicate nel dopoguerra, più esattamente nel 1947, e comprendono i testi composti dal 1934.
E’ indubbiamente la raccolta più personale di Ungaretti, quella in cui il poeta sperimenta il dolore, appunto, della perdita, in modo diretto, personale. Ci dice infatti in Vita d’un uomo: So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il dolore è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi sembrerebbe di essere impudico. Quel dolore non finirà di straziarmi.
L’opera infatti può essere strutturata in tre parti tematiche:

  • nella prima troviamo le poesie dedicate alla morte del fratello Constantino, avenuta nel ’37;
  • la seconda, la più straziante, per quella del figlio, nel ’39;
  • la terza per la seconda guerra mondiale.

Già nella poesia dedicata alla madre, abbiamo visto come l’approdo ad una fede religiosa, rappresentasse una forma non dico di pacificazione ma di idealizzazione delle persone scomparse; i segni che essi lasciano permettono, infatti che il dialogo continui. Tali segni possono essere ritratti nel volto, nelle mani, nell’ombra che, pur scomparsi, s’intrattengono col poeta.

La prima poesia che apre la raccolta è dedicata al fratello:
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Ottone Rosai: Ritratto di Ungaretti

TUTTO HO PERDUTO

Tutto ho perduto dell’infanzia
e non potrò mai più
smemorarmi in un grido.
 
L’infanzia ho sotterrato
nel fondo delle notti
e ora, spada invisibile,
mi separa da tutto.
 
Di me rammento che esultavo amandoti,
ed eccomi perduto
in infinito delle notti.
 
Disperazione che incessante aumenta
la vita non mi è più,
arrestata in fondo alla gola,
che una roccia di gridi.

E’ una poesia sulla morte di Constantino e con lui sulla morte dell’infanzia. Ciò ci dice nel primo verso dove il Tutto assolutizza la sensazione della perdita tale da non poter più dimenticare se stesso in un grido di libertà. Ora l’infanzia è sotterrata, tagliata dal presente, irripetibile proprio perché viene a mancare la persona che la evocava. Il ricordo, personale si focalizza sull’amore infantile che ora non è più, trasformandosi in aridità rocciosa.

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NON GRIDATE PIU’

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.
 
Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo
 

La poesia de Il dolore, dall’esprimere dapprima uno strazio (per usare il termine di Ungaretti) per la morte del fratello e del figlio (i versi riguardanti Antonietto si strutturano in un poemetto, dove si susseguono varie sensazioni determinate dalla perdita) si apre qui ad un dolore universale, quello creato dalla guerra.

Essa e composta da due strofe: nella prima troviamo due imperativi (cessate, gridate) che non hanno valenza di comando, ma come di preghiera, invito a terminare di profanare i loro corpi assenti. Essi hanno ancora qualcosa da insegnarci, un impercettibile sussurro che li lega a noi. Sono datori di vita, come l’erba, che cresce sopra loro. Ma l’ultimo verso, di per sé inquietante, sottolinea l’impossibilità dell’incontro: essi parlano laddove non esiste l’uomo, che calpesta e uccide la vita quand’essa nasce dal profondo della terra.

Le ultime due raccolte sono La terra promessa e Taccuino del vecchio, che possono essere considerate legate dalla stessa concezione poetica. Le parti più interessanti sono certamente quelle dedicate alla ripresa classicista del mito di Enea e Didone, tale mito permetteva al poeta di proiettare in esso tutti i temi portanti (il viaggio, l’approdo, l’abbandono, la morte) presenti nel suo itinerario poetico. Tale progetto non vide la definizione e rimase incompiuto e venne ripreso in parte nell’ultima raccolta, dove tuttavia il punto di vista veniva capovolto, ed era l’io lirico il cui approdo diventava appunto la cessazione della vita. Si ricorda, per inciso, che l’intenzione del poeta era quella di dar vita ad un vero melodramma: infatti il musicista Luigi Nono prese i frammenti (alcuni anche piuttosto lunghi) e li inserì in un tappeto musicale.

 

UMBERTO SABA

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Umberto Saba

Se per la prosa Trieste ha dato i natali ad uno dei nostri maggiori narratori del Novecento, lo stesso si può dire per la poesia, grazie alla produzione in versi di Umberto Saba.
Forse i motivi della loro importanza possono essere rintracciati in:

  • la perifericità della città di Trieste, posta al confine tra la grande cultura nazionale e le nuove esperienze culturali che sopraggiungevano dalla vicina Germania;
  • l’importanza della psicoanalisi.

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Trieste: Canale

Umberto Saba nasce a Trieste il 9 marzo del 1883, da Ugo Edoardo Poli e Felicita Rachele Coen. Certo tale nascita sarebbe stata una tra le tante nascite, se il padre dapprima non si fosse convertito all’ebraismo per sposarsi e per poi abbandonare la moglie in attesa del loro primo figlio.

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Casa della balia di Saba

Umberto non conosce il padre e la madre si rivela una donna dura, arrabbiata, non fosse perché costretta a sobbarcarsi tutte le incombenze economiche. Per tale motivo il piccolo Berto (come si definirà in una sezione della sua poesia), verrà affidato a una balia slovena, cattolica, “la Peppa”, che circonderà il piccolo di cure estremamente affettuose, visto che a lei era mancato da poco un figlio. Saranno anni felici, a cui il poeta resterà sempre legato, tanto da scegliere, per lo pseudonimo il nome Sabaz, per alcuni, dal suo cognome; per altri dal termine ebraico con cui si indica il pane).

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Trieste: P.zza Giuseppina

A tre anni Umberto dovrà lasciarla (l’allontanamento, forse, dovrà essere imputato al cattolicesimo) e fino a dieci anni sarà educato dalle zie nella città di Padova. Rientrato a Trieste si iscrive al ginnasio, ma il suo rendimento scolastico non è soddisfacente, quindi frequenta l’Imperial Accademia di Commercio e Nautica, finita la quale s’imbarcherà come mozzo in una nave mercantile.

Sempre giovane s’impiega in una ditta commerciale. Durante le ore di ozio concessegli nelle pause lavorative, approfondisce letture dei grandi poeti del passato. Quindi si reca a Pisa e a Firenze ed ha un incontro infruttuoso con Gabriele D’Annunzio (considerato da lui un mito). In seguito svolge il servizio militare a Sorrento.

Tornato a Trieste vi sposa, con cerimonia ebraica, Carolina Wöfler, da lui chiamata poeticamente Lina, dalla quale avrà l’amata figlia Linuccia.
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Saba con la moglie 

Durante i viaggi tra Firenze e Trieste, pubblica alcune raccolte di poesie (senza gran successo), ma allo scoppio della grande guerra viene richiamato alle armi. Farà una guerra sulle retrovie, considerato inabile per la battaglia.

Rientrato finalmente a Trieste, grazie all’aiuto della zia Regina, vi aprirà una biblioteca antiquaria e lì trascorrerà il resto della vita, (con l’eccezione del periodo in cui sarà costretto ad andare a Firenze per nascondersi a causa delle leggi razziali) tra crisi nervose e scrittura poetica.

Le continue cadute a livello psicologico lo condurranno alla cura psicoanalitica, grazie alla quale, pur non uscendo guarito, riuscirà a stabilire un equilibrio che gli permetterà di condurre un’esistenza che, dopo la guerra, comincia ad essere gratificata dal riconoscimento della sua grandezza poetica.

Riceverà la laurea honoris causa all’università di Roma nel 1953.

Nel 1956 muore la moglie Lina.

Stanco e malato, in una clinica di Gorizia, dalla quale non esce mai, si spegne, ad un anno di distanza, il 25 agosto.

La produzione poetica di Umberto Saba è tutta raccolta in un libro che ha avuto varie edizioni, a seconda delle aggiunte che il poeta vi inseriva, intitolato, come omaggio alla tradizione Canzoniere, e che sarà edita dapprima nel 1945 e, dopo l’aggiunta delle ultime poesie, nel 1961.

All’interno di essa varie sezioni, fra le più importanti dell’itinerario poetico di Umberto Saba: Versi militari, Casa e campagna, Trieste e una donna, Il piccolo Berto, Ultime cose.

Non bisogna dimenticare la sua attività di prosatore che si esplica in Scorciatoie e raccontini, la cui prima pubblicazione è del ’46, ed il romanzo incompiuto Ernesto, pubblicato, a cura della figlia, postumo nel 1975.

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Umberto Saba e Carletto Cerne nella Biblioteca antiquaria

Il Canzoniere rappresenta, per parole dello stesso Saba, un “autobiografia in versi” dello stesso poeta: non per niente il titolo riprende il modello petrarchesco in cui, appunto si raccontava, in modo poetico, l’amore in vita e in morte per madonna Laura. Allo stesso modo bisogna leggere l’opera del poeta triestino, perché ogni poesia, pur in sé conchiusa, non cessa di avere richiami interni e analogie con altri testi presenti nell’opera.

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Canzoniere edizione del 1921

Tale autobiografia la sottolinea egli stesso dividendo il Canzoniere in tre parti, che contengono precise raccolte poetiche (citeremo le più importanti):

  • periodo giovanile, dal 1900 al 1920: Versi militari, Casa e campagna, Trieste e una donna;
  • periodo della maturità dal 1921 al 1932: Autobiografia, Il piccolo Berto, Preludio e fughe, Ultime cose;
  • periodo della vecchiaia dal 1933 al 1954: Parole, Mediterraneo, Quasi un racconto, Sei poesie della vecchiaia.

La prima parte, o, per dir meglio il primo periodo della poesia sabiana vede come protagonista la moglie Lina e la città di Trieste.

Alla prima dedica il seguente testo:
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Il vecchio Saba con la moglie

A MIA MOGLIE
Tu sei come una giovane, una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
 
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa; che,
se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la sua carne.
Se l’incontri e muggire l’odi,
tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.
 
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
 
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
 
Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere;
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.
 
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.
E così nella pecchia ti ritrovo,
ed in tutte le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.
 

Poesia tra le più celebri di Saba, inserita nella sezione Casa e campagna, anche per il suo tono dimesso, ma non per questo meno ricercato. Se vi è un tributo è certamente al Cantico francescano e se tale tributo lo abbiamo ritrovato anche in D’Annunzio, più esattamente ne La sera fiesolana, dove esso rimanda ad una luna argentea, quindi visiva, qui, invece, è all’umiltà del creato e alla perfezione silenziosa umile della donna, soprattutto di Lina, al tempo della poesia, in attesa di un figlio.

L’accostamento alle femmine animali non è casuale: viene colto nell’atteggiamento di esse qualcosa che le rende uniche: l’incedere maestoso della pollastra, il bisogno di protezione e di dolcezza della giovenca, l’amore geloso di una cagna, il senso della libertà di una rondine, la maternità di una coniglia o la laboriosità di una formica; Lina è come tutte queste qualità.

La struttura del testo poetico ci offre la possibilità di definire la poesia sabiana antinovecentista; egli non ama l’analogia, cara ai simbolisti e poi agli ermetici, suoi contemporanei; crede fermamente nella forma e nella tradizione della poesia, soprattutto al grande canone della letteratura italiana, dagli stilnovisti a Leopardi.

A tale scopo Saba trova il ricorso alla similitudine, costruita in anafora su ogni strofe, più naturale, perché figlio, appunto della tradizione. Tale similitudine fa sì che l’attenzione rimanga accesa sul “Tu” che viene illuminato dalla perfezione di Dio nell’aver creato la donna. Infatti se la donna è più vicina alla natura dell’uomo, di conseguenza è più vicina a Dio. Per questo tale poesia ha un ritmo profondamente religioso, tanto da essere considerata, da alcuni critici, come un ricalco alla laude medievale (si pensi ai bestiari).

Ma Saba, oltre a considerarla una preghiera, l’ha definita anche come “poesia infantile”: “se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa”. E’ evidente che l’immagine femminile di un bambino non può che essere quella materna, per questo, poi, tale religiosità si veste anche d’ambiguità: allora la poesia che Umberto ha dedicato a Lina, l’ha anche dedicata alla madre. La compresenza di moglie/madre è evidente e rende il testo, con parole sabiane “scandaloso”.

Rapporto tra il mondo della natura e quello umano, lo ritroviamo anche in un altro testo, sempre tratti dalla sezione Casa e campagna:

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LA CAPRA
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
 
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
 
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

Il nucleo tematico della lirica è la solitudine dell’uomo e come questa porti al riconoscimento di una fraternità universale nel dolore.

L’incipit poetico è la parola senza risposta. Solo il belato di una capra sofferente, bagnata e legata. Si vede che è sofferente, della stessa sofferenza dell’io poetico.

Nella seconda strofa si sottolinea l’identità tra la voce ed il belato: nessuna differenza: la sofferenza ha una sola voce.

La terza vede, nel viso semita dell’animale, incentrarsi il male del mondo.

Potrebbe apparire un testo semplice, ma forte è il richiamo leopardiano, soprattutto di Canto notturno di un pastore errante: lì il pastore si domanda se il mondo animale non conosca il dolore (la noia), qui Saba dà una risposta, forse quella che Leopardi mette, a chiusura della lirica in tono dubitativo forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il natale. Per Saba nessun forse, solo una certezza perché il dolore è eterno, ha una voce e non varia.

In Storia e cronistoria del Canzoniere, in cui Saba spiega la genesi della sua opera, rispetto all’ultimo verso ci dice «è un verso prevalentemente visivo. Quando Saba lo trovò, non c’era in lui nessun pensiero cosciente né pro né contro gli ebrei. È un colpo di pollice impresso alla creta per modellare la figura». Ma la capra dal volto quasi umano che gli ricorda un viso semita, cioè proprio di quel popolo che ha più sofferto, per essere stato il più perseguitato della storia, non può non apparire come l’emblema “della condizione universale di dolore immanente negli uomini come nella natura” (Bàrberi Squarotti, 1960).

Altra grande protagonista della sua lirica è certamente Trieste, a cui dedica una delle sue poesie più belle, tratta da Trieste e una donna:
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Trieste città vecchia

CITTA’ VECCHIA
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
 
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
 
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
 

Il poeta passeggia per la città, e compie un piccolo viaggio: quasi novello Dante scende agl’inferi di essa: i luoghi sono l’osteria ed il bordello, posti nel porto e i peccatori sono la prostituta, il marinaio, un vecchio che bestemmia, una donna che litiga, un sodato, ed una chiassosa ragazzina invasata d’amore; ma in questi peccatori il poeta ritrova l’infinito nell’umiltà.

Se il canto è il canto dell’umiltà, umile dev’essere il linguaggio poetico, cui le assonanze interne e le rime rimandano alla disposizione di parole, quanto mai più denotative nella rappresentatività, quanto mai più connotative rivelando in esse la divinità dell’esistere nel nome del Signore.

Sono figure portatrici di dolore, come di dolore è stata la morte di Cristo: è sintomatica la rima amore : dolore : Signore, quasi ad indicare che laddove vi è Dio non può esserci sia l’uno che l’altro.

L’ultimo è quasi un verso ossimorico, ma visto nella dicotomia sabiana tra vita ed esclusione ad essa, troviamo la certezza che dove vi è la vita vissuta nella difficoltà, là vi è Dio. Ma è come se vi sia rimpianto: il poeta ama quella vita, ma ne è escluso, l’osserva dall’esterno.

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Saba osserva il porto di Trieste

TRIESTE
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
 
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
 
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Se il viaggio di Saba nella poesia precedente è di discesa, qui, viceversa è in ascesa, Saba qui sale dal centro popoloso, per arrivare su un’erta, dove, in isolamento osserva il sua città.

Trieste ha una grazia scontrosa: in un ossimoro la sua caratteristica: la dolcezza non affettata, come la purezza di un ragazzo che ama con gelosia. Vi è in essa come una continua dicotomia, che è lo specchio della dicotomia dell’autore stesso: Trieste è periferica, come periferico è il suo io, tra la vita e il senso di non appartenenza; tra la voglia d’amare e la paura dell’abbandono. Anche la casa, posta in alto, che s’aggrappa alla collina, sembra escludersi dal resto.

Non è un poesia sulla città in cui è nato, ma è una poesia sulla Trieste interiore riflesso della sua vita. Se in città vecchia la vedevamo solare, ora la troviamo irraggiungibile: ma ciò che non cambia è l’atteggiamento del poeta.

Che Saba sia un escluso lo capivamo dall’osservazione esterna sia in Città vecchia che in Trieste: nell’una osserva la vita del porto, a cui piacerebbe entrare, nell’altra la guarda dall’alto, l’abbraccia, ma continua a non viverla.

Sul piano stilistico notiamo la presenza di endecasillabi, settenari e quinari con rime a volte baciate: il lessico è leopardiano (erta, muricciolo, natia), poeta da lui profondamente amato.

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Edoardo Weiss con due assistenti

Dalle seconda parte scegliamo due poesie, la prima tratta dalla sezione Autobiografia (composta nel ’24), l’altra dalla sezione Il piccolo Berto (1931), raccolta dedicata al dottor Edoardo Weiss (allievo di Freud), a cui il nostro si rivolse per un trattamento psicanalitico.

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MIO PADRE E’ STATO PER ME “L’ASSASSINO”
Mio padre è stato per me «l’assassino»,
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.
 
Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna l’ha amato e pasciuto.
 
Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.
 
«Non somigliare – ammoniva – a tuo padre».
Ed io più tardi in me stesso lo intesi:
eran due razze in antica tenzone.

La poesia presenta un aspetto estremamente tradizionale: un sonetto a rime alternate. Come per gli altri sonetti della stessa sezione, il primo verso della poesia introduce il tema autobiografico che l’autore intende interpretare retrospettivamente: in questo caso si tratta del rapporto con la figura paterna, che Saba incontra per la prima volta a vent’anni, scoprendolo libero, infantile, dolce e molto più simile a lui di sua madre, che ai suoi occhi ha sempre incarnato la severa autorità e il senso del dovere.

Il sonetto è costruito secondo in modo simmetrico: le prime due quartine sono dedicate alla figura paterna, le due terzine alla madre. Ma tale divisione ricorre anche a livello di campi semantici: se nella prima parte a prevalere sono i significati leggeri, (ricordiamo che il termine “assassino” era un intercalare del linguaggio del parlato, qui riferito alla madre), tutti posti in rima bambino : azzurrino; e gli aggettivi composti dolce/astuto : amato/pasciuto; diverso il trattamento retorico e semantico dedicato alla madre, dove troviamo l’unico enjambement del testo, ad indicare il livello di sopportazione che la povera donna abbandonata doveva sopportare.

A tale divisione fa da chiusura l’ultimo verso gli ultimi due versi, dopo l’espressione materna, ad indicare che, i due caratteri così contrapposti (due razze in antica tenzone), fanno ora parte del proprio io: il senso di indeterminatezza e leggerezza, che lo rende estraneo della vita (come lo fu anche il padre in un certo senso), e la severità della madre che lo inibisce. Pur non avendo ancora onosciuto il dottor Weiss, è palese la lettura freudiana che il testo ci propone.

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Saba con la figlia Linuccia

MIA FIGLIA MI TIENE IL BRACCIO INTORNO AL COLLO
Mia figlia
mi tiene il braccio intorno al collo, ignudo;
ed io alla sua carezza m’addormento.
 
Divento
legno in mare caduto che sull’onda
galleggia. E dove alla vicina sponda
anelo, il flutto mi porta lontano.
Oh, come sento che lottare è vano!
Oh, come in petto per dolcezza il cuore
vien meno!
 
Al seno
approdo di colei che Berto ancora
mi chiama, al primo, all’amoroso seno,
ai verdi paradisi dell’infanzia.

Poesia fondamentale alla quale la lettura psicoanalitica sembra assolutamente lecita, essendo indirizzata, appunto al suo terapeuta.

Dopo una dolcissima descrizione, un amore tra un padre e una figlia, amore da lui provato solo dalla balia, la dolce Peppa, s’addormenta e l’approdo è alla sua infanzia.

La parte centrale rappresenta lo stato d’animo di Saba, un legno caduto sull’acqua che anela raggiungere la riva e non vi arriva, la mancanza di forza, la sua indeterminatezza, la noluntas di sveviana memoria, che al poeta conterraneo sembra tradursi in dolcezza, con il verso dal sapore leopardiano come in petto per dolcezza il cuore vien meno!.

Infine la catarsi, la regressione all’infanzia, con l’ultimo verso baudelairiano, laddove il poeta triestino sostituisce l’espressione dell’infanzia ai termini di amori infantili.

Dall’ultima fase, quella della maturità, le poesie che ci piace ricordare sono quattro. La prima di esse è tratta dalla sezione Parole (1933-1934), e presenta un tema inconsueto per la tradizione poetica:

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GOAL
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
 
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
 
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Se Saba è alla ricerca di una poesia “umile” e quindi “popolare”, nel senso più alto che questo termine deve avere, essa deve trattare temi altrettanto popolari, come lo erano, certamente l’epica dei giochi funebri nella poesia classica. D’altra parte anche Leopardi aveva ottemperato a tale tradizione con A un vincitore nel pallone e Saba, accostandosi a tale tradizione, trasforma l’autore del goal in un eroe, capace di piegare la difesa avversaria e di far traboccare di gioia incontenibile i compagni ed i tifosi negli spalti. A tale scopo ricorre anche un certo innalzamento del lessico poetico, che rincorre quello epico

Ma tale episodio è posto al centro, schiacciato dalla strofa iniziale e da quella terminale, dove a prevalere sono i due portieri, come in un reale campo di calcio, posti ambedue all’estremità.

