DIVINA COMMEDIA: PARADISO


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Il Paradiso Dante lo scrive negli ultimi sei anni della sua vita, dal 1315 al 1321, anni in cui il poeta fiorentino si era trovato dapprima a Verona, sotto il magnanimo Cangrande della Scala e in seguito, più precisamente gli ultimi tre anni, da Guido da Polenta, a Ravenna dove spirò a causa di febbri malariche.

Il Paradiso rappresenta un cantico la cui scrittura prevedeva una serie di difficoltà maggiori rispetto alle due che l’avevano preceduta, la prima delle quali è certamente quella di non essere “fisicamente tangibile”: se l’inferno presenta un vero e proprio luogo, con fiumi da attraversare, pareti da ascendere (si pensi alla necessità di un vero e proprio “ascensore” quale quello di Gerione che trasporta Dante nel fondo del baratro, o ancora alla ricerca di un varco per salire i balzi purgatoriali, immaginati proprio come se si trovassero in una erta montagna), il Paradiso è un luogo che non esiste nella realtà immaginativa perché tutto comprende.

Un altro aspetto è certamente quello dell’incontro del poeta con le anime, anime che, essendo tutte beate, risiedono nell’unico luogo (seppur più lontane o vicine a Dio secondo il grado di felicità) loro destinato che è l’Empireo. Ciò dovrebbe far venir meno la gradualità dell’incontro, ma Dante lo risolve attraverso l’escamotage per cui sono le anime che scendono, spinte dalla carità, incontro a Dante, nel cielo che meglio le caratterizza e parlano con lui in un dialogo un po’ surreale, in quanto esse conoscono perfettamente che ciò che Dante chiede perché lo leggono precedentemente nella mente di Dio che tutto sa.

Il lettore, che segue le vicende del Dante agens, si rende conto del suo ascendere attraverso un processo luminoso: egli osserva l’intensificarsi dell’intensità della luce negli occhi di Beatrice: tale facoltà, che prescinde quella umana, fa sì che Dante viva un’esperienza oltre l’umano. Ma questo essere oltre l’umano non permette nel contempo a Dante di riportare con parole umane ciò che ha vissuto, perché ciò che ha visto è inesprimibile e perché lo deve riportare ad esperienza vissuta, quindi nel ricordo che è esso stesso facoltà umana, di contro all’esperienza divina.

Per ciò lo stile del Paradiso, oltre che naturaliter  “elevato” è fortemente lirico: non vi è alcuna azione descrittiva, ma solo l’impressione che l’io riporta nel suo animo.

A livello strutturale il Paradiso si configura in 7 cieli, rispettivamente quelli della Luna (spiriti che mancarono i voti), di Mercurio (spiriti attivi per desiderio di gloria), di Venere (spiriti amanti), del Sole (spiriti dei sapienti), di Marte (spiriti militanti), di Giove (spiriti dei giusti), di Saturno (spiriti contemplativi).

A questi si aggiunge l’VIII cielo che non contiene spiriti e che gira più lentamente degli altri e riceve l’impulso del movimento dal IX cielo dal cielo primo mobile. L’ultimo “luogo”, il X, ma che invero costituisce l’intero Paradiso è l’Empireo, sede di Dio.

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CANTO I
(Paradiso terrestre – Sfera del fuoco)

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.
Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie,
che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.
Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.
Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.
Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,
quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.
E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.
Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece.
Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco;
e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno.
Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.
Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
e cominciò: “Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso.
Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi”.
S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito
e dissi: “Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi”.
Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,
e cominciò: “Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;
né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
ma quelle c’ hanno intelletto e amore.
La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta;
e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.
Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda,
così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;
e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.
Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.
Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’a terra quïete in foco vivo”.
Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