Saba non registra il gesto, né del vincitore né del portiere: quello che lo interessa è il riflesso psicologico che, in quello sconfitto, si riflette nel pudico pianto, nel vincente nella volontà di baciare chi condivide con lui la gioia.

Ma a ben leggere a prevalere sono un senso di fraterna solidarietà: il compagno s’avvicina, consola il portiere abbattuto; i compagni del realizzatore s’abbracciano, raccogliendo anche l’entusiasmo dell’uomo tra i pali.

Sono tutti legati dall’essere uomini: fratelli nell’odio e nell’amore di una medesima natura.

Il secondo testo è tratta dalla sezione 1944, scritta e pubblicata nello stesso anno, quando Firenze venne liberata dai nazifascisti.

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Carlo Levi: Ritratto di Umberto Saba

IL TEATRO DEGLI ARTIGIANELLI
Falce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
 
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: «E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro».
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
 
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
 

In Storia e cronistoria del Canzoniere il poeta sottolinea di non aver voluto scrivere una poesia comunista, ma di aver voluto cogliere il momento della appena ritrovata libertà in un luogo dimesso, un piccolo teatro di periferia.

Siamo nel 1944, gli alleati hanno respinto le truppe tedesche oltre la linea gotica; Saba è a Firenze, ospite di alcuni amici per essersi dovuto nascondere perché di madre ebrea.

Ancora cannoneggiano quando una parte della città è stata liberata e a festeggiarla un manipolo di uomini, donne e bambini. Una colorazione festosa, nell’incipit, che non disdegna il dolore per la guerra non ancora finita.

Entra, nella seconda strofe, un mutilato: recita il Prologo; vuol far sorridere, affinché il sorriso accomuni nel sentimento fraterno gli uomini, ormai liberi dai lutti e dai pianti: ad accompagnarli del vino rosso che ne attenui le tristezze.

La chiusa ci riporta al dolore, ad annullare il concetto di poesia celebrativa. E’ pur vero che il verso è piano, dalla sintassi semplice, con l’inserimento del discorso diretto; ma ad osservare i termini che chiudono le tre strofe ineguali, parole forti nel tessuto poetico, sembri che il sole di speranza della seconda si sperda, schiacciato dal muro e da rovine.

Il dolore, sembra dirci Saba, è insito nell’uomo e, seppur in questo caso, aperto alla speranza, forte per i numerosi lutti e la distruzione che la guerra ha causato.

Tratta dalla sezione Mediterranee (1946) leggiamo quello che può essere considerato un vero e proprio manifesto poetico del poeta triestino:

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Umberto Saba: La poesia onesta

AMAI

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
 
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
 
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

L’autore, prendendo esplicitamente parola in prima persona, spiega al suo lettore in il fine delle sue scelte poetiche. Le trite parole (e cioè già utilizzate da molti, nel corso della tradizione poetica italiana) sono sia una scelta di stile che di contenuto: la rima fiore | amore, è la più banale cui si possa pensare, e per questo la più difficile da personalizzare e rendere originale. Ed è proprio questa la sfida di Saba, che reagisce contro la continua ricerca di nuove tecniche espressive, affermando come la vera scommessa sia quella di avvalersi della tradizione per esprimere concetti e verità nuove.

La verità che giace al fondo è secondo l’autore il fine ultimo della poesia, unico mezzo di cui l’uomo può avvalersi per scoprire i più reconditi segreti del cuore umano, la psiche tormentata che il poeta ha sempre cercato di sublimare col suo dettato poetico.

E proprio questa verità deve essere espressa dal poeta nel modo più semplice e immediato possibile, senza nascondersi dietro a tecnicismi e scelte stilistiche eccessivamente sperimentalistiche (quali quelli dei poeti a lui contemporanei, soprattutto gli ermetici).

Ancora dalla stessa sezione traiamo la lirica Ulisse:
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Umberto Saba alla finestra (1946)

ULISSE
Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Saba è ormai vecchio quando scrive questa lirica e rievoca il periodo della giovinezza in cui, come mozzo in una nave, navigava sulle coste dalmate.

Rivivendo quei momenti e l’ambiente marino, il poeta non può non richiamarsi al mito d’Ulisse, così operante nella cultura Novecentesca (si pensi all’Ulisse di Joyce); tuttavia il confronto tra l’eroe greco e il poeta triestino può risoltura inopportuno se non si legge dietro il viaggio di Ulisse e il viaggio della vita di Saba una identica difficoltà nel superare gli ostacoli.

Qui il poeta li rivede quei pericoli e i momenti difficili della sua vita e li oggettivizza negli isolotti radenti l’acqua, coperti d’alghe, scivolosi…

La vela che sbanda è la sua anima, che cerca sicurezza, verità. Forse il porto potrebbe darle sicurezza, ma è una sicurezza inconsapevole (da lottatore, la definirebbe Svevo) quella che non dà problemi, fatta di una vita conformistica.

Ma un poeta non può fermarsi senza interrogarsi sulla verità ultima: allora il non domato spirito (sembra risentire Foscolo, che proprio ad Ulisse rivolse la sua attenzione in A Zacinto) e della vita il doloroso amore (splendido ossimoro in anafora) preferiscono andare al largo, nel mare (infinità dell’essere), ad interrogarsi ancora sul dolore universale dell’uomo, la cui fatica del vivere è resa, retoricamente con numerosi enjambement, quasi inciampi nel percorrere la difficile via dell’esistere.

Non si può chiudere il discorso su Saba, senza accennare al suo romanzo, iniziato nel ’53, ma rimasto incompiuto e ritenuto impubblicabile dallo stesso autore. Sarà infatti portato alla luce a più di vent’anni di distanza, dalla figlia Linuccia, esattamente nel 1975.

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Edizione enaudiana del romanzo (1975)

Vi si racconta la storia del sedicenne Ernesto, bellissimo adolescente, nel 1898, abbandonato dal padre prima di nascere e cresciuto con la madre, la balia ed una zia. Lavora presso il rude industriale Wilder e qui riceve le attenzioni di un operaio ventottenne con cui ha un’esperienza omosessuale. Confuso, su consiglio di un barbiere, si reca in un bordello cittadino, dove la prostituta Tania lo inizia all’amore eterosessuale. Non volendo più recarrsi al lavoro si procura il licenziamento inviando una lettera d’improperi al signor Wilder. Poiché la madre non si spiega il motivo di tale scelta e vorrebbe farlo riassumere il figlio è costretto a confessare alla madre la relazione omosessuale.

Il successivo capitolo, Emilio, disoccupato, assisterà ad un concerto di un giovanissimo violinista, strumento di cui anche lui è appassionato. Forse sarà l’inizio di un nuovo amore. Qui il romanzo s’interrompe.

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Locandina del film tratto dal romanzo di Saba (1979)

LA CONFESSIONE

«Non chiedermi nulla,» implorò Ernesto quando, fra le dita delle mani di cui si faceva schermo alla faccia, lesse negli occhi di sua madre il turbamento causato dalla sua confessione. Temeva di averle inferto un colpo mortale, di vederla, da un momento all’altro stramazzare dalla sedia, morta per colpa sua… Se non fosse stato egli stesso così turbato, avrebbe visto che le sue parole avevano procurato invece a sua madre un senso quasi di sollievo. Dall’agitazione del figlio attendeva anche peggio…

«Adesso capirai», continuò Ernesto, «perché non posso più ritornare dal signor Wilder. Non devo più rivedere quell’uomo. La signora Celestina non vedeva che il lato materiale del fatto, che gli sembrava, più che altro, incomprensibile. Le sfuggiva del tutto il suo significato – la sua determinante psicologica. Se no, avrebbe anche dovuto capire che il suo matrimonio sbagliato, la totale assenza di un padre, la sua severità eccessiva ci avevano la loro parte… Senza contare, bene inteso, l’età, e più ancora la “grazia”particolare di Ernesto, che forse traeva la sua origine proprio da quelle assenze.

«Mascalzone», esclamò, prendendosela, ad ogni buon conto, con l’uomo, «mascalzone, assassino, peggio di tuo… Abusare così di un ragazzo! Saprò bene io trovarlo, e dirgli quattro parole. Al solo vedermi, deve buttarsi in mare dalla vergogna, e subito, se non vuole che io…»

«No», disse Ernesto, «egli non ha tutta la colpa. Devi anzi, se non vuoi far andare in dispiaceri anche me, giurarmi che non cercherai mai né di vederlo, né di parlargli. Perché tu non sai, mamma… Adesso è finito; ma se ritornassi dal signor Wilder… Diceva di volermi bene, e non mi lasciava più pace… Mi portava perfino le paste».

«E vorresti che io lo lasciassi impunito, dopo quello che ha fatto a mio figlio, a un ragazzo per bene…»

«Non sono più per bene, e non sono più un ragazzo», disse, suo malgrado, Ernesto, «o almeno non lo sono più per la legge. E, se io non avessi voluto…»

«Non mi dirai, adesso, che sei stato tu a pregarlo?»

«No, mamma, a pregarlo no. Ma, … ma gli sono andato incontro a più di mezza strada. Ecco perché non devi dire niente a nessuno, meno di tutti allo zio Giovanni». (Gli era venuta in mente l’idea, più terribile di ogni altra, che sua madre potesse denunciare la cosa a suo zio, che era anche il suo tutore, e per di più, Ernesto non lo dubitava, mezzo matto… Il padre di Ernesto era stato bandito, per attività sovversive, irredentistiche, dall’Impero d’Austria, di cui Trieste era, dopo la perdita di Venezia, “la più bella gemma”; e la Legge voleva che ogni minorenne, privo per causa di morte o altra dell’assistenza paterna, avesse, almeno per la forma, un tutore). «Giurami», continuò, «che non dirai nulla allo zio; giurami, mammina. Se no…» E si mise a piangere

La signora Celestina (e fu un miracolo) capì, questa volta, che suo figlio aveva più bisogno di essere consolato che rimproverato. Il fatto – va da sé – le ripugnava e, più ancora le riusciva – come si è detto – quasi incomprensibile. Ma non ne fece – come temeva Ernesto – un caso di vita o di morte. Si accontentava che, per il buon nome di suo figlio, rimanesse tutto segreto; che nessuno, nemmeno l’aria, ne sapesse o sospettasse nulla.

«Ma lui… quell’uomo», disse, «sei sicuro che non parlerà?»

«Sicuro», si sforzò di mentire Ernesto.

«Ed anche tu non devi farlo capire a nessuno; nemmeno, guai!, a tuo cugino. Sai che ragazzo è quello». (Temeva che suo figlio fosse, oltre che un po’ esagerato, un po’ chiacchierino). «Ti ha fatto molto male?» aggiunse, sottovoce.

«Oh, mamma!» implorò Ernesto cacciandosi sempre più la testa fra le mani. (Il cugino corruttore gli sembrava, in quel momento, uno specchio di virtù).

«Figlio, povero figlio mio!» s’intenerì, ad un tratto, la signora Celestina. E seguendo questa volta l’impulso del cuore, mandò al diavolo (cioè al suo vero padre) la morale e le sue prediche inette. Si piegò sul ragazzo, e lo baciò in fronte.

«Devi giurarmi» disse, «che non lo farai più. Sono cose brutte, indecenti», (Ernesto pensò involontariamente alla “forma esterna” dei suoi componimenti scolastici, che gli aveva procurato l’inimicizia di un professore al Ginnasio), «indegne di un bel ragazzo come te. Solo i “muloni” le fanno, quelli che vendono limoni agli angoli delle strade, in Rena Vecchia, non il mio Pimpo». (Nei suoi rari momenti di espansione, la signora Celestina dava a suo figlio il nome che questi aveva dato al merlo).

Dopo il bacio della madre, e sentendo avvicinarsi il perdono, Ernesto si sentiva rinascere. Era uno dei pochi baci che avesse ricevuti da lei. La povera donna ci teneva molto ad essere – e più ad apparire – una “madre spartana”. «No pensarghe più, fio mio», disse, passando all’improvviso, e senza accorgersene, al dialetto, cosa anche questa che le accadeva di raro, «quel che te xe nato xe assai bruto, ma no ga, se nissun vien a saverlo, tanta importanza. No ti xe, grazie a Dio, una putela».

«No son una putela» protestò Ernesto «son anche sta una volta da una dona». E scoppiò in singhiozzi, come quando – fanciullo di dieci anni – aveva letto, la prima volta, il Cuore di Edmondo de Amicis. Singhiozzava proprio di gusto.

Questa seconda confessione – colla quale Ernesto credeva forse di lavarsi dalla prima – ferì più profondamente l’anima gelosa di sua madre. Come l’uomo – sebbene per motivi (almeno in parte) diversi – temeva per suo figlio le donne: quelle pubbliche per le malattie, le altre per altre ragioni. «Ed io», disse, «che ti credevo ancora innocente come un colombino».

Dal letto di ottone le rispose il gemito di un uomo pugnalato.

«Adesso, basta», disse, alzandosi, la signora Celestina. «Quello che è stato è stato. Al signor Wilder parlerò io, gli dirò che sei ammalato; o, per non mettere la bocca in male, troverò un’altra scusa. Tu non li vedrai più, né il signor Wilder, né… l’altro.

«Davvero, mamma, mi perdoni?» disse Ernesto. Desiderava un secondo bacio; ma non osava chiederlo.

«Ti ho già perdonato», disse la signora Celestina. «Alzati adesso, e va’ a fare quattro passi. Non lasciarti prendere dalla malinconia».

Ernesto si mise a sedere sul letto. Negli occhi color nocciola – lavati dal pianto – splendeva come una luce di bontà infantile.

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 Statua di Umberto Saba a Trieste

ITALO SVEVO

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Italo Svevo

Aaron Hector Schmitz nasce, quinto di otto figli, il 19 dicembre 1861 a Trieste da una famiglia di origine ebraica benestante, proveniente dalla Germania: il padre Franz Schmitz, commerciante di vetrami, la madre, italiana, Allegra Moravia.

Nel 1874, viene mandato dal padre a studiare, assieme ai due fratelli Adolfo ed Elio al collegio di Segnitz, in Baviera, dove studia il tedesco e altre materie utili per l’attività commerciale. Dopo quattro anni torna a Trieste e finisce il suo percorso di studi commerciali; ma è già da quando risiedeva in terra germanica, grazie soprattutto a Elio, che morirà a 22 anni, che coltiva un profondo interesse per la cultura letteraria e musicale, cercando d’impare a suonare il violino e leggendo prima i classici tedeschi e successivamente quelli italiani.

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Trieste nel 1885

Nel 1880, dopo il fallimento dell’azienda paterna, inizia a lavorare presso la filiale cittadina della Banca Union di Vienna, impiego che, sebbene mai amato, manterrà per diciotto anni. Sono anni in cui maturerà l’amicizia con il pittore Umberto Veruda, mentre inizia una difficile relazione con Giuseppina Zergol: tale esperienza verrà poi descritta nel secondo romanzo. Nello stesso periodo ha inizio la collaborazione con L’Indipendente, giornale d’ispirazione socialista dove pubblica recensioni e saggi teatrali e letterari. Qui riesce anche a far pubblicare, rispettivamente nel 1888 e nel 1890, i suoi racconti Una lotta e L’assassinio di via Belpoggio, scritti in lingua italiana con lo pseudonimo di Ettore Samigli. 

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La prima pagina de L’indipendente di Trieste nel 1898

Nel 1892, anno in cui muore il padre, avviene la pubblicazione del primo romanzo Una vita, firmato con il definitivo pseudonimo Italo Svevo; l’opera viene sostanzialmente ignorata dalla critica e dal pubblico. Nel ’95 perde la madre e nel ’96 sposa la cugina Livia Veneziani, figlia di un commerciante di vernici per sottomarini cattolico, da cui ha una figlia, Letizia.

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Svevo il giorno del suo matrimonio

E’ del 1898 il suo secondo romanzo, Senilità; anche quest’opera passa però quasi sotto silenzio. L’insuccesso letterario lo spinge quasi ad abbandonare del tutto la letteratura. Dimessosi dalla banca, nel 1899 Svevo entra nell’azienda del suocero, accantonando la sua attività letteraria, che diventa marginale e segreta. Costretto per lavoro a numerosi viaggi all’estero, dove si porta un violino senza riuscire a esercitarsi che raramente, ha tuttavia ancora qualche voglia di scrivere e si trova a comporre qualche pagina teatrale e alcune favole, che tuttavia non mostra pubblicamente. Per esigenze lavorative decide di frequentare un corso d’inglese alla Berlitz School di Trieste nel 1907: suo insegnante sarà lo scrittore irlandese James Joyce, che proprio in quegli anni frequentava la città austriaca. Dopo che Joyce ebbe modo di conoscere le due prime opere letterarie di Svevo (non amò particolarmente Una vita, ma rimase entusiasta di Senilità) lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo. Data intorno al 1910, grazie al cognato, Bruno Veneziani, il suo viaggio a Vienna dove si reca per accompagnarlo per sottoporsi ad una terapia psicoanalitica: in questo modo Italo Svevo entra in contatto con le teorie di Sigmund Freud.

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James Joyce

Allo scoppio della prima guerra mondiale, l’azienda nella quale lavora viene chiusa dalle autorità austriache. Durante tutta la durata della guerra lo scrittore rimane nella città natale, mantenendo la cittadinanza austriaca ma cercando di restare il più possibile neutrale di fronte al conflitto; in questo periodo approfondisce la conoscenza della letteratura inglese; e traduce, spinto da un nipote medico, La scienza dei sogni di Sigmund Freud.
Nel 1919 Svevo comincia a scrivere La coscienza di Zeno, poi pubblicato nel 1923, ancora senza successo, fino al 1925, quando lo invia a Joyce che lo propone ai critici italianisti francesi, Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux, mentre in Italia Eugenio Montale, in anticipo su tutti, ne afferma la grandezza. Spinto dal successo internazionale comincia il suo quarto romanzo, Il vecchione o Le confessioni del vegliardo, una continuazione de La Coscienza di Zeno, che rimarrà incompiuto a causa della morte dello scrittore, avvenuta nel 1928 a seguito di un incidente stradale.

L’attività letteraria di Italo Svevo (pseudonimo che appare per la prima volta nell’intestazione del suo primo romanzo Una vita) è inserita in un clima per così dire periferico: Trieste è infatti una città di confine, non dell’Italia, ma dell’Impero Austroungarico, che fa della città il suo sbocco marino. Trieste, in quel periodo presenta un vero e proprio crogiolo di etnie e culture che possono essere così sintetizzate:

  • Austriaca, etnia che rappresenta in quella città il potere politico ed amministrativo;
  • Italiana, formata soprattutto da una borghesia imprenditoriale, fortemente influenzata dal nazionalismo e che costituirà una componente fondamentale dell’irredentismo;
  • Ebraica, che si colloca trasversalmente, con una forte cultura identitaria, che detiene il potere finanziario;
  • Slava, che costituisce il nerbo del proletariato cittadino.

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Cartina della Mitteleuropa (in verde scuro i confini politici, in chiaro i culturali)

Da quanto detto è evidente che la città si presenti come un centro la cui vocazione è fortemente cosmopolita, dove si accentrano gli influssi dell’intera cultura europea sebbene vi predominino la cultura tedesca e quella italiana. Trieste potrebbe a buon diritto dirsi uno dei centri di quella cultura mitteleuropea, che vive il suo momento a cavallo della dissoluzione dell’impero asburgico e possiede al suo interno esperienze che, pur differenziate per lingua e cultura, possono essere accomunate da una profonda sfiducia sull’uomo e sulla sua forza d’intervenire nella realtà (si ricordino Robert Musil e il suo Uomo senza qualità, Franz Kafka e il racconto La metamorfosi, Elias Canetti con Autodafé)

Anche Italo Svevo appartiene a buon diritto a questa élite intellettuale, il cui nome, scelto per la pubblicazione del romanzo, vuole appunto indicare la duplicità della sua cultura: italiana da una parte (Italo) e germanica in senso lato (Svevo).

Prima d’iniziare a conoscere l’attività letteraria, ci pare opportuno analizzare le basi culturali entro le quali il nostro sviluppò la sua idea di mondo:

  1. conosce, per questioni lavorative e culturali ben quattro lingue (oltre il dialetto triestino parlato in famiglia): tedesco, italiano, francese ed inglese. Ciò vuol dire che poté approcciarsi alla maggiore cultura europea in modo diretto, senza l’ausilio di traduzioni;
  2. la conoscenza e lo studio della filosofia di Arthur Schopenhauer: se per il filosofo tedesco a farci vivere è una sorta di forza vitalistica che ognuno di noi possiede, al di là della nostra volontà, veniamo di conseguenza privati della libertà; ciò dà vita a due tipologie umane: da una parte i “lottatori” (sani, per Svevo), che si gettano nella vita lasciandosi trascinare, in modo irrazionale, da tale forza vitalistica e quindi godendo dei suoi frutti senza chiedersi perché; dall’altra i contemplatori (malati, secondo Svevo), che, sottraendosi talvolta a tale flusso, possono guardarlo criticamente, ma ne deriva una sorta d’infelicità, di uno spostamento alla condizione d’inettitudine, e quindi non riuscendo a godere dei suoi frutti (vedremo poi come maturerà tale concetto nel suo maggiore romanzo);
  3. la conoscenza della teoria scientifica di Charles Darwin, con la quale raffronta il discorso della selezione naturale sugli animali (e quindi sullo stesso uomo) a quello dei gruppi sociali. Per Svevo non si tratta soltanto di cancellazione delle specie inferiori, ma anche di come esse, talvolta, possono ricrearsi per difendersi. Egli infatti mette sullo stesso piano il concetto schopenhaueriano del contemplatore con quello del debole, che tuttavia trova in sé le motivazioni per esistere;
  4. l’incontro, grazie al nipote, con la filosofia freudiana: egli non crede affatto al suo effetto terapeutico, ma la trova estremamente efficace per l’analisi degli uomini e quindi dei personaggi letterari (Grande uomo quel Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati);
  5. il marxismo (sebbene in misura minore): egli, più che interessarsi alla soluzione rivoluzionaria per l’affermazione del proletariato, crede nell’ “alienazione” che la società capitalistica provoca nell’uomo, con tutte le conseguenze negative che ne derivano.  

Vedremo più specificatamente come le componenti culturali entrino a far parte della sua produzione letteraria.
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Statua che la città di Trieste ha dedicato all’autore

Come detto esordisce, nel 1892, con il romanzo Una vita:

Alfonso Nitti, giovane intellettuale con aspirazioni letterarie, lascia il paese natale, dove vive con la madre; si trasferisce a Trieste, in affitto presso la famiglia Lamberti, trovando un avvilente impiego come bancario. Come altri suoi colleghi viene invitato a casa del banchiere Maller, e qui conosce Macario, un giovane sicuro di sé con cui Alfonso fa amicizia, e Annetta, figlia di Maller, anch’ella interessata di letteratura, con la quale Alfonso inizia una relazione. Sul punto di sposarla però, fugge, così da poter cambiare vita, e torna al paese d’origine, dove la madre, già gravemente malata, muore. Alfonso torna quindi a Trieste, e decide di vivere una vita di contemplazione, lontano dalle passioni. Tuttavia, alla scoperta che Annetta si è fidanzata con Macario, Alfonso si sente ferito e cerca in tutti i modi di ritornare alla situazione precedente, ma non solo fallisce in questo proposito, bensì riesce persino ad aggravare ulteriormente la situazione. Quando, in seguito all’ennesimo equivoco con la famiglia Maller, si trova a dover sfidare a duello il fratello di Annetta, sceglie di suicidarsi e di porre così fine alla sua vita di disadattato.

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Edizione del 1893

Scritto nel 1888, ma pubblicato nel 1892, il romanzo racconta la vita di Alfonso Nitti, nel quale si possono leggere alcune caratteristiche dello stesso Svevo (prime fra tutte quelle di avere velleità letterarie). Influenzato dai naturalisti francesi Svevo vuole raccontare l’intera esistenza di un piccolo impiegato di provincia, come già aveva descritto, in parte, il nostro Emilio De Marchi, e sceglie come titolo Un inetto (in aptus, cioè inadatto), cambiato dall’editore in Una vita. La scelta definitiva del titolo ricalca quella di un romanzo di Guy De Maupassant e ciò, al di là della scelta dell’editore ci dice i rapporti che l’opera dello scrittore triestino aveva con la cultura naturalista.

Già in questo primo romanzo vediamo come l’elemento schopenhaueriano operi in modo palese nella struttura del racconto. Lo vediamo in questo passo:
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Trieste: Riviera di Barcola

IL GABBIANO

La sua compagnia doveva piacere a Macario. La cercava di spesso; qualche sera gli usò anche la gentilezza di andarlo a prendere all’ufficio. Ad Alfonso non sfuggì la causa di quest’affetto improvviso. Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche alla sua piccolezza. Era tanto piccolo e insignificante, che accanto a lui Macario si trovava bene.
Non si compiacque meno di tale amicizia. Le cortesie, anche se comperate a caro prezzo, piacciono.
Non disistimava Macario. Per certe qualità ammirava quel giovine tanto elegante, artista inconscio, intelligente anche quando parlava di cose che non sapeva.
Macario possedeva un piccolo cutter e frequentemente invitò Alfonso a gite mattutine nel golfo. Nella sua vita triste, quelle gite furono per Alfonso vere feste. In barca gli era anche più facile di dare il suo assenso alle asserzioni di Macario e in gran parte non le udiva. Si trovava ancora sempre alla conquista della solida salute che gli occorreva, riteneva, per sopportare la dura vita di lavoro a cui faceva proponimento di sottoporsi, e gli effluvi marini dovevano aiutarlo a trovarla.
Una mattina soffiava un vento impetuoso e alla punta del molo, ove si trovavano per attendere la barca che doveva venirli a prendere, Alfonso propose a Macario di tralasciare per quella mattina la gita che gli sembrava pericolosa. Macario si mise a deriderlo e non ne volle sapere.
Il cutter si avvicinava. Piegato dalle vele bianche gonfiate dal vento, sembrava ad ogni istante di dover capovolgersi e di raddrizzarsi all’ultimo estremo sfuggendo al pericolo imminente. Alfonso da terra era colto da quei tremiti nervosi che si hanno al vedere delle persone in pericolo di cadere e fu solo per la paura delle ironie di Macario che non seppe lasciarlo partir solo.
Ferdinando, un facchino ch’era stato marinaio, dirigeva la barca. Lasciò il posto al timone a Macario il quale sedette dopo toltasi la giubba quasi per prepararsi a grandi fatiche: «Ora fuoco alla macchina,» gridò a Ferdinando.
Ferdinando scese a terra e trascinò il cutter per l’albero di prora da un angolo del molo all’altro; poi, un piede puntellato a terra, l’altro sul cutter, lo spinse al largo.
Alfonso lo guardò tremando; temeva di vederlo piombare in acqua e, per quanto piccolo, l’imminenza di un pericolo lo faceva sussultare.
«Che agile!» disse a Ferdinando.
Gli pareva d’essere in mano sua e aveva il desiderio quasi inconscio d’amicarselo. Ferdinando alzò il capo, giovanile ad onta del grigio nella barba e della calvizie abbastanza inoltrata, e ringraziò. Non essendo suo il mestiere, ci teneva molto ad apparire abile. Comprese però male lo scopo della raccomandazione. Trasse con forza a sé la vela e la fissò, aiutando poscia a tenderla con tutto il peso del suo corpo. Immediatamente il vento che pareva sorgesse allora la gonfiò e la barca si piegò con veemenza proprio dalla parte ove sedeva Alfonso.
S’era proposto di far mostra di grande sangue freddo, ma i propositi non bastarono all’improvviso spavento. Poté trattenersi dal gridare ma balzò in piedi e si gettò dall’altra parte sperando di raddrizzare la barca con il suo peso. Si tranquillò alquanto sentendosi più lontano dall’acqua e sedette afferrandosi con le mani alla banchina.
Macario lo guardò con un leggero sorriso. Si sentiva bene nella sua calma accanto ad Alfonso e per rendere più evidente il distacco tenne il cutter sotto la piena azione del vento. Alfonso vide il sorriso e volle prendere l’aspetto di persona calma. Segnalò a Macario all’orizzonte delle punte bianche di montagne di cui non si vedevano le basi.
Passando accanto al faro poté misurare la rapidità con la quale tagliavano l’acqua; diede un balzo sembrandogli che la barca andasse a sfracellarsi sui sassi che la contornavano.
«Sa nuotare?» gli chiese Macario con tranquillità. «Alla peggio ritorneremo a casa a nuoto. Ma», e finse grande preoccupazione «anche se si sentisse andare a fondo non si aggrappi a me perché saremmo perduti in due. Penseremo a lei io e Nando. Nevvero, Nando?
Ridendo sgangheratamente, costui lo promise.
Coi suoi modi da pensatore, Macario si dilungò in considerazioni sugli effetti della paura. Ogni dieci parole alzava la mano aristocratica, l’arrotondava e tutti i sottintesi che quel gesto segnava, cui nel vuoto della mano creava il posto, Alfonso lo sapeva, dovevano andare a colpire lui e la sua paura.
«Muore maggior numero di persone per paura che per coraggio. Per esempio in acqua, se vi cadono, muoiono tutti coloro che hanno l’abitudine di afferrarsi a tutto quello che loro è vicino», e fece una strizzatina d’occhio verso le mani di Alfonso che si chiudevano nervosamente sulla banchina. E passarono accanto al verde Sant’Andrea senza che Alfonso potesse padroneggiarsi. Guardava, ma non godeva.
La città, quando al ritorno la rivide, gli parve triste. Sentiva un grande malessere, una stanchezza come se molto tempo prima avesse fatto tanta via e che poi non lo si fosse lasciato riposare mai più. Doveva essere mal di mare e provocò l’ilarità di Macario dicendoglielo.
«Con questo mare!»
Infatti il mare sferzato dal vento di terra non aveva onde. Vi erano larghe strisce increspate, altre incavate, liscie liscie precisamente perché battute dal vento che sembrava averci tolto via la superficie. Nella diga c’era un romoreggiare allegro come quello prodotto da innumerevoli lavandaie che avessero mosso i loro panni in acqua corrente.
Alfonso era tanto pallido che Macario se ne impietosì e ordinò a Ferdinando di accorciare le vele.
Si era in porto, ma per giungere al punto di partenza si dovette passarci dinanzi due volte. Si udivano i piccoli gridi dei gabbiani. Macario per distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via costruita, e quelle cadute rapide come di oggetti di piombo. Si vedevano solitarii, ognuno volando per proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo sproporzionatamente piccolo coperto da piume leggiere.
«Fatti proprio per pescare e per mangiare», filosofeggiò Macario. «Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello ch’è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l’appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall’alto. Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a tenere».
Alfonso fu impressionato da questo discorso. Si sentiva molto misero nell’agitazione che lo aveva colto per cosa di sì piccola importanza.
«Ed io ho le ali?» chiese abbozzando un sorriso.
«Per fare dei voli poetici sì!» rispose Macario, e arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci fosse alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per venir compreso.

Nella scena vediamo i due personaggi, amici dall’indole contrapposta, attraverso i quali possiamo individuare le due tipologie schopenhaueriane già citate:

  • Alfonso è il contemplatore, colui che guarda la vita dall’esterno, non riuscendo a partecipare ad essa. Non è solo la paura a frenarlo, quanto il rendersi conto di non saper “volare” (come gli dice Macario) e la paura che tale incapacità venga letta, capita, facendone un perdente, un inetto, appunto;
  • Macario è il lottatore, non pensa agisce. Si mostra sempre padrone delle azioni che compie e la voluptas vivendi non riesce a frenarlo: egli è il gabbiano dalla testa piccola ma dal corpo grande, che risponde, senza chiederselo ai bisogni della vita.

E’ evidente che in una struttura così le coordinate ti tipo naturalistico vengano infrante: permane la narrazione in terza persona, la descrizione degli ambienti, l’analisi sociale, ma a dominare è l’approfondimento psicologico del comportamento di Alfonso, che appare un inetto (oggi potremo dire un disadattato) più per scelta che determinato da circostanze esterne.

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Prima edizione di Senilità con dedica dell’autore

La sua figura permane nella narrativa sveviana e appare approfondita nel secondo romanzo, pubblicato nel 1898, Senilità, passato sotto il più completo silenzio e che farà sì che, almeno pubblicamente, il nostro abbandoni ogni velleità letteraria.

A trentacinque anni, autore di un romanzo ormai dimenticato, Emilio Brentani pare rassegnato a un’esistenza grigia, accanto alla sorella Amalia, non più giovane né bella, ma semplice e buona. Incontra Angiolina, una popolana che non si potrebbe dire “per bene”, ma che è vivace e intelligente. Intreccia con lei una relazione, ma non riesce a contenerla nei suoi limiti naturali; si sforza invece di attribuirle n contenuto che l’indole morale di Angiolina non sostiene. Coinvolge nella vicenda l’amico Balli, artista allegro e spensierato, col risultato che di lui s’innamorano sia l’amante sia la sorella: Angiolina gli si dà, Amalia cerca do stordirsi con l’etere e, intossicata, muore. Emilio si acquieterà nell’arida inerzia della senilità.

Il romanzo riprende e approfondisce tematiche già apparse in Una vita: anche qui vi è un autobiografismo di fondo: Emilio Brentani, oltre che essere un “fratello” dell’inettitudine di Alfonso Nitti, è anche l’alter-ego di Italo Svevo (si pensi che è un letterato con alle spalle un romanzo che gli aveva procurato una certa notorietà all’interno della cittadina triestina); l’incontro tra personalità differenti: il protagonista con il Balli (la cui figura appare modellata sul reale amico di Svevo, il pittore Umberto Veruda), l’uso ancora della terza persona.

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Umberto Veruda e Italo Svevo (1890 circa)

Tuttavia il secondo romanzo sveviano appare già a Montale un vero capolavoro: la complicazione del binomio tra “lottatori” e “contemplatori” si arricchisce con le figure di femminili di Amalia ed Angiolina. Il loro ingresso forma un perfetto quadrilatero in cui si specchiano i protagonisti:

Emilio                         Angiolina

Balli                            Amalia

Ma il quadrilatero potrebbe leggersi anche in modo chiasmatico non soltanto per la similarità delle “categorie sveviane”, ma perché, narrativamente, Emilio vuol far di Angiolina una donna ideale, buona e pura come sua sorella; Stefano la tratta per quel che è ed ottiene da lei quel corpo, senza rifletterci più di quanto fosse necessario. E’ che Emilio è “senile”, non per età, ma per propensione psichica: non agisce e come tutti coloro che, non agendo, guardano la vita, nel momento in cui essa s’impossessa di lui lo soggioga.

UNA RELAZIONE NON TROPPO SERIA

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: «T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti.» La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: «Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.»
La sua famiglia? Una sola sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza.
La carriera di Emilio Brentani era più complicata perché intanto si componeva di due occupazioni e due scopi ben distinti. Da un impieguccio di poca importanza presso una società di assicurazioni, egli traeva giusto il denaro di cui la famigliuola abbisognava. L’altra carriera era letteraria e, all’infuori di una riputazioncella, – soddisfazione di vanità più che d’ambizione – non gli rendeva nulla, ma lo affaticava ancor meno. Da molti anni, dopo di aver pubblicato un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina, egli non aveva fatto nulla, per inerzia non per sfiducia. Il romanzo, stampato su carta cattiva, era ingiallito nei magazzini del libraio, ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato detto soltanto una grande speranza per l’avvenire, ora veniva considerato come una specie di rispettabilità letteraria che contava nel piccolo bilancio artistico della città. La prima sentenza non era stata riformata, s’era evoluta.
Per la chiarissima coscienza ch’egli aveva della nullità della propria opera, egli non si gloriava del passato, però, come nella vita così anche nell’arte, egli credeva di trovarsi ancora sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi nel suo più segreto interno come una potente macchina geniale in costruzione, non ancora in attività. Viveva sempre in un’aspettativa non paziente, di qualche cosa che doveva venirgli dal cervello, l’arte, di qualche cosa che doveva venirgli di fuori, la fortuna, il successo, come se l’età delle belle energie per lui non fosse tramontata.
Angiolina, una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un color giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute, camminava accanto a lui, la testa china da un lato come piegata dal peso del tanto oro che la fasciava, guardando il suolo ch’ella ad ogni passo toccava con l’elegante ombrellino come se avesse voluto farne scaturire un commento alle parole che udiva. Quando credette di aver compreso disse: «Strano» timidamente guardandolo sottecchi. «Nessuno mi ha mai parlato così.» Non aveva compreso e si sentiva lusingata al vederlo assumere un ufficio che a lui non spettava, di allontanare da lei il pericolo. L’affetto ch’egli le offriva ne ebbe l’aspetto di fraternamente dolce.
Fatte quelle premesse, l’altro si sentì tranquillo e ripigliò un tono più adatto alla circostanza. Fece piovere sulla bionda testa le dichiarazioni liriche che nei lunghi anni il suo desiderio aveva maturate e affinate, ma, facendole, egli stesso le sentiva rinnovellare e ringiovanire come se fossero nate in quell’istante, al calore dell’occhio azzurro di Angiolina. Ebbe il sentimento che da tanti anni non aveva provato, di comporre, di trarre dal proprio intimo idee e parole: un sollievo che dava a quel momento della sua vita non lieta, un aspetto strano, indimenticabile, di pausa, di pace. La donna vi entrava! Raggiante di gioventù e bellezza ella doveva illuminarla tutta facendogli dimenticare il triste passato di desiderio e di solitudine e promettendogli la gioia per l’avvenire ch’ella, certo, non avrebbe compromesso.
Egli s’era avvicinato a lei con l’idea di trovare un’avventura facile e breve, di quelle che egli aveva sentito descrivere tanto spesso e che a lui non erano toccate mai o mai degne di essere ricordate. Questa s’era annunziata proprio facile e breve. L’ombrellino era caduto in tempo per fornirgli un pretesto di avvicinarsi ed anzi – sembrava malizia! – impigliatosi nella vita trinata della fanciulla, non se n’era voluto staccare che dopo spinte visibilissime. Ma poi, dinanzi a quel profilo sorprendentemente puro, a quella bella salute – ai rétori corruzione e salute sembrano inconciliabili – aveva allentato il suo slancio, timoroso di sbagliare e infine s’incantò ad ammirare una faccia misteriosa dalle linee precise e dolci, già soddisfatto, già felice.
Ella gli aveva raccontato poco di sé e per quella volta, tutto compreso del proprio sentimento, egli non udì neppure quel poco. Doveva essere povera, molto povera, ma per il momento – lo aveva dichiarato con una certa quale superbia – non aveva bisogno di lavorare per vivere. Ciò rendeva l’avventura anche più gradevole, perché la vicinanza della fame turba là dove ci si vuol divertire. Le indagini di Emilio non furono dunque molto profonde ma egli credette che le sue conclusioni logiche, anche poggiate su tali basi, dovessero bastare a rassicurarlo. Se la fanciulla, come si sarebbe dovuto credere dal suo occhio limpido, era onesta, certo non sarebbe stato lui che si sarebbe esposto al pericolo di depravarla; se invece il profilo e l’occhio mentivano, tanto meglio. C’era da divertirsi in ambedue i casi, da pericolare in nessuno dei due.
Angiolina aveva capito poco delle premesse, ma, visibilmente, non le occorrevano commenti per comprendere il resto; anche le parole più difficili avevano un suono di carattere non ambiguo. I colori della vita risaltarono sulla bella faccia e la mano di forma pura, quantunque grande, non si sottrasse a un bacio castissimo d’Emilio.
Si fermarono a lungo sul terrazzo di S. Andrea e guardarono verso il mare calmo e colorito nella notte stellata, chiara ma senza luna. Nel viale di sotto passò un carro e, nel grande silenzio che li circondava, il rumore delle ruote sul terreno ineguale continuò a giungere fino a loro per lunghissimo tempo. Si divertirono a seguirlo sempre più tenue finché proprio si fuse nel silenzio universale, e furono lieti che per tutt’e due fosse scomparso nello stesso istante. «Le nostre orecchie vanno molto d’accordo,» disse Emilio sorridendo. Egli aveva detto tutto e non sentiva più alcun bisogno di parlare. Interruppe un lungo silenzio per dire: «Chissà se quest’incontro ci porterà fortuna!» Era sincero. Aveva sentito il bisogno di dubitare della propria felicità ad alta voce.
«Chissà?» replicò essa con un tentativo di rendere nella propria voce la commozione che aveva sentita nella sua. Emilio sorrise di nuovo ma di un sorriso che credette di dover celare. Date le premesse da lui fatte, che razza di fortuna poteva risultare ad Angiolina dall’averlo conosciuto?

Il romanzo inizia subito in medias res presentandoci tre focalizzazioni:

  • narratore esterno, che interviene “ironizzando” sia su Emilio che Angiolina;
  • Emilio, che dice bugie a se stesso, ma al contempo “capisce” i suoi limiti: potremo definirlo sull’orlo di un crinale in cui ciò che desidera cerca di pianificarlo, ma proprio la pianificazione ed il raziocinio con cui tenta di dirigere se stesso, lo conduce ad una inevitabile sconfitta (e qui interviene l’ironia del narratore)
  • Angiolina è semplice, ma più direttamente è ignorante; non capisce quello che lui dice e lo interpreta a modo suo. Il problema che il suo modo, proprio perché non pianifica nulla, ma vive, risulta certamente a proprio vantaggio.