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La gloria di Dio, che tutto muove, si diffonde in tutto l’universo, risplendendo in alcuni luoghi di più ed in altri di meno. Nel cielo che riceve più della sua luce, l’Empireo,  arrivai, e vidi là cose che raccontare non sa né può chi da lassù scende sulla terra; perché avvicinandosi tanto all’oggetto del suo desiderio, la nostra mente si addentra tanto nel mistero di Dio, che la memoria non riesce a tenergli dietro. Ciononostante, quanto del regno di Dio riuscii a raccogliere allora nella mia memoria, sarà ora argomento di questa nuova cantica. Oh buon Apollo, per questa ultima fatica, fammi ricettacolo del tuo valore, quanto ne richiedi per offrire la tanto desiderata corona d’alloro. Fino a questo punto l’aiuto delle Muse, che abitano una cima del monte Parnaso, mi è stato più che sufficiente; ma ora è bene che affronti con entrambe le cime (Nisa e Cirra) la prova ancora da superare. Entra nel mio petto, nel mio cuore, ed ispirami con quella potenza con cui Marsia, da te sconfitto nel canto, scorticasti poi delle sua stessa pelle. Oh virtù divina, se mi sostieni tanto che io possa descrivere l’immagine del regno dei beati, rimasta impressa nella mia memoria, mi vedrai arrivare ai piedi del tuo sacro alloro, ed incoronarmi con le foglie delle quali mi renderanno degno l’argomento trattato e tu stesso. Sono così rare le volte, Apollo, in cui si colgono dei rami dalla tua pianta per celebrare il trionfo di un imperatore o di un poeta, per colpa dei vergognosi desideri umani, tanto che dovrebbe dare felicità al sereno dio di Delfi, il fatto che il ramo peneio (di alloro, in quanto Dafne, trasformata in alloro, era la figlia del fiume Peneo) sia tanto desiderato da qualcuno. Talvolta una piccola scintilla genera un grande incendio: forse dopo di me, con un canto migliore, invocheranno Apollo, che abita l’altra cima, Cirra, affinché risponda. Sorge sulla gente mortale da diversi punti, a seconda della stagione, il Sole, luce del mondo;  ma quando sorge da quel punto, ad oriente, in cui si congiungono i quattro cerchi dell’equatore, durante gli equinozi, formando tre croci, da una migliore stagione e da costellazioni più favorevoli è allora accompagnato, e la Terra, come fosse cera, plasma e segna nella maniera più efficace. Là, in quella parte, sul Purgatorio, nel punto in cui si trovavano Dante e Beatrice, (emisfero australe) era sorto il mattino mentre qua, sulla Terra (emisfero boreale), in cui sono io, era calata la sera; quasi completamente illuminato era quell’emisfero mentre l’altro era ormai buio, quando mi accorsi che Beatrice era rivolta alla sua sinistra e guardava il sole: nessuna aquila lo fissò mai tanto intensamente. E come un raggio riflesso deriva necessariamente da quello originario e risale verso l’alto, allo stesso modo di un falco pellegrino che vuole tornare in quota dopo la picchiata, così, dal gesto di Beatrice, penetrato nella mia fantasia attraverso gli occhi, derivò un mio eguale gesto, e fissai quindi anche io lo sguardo al sole, oltre ogni possibilità umana. Molte cose sono là consentite che qui invece non sono permesse alle nostre facoltà, in grazia di quel luogo creato da Dio come dimora propria dell’umanità. Io non resistetti molto alla luce, ma non così poco da non vedere il sole mandare intorno scintille infuocate, come il ferro quando viene tolto ancora incandescente dal fuoco; ed subito mi sembrò che l’intensità della luce del giorno raddoppiasse, come se Dio, che tutto può, avesse fatto dono al cielo di un altro sole. Beatrice teneva fissi ai cieli i propri occhi; ed io fissai i miei nei suoi, dopo aver dopo averlo allontanato dal sole. Guardandola provai dentro di me una sensazione simile a quella che provò Glauco mentre assaporava l’erba che lo rese un Dio, compagno delle altre divinità marine. L’atto di elevarsi sopra i limiti umani non può essere descritto con le parole; basti perciò l’esempio di Glauco a coloro ai quali la grazia divina concederà di provare tale esperienza. Se in quel momento ero solamente ciò che avevi creato di me per ultimo (cioè l’anima), oh Dio che regni nei cieli, lo sai tu, dal momento che sei stato tu ad innalzarmi al cielo con la tua luce. Quando il moto circolare dei cieli, che rendi perpetuo con il