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Terrazzo sul mare a Trieste (1910)

Emilio ci dice da subito che vuole un’avventura con una ragazza facile, a tale scopo premette a lei impegni che gli impediscono una relazione “impegnativa”: le dice che ha una famiglia da mantenere ed un lavoro. Già con il parlare della famiglia egli dice una bugia, ma più che dirla ad Angiolina sembra dirla a se stesso: Amalia, pur fragile, cui egli sente un dovere paterno, è nella realtà colei che gli fa da madre, che lo accudisce nel vero senso della parola, accettando le sue confidenze. L’altra bugia è nell’aspirazione letteraria: è consapevole dell’insuccesso toccatogli, ma vive sempre come nell’attesa che un guizzo d’ispirazione lo porti alla grande opera: ma, dentro di lui sa che ciò non avverrà mai. Non dimentichiamoci, per ultimo, che ciò che Emilio tenta è d’imitare i “sani”, non di “vivere come i sani”: c’è già nel suo atteggiamento un fondo di “malattia” che lo contraddistinguerà per l’intera vicenda. Il prossimo brano ci racconta quel che succede, nell’animo di Emilio, dopo aver lasciato per la prima volta Angiolina, anche su consiglio del Balli, per un palese tradimento:

DESIDERIO E SOGNO

Tanto il suo dolore quanto il suo rimorso divennero miti, miti. Gli elementi di cui si componeva la sua vita erano gli stessi, ma s’erano attenuati quasi visti attraverso una lente fosca che li privasse di luce e di violenza. Una grande calma e una grande noia incombevano su lui. Aveva percepito con piena chiarezza quanto strana fosse stata in lui l’esagerazione sentimentale, e al Balli che lo studiava con qualche ansietà, disse, credendo d’essere sincero: «Sono guarito.»
Poteva crederlo perché non si poteva pretendere ch’egli ricordasse esattamente lo stato d’animo in cui s’era trovato prima di aver conosciuta Angiolina. La differenza era tanto piccola! Aveva sbadigliato meno, e non aveva conosciuto l’impaccio doloroso che lo coglieva quando si trovava accanto ad Amalia.
Anche la stagione era molto fosca. Da settimane non s’era visto raggio di sole, e perciò, quando egli pensava ad Angiolina, associava nel suo pensiero la dolce faccia, il caldo color dei capelli biondi, all’azzurro del cielo, alla luce del sole, tutte cose ch’erano scomparse insieme dalla sua vita. Egli era però giunto alla convinzione che l’abbandono di Angiolina fosse stato molto salutare per lui. «È preferibile d’essere liberi» diceva con convinzione.
Tentò anche di approfittare della riconquistata libertà. Sentiva e si doleva d’essere inerte, e ricordava che, anni prima, l’arte gli aveva colorita la vita sottraendolo all’inerzia in cui era caduto dopo la morte del padre. Aveva scritto il suo romanzo, la storia di un giovane artista il quale da una donna veniva rovinato nell’intelligenza e nella salute. Nel giovane aveva rappresentato se stesso, la propria ingenuità e la propria dolcezza. Aveva immaginato la sua eroina secondo la moda di allora: un misto di donna e di tigre. Del felino aveva le movenze, gli occhi, il carattere sanguinario. Non aveva mai conosciuta una donna e l’aveva sognata così, un animale ch’era veramente difficile fosse mai potuto nascere e prosperare. Ma con quale convinzione l’aveva descritta! Aveva sofferto e goduto con essa sentendo a volte vivere anche in sé quell’ibrido miscuglio di tigre e di donna.
Riprese ora la penna e scrisse in una sola sera il primo capitolo di un romanzo. Trovava un nuovo indirizzo d’arte al quale volle conformarsi, e scrisse la verità. Raccontò il suo incontro con Angiolina, descrisse i propri sentimenti, – subito però quelli degli ultimi giorni – violenti e irosi, l’aspetto di Angiolina ch’egli vide al primo incontro guastato dall’animo basso e perverso, e infine il magnifico paesaggio che aveva contornato agli esordii il loro idillio. Stanco e annoiato, abbandonò il lavoro, contento di aver steso in una sola sera tutto un capitolo.
La sera appresso si rimise al lavoro avendo nella mente due o tre idee che dovevano bastare per una sequela di pagine. Prima però rilesse il lavoro fatto: «Incredibile!» mormorò. L’uomo non somigliava affatto a lui, la donna poi conservava qualche cosa della donna-tigre del primo romanzo, ma non ne aveva la vita, il sangue. Pensò che quella verità che aveva voluto raccontare era meno credibile dei sogni che anni prima aveva saputi gabellare per veri. In quell’istante si sentì sconsolatamente inerte, e ne provò un’angoscia dolorosa. Depose la penna, richiuse tutto in un cassetto, e si disse che l’avrebbe ripreso più tardi, forse già il giorno appresso. Questo proposito bastò a tranquillarlo; ma non ritornò più al lavoro. Voleva risparmiarsi ogni dolore e non si sentiva forte abbastanza per studiare la propria inettitudine e vincerla. Non sapeva più pensare con la penna in mano. Quando voleva scrivere, si sentiva arrugginire il cervello, e rimaneva estatico dinanzi alla carta bianca, mentre l’inchiostro s’asciugava sulla penna.

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Trieste ai tempi di Svevo

Gli venne il desiderio di rivedere Angiolina. Non prese la decisione di andarla a cercare; s’era detto soltanto che ora veramente non ci sarebbe stato alcun pericolo a rivederla. Anzi, se si fosse voluto attenere esattamente alle parole che aveva dette lasciandola, sarebbe dovuto andare subito da lei. Non era forse calmo abbastanza per stringerle la mano da amico? Comunicò questo suo proposito al Balli, e in questa forma: «Vorrei soltanto vedere se, riavvicinandola, saprei contenermi da persona più accorta.»
Il Balli aveva riso troppo spesso dell’amore di Emilio per non credere ora nella sua perfetta guarigione. Per di più, da qualche giorno, egli stesso aveva il più vivo desiderio di rivedere Angiolina. Aveva immaginato una figura su quei tratti e con quei vestiti. Lo raccontò ad Emilio il quale gli promise che con le prime parole che avrebbe rivolte alla fanciulla, l’avrebbe pregata di posare per il Balli. Non v’era da dubitare della sua guarigione. Ormai egli non era neppur geloso del Balli.
Parve poi che il Balli pensasse ad Angiolina non meno di Emilio stesso. Aveva dovuto distruggere un bozzetto su cui aveva spesi sei mesi di lavoro. Anch’egli era in un periodo d’esaurimento e non ritrovava in sé altra idea che quella nata la prima sera in cui Emilio gli aveva fatto conoscere Angiolina. Una sera, lasciando Emilio, gli chiese: «Tu non ti sei ancora riavvicinato?» Non voleva essere lui a riunirli, ma voleva sapere se Emilio non si fosse rappattumato con Angiolina a sua insaputa. Sarebbe stato un tradimento!
La calma d’Emilio era aumentata ancora. Tutti gli permettevano di fare quello ch’egli voleva ed egli in fondo non voleva niente. Proprio niente. Avrebbe cercato di rivedere Angiolina perché voleva provarsi a parlare e pensare con calore. Doveva venirgli dal di fuori il calore ch’egli non aveva trovato in sé, e sperava di vivere il romanzo che non sapeva scrivere.
La sola inerzia gl’impedì d’andare a cercare la fanciulla. Gli sarebbe piaciuto che altri si fosse incaricato di riunirli, e pensò perfino che avrebbe potuto invitare il Balli a farlo. Tutto infatti sarebbe stato più facile e più semplice se il Balli si fosse procurato da solo la modella, e gliel’avesse poi consegnata quale amante. Ci avrebbe pensato. Esitava soltanto perché non voleva concedere al Balli una parte importante nel proprio destino.
Importante? Oh, Angiolina rimaneva sempre una persona molto importante per lui. In proporzione al resto se non altro. Tutto era tanto insignificante, ch’ella tutto dominava. Ci pensava continuamente come un vecchio alla propria giovinezza. Come era stato giovane quella notte in cui avrebbe dovuto uccidere per tranquillarsi! Se avesse scritto invece di arrovellarsi prima sulla via e poi altrettanto affannosamente nel letto solitario, avrebbe certo trovata la via all’arte che più tardi aveva cercata invano. Ma tutto era passato per sempre. Angiolina viveva, ma non poteva più dargli la giovinezza.
Una sera, accanto al Giardino Pubblico, la vide camminare dinanzi a sé. La riconobbe al noto passo. Ella teneva sollevate le gonne per preservarle dalla fanghiglia, e, alla luce di un gramo fanale, egli vide rilucere le scarpe nere di Angiolina. Ne fu subito turbato. Ricordò che al culmine della sua angoscia amorosa, egli aveva pensato che il possesso di quella donna gli avrebbe data la guarigione. Ora invece pensò: «Mi animerebbe!»
«Buona sera, signorina» disse con quanta calma poté trovare nell’affanno del desiderio che lo colse dinanzi a quella faccia da bambino roseo, con gli occhi grandi dai contorni precisi, che parevano tagliati allora allora. Ella si fermò, afferrò la mano che le era stata offerta e rispose lieta e serena al saluto: «Come sta? È tanto che non ci vediamo.»
Egli rispose, ma era distratto dal proprio desiderio. Aveva forse fatto male a dimostrare tanta serenità, e, peggio, a non aver pensato al contegno da seguire per arrivare subito dove voleva, alla verità, al possesso. Le camminò accanto tenendola per mano, ma, dopo scambiate quelle prime frasi da persone che sono liete di ritrovarsi, egli tacque esitante. Il tono elegiaco usato altre volte con piena sincerità, sarebbe stato fuori di posto, ma anche un’indifferenza troppo grande non l’avrebbe portato allo scopo.
«Mi ha perdonato, signor Emilio?» disse lei fermandosi e gli porse da stringere anche l’altra mano. L’intenzione era stata ottima e il gesto sorprendentemente originale per Angiolina.
Egli trovò: «Sa che cosa io non le perdonerò mai? Di non aver fatto alcun tentativo per riavvicinarsi a me. Tanto poco le importava di me?» Era sincero e s’accorse ch’egli cercava inutilmente di far la commedia. Forse la sincerità gli sarebbe servita meglio di qualunque finzione.
Ella si confuse un poco e, balbettando, assicurò che se egli non si fosse avvicinato, l’indomani ella gli avrebbe scritto. «Già, in fondo che cosa ho fatto?» e non ricordava d’aver chiesto scusa poco prima.
Emilio credette opportuno mostrarsi dubbioso. «Debbo crederle?» Disse poi un rimprovero: «Con un ombrellaio!»
La parola li fece ridere di gusto entrambi. «Geloso!» esclamò lei stringendo la mano che continuava a tenere «geloso di quel sudicio uomo!». Infatti se egli aveva fatto bene a rompere la relazione con Angiolina, certo aveva avuto torto di cogliere a pretesto quella stupida storia con l’ombrellaio. L’ombrellaio non era il più temibile dei suoi rivali. E perciò ebbe lo strano sentimento che doveva imputare a se stesso tutti i mali che lo avevano colpito dacché aveva abbandonata Angiolina.
Ella tacque lungamente. Non poteva essere di proposito, perché per Angiolina sarebbe stata un’arte troppo fine. Ella taceva probabilmente perché non trovava altre parole per scolparsi, e camminarono in silenzio uno accanto all’altra nella notte strana e fosca, il cielo tutto coperto di nubi sbiancate in un solo punto dalla luce lunare.
Arrivarono dinanzi alla casa d’Angiolina ed ella si fermò, forse per prendere congedo. Ma egli la costrinse a procedere: «Camminiamo ancora, ancora, così muti!» Allora, naturalmente, ella lo compiacque e continuò a camminare tacendo a lui da canto. Ed egli l’amò di nuovo, da quell’istante, o da quell’istante ne fu consapevole. Gli camminava accanto la donna nobilitata dal suo sogno ininterrotto, da quell’ultimo grido d’angoscia ch’egli le aveva strappato lasciandola, e che per lungo tempo l’aveva personificata tutta; persino dall’arte, perché ormai il desiderio fece sentire ad Emilio d’aver accanto la dea capace di qualunque nobiltà di suono o di parola. Oltrepassata la casa d’Angiolina, essi si trovarono sulla via deserta e oscura chiusa dalla collina da una parte, dall’altra da un muricciuolo che la separava dai campi. Ella vi sedette ed egli s’appoggiò a lei cercando la posizione che aveva preferita in passato, durante i primi tempi del loro amore. Gli mancava il mare. Nel paesaggio umido e grigio imperò la biondezza d’Angiolina, l’unica nota calda, luminosa.
Era tanto tempo ch’egli non sentiva quelle labbra sulle sue che n’ebbe una commozione violenta. «Oh, cara e dolce!» mormorò baciandole gli occhi, il collo e poi la mano e le vesti. Ella lo lasciò fare dolcemente, e tanta dolcezza era talmente inaspettata ch’egli si commosse e pianse prima con sole lagrime, poi con singhiozzi. Gli pareva che non fosse dipeso che da lui di continuare per tutta la vita quella felicità. Tutto si scioglieva, tutto si spiegava. La sua vita non poteva più consistere che di quel solo desiderio.
«Tanto bene mi vuoi?» mormorò essa commossa e meravigliata. Anche lei aveva delle lagrime agli occhi. Gli raccontò che l’aveva visto sulla via, pallido e smunto, sul volto i segni evidenti della sua sofferenza, e le si era stretto il cuore dalla compassione. «Perché non sei venuto prima?» gli chiese rimproverandolo.
S’appoggiò a lui per discendere dal muricciuolo. Egli non capiva perché ella troncasse quella dolce spiegazione ch’egli avrebbe voluto continuare in eterno. «Andiamo a casa mia» disse ella, risoluta. Egli ebbe le vertigini e l’abbracciò e baciò non sapendo come dimostrarle la propria riconoscenza. Ma la casa d’Angiolina era lontana e, camminando, Emilio si ritrovò intero con i suoi dubbi e la sua diffidenza. Se quell’istante l’avesse legato per sempre a quella donna? Fece le scale lentamente e tutt’ad un tratto le domandò: «E Volpini?»
Ella esitò e si fermò: «Volpini?» Poi, risoluta, superò i pochi scalini che la dividevano da Emilio. Si appoggiò a lui, nascose la faccia sulla sua spalla con un’affettazione di pudore che gli ricordò l’antica Angiolina e la sua serietà da melodramma, e gli disse: «Nessuno lo sa, neppure mia madre.» Un po’ alla volta ricompariva tutto il vecchio bagaglio, anche la dolce madre. Ella s’era data al Volpini; costui l’aveva voluto, l’aveva anzi posto a condizione per continuare i loro rapporti. «Sentiva che non era amato» bisbigliava Angiolina «e volle una prova d’amore.» Essa non aveva ottenuto in compenso altra garanzia all’infuori di una promessa di matrimonio. Fece, con la solita sconsideratezza, il nome di un giovane avvocato il quale le aveva dato il consiglio d’accontentarsi di quella promessa perché la legge puniva la seduzione in quelle forme.
Così allacciati, quelle scale non terminavano più. Ogni scalino rendeva Angiolina più simile alla donna ch’egli aveva fuggita. Perché ora ciarlava, incominciando già ad abbandonarsi. Ora poteva essere finalmente sua perché – questo era detto e ridetto – era per lui ch’ella s’era data al sarto. A quella responsabilità non si sfuggiva più neppure rinunziando a lei. Ella aperse la porta e, per il corridoio oscuro, lo diresse alla propria stanza. Da un’altra s’udì la voce nasale della madre: «Angiolina! sei tu?»
«Sì« rispose Angiolina trattenendo una risata. «Mi corico subito. Addio, mamma.»
Accese una candela e si levò il mantello e il cappello. Poi gli si abbandonò o, meglio, lo prese.
Emilio poté esperimentare quanto importante sia il possesso di una donna lungamente desiderata. In quella memorabile sera egli poteva credere d’essersi mutato ben due volte nell’intima sua natura. Era sparita la sconsolata inerzia che l’aveva spinto a ricercare Angiolina, ma erasi anche annullato l’entusiasmo che lo aveva fatto singhiozzare di felicità e di tristezza. Il maschio era oramai soddisfatto ma, all’infuori di quella soddisfazione, egli veramente non ne aveva sentita altra. Aveva posseduto la donna che odiava, non quella ch’egli amava. Oh, ingannatrice! Non era né la prima, né – come voleva dargli ad intendere – la seconda volta ch’ella passava per un letto d’amore. Non valeva la pena di adirarsene perché l’aveva saputo da lungo tempo. Ma il possesso gli aveva data una grande libertà di giudizio sulla donna che gli si era sottomessa. “Non sognerò mai più” pensò uscendo da quella casa. E poco dopo, guardandola, illuminata da pallidi riflessi lunari: “Forse non ci ritornerò mai più.” Non era una decisione. Perché l’avrebbe dovuta prendere? Il tutto mancava d’importanza.

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Anthony Franciosa e Claudia Cardinale interpretano Emilio e Angiolina nel film “Senilità” di Mauro Bolognini del 1962

Emilio, all’inizio del brano, si sente guarito dall’amore, anzi il voler rivedere Angiolina vuol dire che ormai l’innamoramento è cessato e il fatto non dovrebbe arrecarle nessun dolore. Eppure la sua decisione egli la deve prendere solo perché gli altri glielo permettono (Tutti gli permettevano di fare quello ch’egli voleva ed egli in fondo non voleva niente. Proprio niente.). Allo stesso modo egli, che decide di rivedere la ragazza, non la cerca (La sola inerzia gl’impedì d’andare a cercare la fanciulla), ma solo il caso gli permette di rincontrarla. L’incostanza di Emilio si rivela sin da subito (Ne fu subito turbato): si è riempito la testa di bugie e ciò lo dimostra “riamandola”, in un solo attimo: La sua inerzia viene riempita dai suoi occhi azzurri, dai capelli biondi, ma soprattutto dal suo agire. Emilio non porta Angiolina a letto: (Poi gli si abbandonò o, meglio, lo prese.) e l’azione che da donna trasforma la ragazza in femmina, gli fa cambiare un’altra volta la concezione che Emilio ha di lei; la vede forse nella più cruda realtà e l’ideale che si era fatto cade miseramente tra le sfatte lenzuola. Ancora una volta il protagonista (vecchio nell’anima, senile, dunque) non riesce a cogliere la vita: la sente, l’analizza; ma la grandezza di Svevo è proprio in questa lotta che l’uomo contemplatore fa contro questa vita, la voglia d’essere di essere lottatore e l’incapacità di riuscirci.

Careless-film-images-ea901205-91a9-4f7d-898e-2765b5a9841.jpgLocandina del film del 1962

Siamo arrivati, nell’economia del romanzo, alla malattia d’Amalia (potremo dire alla morte cercata attraverso l’etere, per dimenticare la sua inettitudine al vivere). Vicino a lei la signora Elena e Stefano Balli, che si dimostra veramente legato nel vincolo d’amicizia ad Emilio. Quest’ultimo ha un ultimo appuntamento con Angiolina e, nonostante il tragico momento, decide di andare per mettere fine alla storia, cercando di essere calmo e rassegnato:

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Emilio ed Amalia

L’ADDIO DEFINITIVO

L’aria rigida della sera lo scosse, lo refrigerò fino in fondo all’anima. Lui usare delle violenze ad Angiolina! Perché era lei la causa della morte d’Amalia? Ma quella colpa non poteva esserle rimproverata. Oh, il male avveniva, non veniva commesso. Un essere intelligente non poteva essere violento perché non v’era posto a odii. Per l’antica abitudine di ripiegarsi su se stesso e analizzarsi, gli venne il sospetto che forse il suo stato d’animo era risultato dal bisogno di scusarsi e di assolversi. Ne sorrise come di cosa comicissima. Come erano stati colpevoli lui e Amalia di prendere la vita tanto sul serio!
Alla riva, dopo di aver guardato l’orologio, si fermò. Qui il tempo appariva peggiore che non in città. Al sibilare del vento si univa imponente il clamore del mare, un urlo enorme composto dall’unione di varie voci più piccole. La notte era fonda; del mare non si vedeva che qua e là biancheggiare qualche onda che il caos aveva voluto infranta prima di giungere a terra. Sui battelli, alla riva, si era sull’attenti e si vedeva qualche figura di marinaio, in alto, su quegli alberi che facevano la solita varia danza nelle quattro direzioni, lavorare nella notte e nel pericolo.
Ad Emilio parve che quel tramestìo si confacesse al suo dolore. Vi attingeva ancora maggiore calma. L’abito letterario gli fece pensare il paragone fra quello spettacolo e quello della propria vita. Anche là, nel turbine, nelle onde di cui una trasmetteva all’altra il movimento che aveva tratto lei stessa dall’inerzia, un tentativo di sollevarsi che finiva in uno spostamento orizzontale, egli vedeva l’impassibilità del destino. Non v’era colpa, per quanto ci fosse tanto danno.
Accanto a lui un grosso marinaio piantato solidamente sulle gambe coperte di stivaloni, urlò verso il mare un nome. Poco dopo gli rispose un altro grido; egli allora si gettò su una colonna vicina, ne slegò una gomena che v’era attortigliata, l’allentò e la saldò di nuovo. Lentamente, quasi impercettibilmente, uno dei maggiori bragozzi si allontanò dalla riva ed Emilio comprese ch’era stato attaccato ad una boa vicina per salvarlo dalla terra. Il grosso marinaio prese ora tutt’altra attitudine; s’era appoggiato alla colonna, aveva accesa la pipa e in quel diavoleto si godeva il suo riposo.
Emilio pensò che la sua sventura era formata dall’inerzia del proprio destino. Se, una volta sola nella sua vita, egli avesse avuto da slegare e riannodare in tempo una corda; se il destino di un bragozzo, per quanto piccolo, fosse stato affidato a lui, alla sua attenzione, alla sua energia; se gli fosse stato imposto di forzare con la propria voce i clamori del vento e del mare, egli sarebbe stato meno debole e meno infelice.
Andò all’appuntamento. Il dolore sarebbe ritornato subito dopo; per il momento egli amava ad onta di Amalia. Non c’era dolore in quell’ora in cui egli poteva fare proprio quello che la sua natura esigeva. Assaporava con voluttà quel sentimento calmo di rassegnazione e di perdono. Non pensò nessuna frase per comunicare il suo stato d’animo ad Angiolina; anzi il loro ultimo abboccamento doveva esserle assolutamente inesplicabile, ma egli avrebbe agito come se qualche essere più intelligente fosse stato presente a giudicare lui e lei.
Il tempo s’era risolto in un vento freddo e violento, ma continuo, uguale; nell’aria non c’era più alcuna lotta.
Angiolina gli venne incontro dal viale di Sant’Andrea. Vedendolo esclamò con grande stizza – una stonatura dolorosa nello stato d’animo di Emilio: «Son qui da mezz’ora. Ero in procinto di andarmene.»
Egli, dolcemente, la trasse accanto ad un fanale e le fece vedere l’oriuolo che segnava precisamente l’ora stabilita per l’appuntamento. «Allora mi sono ingannata» disse ella, non molto più dolcemente. Mentre egli andava studiando il modo con cui dirle che quello sarebbe stato l’ultimo loro incontro, ella si fermò e gli disse: «Per questa sera dovresti lasciarmi andare. Ci vedremo domani; fa freddo e poi…»
Egli fu strappato all’indagine che sempre continuava su se stesso e la guardò, la osservò; comprese subito che non era il freddo che le faceva desiderare d’andarsene. Lo colpì inoltre di trovarla vestita con maggior accuratezza del solito. Un vestito bruno che non le aveva mai visto, elegantissimo, sembrava tirato fuori per qualche grande occasione; anche il cappello gli sembrò nuovo, e osservò persino delle scarpettine poco adatte per camminare a Sant’Andrea con quel tempo. «E poi?» ripeté egli fermandosele accanto e guardandola negli occhi.
«Senti, voglio dirti tutto» disse lei assumendo un aspetto di confidenza risoluta, assolutamente fuori di posto e continuò imperterrita, senz’accorgersi che lo sguardo di Emilio si faceva sempre più torvo: «Ho ricevuto un dispaccio dal Volpini con cui m’annunzia il suo arrivo. Non so che cosa egli voglia da me; ma a quest’ora, certo, si trova già a casa mia.»
Ella mentiva, non v’era alcun dubbio. Il Volpini cui, nella mattina, egli aveva scritto quella lettera, eccolo che, prima di riceverla, arrivava, contrito, a chiedere scusa. Sconvolto, rise triste: «Come? Colui che ieri ti scrisse quella lettera, oggi capita a ritirarla in persona ed anzi ti avvisa la sua venuta telegraficamente. Grandi affari! Grandi affari! Da dover ricorrere al telegrafo! E se tu ti ingannassi e in luogo del Volpini fosse un altro?»
Ella sorrise ancora sicura di sé: «Ah, a te è stato raccontato dal Sorniani, che due sere fa mi ha visto a ora tarda sulla via, accompagnata da un signore? Avevo lasciata la casa dei Deluigi in quel momento, e avendo paura di camminar sola di notte, quella compagnia mi riuscì comoda.» Egli non l’udiva, ma l’ultima frase di quella ch’ella credeva fosse una giustificazione, la udì e, per la sua stranezza, la ritenne: «Quello era un Deo gratias qualunque.» Poi continuò: «Peccato che ho dimenticato a casa il dispaccio. Ma se non mi vuoi credere, tanto peggio. Non vengo forse sempre puntuale a tutti gli appuntamenti? Perché oggi avrei da inventare delle frottole per mancarvi?»
«È facile capirlo!» disse Emilio ridendo rabbiosamente. «Oggi tu hai un altro appuntamento. Vattene presto! C’è qualcuno che t’attende.» –
«Ebbene, se credi di me questa cosa, è meglio ch’io me ne vada!» Parlava risoluta, ma non si mosse.
Le parole fecero a lui lo stesso effetto come se fossero state accompagnate dall’atto immediato. Ella voleva lasciarlo! «Aspetta prima un istante, che ci spieghiamo!» Anche nell’ira enorme che lo pervadeva tutto, egli pensò un momento se non fosse tuttavia possibile di ritornare allo stato di calma rassegnata in cui s’era trovato poco prima. Ma non sarebbe stato giusto di atterrarla e calpestarla? L’afferrò per le braccia per impedirle di andare, s’appoggiò al fanale che aveva dietro di sé e avvicinò la propria faccia sconvolta a quella di lei rosea e tranquilla. «È l’ultima volta che ci vediamo!» urlò.
«Sta bene, sta bene» disse ella occupata soltanto a liberarsi di quella stretta che le faceva male.
«E sai perché? Perché tu sei una…» Esitò un istante, poi urlò quella parola che persino alla sua ira era sembrata eccessiva, la urlò vittorioso, vittorioso del suo stesso dubbio.
«Lasciami» gridò ella sconvolta dalla rabbia e dalla paura «lasciami o chiamo aiuto.»
«Tu sei una…» replicò egli che finalmente, vedendola irritata, poteva rinunziare a percuoterla. «Ma credi dunque che io da lungo tempo non mi sia accorto con chi abbia avuto da fare? Quando ti trovavo vestita da serva, sulle scale di casa tua – rammentò quella sera in tutti i particolari – con quello scialle grezzamente colorito sulla testa, le braccia calde di alcova, pensai subito la parola che ora t’ho detta. Non volli dirtela e giuocherellai con te come facevano tutti gli altri, Leardi, Giustini, Sorniani e… e… il Balli.
«Il Balli!» rise ella urlando per farsi udire attraverso al rumore del vento e della voce d’Emilio. «Il Balli si vanta; non è vero niente.»
«Perché lui non volle, quello sciocco, per riguardo a me come se a me potesse importare che t’abbia posseduta un uomo di meno, te…» e per la terza volta le disse quella parola. Ella raddoppiò gli sforzi per svincolarsi, ma lo sforzo di trattenerla era ora per Emilio lo sfogo migliore; le cacciava con voluttà le dita nelle braccia morbide. Egli sapeva che il momento in cui l’avrebbe lasciata libera, ella se ne sarebbe andata e tutto sarebbe stato finito, tutto e in modo tanto differente da quello ch’egli aveva sognato.
«Ed io ti ho voluto bene» disse, forse tentando di mitigarsi, ma aggiunse subito: «Sempre però sapevo quello che tu sei. Sai quello che sei?» Oh, aveva trovata infine una soddisfazione bisognava obbligarla a confessare quello ch’ella era: «Di’ su. Che cosa sei?»
Ella ora, apparentemente estenuata, aveva paura; la faccia sbiancata, lo fissava con uno sguardo che chiedeva compassione. Si lasciava scuotere senza resistenza e a lui parve ch’ella stesse per cadere. Allentò la stretta e la sostenne. Tutt’ad un tratto ella si svincolò e si mise a correre disperatamente. Ella dunque aveva mentito ancora! Egli non avrebbe saputo raggiungerla; si chino, cercò un sasso, e non trovandone raccolse delle pietruzze che le scagliò dietro. Il vento le portò e qualcuna dovette colpirla perché ella gettò un grido di spavento; altre furono arrestate dai rami secchi degli alberi e produssero un rumore sproporzionatissimo all’ira che le aveva lanciate.
Che fare ora? L’ultima soddisfazione cui aveva anelato, gli era stata negata. Ad onta di tanta sua rassegnazione tutto intorno a lui rimaneva rude, senza dolcezza; egli stesso era brutale! Le arterie gli battevano dalla sovraeccitazione; in quel freddo egli ardeva d’ira, di febbre, immobile sulle gambe paralitiche e già era rinato in lui l’osservatore calmo che lo rimproverava.
«Non la rivedrò mai più» disse come per rispondere ad un rimprovero. «Mai! Mai!» E quando poté camminare, questa parola gli risuonò nel rumore dei propri passi e nel sibilo del vento sul paesaggio sconsolato. Sorrise da solo ripassando per i luoghi per cui era venuto e ricordando le idee che lo avevano accompagnato a quell’appuntamento. Come rimaneva sorprendente la realtà!
Non andò subito a casa. Gli sarebbe stato impossibile d’atteggiarsi ad infermiere in quello stato d’animo. Il sogno lo possedeva intero, tanto che non avrebbe saputo dire per quali vie fosse poi rincasato. Oh! Se l’abboccamento con Angiolina fosse stato quale egli l’aveva voluto, avrebbe potuto andare diritto al letto d’Amalia senz’alterare neppure l’espressione della propria faccia.
Scoperse una nuova analogia fra la sua relazione con Angiolina e quella con Amalia. Da entrambe egli si distaccava senza poter dire l’ultima parola che avrebbe addolcito almeno il ricordo delle due donne. Amalia non poteva udirla; ad Angiolina egli non aveva saputo dirla.

Senilità lobbycard.pngAltra locandina del film del 1962

Il passo inizia mettendo in risalto il senso di colpa: se la relazione con Angiolina non può essere confrontata con la malattia d’Amalia, lo stesso si può dire riguardo la fine del loro rapporto: il male non si decide, avviene. Egli non vuole assumersi nessuna responsabilità, ma tale decisione è determinata dal volersi a sua volta scusare della situazione in cui ha lasciato Amalia. Insomma in lui prevale un senso di rimozione, attraverso cui non basta autoassolversi mentendo sulle reali condizioni. Infatti anche l’autoinganno di dire a se stesso che egli non ha colpa, perché malato, secondo la definizione di Schopenhauer, non può essere valida, in quanto non vi è un rapporto di causa ed effetto tra i due elementi. La descrizione del marinaio è sintomatica: Emilio pensa che se avesse meno pensato alla vita, forse questa stessa gli si sarebbe presentata in forma meno “castrante”: non è così; la vita non si decide come ci appare nell’immagine dell’onda, che si rompe prima di frangersi, è un meccanismo duro, determinato, dalla quale il suo destino non può essere modificato. Anche l’incontro con Angiolina prende una piega inaspettata: lo voleva calmo, rilassante, ma pulsioni interiori lo trasformano in uomo rabbioso; ma questa rabbia, ad osservarla con occhi distaccati, è data dalla non conoscenza della vita e quindi di Angiolina; l’eros seppur vissuto da Emilio è stato idealizzato, tanto che, vissuto realmente lo disgusta. Ci dice Baldi (critico letterario) che alla fine il suo comportamento è da adolescente, con il lancio di pietre verso colei che lo ha deluso. Ma Angiolina è stata la giovinezza, la sua perdita la senilità. L’aveva voluta in bellezza come le era apparsa, ma con l’indole di Amalia, e così gli piace immaginarla:

umberto-veruda-ritratto-di-svevo-con-la-sorella-ortensia.jpgUmberto Veruda: Svevo con la sorella Ortensia

LA METAMORFOSI DI ANGIOLINA

Lungamente la sua avventura lo lasciò squilibrato, malcontento. Erano passati per la sua vita l’amore e il dolore e, privato di questi elementi, si trovava ora col sentimento di colui cui è stata amputata una parte importante del corpo. Il vuoto però finì coll’essere colmato. Rinacque in lui l’affetto alla tranquillità, alla sicurezza, e la cura di se stesso gli tolse ogni altro desiderio. Anni dopo egli s’incantò ad ammirare quel periodo della sua vita, il più importante, il più luminoso. Ne visse come un vecchio del ricordo della gioventù. Nella sua mente di letterato ozioso, Angiolina subì una metamorfosi strana. Conservò inalterata la sua bellezza, ma acquistò anche tutte le qualità d’Amalia che morì in lei una seconda volta. Divenne triste, sconsolantemente inerte, ed ebbe l’occhio limpido ed intellettuale. Egli la vide dinanzi a sé come su un altare, la personificazione del pensiero e del dolore e l’amò sempre, se amore è ammirazione e desiderio. Ella rappresentava tutto quello di nobile ch’egli in quel periodo avesse pensato od osservato. Quella figura divenne persino un simbolo. Ella guardava sempre dalla stessa parte, l’orizzonte, l’avvenire da cui partivano i bagliori rossi che si riverberavano sulla sua faccia rosea, gialla e bianca. Ella aspettava! L’immagine concretava il sogno ch’egli una volta aveva fatto accanto ad Angiolina e che la figlia del popolo non aveva compreso. Quel simbolo alto, magnifico, si rianimava talvolta per ridivenire donna amante, sempre però donna triste e pensierosa. Sì! Angiolina pensa e piange! Pensa come se le fosse stato spiegato il segreto dell’universo e della propria esistenza; piange come se nel vasto mondo non avesse più trovato neppure un Deo gratias qualunque.

E’ passato un anno. Angiolina è scappata con un cassiere infedele di una banca. E’ finita. Ora che non c’è più, la può pensare, immaginare. L’assenza è più semplice da sopportare, così come il ricordo più dolce da pensare. E’ stata infedele, leggera, ignorante, bella certo, ma vuota. Ed è proprio il vuoto, l’immagine esteriore che permane, che immagina riempito dei buoni sentimenti della purezza d’Amalia a farne una sola immagine, cogli occhi rivolti verso “il sol dell’avvenire”, come aveva tentato d’insegnarle, senza alcun risultato. Ma ciò porta Emilio ad autoingannarsi ancora: la mistificazione che fa di Angiolina, vedendola come simbolo del socialismo, non è che l’affermazione di chi non sa vivere o non accetta vivere e di fronte al dolore di questa incapacità continua a mentirsi e a autosuggestionarsi per eliminare i particolari sgradevoli di una realtà e sostituirvi una visione confortante ma falsa.

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Svevo

Il capolavoro di Italo Svevo è La coscienza di Zeno, che lo proietta fra i grandi del romanzo europeo.

Zeno Cosini ha deciso di smettere il fumo e tenta, come estrema risorsa, la psicoanalisi. Seguendo il consiglio del medico fissa perciò sulla carta gli episodi della sua vita che gli paiono salienti: il fumo, la penosa fine del padre, che male intendendo un gesto del figlio alza la mano contro di lui proprio un attimo prima di morire; la gelosia per l’amico Guido; il matrimonio con una delle sorelle Malfenti, quella che meno gli piaceva; il suicidio di Guido; la relazione con una povera figliola, di cui, però, si stanca presto. Alla radice di tutti questi avvenimenti c’è una personalità abulica, incapace di vera partecipazione attiva, che diventa simbolo dell’elusiva, inguaribile malattia dell’uomo moderno; mentre nelle ultime righe del romanzo è contenuta la profezia di “una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni” attraverso la quale l’umanità, forse, guarirà dai germi di cui si nutre e troverà la salute in un mondo asettico.

Viene iniziato nel 1919 e pubblicato nel 1923 ed anche questo, come gli altri due, passa assolutamente inosservato. Vogliamo qui ricordare che James Joyce, rimasto a Trieste dal 1904 al 1914, fece lezioni d’inglese a Italo Svevo e ne nacque un’amicizia. Proprio tale amicizia portò Svevo a mandare copia del romanzo allo scrittore irlandese che, impressionato dalla forza della narrazione, lo fece leggere ai parigini, studiosi di italianistica, Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux, che definendo il testo di Svevo “libro ammirevole” lo tradussero e lanciarono in Europa. Intanto in Italia anche Eugenio Montale si accorse della capacità dirompente del testo e nel 1926, all’interno della rivista L’Esame scrisse Omaggio a Italo Svevo, iniziando così la sua fortuna critica anche nel nostro paese.

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Svevo e Joyce

L’opera è strutturata da sei capitoli, definiti nella trama del libro, preceduti da altri due Prefazione e Preambolo, e seguiti da quello intitolato Psicoanalisi. Già dal titolo l’opera presenza problemi di non facile definizione. Cosa vuol dire, infatti coscienza? Problema posto soprattutto dai traduttori:

  • coscienza morale;
  • attività psicologica;
  • presa di coscienza;
  • inconscio;

il problema è che Svevo utilizza tale termine in tutti i significati sopra esposti, non fornendo una spiegazione, pertanto un solo modo di intendere l’opera, ma di lasciare il lettore di fronte all’ambiguità dell’intero testo, ambiguità che prosegue proprio all’inizio dell’opera stessa:

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Svevo

PREFAZIONE

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica. Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie. Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!…

DOTTOR S.

 L’incipit non viene lasciato ad un narratore interno (vedremo che questa è la tecnica con cui verrà scritto il romanzo), ma ad un ipotetico dottor S(igmund) il quale ci pone di fronte a tre problemi:

  1. ciò che leggeremo è il frutto di una terapia psicoanalitica imposta dal medico al paziente al fine di rievocare i fatti salienti della sua vita per fini terapeutici;
  2. essendo la scrittura di tipo mnemonico razionale, a volte inconscia, e dettata inoltre dall’odio del paziente per il medico, non sapremo mai quanto egli razionalmente voglia dire o nascondere o inventare al terapeuta e quali suoi ricordi, rivelatasi inconsciamente, siano stati invece “censurati”: in una parola, ciò che dice Zeno è fortemente inattendibile;
  3. se inattendibile è Svevo, altrettanto lo è il medico: un terapeuta non si vendica contro il paziente (tutt’al più lo licenzia) e meno che mai, per deontologia professionale, pubblica il suo diario.

Dopo aver ricordato la difficoltà del ricordo ab ovo, come ci dice nel preambolo, non senza ironia, comincia dal problema per cui ha iniziato la terapia:

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Immagine ispirata al fumo di Zeno

IL FUMO

Il dottore al quale ne parlai mi disse d’iniziare il mio lavoro con un’analisi storica della mia propensione al fumo: «Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero.»
Credo che del fumo posso scrivere qui al mio tavolo senz’andar a sognare su quella poltrona. Non so come cominciare e invoco l’assistenza delle sigarette tutte tanto somiglianti a quella che ho in mano. Oggi scopro subito qualche cosa che più non ricordavo. Le prime sigarette ch’io fumai non esistono più in commercio. Intorno al ’70 se ne avevano in Austria di quelle che venivano vendute in scatoline di cartone munite del marchio dell’aquila bicipite. Ecco: attorno a una di quelle scatole s’aggruppano subito varie persone con qualche loro tratto, sufficiente per suggerirmene il nome, non bastevole però a commovermi per l’impensato incontro. Tento di ottenere di più e vado alla poltrona: le persone sbiadiscono e al loro posto si mettono dei buffoni che mi deridono. Ritorno sconfortato al tavolo.
Una delle figure, dalla voce un po’ roca, era Giuseppe, un giovinetto della stessa mia età, e l’altra, mio fratello, di un anno di me più giovine e morto tanti anni or sono. Pare che Giuseppe ricevesse molto denaro dal padre suo e ci regalasse di quelle sigarette. Ma sono certo che ne offriva di più a mio fratello che a me. Donde la necessità in cui mi trovai di procurarmene da me delle altre. Così avvenne che rubai. D’estate mio padre abbandonava su una sedia nel tinello il suo panciotto nel cui taschino si trovavano sempre degli spiccioli: mi procuravo i dieci soldi occorrenti per acquistare la preziosa scatoletta e fumavo una dopo l’altra le dieci sigarette che conteneva, per non conservare a lungo il compromettente frutto del furto.
Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza. Ecco che ho registrata l’origine della sozza abitudine e (chissà?) forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato.
Poi ricordo che un giorno mio padre mi sorprese col suo panciotto in mano. Io, con una sfacciataggine che ora non avrei e che ancora adesso mi disgusta (chissà che tale disgusto non abbia una grande importanza nella mia cura) gli dissi che m’era venuta la curiosità di contarne i bottoni. Mio padre rise delle mie disposizioni alla matematica o alla sartoria e non s’avvide che avevo le dita nel taschino del suo panciotto. A mio onore posso dire che bastò quel riso rivolto alla mia innocenza quand’essa non esisteva più, per impedirmi per sempre di rubare. Cioè… rubai ancora, ma senza saperlo. Mio padre lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche di sapere che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Già all’atto d’impadronirmene venivo pervaso da un brivido di ribrezzo sapendo quale malessere m’avrebbero procurato. Poi li fumavo finché la mia fronte non si fosse coperta di sudori freddi e il mio stomaco si contorcesse.
Non si dirà che nella mia infanzia io mancassi di energia.  
(…)
Ricordo di aver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili. Perché seguito da un forte disgusto fisico, ricordo un soggiorno prolungato per una mezz’ora in una cantina oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilità del vestito: Due paia di calzoncini che stanno in piedi perché dentro c’è stato un corpo che il tempo eliminò. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di più nel breve tempo. Io vinsi, ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio. Poi uscimmo al sole e all’aria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere stordito.
Mi rimisi e mi vantai della vittoria. Uno dei due piccoli omini mi disse allora: «A me non importa di aver perduto perché io non fumo che quanto m’occorre».
Ricordo la parola sana e non la faccina certamente sana anch’essa che a me doveva essere rivolta in quel momento. Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola assoluta! Mi ferì e la febbre la colorì: Un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto.
Quando il dottore mi lasciò, mio padre (mia madre era morta da molti anni) con tanto di sigaro in bocca restò ancora per qualche tempo a farmi compagnia. Andandosene, dopo di aver passata dolcemente la sua mano sulla mia fronte scottante, mi disse: «Non fumare, veh!»
Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: “Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi: «Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!»
Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta.
Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima.
Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo.
Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette… che non sono le ultime.
Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato: “Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!”.
Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.
Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge.
Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio. M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?
Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?
Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri.
Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.

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Un’altra immagine ispirata al fumo di Zeno

Il racconto inizia con un ricordo preciso: la forma del pacchetto (scatoline di cartone) con le aquile bicipiti, chiaramente sigarette austroungariche. Da qui, quasi con un processo analogico, rievoca i primi furti, il senso di nausea che la sigaretta gli procura, le proibizione del medico di fumare e il suo non rispetto.

Nella seconda parte del brano, il sancire in modo perentorio che quella fumata era “l’ultima sigaretta”, il prendere consapevolezza che il sapore dell’ultima, proprio perché ultima, era il più buono e quindi continuare a fumare, in un circolo vizioso che, fino alla scrittura del diario, non ha ancora fine, denota l’inazione come elemento costitutivo della mente di Zeno  (anche  adesso, anche se lo smettere dal vizio del fumo non sia affatto una necessità, rinuncia a “decidere”).