desiderio di te, ebbe richiamato su di sé la mia attenzione con quella sua musica che tu regoli e moduli, mi sembrò che la luce del sole accendesse una parte del cielo ben più grande di quella occupata da qualsiasi lago, formato dalla pioggia o da un fiume. La novità del suono e l’intensa luce suscitarono in me un forte desiderio di conoscerne la ragione, più forte di quanto avessi mai provato. Per cui Beatrice, che capiva i miei pensieri così come me stesso, per calmare il mio animo turbato, prima ancora che io potessi domandare, aprì la bocca ed iniziò a spiegare: «Tu stesso ottundi la tua mente con false supposizioni, così da non riuscire poi a vedere ciò che vedresti senza quel pensiero sbagliato. Non ti trovi in questo momento sulla Terra, così come credi; ma un fulmine, allontanandosi dal suo punto di origine, non si mosse mai tanto velocemente quanto tu ti stai movendo adesso verso il Paradiso.» Se fui allora liberato dal primo dubbio, grazie a quelle poche parole pronunciate da una sorridente Beatrice, fui però successivamente colto da un nuovo dubbio e dissi quindi: «Sono ormai soddisfatto rispetto alla mia più grande perplessità; ma mi stupisco ora di come possa, con ancora il peso del corpo, levarmi attraverso questi corpi leggeri.»Per cui lei, dopo un lungo sospiro di pietà, alzò i propri occhi verso di me con uno sguardo simile a quello con cui una madre si rivolge al proprio figlio colto dalla febbre, cominciò quindi a dire: «Tutte le cose esistenti sono sottoposte ad un ordine, che è il principio che rende l’universo somigliante a Dio. In quell’ordine le creature superiori vedono l’impronta, il segno, della potenza di Dio, che è anche il fine ultimo a cui aspira l’ordine stesso a cui accenno. In questo universo ordinato del quale parlo, ricevono una certa predisposizione tutte le creature, a seconda delle loro diverse condizioni, più o meno vicine al loro creatore, a Dio; perciò esse si dirigono verso destinazioni differenti, attraverso il grande mare della vita, ciascuna creatura guidata dall’istinto a lei assegnato. Quest’ordine spinge il fuoco a salire verso il cielo della luna; questo regola le funzioni vitali negli esseri privi di ragione; che tiene unita e compatta la terra; ma non soltanto le creature prive di ragione sono spinte da quest’ordine verso il loro fine, ma anche le creature dotate di intelligenza e di volontà. La provvidenza divina, che è ha capo di questo ordine, con la propria luce rende appagato il cielo dell’Empireo, nel quale ruota la più veloce delle sfere celesti; ed ora lì, nell’Empireo, luogo ordinato come nostro fine, che ci porta la potenza di quella predisposizione, di quell’ordine provvidenziale, che indirizza ogni creatura verso il proprio fine, che sarà per essa fonte di gioia. È comunque vero che il risultato non corrisponde molte volte a quella che era l’intenzione dell’artefice, perché la materia non è disposta a comprenderla, e così a volte si allontana da questo ordine naturale l’uomo, avendo il potere di rivolgersi altrove, pur essendo stato indirizzato verso il bene; e così come è possibile vedere cadere il fuoco in forma di saetta da una nube, allo stesso modo l’inclinazione naturale rivolge verso terra l’uomo, naturalmente spinto verso il cielo, quando è traviato una falsa immagine del bene. Non devi quindi meravigliarti, come credo tu faccio, del fatto che stai salendo al cielo, più di quanto tu possa farlo per il fatto che un fiume scenda dall’alto di un monte fino a valle. Ti saresti dovuto piuttosto meravigliare se, libero da ogni impedimento, tu fossi rimasto inchiodato giù, come un fuoco vivo che rimane quieta a terra.» Detto questo, rivolse quindi al cielo il proprio viso.
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Già dalle prime parole del testo ci accorgiamo della diversa costruzione del canto, determinata dall’elevatezza del contenuto e del tono con cui si esprime. Basti per tutto a confrontarli con gli altri due incipit: se per l’Inferno bastavano le sole Muse, nel Purgatorio vi era la necessità che fosse Calliope, musa della poesia epica, ma qui occorre il dio della poesia stessa che con ambedue le ispirazioni, la terrena e la divina, rappresentate metaforicamente dalle due cime del monte Parnaso, lo sovvenga a tale difficile compito.

Se ciò è fondamentale per capire il concetto dello sforzo sovrumano cui si accinge Dante, lo stesso ce lo annuncia con una diversa proporzione nell’introdurre la cantica: ben 12 versi per la propositio, 24 per l’invocatio. (Nell’Inferno rispettivamente 6 e 3 nel 2° canto;  nel Purgatorio 6 e 6, nel 1° canto). Simile invece tra la seconda cantica e questa è la punizione per l’arroganza di chi ha voluto sfidare nel canto la facoltà divina: lo hanno saputo bene le Pieridi trasformate in gazze, prese ad esempio, nella montagna purgatoriale e qui il satiro Marsia, che viene addirittura scuoiato dal dio stesso. Ma tale professione d’umiltà non tocca la sfera dell’umano: consapevole della grandezza ed eccezionalità del compito cui si accinge egli sa di poter meritare l’alloro poetico, sebbene attenui tale posizione con l’affermazione che forse qualcuno, migliore di lui, potrà meglio rappresentare il mondo divino, non senza una nota polemica sullo stato della poesia, volto più a trarre benefici terreni che divini.

Ma, con una capacità limitata, in quanto dettata dalla potenza umana, egli riesce a darci l’ “idea” della luce, attraverso il concetto di luce riflessa, e quindi attraverso l’intensificarsi di essa, il suo ascendere e il suo trasformarsi “trasumanare”, neologismo con cui indica l’andare oltre se stesso e, pur nel ricordo, riesce a ricordare la “lezione” teologica di Beatrice che lo disgrossa riguardo il tendere verso Dio. Tutte le creature originate da Dio naturalmente sono tese a tornare da Lui, tra di esse anche quella umana. Non sempre, tuttavia quest’ultima segue la sua natura, ma spinta da falsi piaceri, da Lui si diparte, cadendo nel peccato, in questo modo Dante ribadisce il concetto di “libero arbitrio” come fondamentale del suo pensiero, pensiero reso vivido dalla metafora dell’arco e del fulmine. 

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CANTO II
(Cielo I – Luna)

Il canto si apre con un nuovo prologo rivolto al lettore:

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
Que’ glorïosi che passaro al Colco
non s’ammiraron come voi farete,
quando Iasón vider fatto bifolco.

O voi che avete seguito con la vostra piccola barca il mio vascello che cantando si fa strada nei mari, tornate indietro, a rivedere la spiaggia da dove siete salpati; non vi avventurate in mare aperto, perché, forse, perdendo me di vista, vi trovereste smarriti. L’acqua che ora io prendo a solcare non è stata mai percorsa da nessuno; Minerva spira nelle vele della nave, Apollo è il mio nocchiero e le nove muse mi indicano le stelle dell’Orsa per orientarmi. Voi altri pochi, che per tempo vi volgeste al pane degli angeli, del quale qui si può vivere sì, ma senza saziarsene mai, voi potete ben avventurare per l’alto mare il vostro naviglio, seguendo la mia scia prima che l’acqua ritorni liscia com’era., cancellando la traccia del mio passaggio. Quei gloriosi Argonauti che per mare raggiunsero la Colchide non si stupirono come voi farete, quando videro Giasone trasformarsi in contadino.

Come nel primo canto, anche qui Dante sottolinea l’eccezionalità dell’argomento e dell’ispirazione che chiede un pubblico capace di seguirlo. Non è arroganza del poeta, ma consapevolezza dell’arduo “cammino” e quindi compito che il poeta s’accinge a percorrere. E’ evidente che pertanto solo si può avvicinare al canto chi si è già nutrito “del pan degli angeli”, di quella conoscenza dottrinale e teologica che è qui è necessaria per la piena comprensione: sicuramente una posizione diversa rispetto al più “democratico” Convivio, dove Dante offriva, a chi non aveva le possibilità “briciole” di sapienza.

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Il canto quindi prosegue affrontando due nodi dottrinali:

  • l’impenetrabilità dei corpi;
  • le macchie lunari.

Mentre salgono velocissimamente, Dante si trova immerso nel cielo della luna, chiedendosi come mai al suo penetrare in esso non sia corrisposto uno spostamento di materia lunare. E’ evidente che per Dante mondo terreno e mondo astronomico sono nettamente separati, pertanto anche la loro composizione è diversa. Il suo penetrare è frutto di quell’unione di umano e divino che ha permesso a Cristo di possedere le due nature e che di cui Dio gli ha fatto dono allora per “conoscere” il luogo sede di Dio.

Per le macchie lunari, Beatrice dà luogo ad una dimostrazione sillogistica: dapprima confuta quando già detto da Dante nel Convivio che individua la ragione nella minore o maggiore densità dei corpi, in quanto se così fosse quelle meno dense dovrebbero o attraversare il cielo della luna stessa o lasciar passare la luce nel caso d’eclissi. Quindi dimostra come la diversità dipende dalla virtù di Dio che piove dal Primo mobile fino al cerchio lunare, attraversando tutti i cieli e imprimendo loro la stessa virtù che muta al mutare della sostanza su cui si poggia e dal grado di beatitudine che essi stessi esprimono.

CANTO III
(Cielo I – Luna – Spiriti mancanti ai voti)

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ‘l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;
ma visione apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan d’i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte.
Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
«Non ti maravigliar perch’io sorrida»,
mi disse, «appresso il tuo pueril coto,
poi sopra ‘l vero ancor lo piè non fida,
ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che li appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi». 