L’avere iniziato dal fumo vuol dire che è qui che Zeno vede l’inizio della sua nevrosi, di cui il fumo ne è un sintomo. Ma è proprio nel proposito e nel disattendere ad esso che si misura la vera nevrosi di Zeno: consapevole che il fumo fa male, non è disposto però a rinunciarvi, anzi esso sembra alfine l’elemento che lo mette contro il volere del padre e del medico (l’autorità costituita) e il promettere e la successiva smentita alla promessa stessa sembra rinviare ad una ciclicità temporale in cui ciò che accade continua a ripetersi.

Sembra che in questo brano il nostro ironizzi sia sul tempo, come detto prima, ma anche sulla psicoanalisi: il rubare nel panciotto paterno o rubare i sigari lasciati a metà rimandano a un rapporto conflittuale (o edipico dirà il dottor. S) col padre, svelato anche dal rifiuto all’obbedienza quando è malato; indizi troppo palesi, a livello psicoanalitico, che sembrano scritti apposta per far piacere al medico.

Nel IV capitolo Zeno rivive il momento in cui il padre muore. Esso è preceduto dall’analisi del loro rapporto conflittuale, il Cosini vecchio, borghese sano e ben piantato nella realtà, contro un figlio svagato e perlopiù nevrotico. Ma il momento della morte paterna rappresenta per il trentenne Zeno una “vera catastrofe” psichica:

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Italo Svevo anziano

LA MORTE DEL PADRE

Una sera della fine di marzo arrivai un po’ più tardi del solito a casa. Niente di male: ero caduto nelle mani di un dotto amico che aveva voluto confidarmi certe sue idee sulle origini del Cristianesimo. Era la prima volta che si voleva da me ch’io pensassi a quelle origini, eppure m’adattai alla lunga lezione per compiacere l’amico.
Piovigginava e faceva freddo. Tutto era sgradevole e fosco, compresi i Greci e gli Ebrei di cui il mio amico parlava, ma pure m’adattai a quella sofferenza per ben due ore. La mia solita debolezza! Scommetto che oggi ancora sono tanto incapace di resistenza, che se qualcuno ci si mettesse sul serio potrebbe indurmi a studiare per qualche tempo l’astronomia.
Entrai nel giardino che circonda la nostra villa. A questa si accedeva per una breve strada carrozzabile. Maria, la nostra cameriera, m’aspettava alla finestra e sentendomi avvicinare gridò nell’oscurità: «È lei, signor Zeno?»
Maria era una di quelle fantesche come non se ne trovano più. Era da noi da una quindicina d’anni. Metteva mensilmente alla Cassa di Risparmio una parte della sua paga per i suoi vecchi anni, risparmi che però non le servirono perché essa morì in casa nostra poco dopo il mio matrimonio sempre lavorando.
Essa mi raccontò che mio padre era ritornato a casa da qualche ora, ma che aveva voluto attendermi a cena. Allorché essa aveva insistito perché egli intanto mangiasse, era stata mandata via con modi poco gentili. Poi egli aveva domandato di me parecchie volte, inquieto e ansioso. Maria mi fece intendere che pensava che mio padre non si sentisse bene. Gli attribuiva una difficoltà di parola e il respiro mozzo. Debbo dire ch’essendo sempre sola con lui, essa spesso s’era fitto in testa il pensiero ch’egli fosse malato. Aveva poche cose da osservare la povera donna nella casa solitaria e – dopo l’esperienza fatta con mia madre – essa s’aspettava che tutti avessero da morire prima di lei.
Corsi alla camera da pranzo con una certa curiosità e non ancora impensierito. Mio padre si levò subito dal sofà su cui giaceva e m’accolse con una grande gioia che non seppe commovermi perché vi scorsi prima di tutto l’espressione di un rimprovero. Ma intanto bastò a tranquillarmi perché la gioia mi parve un segno di salute. Non scorsi in lui traccia di quel balbettamento e respiro mozzo di cui aveva parlato Maria. Ma, invece di rimproverarmi, egli si scusò d’essere stato caparbio.
«Che vuoi farci?» mi disse bonariamente. «Siamo noi due soli a questo mondo e volevo vederti prima di coricarmi.»
Magari mi fossi comportato con semplicità e avessi preso fra le mie braccia il mio caro babbo divenuto per malattia tanto mite e affettuoso! Invece cominciai a fare freddamente una diagnosi: Il vecchio Silva si era tanto mitigato? Che fosse malato? Lo guardai sospettosamente e non trovai di meglio che di fargli un rimprovero: «Ma perché hai atteso finora per mangiare? Potevi mangiare, eppoi attendermi!»
Egli rise assai giovanilmente: «Si mangia meglio in due.»
Poteva questa lietezza essere anche il segno di un buon appetito: io mi tranquillai e mi misi a mangiare. Con le sue ciabatte di casa, con passo malfermo, egli s’accostò al desco e occupò il suo posto solito. Poi stette a guardarmi come mangiavo, mentre lui, dopo un paio di cucchiaiate scarse, non prese altro cibo e allontanò anche da sé il piatto che gli ripugnava. Ma il sorriso persisteva sulla sua vecchia faccia. Soltanto mi ricordo, come se si trattasse di cosa avvenuta ieri, che un paio di volte ch’io lo guardai negli occhi, egli stornò il suo sguardo dal mio. Si dice che ciò è un segno di falsità, mentre io ora so ch’è un segno di malattia. L’animale malato non lascia guardare nei pertugi pei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza.
Egli aspettava sempre di sentire come io avessi impiegato quelle tante ore in cui egli m’aveva atteso. E vedendo che ci teneva tanto, cessai per un istante di mangiare e gli dissi secco, secco, ch’io fino a quell’ora avevo discusse le origini del Cristianesimo.
Mi guardò dubbioso e perplesso: «Anche tu, ora, pensi alla religione?»
Era evidente che gli avrei dato una grande consolazione se avessi accettato di pensarci con lui. Invece io, che finché mio padre era vivo mi sentivo combattivo (e poi non più) risposi con una di quelle solite frasi che si sentono tutti i giorni nei caffè situati presso le Università: «Per me la religione non è altro che un fenomeno qualunque che bisogna studiare.»
«Fenomeno?» fece lui sconcertato. Cercò una pronta risposta e aperse la bocca per darla. Poi esitò e guardò il secondo piatto, che giusto allora Maria gli offerse e ch’egli non toccò. Quindi per tapparsi meglio la bocca, vi ficcò un mozzicone di sigaro che accese e che lasciò subito spegnere. S’era così concessa una sosta per riflettere tranquillamente. Per un istante mi guardò risoluto: «Tu non vorrai ridere della religione?»
Io, da quel perfetto studente scioperato che sono sempre stato, con la bocca piena, risposi: «Ma che ridere! Io studio!»
Egli tacque e guardò lungamente il mozzicone di sigaro che aveva deposto su un piatto. Capisco ora perché egli mi avesse detto ciò. Capisco ora tutto quello che passò per quella mente già torbida, e sono sorpreso di non averne capito nulla allora. Credo che allora nel mio animo mancasse l’affetto che fa intendere tante cose. Poi mi fu tanto facile! Egli evitava di affrontare il mio scetticismo: una lotta troppo difficile per lui in quel momento; ma riteneva di poter attaccarlo mitemente di fianco come conveniva ad un malato. Ricordo che quando parlò, il suo respiro mozzava e ritardava la sua parola. È una grande fatica prepararsi ad un combattimento. Ma pensavo ch’egli non si sarebbe rassegnato di coricarsi senza darmi il fatto mio e mi preparai a discussioni che poi non vennero.
«Io» disse, sempre guardando il suo mozzicone di sigaro oramai spento, «sento come la mia esperienza e la scienza mia della vita sono grandi. Non si vivono inutilmente tanti anni. Io so molte cose e purtroppo non so insegnartele tutte come vorrei. Oh, quanto lo vorrei! Vedo dentro nelle cose, e anche vedo quello ch’è giusto e vero e anche quello che non lo è.»
Non c’era da discutere. Borbottai poco convinto e sempre mangiando: «Sì! Papà!»
Non volevo offenderlo.
«Peccato che sei venuto tanto tardi. Prima ero meno stanco e avrei saputo dirti molte cose.»
Pensai che volesse ancora seccarmi perché ero venuto tardi e gli proposi di lasciare quella discussione per il giorno dopo.
«Non si tratta di una discussione» rispose egli trasognato «ma di tutt’altra cosa. Una cosa che non si può discutere e che saprai anche tu non appena te l’avrò detta. Ma il difficile è dirla!»
Qui ebbi un dubbio: «Non ti senti bene?»
«Non posso dire di star male, ma sono molto stanco e vado subito a dormire.»
Suonò il campanello e nello stesso tempo chiamò Maria con la voce. Quand’essa venne, egli domandò se nella sua stanza tutto era pronto. S’avviò poi subito strascicando le ciabatte al suolo. Giunto accanto a me, chinò la testa per offrirmi la sua guancia al bacio di ogni sera.
Vedendolo moversi così malsicuro, ebbi di nuovo il dubbio che stesse male e glielo domandai. Ripetemmo ambedue più volte le stesse parole ed egli mi confermò ch’era stanco ma non malato. Poi soggiunse: «Adesso penserò alle parole che ti dirò domani. Vedrai come ti convinceranno.»
«Papà» dichiarai io commosso «ti sentirò volentieri.»
Vedendomi tanto disposto a sottomettermi alla sua esperienza, egli esitò di lasciarmi: bisognava pur approfittare di un momento tanto favorevole! Si passò la mano sulla fronte e sedette sulla sedia sulla quale s’era appoggiato per porgermi la sua guancia al bacio. Ansava leggermente.
«Curioso!» disse. «Non so dirti nulla, proprio nulla.» Guardò intorno a sé come se avesse cercato di fuori quello che nel suo interno non arrivava ad afferrare.
«Eppure so tante cose, anzi tutte le cose io so. Dev’essere l’effetto della mia grande esperienza.»
Non soffriva tanto di non saper esprimersi perché sorrise alla propria forza, alla propria grandezza.
Io non so perché non abbia chiamato subito il dottore. Invece debbo confessarlo con dolore e rimorso: considerai le parole di mio padre come dettate da una presunzione ch’io credevo di aver più volte constatata in lui. Non poteva però sfuggirmi l’evidenza della sua debolezza e solo perciò non discussi. Mi piaceva di vederlo felice nella sua illusione di essere tanto forte quand’era invece debolissimo. Ero poi lusingato dall’affetto che mi dimostrava manifestando il desiderio di consegnarmi la scienza di cui si credeva possessore, per quanto fossi convinto di non poter apprendere niente da lui. E per lusingarlo e dargli pace gli raccontai che non doveva sforzarsi per trovare subito le parole che gli mancavano, perché in frangenti simili i più alti scienziati mettevano le cose troppo complicate in deposito in qualche cantuccio del cervello perché si semplificassero da sé.
Egli rispose: «Quello ch’io cerco non è complicato affatto. Si tratta anzi di trovare una parola, una sola e la troverò! Ma non questa notte perché farò tutto un sonno, senza il più piccolo pensiero.»
Tuttavia non si levò dalla sedia. Esitante e scrutando per un istante il mio viso, mi disse: «Ho paura che non saprò dire a te quello che penso, solo perché tu hai l’abitudine di ridere di tutto.»
Mi sorrise come se avesse voluto pregarmi di non risentirmi per le sue parole, si alzò dalla sedia e mi offerse per la seconda volta la sua guancia. Io rinunziai a discutere e convincerlo che a questo mondo v’erano molte cose di cui si poteva e doveva ridere e volli rassicurarlo con un forte abbraccio. Il mio gesto fu forse troppo forte, perché egli si svincolò da me più affannato di prima, ma certo fu da lui inteso il mio affetto, perché mi salutò amichevolmente con la mano.
«Andiamo a letto!» disse con gioia e uscì seguito da Maria.
E rimasto solo (strano anche questo!) non pensai alla salute di mio padre, ma, commosso e – posso dirlo – con ogni rispetto filiale, deplorai che una mente simile che mirava a mete alte, non avesse trovata la possibilità di una coltura migliore. Oggi che scrivo, dopo di aver avvicinata l’età raggiunta da mio padre, so con certezza che un uomo può avere il sentimento di una propria altissima intelligenza che non dia altro segno di sé fuori di quel suo forte sentimento. Ecco: si dà un forte respiro e si accetta e si ammira tutta la natura com’è e come, immutabile, ci è offerta: con ciò si manifesta la stessa intelligenza che volle la Creazione intera. Da mio padre è certo che nell’ultimo istante lucido della sua vita, il suo sentimento d’intelligenza fu originato da una sua improvvisa ispirazione religiosa, tant’è vero che s’indusse a parlarmene perché io gli avevo raccontato di essermi occupato delle origini del Cristianesimo. Ora però so anche che quel sentimento era il primo sintomo dell’edema cerebrale.
Maria venne a sparecchiare e a dirmi che le sembrava che mio padre si fosse subito addormentato. Così andai a dormire anch’io del tutto rasserenato. Fuori il vento soffiava e urlava. Lo sentivo dal mio letto caldo come una ninna nanna che s’allontanò sempre di più da me, perché mi immersi nel sonno.
(…)
Poco dopo ero a letto, ma non seppi chiuder occhio. Guardavo nell’avvenire indagando per trovare perché e per chi avrei potuto continuare i miei sforzi di migliorarmi. Piansi molto, ma piuttosto su me stesso che sul disgraziato che correva senza pace per la sua camera.
Quando mi levai, Maria andò a coricarsi ed io restai accanto a mio padre insieme all’infermiere. Ero abbattuto e stanco; mio padre più irrequieto che mai.
Fu allora che avvenne la scena terribile che non dimenticherò mai e che gettò lontano lontano la sua ombra, che offuscò ogni mio coraggio, ogni mia gioia. Per dimenticarne il dolore, fu d’uopo che ogni mio sentimento fosse affievolito dagli anni.
L’infermiere mi disse: «Come sarebbe bene se riuscissimo di tenerlo a letto. Il dottore vi dà tanta importanza!»
Fino a quel momento io ero rimasto adagiato sul sofà. Mi levai e andai al letto ove, in quel momento, ansante più che mai, l’ammalato s’era coricato. Ero deciso: avrei costretto mio padre di restare almeno per mezz’ora nel riposo voluto dal medico. Non era questo il mio dovere?
Subito mio padre tentò di ribaltarsi verso la sponda del letto per sottrarsi alla mia pressione e levarsi. Con mano vigorosa poggiata sulla sua spalla, gliel’impedii mentre a voce alta e imperiosa gli comandavo di non moversi. Per un breve istante, terrorizzato, egli obbedì. Poi esclamò: «Muoio!»
E si rizzò. A mia volta, subito spaventato dal suo grido, rallentai la pressione della mia mano. Perciò egli poté sedere sulla sponda del letto proprio di faccia a me. Io penso che allora la sua ira fu aumentata al trovarsi – sebbene per un momento solo – impedito nei movimenti e gli parve certo ch’io gli togliessi anche l’aria di cui aveva tanto bisogno, come gli toglievo la luce stando in piedi contro di lui seduto. Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!
Non lo sapevo morto, ma mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli, moribondo, aveva voluto darmi. Con l’aiuto di Carlo lo sollevai e lo riposi in letto.
Piangendo, proprio come un bambino punito, gli gridai nell’orecchio: «Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star sdraiato!»
Era una bugia. Poi, ancora come un bambino, aggiunsi la promessa di non farlo più: «Ti lascerò movere come vorrai.»
L’infermiere disse: «È morto.»
Dovettero allontanarmi a viva forza da quella stanza. Egli era morto ed io non potevo più provargli la mia innocenza!
Nella solitudine tentai di riavermi. Ragionavo: era escluso che mio padre, ch’era sempre fuori di sensi, avesse potuto risolvere di punirmi e dirigere la sua mano con tanta esattezza da colpire la mia guancia. Come sarebbe stato possibile di avere la certezza che il mio ragionamento era giusto? Pensai persino di dirigermi a Coprosich. Egli, quale medico, avrebbe potuto dirmi qualche cosa sulle capacità di risolvere e agire di un moribondo. Potevo anche essere stato vittima di un atto provocato da un tentativo di facilitarsi la respirazione! Ma col dottor Coprosich non parlai. Era impossibile di andar a rivelare a lui come mio padre si fosse congedato da me. A lui, che m’aveva già accusato di aver mancato di affetto per mio padre!
Fu un ulteriore grave colpo per me quando sentii che Carlo, l’infermiere, in cucina, di sera, raccontava a Maria: «Il padre alzò alto alto la mano e con l’ultimo suo atto picchiò il figliuolo.» Egli lo sapeva e perciò Coprosich l’avrebbe risaputo.
Quando mi recai nella stanza mortuaria, trovai che avevano vestito il cadavere. L’infermiere doveva anche avergli ravviata la bella, bianca chioma. La morte aveva già irrigidito quel corpo che giaceva superbo e minaccioso. Le sue mani grandi, potenti, ben formate, erano livide, ma giacevano con tanta naturalezza che parevano pronte ad afferrare e punire. Non volli, non seppi più rivederlo. Poi, al funerale, riuscii a ricordare mio padre debole e buono come l’avevo sempre conosciuto dopo la mia infanzia e mi convinsi che quello schiaffo che m’era stato inflitto da lui moribondo, non era stato da lui voluto. Divenni buono, buono e il ricordo di mio padre s’accompagnò a me, divenendo sempre più dolce. Fu come un sogno delizioso: eravamo oramai perfettamente d’accordo, io divenuto il più debole e lui il più forte.
Ritornai e per molto tempo rimasi nella religione della mia infanzia. Immaginavo che mio padre mi sentisse e potessi dirgli che la colpa non era stata mia, ma del dottore. La bugia non aveva importanza perché egli oramai intendeva tutto ed io pure. E per parecchio tempo i colloqui con mio padre continuarono dolci e celati come un amore illecito, perché io dinanzi a tutti continuai a ridere di ogni pratica religiosa, mentre è vero – e qui voglio confessarlo – che io a qualcuno giornalmente e ferventemente raccomandai l’anima di mio padre. È proprio la religione vera quella che non occorre professare ad alta voce per averne il conforto di cui qualche volta – raramente – non si può fare a meno.

Nella prima parte del brano ci viene presentato l’ultimo colloquio tra padre e figlio. Esso muove, sin da subito, da un processo di rimozione: Zeno, pur “sapendo che è malato”, (ciò ci viene detto nelle pagine precedenti) arriva tardi a casa, dove il padre l’aspetta, forse già sapendo che sarà una delle ultime cene fatte insieme. E’ una situazione che pesa a Zeno e Svevo lo sottolinea, dicendo che il protagonista s’aspetta o immagina che lo sguardo paterno sia di rimprovero.

Il modo di Zeno di rapportarsi con il padre è quasi d’irrisione, egli irride alla religione, al cui padre, sul punto di morire sembra rivolgersi, ma non riesce ad aiutarlo quando lo stesso padre vuole comunicargli l’ultima parola, quella che potrebbe racchiudere il significato di un’intera vita da trasmettere al figlio. Non la trova, e forse capisce che non gliela dirà.

La seconda parte del brano (fra le più famose del romanzo) ci descrive l’ultimo atto di vita del papà che si racchiude nel famoso “schiaffo”. Molto presumibilmente si tratta di un fatto involontario. Ma non importa conoscere la verità: interessa sapere come tale gesto sa stato interpretato dall’inconscio di Zeno. Egli vede nello schiaffo paterno un atto punitivo, sia del momento stesso in cui “sembrava” che il figlio gli stesse togliendo l’aria, sia più generalmente per la sua vita di perfetta inettitudine. Non è un caso che la reazione del trentenne Zeno sia di regressione infantile, quasi a volere dire al padre “non lo faccio più”, ma tale regressione non risolve i problemi conflittuali che egli ha con il genitore, anzi l’accentua. Si osservi il modo con cui descrive il padre ormai morto: La morte aveva già irrigidito quel corpo che giaceva superbo e minaccioso. Le sue mani grandi, potenti, ben formate, erano livide, ma giacevano con tanta naturalezza che parevano pronte ad afferrare e punire. E’ ancora un padre potente che lo sovrasta e che gli ha assestato quello schiaffo per punirlo di quel senso di colpa che ora prova perché egli ha desiderato, sin dalla giovane età in cui gli rimproverava il suo fallimento mostrandogli la sua tenace forza e sanità, la sua morte. Dal senso di colpa alla rimozione dello stesso. Dimenticare il padre severo e vederlo debole e buono, e quindi il venir meno ad ogni aspetto conflittuale, io divenuto il più debole e lui il più forte. Solo così può immaginare che quel gesto sia stato involontario e quindi senza colpa e regredendo ancora come un fanciullo, dire al padre che non era colpa sua, ma del dottore. Inoltre può solo ora placare il suo senso di colpa, a cui contrappone una irreligiosità di facciata, ma raccomanda l’anima paterna a Dio, che solo in sua assenza può stare “in pace” nei suoi pensieri.

Altro passo fondamentale è quello del fidanzamento:

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Una foto con Svevo giovane, la moglie e la figlia

ZENO SI FIDANZA

Allora avvenne una cosa di minima importanza, ma che fu per me decisiva. Da una stanza abbastanza lontana da noi echeggiarono le urla della piccola Anna. Come si seppe poi, era caduta insanguinandosi le labbra. Fu così ch’io per qualche minuto mi trovai solo con Ada perché tutti uscirono di corsa dal salotto. Guido, prima di seguire gli altri, aveva posto il suo prezioso violino nelle mani di Ada.
«Volete dare a me quel violino?» domandai io ad Ada vedendola esitante se seguire gli altri. Davvero che non m’ero ancora accorto che l’occasione tanto sospirata s’era finalmente presentata.
Ella esitò, ma poi una sua strana diffidenza ebbe il sopravvento. Trasse il violino ancora meglio a sé: «No» rispose, «non occorre ch’io vada con gli altri. Non credo che Anna si sia fatta tanto male. Essa strilla per nulla.»
Sedette col suo violino e a me parve che con quest’atto essa m’avesse invitato di parlare. Del resto, come avrei potuto io andar a casa senz’aver parlato? Che cosa avrei poi fatto in quella lunga notte? Mi vedevo ribaltarmi da destra a sinistra nel mio letto o correre per le vie o le bische in cerca di svago. No! Non dovevo abbandonare quella casa senz’essermi procurata la chiarezza e la calma. Cercai di essere semplice e breve. Vi ero anche costretto perché mi mancava il fiato.
Le dissi: «Io vi amo, Ada. Perché non mi permettereste di parlarne a vostro padre?»
Ella mi guardò stupita e spaventata. Temetti che si mettesse a strillare come la piccina, là fuori. Io sapevo che il suo occhio sereno e la sua faccia dalle linee tanto precise non sapevano l’amore, ma tanto lontana dall’amore come ora, non l’avevo mai vista. Incominciò a parlare e disse qualcosa che doveva essere come un esordio. Ma io volevo la chiarezza: un sì o un no! Forse m’offendeva già quanto mi pareva un’esitazione. Per fare presto e indurla a decidersi, discussi il suo diritto di prendersi tempo: «Ma come non ve ne sareste accorta? A voi non era possibile di credere ch’io facessi la corte ad Augusta!»
Volli mettere dell’enfasi nelle mie parole, ma, nella fretta, la misi fuori di posto e finì che quel povero nome di Augusta fu accompagnato da un accento e da un gesto di disprezzo.
Fu così che levai Ada dall’imbarazzo. Essa non rilevò altro che l’offesa fatta ad Augusta: «Perché credete di essere superiore ad Augusta? Io non penso mica che Augusta accetterebbe di divenire vostra moglie!»
Poi appena ricordò che mi doveva una risposta: «In quanto a me… mi meraviglia che vi sia capitata una cosa simile in testa.»
La frase acre doveva vendicare l’Augusta. Nella mia grande confusione pensai che anche il senso della parola non avesse avuto altro scopo; se mi avesse schiaffeggiato credo che sarei stato esitante a studiarne la ragione. Perciò ancora insistetti:« Pensateci, Ada. Io non sono un uomo cattivo. Sono ricco… Sono un po’ bizzarro, ma mi sarà facile di correggermi.»
Anche Ada fu più dolce, ma parlò di nuovo di Augusta. «Pensateci anche voi, Zeno: Augusta è una buona fanciulla e farebbe veramente al caso vostro. Io non posso parlare per conto suo, ma credo…»
Era una grande dolcezza di sentirmi invocare da Ada per la prima volta col mio prenome. Non era questo un invito a parlare ancora più chiaro? Forse era perduta per me, o almeno non avrebbe accettato subito di sposarmi, ma intanto bisognava evitare che si compromettesse di più con Guido sul conto del quale dovevo aprirle gli occhi. Fui accorto, e prima di tutto le dissi che stimavo e rispettavo Augusta, ma che assolutamente non volevo sposarla. Lo dissi due volte per farmi intendere chiaramente: «io non volevo sposarla». Così potevo sperare di aver rabbonita Ada che prima aveva creduto io volessi offendere Augusta. «Una buona, una cara, un’amabile ragazza quell’Augusta; ma non fa per me».
Poi appena precipitai le cose, perché c’era del rumore sul corridoio e mi poteva essere tagliata la parola da un momento all’altro. «Ada! Quell’uomo non fa per voi. È un imbecille! Non v’accorgeste come sofferse per i responsi del tavolino? Avete visto il suo bastone? Suona bene il violino, ma vi sono anche delle scimmie che sanno suonarlo. Ogni sua parola tradisce il bestione…»
Essa, dopo d’esser stata ad ascoltarmi con l’aspetto di chi non sa risolversi ad ammettere nel loro senso le parole che gli sono dirette, m’interruppe. Balzò in piedi sempre col violino e l’arco in mano e mi soffiò addosso delle parole offensive. Io feci del mio meglio per dimenticarle e vi riuscii.
Ricordo solo che cominciò col domandarmi ad alta voce come avevo potuto parlare così di lui e di lei! Io feci gli occhi grandi dalla sorpresa perché mi pareva di non aver parlato che di lui solo. Dimenticai le tante parole sdegnose ch’essa mi diresse, ma non la sua bella, nobile e sana faccia arrossata dallo sdegno e dalle linee rese più precise, quasi marmoree, dall’indignazione. Quella non dimenticai più e quando penso al mio amore e alla mia giovinezza, rivedo la faccia bella e nobile e sana di Ada nel momento in cui essa m’eliminò definitivamente dal suo destino.
Ritornarono tutti in gruppo intorno alla signora Malfenti che teneva in braccio Anna ancora piangente. Nessuno si occupò di me o di Ada ed io, senza salutare nessuno, uscii dal salotto; nel corridoio presi il mio cappello. Curioso! Nessuno veniva a trattenermi. Allora mi trattenni da solo, ricordando ch’io non dovevo mancare alle regole della buona educazione e che perciò prima di andarmene dovevo salutare compitamente tutti. Vero è che non dubito io non sia stato impedito di abbandonare quella casa dalla convinzione che troppo presto sarebbe cominciata per me la notte ancora peggiore delle cinque notti che l’avevano preceduta. Io che finalmente avevo la chiarezza, sentivo ora un altro bisogno: quello della pace, la pace con tutti. Se avessi saputo eliminare ogni asprezza dai miei rapporti con Ada e con tutti gli altri, mi sarebbe stato più facile di dormire. Perché aveva da sussistere tale asprezza? Se non potevo prendermela neppure con Guido il quale se anche non ne aveva alcun merito, certamente non aveva nessuna colpa di essere stato preferito da Ada!
Essa era la sola che si fosse accorta della mia passeggiata sul corridoio e, quando mi vide ritornare, mi guardò ansiosa. Temeva di una scena? Subito volli rassicurarla. Le passai accanto e mormorai: «Scusate se vi ho offesa!»
Essa prese la mia mano e, rasserenata, la strinse. Fu un grande conforto. Io chiusi per un istante gli occhi per isolarmi con la mia anima e vedere quanta pace gliene fosse derivata.
Il mio destino volle che mentre tutti ancora si occupavano della bimba, io mi trovassi seduto accanto ad Alberta. Non l’avevo vista e di lei non m’accorsi che quando essa mi parlò dicendomi: «Non s’è fatta nulla. Il grave è la presenza di papà il quale, se la vede piangere, le fa un bel regalo.»
Io cessai dall’analizzarmi perché mi vidi intero! Per avere la pace io avrei dovuto fare in modo che quel salotto non mi fosse mai più interdetto. Guardai Alberta! Somigliava ad Ada! Era un po’ di lei più piccola e portava sul suo organismo evidenti dei segni non ancora cancellati dell’infanzia. Facilmente alzava la voce, e il suo riso spesso eccessivo le contraeva la faccina e gliel’arrossava. Curioso! In quel momento ricordai una raccomandazione di mio padre: “Scegli una donna giovine e ti sarà più facile di educarla a modo tuo”. Il ricordo fu decisivo. Guardai ancora Alberta. Nel mio pensiero m’industriavo di spogliarla e mi piaceva così dolce e tenerella come supposi fosse.
Le dissi: «Sentite, Alberta! Ho un’idea: avete mai pensato che siete nell’età di prendere marito?»
«Io non penso di sposarmi!» disse essa sorridendo e guardandomi mitemente, senz’imbarazzo o rossore. «Penso invece di continuare i miei studii. Anche mamma lo desidera.»
«Potreste continuare gli studii anche dopo sposata.»
Mi venne un’idea che mi parve spiritosa e le dissi subito: «Anch’io penso d’iniziarli dopo essermi sposato.»
Essa rise di cuore, ma io m’accorsi che perdevo il mio tempo, perché non era con tali scipitezze che si poteva conquistare una moglie e la pace. Bisognava essere serii. Qui poi era facile perché venivo accolto tutt’altrimenti che da Ada. Fui veramente serio. La mia futura moglie doveva intanto sapere tutto.
Con voce commossa le dissi: «Io, poco fa, ho indirizzata ad Ada la stessa proposta che ora feci a voi. Essa rifiutò con sdegno. Potete figurarvi in quale stato io mi trovi.»
Queste parole accompagnate da un atteggiamento di tristezza non erano altro che la mia ultima dichiarazione d’amore per Ada. Divenivo troppo serio e, sorridendo, aggiunsi: «Ma credo che se voi accettaste di sposarmi, io sarei felicissimo e dimenticherei per voi tutto e tutti.»
Essa si fece molto seria per dirmi: «Non dovete offendervene, Zeno, perché mi dispiacerebbe. Io faccio una grande stima di voi. So che siete un buon diavolo eppoi, senza saperlo, sapete molte cose, mentre i miei professori sanno esattamente tutto quello che sanno. Io non voglio sposarmi. Forse mi ricrederò, ma per il momento non ho che una mèta: vorrei diventare una scrittrice. Vedete quale fiducia vi dimostro. Non lo dissi mai a nessuno e spero non mi tradirete. Dal canto mio, vi prometto che non ripeterò a nessuno la vostra proposta.»
«Ma anzi potete dirlo a tutti!» la interruppi io con stizza.
Mi sentivo di nuovo sotto la minaccia di essere espulso da quel salotto e corsi al riparo. C’era poi un solo modo per attenuare in Alberta l’orgoglio di aver potuto respingermi ed io l’adottai non appena lo scopersi. Le dissi: «Io ora farò la stessa proposta ad Augusta e racconterò a tutti che la sposai perché le sue due sorelle mi rifiutarono!»
Ridevo di un buon umore eccessivo che m’aveva colto in seguito alla stranezza del mio procedere. Non era nella parola che mettevo lo spirito di cui ero tanto orgoglioso, ma nelle azioni.
Mi guardai d’intorno per trovare Augusta. Era uscita sul corridoio con un vassoio sul quale non v’era che un bicchiere semivuoto contenente un calmante per Anna. La seguii di corsa chiamandola per nome ed essa s’addossò alla parete per aspettarmi. Mi misi a lei di faccia e subito le dissi: «Sentite, Augusta, volete che noi due ci sposiamo?»
La proposta era veramente rude. Io dovevo sposare lei e lei me, ed io non domandavo quello ch’essa pensasse né pensavo potrebbe toccarmi di essere io costretto di dare delle spiegazioni. Se non facevo altro che quello che tutti volevano!
Essa alzò gli occhi dilatati dalla sorpresa. Così quello sbilenco era anche più differente del solito dall’altro. La sua faccia vellutata e bianca, dapprima impallidì di più, eppoi subito si congestionò. Afferrò con la destra il bicchiere che ballava sul vassoio.
Con un filo di voce mi disse: «Voi scherzate e ciò è male.

Temetti si mettesse a piangere ed ebbi la curiosa idea di consolarla dicendole della mia tristezza.»
«Io non scherzo,» dissi serio e triste. «Domandai dapprima la sua mano ad Ada che me la rifiutò con ira, poi domandai ad Alberta di sposarmi ed essa, con belle parole, vi si rifiutò anch’essa. Non serbo rancore né all’una né all’altra. Solo mi sento molto, ma molto infelice.»
Dinanzi al mio dolore essa si ricompose e si mise a guardarmi commossa, riflettendo intensamente. Il suo sguardo somigliava ad una carezza che non mi faceva piacere.

«Io devo dunque sapere e ricordare che voi non mi amate?» domandò.
Che cosa significava questa frase sibillina? Preludiava ad un consenso? Voleva ricordare! Ricordare per tutta la vita da trascorrersi con me? Ebbi il sentimento di chi per ammazzarsi si sia messo in una posizione pericolosa ed ora sia costretto a faticare per salvarsi. Non sarebbe stato meglio che anche Augusta m’avesse rifiutato e che mi fosse stato concesso di ritornare sano e salvo nel mio studiolo nel quale neppure quel giorno stesso m’ero sentito troppo male?
Le dissi: «Sì! Io non amo che Ada e sposerei ora voi…»
Stavo per dirle che non potevo rassegnarmi di divenire un estraneo per Ada e che perciò mi contentavo di divenirle cognato. Sarebbe stato un eccesso, ed Augusta avrebbe di nuovo potuto credere che volessi dileggiarla. Perciò dissi soltanto: «Io non so più rassegnarmi di restar solo.»
Essa rimaneva tuttavia poggiata alla parete del cui sostegno forse sentiva il bisogno; però pareva più calma ed il vassoio era ora tenuto da una sola mano. Ero salvo e cioè dovevo abbandonare quel salotto, o potevo restarci e dovevo sposarmi? Dissi delle altre parole, solo perché impaziente di aspettare le sue che non volevano venire: «Io sono un buon diavolo e credo che con me si possa vivere facilmente anche senza che ci sia un grande amore. Questa era una frase che nei lunghi giorni precedenti avevo preparata per Ada per indurla a dirmi di sì anche senza sentire per me un grande amore.
Augusta ansava leggermente e taceva ancora. Quel silenzio poteva anche significare un rifiuto, il più delicato rifiuto che si potesse immaginare: io quasi sarei scappato in cerca del mio cappello, in tempo per porlo su una testa salva.
Invece Augusta, decisa, con un movimento dignitoso che mai dimenticai, si rizzò e abbandonò il sostegno della parete. Nel corridoio non largo essa si avvicinò così ancora di più a me che le stavo di faccia. Mi disse: «Voi, Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista. Io voglio essere quella donna».
Mi porse la mano paffutella ch’io quasi istintivamente baciai. Evidentemente non c’era più la possibilità di fare altrimenti. Devo poi confessare che in quel momento fui pervaso da una soddisfazione che m’allargò il petto. Non avevo più da risolvere niente, perché tutto era stato risolto. Questa era la vera chiarezza.
Fu così che mi fidanzai. Fummo subito festeggiatissimi. Il mio somigliava un poco al grande successo del violino di Guido, tanti furono gli applausi di tutti. Giovanni mi baciò e mi diede subito del tu. Con eccessiva espressione di affetto mi disse: «Mi sentivo tuo padre da molto tempo, dacché cominciai a darti dei consigli per il tuo commercio. La mia futura suocera mi porse anch’essa la guancia che sfiorai. A quel bacio non sarei sfuggito neppure se avessi sposato Ada. «Vede ch’io avevo indovinato tutto», mi disse con una disinvoltura incredibile e che non fu punita perché io non seppi né volli protestare.
Essa poi abbracciò Augusta e la grandezza del suo affetto si rivelò in un singhiozzo che le sfuggì interrompendo le sue manifestazioni di gioia. Io non potevo soffrire la signora Malfenti, ma devo dire che quel singhiozzo colorì, almeno per tutta quella sera, di una luce simpatica e importante il mio fidanzamento.
Alberta, raggiante, mi strinse la mano: «Io voglio essere per voi una buona sorella».
E Ada: «Bravo, Zeno!» Poi, a bassa voce: «Sappiatelo: giammai un uomo che creda di aver fatta una cosa con precipitazione, ha agito più saviamente di voi».
Guido mi diede una grande sorpresa: «Da questa mattina avevo capito che volevate una o l’altra delle signorine Malfenti, ma non arrivavo a sapere quale».

Zeno cerca moglie, o meglio Zeno cerca un padre. Il signor Malfenti, agente di borsa, conosciuto per affari, ne ha tutte le caratteristiche, infatti verso di lui può in qualche modo proiettare il suo odio verso il suocero/padre (non per niente è capace di dare consigli al suo genero e nel contempo fregarlo).
Il signor Malfenti ha quattro figlie, tutte col nome iniziante per A: Ada, Alberta, Augusta ed Anna.
Così come cerca un padre, Zeno allo stesso modo cerca una moglie, sostituta della madre, persa quando lui aveva appena quindici anni. Le quattro ragazze sono quindi interscambiabili, ma questo certo non può ammetterlo né allo psicoanalista né a se stesso. D’altra parte è evidente nella lettura del brano come egli non cerchi di conquistare una donna, ma solo di “ottenere” una moglie.
Il fidanzamento è preceduto da un episodio fortemente significativo, che avviene durante una seduta spiritica, organizzata, tra l’altro, da colui che diventerà il suo antagonista in amore:

Mi piaceva ch’egli continuasse ad occuparsi del tavolino. Oramai era evidente che Ada si rassegnava di portare quasi tutto il mio peso! Se non m’avesse amato non m’avrebbe sopportato. Era venuta l’ora della chiarezza. Tolsi la mia destra dal tavolino e pian pianino le posi il braccio alla taglia: «Io vi amo, Ada!» dissi a bassa voce e avvicinando la mia faccia alla sua per farmi sentire meglio. La fanciulla non rispose subito. Poi, con un soffio di voce, però quella di Augusta, mi disse: «Perché non veniste per tanto tempo?» La sorpresa e il dispiacere quasi mi facevano crollare dal mio sedile. Subito sentii che se io dovevo finalmente eliminare quella seccante fanciulla dal mio destino, pure dovevo usarle il riguardo che un buon cavaliere quale son io, deve tributare alla donna che lo ama e sia dessa la più brutta che mai sia stata creata. Come m’amava! Nel mio dolore sentii il suo amore.

Si tratta di un vero e proprio lapsus freudiano, cioè un conflitto psichico per cui vi è un contrasto tra esigente interne e ciò che volontariamente desideriamo; in altre parole una vera e propria rimozione. Questo è per chiarire che l’atteggiamento di Zeno, alquanto goffo all’interno di casa Malfenti, risponde ad una esigenza già maturata al suo interno, ma della quale non si vuole rendere conto.

Egli chiede ad Ada di sposarlo, ma sa che ciò non potrà mai avvenire: è bella, seria, ha qualità impari rispetto alla debolezza di lui, e ciò gli avrebbe richiesto un continuo sforzo morale, che egli non può sostenere. Alberta, che vuole continuare gli studi, lo avrebbe messo di fronte alle sue responsabilità di eterno studente; appunto l’unica è la non bella Augusta, la quale, tuttavia finirà per essere, per lui, la moglie ideale. E lo è in quanto possiede una salute “malata”, così come la definisce nel IV capitolo, quello dedicato alla sua relazione extraconiugale: 
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La famiglia di Svevo al completo

LA PERSONIFICAZIONE DELLA SALUTE

Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità. Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa. Cominciò con una scoperta che mi stupì: io amavo Augusta com’essa amava me. Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m’aspettavo che la seguente fosse tutt’altra cosa. Ma una seguiva e somigliava all’altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche – ciò ch’era la sorpresa – mia. Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto. Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta? Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo. E vedendomi stupito, Augusta mi diceva: «Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto così? Lo sapevo pur io che sono tanto più ignorante di te!»
Non so più se dopo o prima dell’affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido. La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta.
Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell’aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell’ordine o che altrimenti a tutto rinunziano. Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza. Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo. Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita.
Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna. Non che la dicesse tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità. Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s’intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per un altro infinito tempo. Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano.
Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto.
Di domenica essa andava a Messa ed io ve l’accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l’immagine del dolore e della morte. Per lei non c’era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch’essa sapeva a mente. Niente di più, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno.
C’erano un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando – Dio non voglia – ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell’autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m’avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassù e quaggiù, per lei vi sarebbe stata la salvezza.
Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire. Ma vivendole accanto per tanti anni, mai ebbi tale dubbio.

Augusta, (come il padre d’altronde) rappresenta le certezza, sicura ad ogni verità precostituita: non domanda il perché delle cose, le vive. A Zeno ciò lo conforterebbe, potrebbe, se così si può dire, approdare anche lui a tutte quelle certezze che la moglie gli mette di fronte: l’istituzione matrimoniale, la Chiesa e lo Stato: se il protagonista ci fosse arrivato, sarebbe diventato un ottimo borghese e padre di famiglia (come il signor Cosini). Ma notiamo come nel narratore Svevo e quindi anche nel protagonista, vi sia quasi una forma d’irrisione nel mettere in rilievo la sua limitatezza culturale: Augusta non ha profondità, non ha pensiero, vive ne presente, contentandosi di ciò che questo presente le offre.
Ma per Svevo, chi rimane ancorato a tale presente, risulterà infine perdente, perché rimarrà inquinato dai veleni, non avendo possibilità di difendersi; ecco allora come la personificazione della salute, alla fine, sia una vera e propria “malattia”. Zeno, rimanendo fuori, cioè sapendo criticare il meccanismo di tale vita, potrà infine salvarsi.
Di vero e proprio atto mancato si parla al VII capitolo, dedicato all’associazione commerciale. Infatti, dopo il suo matrimonio e quello di Ada e Guido, quest’ultimo si dimostra un pessimo uomo d’affari. Giocando in borsa, dilapida il patrimonio lasciatogli dal padre e quindi finge un tentativo di suicidio per ottenere un aiuto finanziario dalla famiglia di lei; oltre agli affari, anche il matrimonio con Ada sembra vada verso una irreparabile crisi. Si rimette a giocare in borsa e le cose, invece di migliorare, peggiorano. Con le dovute precauzioni simula di nuovo un tentativo di suicidio, a cui, questa volta, la moglie non crede. Accortasi del reale pericolo cui corre il marito, nel momento in cui chiama il dottore, è troppo tardi. Tutti i debiti di Guido sono ora sulle spalle di Zeno. Lo stesso assicura a sua cognata il suo aiuto e la partecipazione ai funerali di suo marito:

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Vecchia foto di un funerale dei fratelli Alinari 

AL FUNERALE

Parlammo insieme per molte ore, ma la proposta del Nilini* di proseguire nel gioco iniziato da Guido, arrivò in ultimo, poco prima del mezzodì e fu subito accettata da me. L’accettai con una gioia tale come se così fossi riuscito di far rivivere il mio amico. Finì che io comperai a nome del povero Guido una quantità di altre azioni dal nome bizzarro: Rio Tinto, South French e così via.
Così s’iniziarono per me le cinquanta ore di massimo lavoro cui abbia atteso in tutta la mia vita. Dapprima e fino a sera restai a misurare a grandi passi su e giù l’ufficio in attesa di sentire se i miei ordini fossero stati eseguiti.
Io temevo che alla Borsa si fosse risaputo del suicidio di Guido e che il suo nome non venisse più ritenuto buono per impegni ulteriori. Invece per varii giorni non si attribuì quella morte a suicidio.
Poi, quando il Nilini finalmente poté avvisarmi che tutti i miei ordini erano stati eseguiti, incominciò per me una vera agitazione, aumentata dal fatto che al momento di ricevere gli stabiliti, fui informato che su tutti io perdevo già qualche frazione abbastanza importante. Ricordo quell’agitazione come un vero e proprio lavoro. Ho la curiosa sensazione nel mio ricordo che ininterrottamente, per cinquanta ore, io fossi rimasto assiso al tavolo da giuoco succhiellando le carte. Io non conosco nessuno che per tante ore abbia saputo resistere ad una fatica simile. Ogni movimento di prezzo fu da me registrato, sorvegliato, eppoi (perché non dirlo?) ora spinto innanzi ed ora trattenuto, come a me, ossia al mio povero amico, conveniva. Persino le mie notti furono insonni.
Temendo che qualcuno della famiglia avesse potuto intervenire ad impedirmi l’opera di salvataggio cui m’ero accinto, non parlai a nessuno della liquidazione di metà del mese quando giunse. Pagai tutto io, perché nessun altro si ricordò di quegli impegni, visto che tutti erano intorno al cadavere che attendeva la tumulazione. Del resto, in quella liquidazione era da pagare meno di quanto fosse stato stabilito a suo tempo, perché la fortuna m’aveva subito assecondato. Era tale il mio dolore per la morte di Guido, che mi pareva di attenuarlo compromettendomi in tutti i modi tanto con la mia firma che con l’esposizione del mio danaro. Fin qui m’accompagnava il sogno di bontà che avevo fatto lungo tempo prima accanto a lui. Soffersi tanto di quell’agitazione, che non giuocai mai più in Borsa per conto mio.
Ma a forza di “succhiellare” (questa era la mia occupazione precipua) finii col non intervenire al funerale di Guido. La cosa avvenne così. Proprio quel giorno i valori in cui eravamo impegnati fecero un balzo in alto. Il Nilini ed io passammo il nostro tempo a fare il calcolo di quanto avessimo ricuperato della perdita. Il patrimonio del vecchio Speier figurava ora solamente dimezzato! Un magnifico risultato che mi riempiva di orgoglio. Avveniva proprio quello che il Nilini aveva preveduto in tono molto dubitativo bensì ma che ora, naturalmente, quando ripeteva le parole dette, spariva ed egli si presentava quale un sicuro profeta. Secondo me egli aveva previsto questo e anche il contrario. Non avrebbe fallato mai, ma non glielo dissi perché a me conveniva ch’egli restasse nell’affare con la sua ambizione.
Anche il suo desiderio poteva influire sui prezzi.
Partimmo dall’ufficio alle tre e corremmo perché allora ricordammo che il funerale doveva aver luogo alle due e tre quarti. All’altezza dei volti di Chiozza, vidi in lontananza il convoglio e mi parve persino di riconoscere la carrozza di un amico mandata al funerale per Ada. Saltai col Nilini in una vettura di piazza, dando ordine al cocchiere di seguire il funerale. E in quella vettura il Nilini ed io continuammo a succhiellare. Eravamo tanto lontani dal pensiero al povero defunto che ci lagnavamo dell’andatura lenta della vettura. Chissà quello che intanto avveniva alla Borsa non sorvegliata da noi? Il Nilini, a un dato momento, mi guardò proprio con gli occhi e mi domandò perché non facessi alla Borsa qualche cosa per conto mio.
«Per il momento» dissi io, e non so perché arrossissi, «io non lavoro che per conto del mio povero amico.» Quindi, dopo una lieve esitazione, aggiunsi: «Poi penserò a me stesso.» Volevo lasciargli la speranza di poter indurmi al giuoco sempre nello sforzo di conservarmelo interamente amico.
Ma fra me e me formulai proprio le parole che non osavo dirgli: “Non mi metterò mai in mano tua!” Egli si mise a predicare.
«Chissà se si può cogliere un’altra simile occasione!» Dimenticava d’avermi insegnato che alla Borsa v’era l’occasione ad ogni ora.
Quando si arrivò al posto dove di solito le vetture si fermano, il Nilini sporse la testa dalla finestra e diede un grido di sorpresa. La vettura continuava a procedere dietro al funerale che s’avviava al cimitero greco. «Il signor Guido era greco?» domandò sorpreso.
Infatti il funerale passava oltre al cimitero cattolico e s’avviava a qualche altro cimitero, giudaico, greco, protestante o serbo.
«Può essere che sia stato protestante!» dissi io dapprima, ma subito mi ricordai d’aver assistito al suo matrimonio nella chiesa cattolica.
«Dev’essere un errore!» esclamai pensando dapprima che volessero seppellirlo fuori di posto.
Il Nilini improvvisamente scoppiò a ridere di un riso irrefrenabile che lo gettò privo di forze in fondo alla vettura con la sua boccaccia spalancata nella piccola faccia.
«Ci siamo sbagliati!» esclamò.
Quando arrivò a frenare lo scoppio della sua ilarità, mi colmò di rimproveri. Io avrei dovuto vedere dove si andava perché io avrei dovuto sapere l’ora e le persone ecc. Era il funerale di un altro!
Irritato, io non avevo riso con lui ed ora m’era difficile di sopportare i suoi rimproveri. Perché non aveva guardato meglio anche lui? Frenai il mio malumore solo perché mi premeva più la Borsa, che il funerale. Scendemmo dalla vettura per orizzontarci meglio e ci avviammo verso l’entrata del cimitero cattolico. La vettura ci seguì. M’accorsi che i superstiti dell’altro defunto ci guardavano sorpresi non sapendo spiegarsi perché dopo di aver onorato fino a quell’estremo limite quel poverino lo abbandonassimo sul più bello.
Il Nilini spazientito mi precedeva. Domandò al portiere dopo una breve esitazione: «Il funerale del signor Guido Speier è già arrivato?»
Il portiere non sembrò sorpreso della domanda che a me parve comica.
Rispose che non lo sapeva. Sapeva solo dire che nel recinto erano entrati nell’ultima mezz’ora due funerali.
Perplessi ci consultammo. Evidentemente non si poteva sapere se il funerale si trovasse già dentro o fuori. Allora decisi per mio conto. A me non era permesso d’intervenire alla funzione forse già cominciata e turbarla.
Dunque non sarei entrato in cimitero. Ma d’altronde non potevo rischiare d’imbattermi nel funerale, ritornando. Rinunziavo perciò ad assistere all’interramento e sarei ritornato in città facendo un lungo giro oltre Servola.
Lasciai la vettura al Nilini che non voleva rinunziare di far atto di presenza per riguardo ad Ada ch’egli conosceva.
Con passo rapido, per sfuggire a qualunque incontro, salii la strada di campagna che conduceva al villaggio. Oramai non mi dispiaceva affatto di essermi sbagliato di funerale e di non aver reso gli ultimi onori al povero Guido. Non potevo indugiarmi in quelle pratiche religiose. Altro dovere m’incombeva: dovevo salvare l’onore del mio amico e difenderne il patrimonio a vantaggio della vedova e dei figli. Quando avrei informata Ada ch’ero riuscito di ricuperare tre quarti della perdita (e riandavo con la mente su tutto il conto fatto tante volte: Guido aveva perduto il doppio del patrimonio del padre e, dopo il mio intervento, la perdita si riduceva a metà di quel patrimonio. Era perciò esatto. Io avevo ricuperata proprio tre quarti della perdita), essa certamente m’avrebbe perdonato di non essere intervenuto al suo funerale.
Quel giorno il tempo s’era rimesso al bello. Brillava un magnifico sole primaverile e, sulla campagna ancora bagnata, l’aria era nitida e sana. I miei polmoni, nel movimento che non m’ero concesso da varii giorni, si dilatavano. Ero tutto salute e forza. La salute non risalta che da un paragone.
Mi paragonavo al povero Guido e salivo, salivo in alto con la mia vittoria nella stessa lotta nella quale egli era soggiaciuto. Tutto era salute e forza intorno a me, anche la campagna dall’erba giovine. L’estesa e abbondante bagnatura, la catastrofe dell’altro giorno, dava ora soli benefici effetti ed il sole luminoso era il tepore desiderato dalla terra ancora ghiacciata.
Era certo che quanto più ci si sarebbe allontanati dalla catastrofe, tanto più discaro sarebbe stato quel cielo azzurro se non avesse saputo oscurarsi a tempo. Ma questa era la previsione dell’esperienza ed io non la ricordai; m’afferra solo ora che scrivo. In quel momento c’era nel mio animo solo un inno alla salute mia e di tutta la natura; salute perenne.
Il mio passo si fece più rapido. Mi beavo di sentirlo tanto leggero.
Scendendo dalla collina di Servola s’affrettò fin qui quasi alla corsa. Giunto al passeggio di Sant’Andrea, sul piano, si rallentò di nuovo, ma avevo sempre il senso di una grande facilità. L’aria mi portava.
Avevo perfettamente dimenticato che venivo dal funerale del mio più intimo amico. Avevo il passo e il respiro del vittorioso. Però la mia gioia per la vittoria era un omaggio al mio povero amico nel cui interesse era sceso in lizza.
*Sensale negli affari commerciali di Guido

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La famosa frase che Zeno rivolge a Guido

Il rapporto che Zeno prova per Guido è forte di valenze psicanalitiche e questo passo ce le svela tutte. Lo abbiamo incontrato al tempo del fidanzamento di Zeno: sappiamo che sin da subito gli è apparso come il rivale, colui che gli ha strappato l’amore per la più bella e che a mostrato a lei la sua capacità di perfetto suonatore di Bach col violino, facendo a lui fare una figura ben più penosa come semplice dilettante. E’ il momento forse del massimo odio nei suoi confronti, odio certo provato a livello inconscio, che viene ribaltato nelle più eclatanti proteste d’amicizia. Si dichiara tanto amico di Guido, ma non fa nulla per salvarlo dal suo disastro finanziario (e lo poteva ben fare, lo rimprovera, in seguito, Ada): è come volesse vedere il suo trionfo rispetto al fallimento dell’amico e lo riscattasse, nei confronti di Ada, verso quell’amore sin dall’inizio non accettato.
Ed è proprio l’immane senso di colpa, che, dopo morto, prova nei confronti del cognato, che lo porta a farsi carico di tutti i suoi problemi finanziari: è che Zeno ha una fortuna sfacciata e giocando in Borsa, riesce a recuperare la metà di quanto dilapidato da Guido. E’ talmente preso dai conti finanziari che, presa una carrozza, solo alla fine si rende conto che sta seguendo un funerale sbagliato.
E’ evidente che consciamente può dire che, distratto, ha sbagliato funerale (le carrozze sono tutte nere), ma è certo che consapevolmente al funerale del suo nemico (per non essere scoperto) non voglia andare.
E’ evidente dal senso di gioia che prova ad allontanarsi da quel luogo, dal sentirsi pienamente libero e vitale, lontano da qualsiasi antagonista in vista. Ma sotto è il senso di trionfo che lo eccita: ora può dire a tutta la famiglia Malfenti, che non può perdonare la sua assenza al funerale, che lo ha fatto per salvare la memoria di Guido e la sorte di Ada, che ora è lui l’unico e vero signore della casa che ha preso il posto, in forma anche autorevole, del signor Malfenti.
Ma quando Ada gli dirà la verità, egli inutilmente protesterà la sua innocenza, perché inconsciamente sa che è vera, se da vecchio ancora gli pesa.

La verità della scrittura psicoanalitica sveviana è nell’ultimo capitolo, intitolato Psico-analisi, passo fondamentale per comprendere l’intero romanzo. Egli, dopo aver ricevuto la diagnosi dal dottor S. (alla quale non crede neanche un po’), il complesso edipico, cioè l’innamoramento verso la madre e il desiderio d’ammazzare il padre, decide di smettere la psicoanalisi, convinto di non essere affatto guarito.

LA MEMORIA

Il dottore presta una fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo! Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto.
Il dottore mi confessò che, in tutta la sua lunga pratica, giammai gli era avvenuto di assistere ad un’emozione tanto forte come la mia all’imbattermi nelle immagini ch’egli credeva di aver saputo procurarmi. Perciò anche fu tanto pronto a dichiararmi guarito.
Ed io non simulai quell’emozione. Fu anzi una delle più profonde ch’io abbia avuta in tutta la mia vita. Madida di sudore quando l’immagine creai, di lagrime quando l’ebbi. Io avevo già adorata la speranza di poter rivivere un giorno d’innocenza e d’ingenuità. Per mesi e mesi tale speranza mi resse e m’animò. Non si trattava forse di ottenere col vivo ricordo in pieno inverno le rose del Maggio? Il dottore stesso assicurava che il ricordo sarebbe stato lucente e completo, tale che avrebbe rappresentato un giorno di più della mia vita. Le rose avrebbero avuto il loro pieno effluvio e magari anche le loro spine.
È così che a forza di correr dietro a quelle immagini, io le raggiunsi. Ora so di averle inventate. Ma inventare è una creazione, non già una menzogna. Le mie erano delle invenzioni come quelle della febbre, che camminano per la stanza perché le vediate da tutti i lati e che poi anche vi toccano. Avevano la solidità, il colore, la petulanza delle cose vive. A forza di desiderio, io proiettai le immagini, che non c’erano che nel mio cervello, nello spazio in cui guardavo, uno spazio di cui sentivo l’aria, la luce ed anche gli angoli contundenti che non mancarono in alcuno spazio per cui io sia passato.
Quando arrivai al torpore che doveva facilitare l’illusione e che mi pareva nient’altro che l’associazione di un grande sforzo con una grande inerzia, credetti che quelle immagini fossero delle vere riproduzioni di giorni lontani. Avrei potuto sospettare subito che non erano tali perché, appena svanite, le ricordavo, ma senz’alcun’eccitazione o commozione. Le ricordavo come si ricorda il fatto raccontato da chi non vi assistette. Se fossero state vere riproduzioni avrei continuato a riderne e a piangerne come quando le avevo avute. E il dottore registrava. Diceva: “Abbiamo avuto questo, abbiamo avuto quello”. In verità, noi non avevamo più che dei segni grafici, degli scheletri d’immagini.
Fui indotto a credere che si trattasse di una rievocazione della mia infanzia perché la prima delle immagini mi pose in un’epoca relativamente recente di cui avevo conservato anche prima un pallido ricordo ch’essa parve confermare. C’è stato un anno nella mia vita in cui io andavo a scuola e mio fratello non ancora. E pareva fosse appartenuta a quell’anno l’ora che rievocai. Io mi vidi uscire dalla mia villa una mattina soleggiata di primavera, passare per il nostro giardino per scendere in città, giù, giù, tenuto per mano da una nostra vecchia fantesca, Catina. Mio fratello nella scena che sognai non appariva, ma ne era l’eroe. Io lo sentivo in casa libero e felice mentre io andavo a scuola. Vi andavo coi singhiozzi nella gola, il passo riluttante e, nell’animo, un intenso rancore. Io non vidi che una di quelle passeggiate alla scuola, ma il rancore nel mio animo mi diceva che ogni giorno io andavo a scuola ed ogni giorno mio fratello restava a casa. All’infinito, mentre in verità credo che, dopo non lungo tempo, mio fratello più giovine di me di un anno solo, sia andato a scuola anche lui. Ma allora la verità del sogno mi parve indiscutibile: io ero condannato ad andare sempre a scuola mentre mio fratello aveva il permesso di restare a casa. Camminando a canto a Catina calcolavo la durata della tortura: fino a mezzodì! Mentre lui è a casa! E ricordavo anche che nei giorni precedenti dovevo essere stato turbato a scuola da minaccie e rampogne e che io avevo pensato anche allora: a lui non possono toccare. Era stata una visione di un’evidenza enorme. Catina che io avevo conosciuta piccola, m’era parsa grande, certamente perché io ero tanto piccolo. Vecchissima m’era sembrata anche allora, ma si sa che i giovanissimi vedono sempre vecchi gli anziani. E sulla via che io dovevo percorrere per andare a scuola, scorsi anche i colonnini strani che arginavano in quel tempo i marciapiedi della nostra città. Vero è che io nacqui abbastanza presto per vedere ancora da adulto quei colonnini nelle nostre vie centriche. Ma nella via che io con Catina quel giorno percorsi, non ci furono più non appena io uscii dall’infanzia.
La fede nell’autenticità di quelle immagini perdurò nel mio animo anche quando, presto, stimolata da quel sogno, la mia fredda memoria scoperse altri particolari di quell’epoca. Il principale: anche mio fratello invidiava me perché io andavo a scuola. Ero sicuro d’essermene avvisto, ma non subito ciò bastò ad infirmare la verità del sogno. Più tardi gli tolse ogni aspetto di verità: la gelosia in realtà c’era stata, ma nel sogno era stata spostata.
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Il divano nello studio di Freud

Fra scrittura e memoria Svevo individua subito una frattura, tanto più quando la scrittura non è nella lingua madre: l’autore ricorda in triestino, traduce in italiano: già il tradurre è un tradire o meglio scegliere dalla memoria ciò che si è in grado di dire. Ora se l’intero suo testo è memoriale per ordine del dottor S. sarà pieno di rimozioni o volontarie bugie. Su quest’ultima espressione bisogna tuttavia sottolineare che, se bugia esiste, essa non nasce come consapevole menzogna, ma come trasfigurazione che la memoria opera nel presente. La memoria infatti viene alterata nel momento in cui viene rievocata, fondendosi in una realtà psichica, capace di nascondere gli impulsi psichici di volta in volta disturbanti. Questo può produrre delle vere e proprie “invenzioni” che, in quanto frutto di un processo mentale, diventano delle vere e proprie realtà.
A tale scopo rievoca un episodio infantile: Zeno e il fratello di un anno più piccolo; all’inizio dell’attività scolastica, accompagnato dalla fantesca, Zeno si reca a scuola, struggendosi dall’invidia, perché suo fratello sta, tranquillo a casa. La gelosia provata si deposita nell’inconscio e non si cancella sapendo che, passato un anno, anche lui andrà a scuola. Tale immagine permane, per meglio dire, permane il sentimento: possono cambiare alcuni dettagli di contorno, ma l’impressione psichica no, anche se, in età adulta viene a sapere che anche il fratello era geloso di lui, perché Zeno andava a scuola mentre lui doveva rimane rinchiuso a casa.
E’ la risposta di Svevo al problema della memoria posto, negli stessi anni, nella À la recherche du temps perdu (Alla ricerca del tempo perduto) di Marcel Proust. Per l’autore triestino passato e presente coesistono, come anche il tempo della rievocazione: si ci porta sempre dentro qualcosa di sé e si è oggi la fusione di passato e presente, si è cioè essere molteplici, dalle più sfacciate personalità.

L’ultima pagina del romanzo è forse quella più famosa:

LA VITA E’ INQUINATA ALLE RADICI

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

Questa pagina è preceduta dalla presa d’atto della guarigione di Zeno, o meglio della sua “creduta” guarigione. In fondo è proprio della psicoanalisi fingersi guarito per interrompere la terapia o per dichiarare incompetente il terapeuta stesso (resistenza).
A guarirlo è stata l’attività commerciale, che lo ha reso speculatore durante il periodo bellico e post bellico e lo ha fatto diventare un ricco borghese, come quelle figure contro cui da giovane si poneva, come il padre o il signor Malfenti. Ora è egli ha raggiunto la serenità, determinata dalla piena consapevolezza che non si può guarire dalla malattia, anzi è la stessa malattia a farlo vincente.
Capovolgendo la teoria schoperanhiana è il “malato”, proprio perché è inserito all’interno di una società completamente malata. Ora se il darwinismo affermava la capacità d’adattamento come quella che porta avanti la specie, soltanto chi, come Zeno, non ha certezze stabili, può mutare e quindi salvarsi. Come ha detto in un passo precedente, Augusta possiede una salute “malata”.
La società si è ammalata, da quando ha smesso di essere natura ed è diventata cultura: da quando cioè ha costruito il progresso e con esso le armi di distruzione.
Basterà quindi che uno, più malato degli altri, faccia deflagrare l’intero mondo e il seme della malattia si estinguerà, per ricrearsi “vergine”, senza alcuna malattia.

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 Johnny Dorelli nella parte di Zeno Cosini in uno sceneggiato televisivo del 1988