E io a l’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
«O ben creato spirito, che a’ rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:
«La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.
I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella,
ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto,
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto».
Ond’io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:
però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?».
Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
«Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.
Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;
sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia.
E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria o che natura face».
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
«Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,
ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.
Quest’è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò ‘l terzo e l’ultima possanza».
Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
Maria’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mio sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;
e ciò mi fece a dimandar più tardo. 

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Beatrice, sole che sin dall’inizio mi aveva colpito il cuore, mi aveva rivelato il dolce aspetto della verità, dimostrando la verità (sulle macchie lunari) e confutando l’errore; ed io per dimostrare d’aver corretto (la falsa opinione) e di esser sicuro, sollevai più in alto il capo, quanto più convenientemente per parlare, ma mi apparve una visione che mi catturò così tanto l’attenzione da non ricordare più la mia confessione. Come attraverso vetri trasparenti e puliti oppure attraverso acque così chiare e tranquille, non tanto profonde da rendere invisibili i fondali, si riflettono le immagini dei nostri visi  così deboli che una perla bianca sulla fronte non giunge meno evidente al nostro sguardo, allo stesso modo vidi io volti pronte a parlare; per cui mi imbattei nello stesso errore di quello di Narciso che fece innamorare l’uomo della fonte. Immediatamente, quando mi accorsi di loro, immaginandole immagini riflesse , mi volsi indietro per vedere chi fossero e, non vedendo nulla, rivolsi lo sguardo a Beatrice, che, sorridendo,  risplendeva nei santi occhi. Mi disse: «Non meravigliarti del mio sorridere a seguito del tuo puerile pensiero, dal momento che ancora non si basa sopra la verità, ma ti fa girare a vuoto, come al solito: quelle che tu vedi sono veri spiriti, qui confinati, per esser mancati ai voti. Perciò parla loro, ascoltale, e credi ciò che dicono, perché la vera luce che le soddisfa non permette loro di allontanarsi da se se stessa». Ed io mi rivolsi all’ombra che sembrava più desiderosa di parlare e cominciai come una persona a cui la troppa voglia toglie lucidità: «O spirito, eletto alla salvezza eterna, che senti la dolcezza dei raggi della vita eterna che, se non gustata, non la si può provare, mi sarebbe graditi se mi contentassi di rivelare il tuo nome e la vostra condizione». E lei, pronta e con occhi ridenti: «La carità di noi elette nella grazia, non chiude le porte ad un giusto desiderio, non diversamente come la carità di Dio che rende tutto il suo regno simile a Lui. Io fu nel mondo una monaca, e se la tua mente guarda con attenzione, non ti celerà che io, pur più bella, son Piccarda Donati, che, messa qui, fra gli altri beati, sono nel cerchio più lento, quello della luna.  I nostri sentimenti che ardono solo in ciò che piace allo Spirito Santo, godono in quanto corrispondono all’ordine da lui stabilito. E la sorte che ci ha confinato qui perciò ci è stata assegnata, perché non furono rispettati i nostri voti e mancanti in alcune parti». Ed io a lei: «Nei vostri meravigliosi aspetti risplende un non che di divino che vi trasfigura rispetto alle immagini che di voi abbiamo in terra; per questo non fui pronto a riconoscerti: ma ora mi aiuta ciò che dici, tanto che a ricordar la tua figura mi è più semplice. Ma dimmi, voi che avete in questo cielo il vostro grado di felicità, desiderate un luogo più alto (vicino) per farvi vedere e farvi riconoscere da Dio?». Con le altre anime dapprima sorrise un po’, quindi mi risposa con così tanta gioia da sembrare infiammata da amore divino: «Fratello, la nostra volontà appaga la nostra virtù di carità, che fa s^ che noi desideriamo solo quello che possediamo, senza bisogno d’altro. Se desiderassimo cose superiori, i nostri desideri sarebbero discordi dal volere di colui che qui ci ha destinato; cosa che tu vedrai non essere in questi giri , se essere in carità è qui necessario e se osservi bene la natura di questa carità. E’ anzi essenziale a questo essere in beatitudine attenersi alla volontà di Dio, per cui le nostre voglie diventano una sola con lei; cosicché piace a tutto il Paradiso che noi appariamo di cielo in cielo, allo stesso modo di un re che fa piacere ciò che lui vuole. Nella sua volontà è la nostra pace: essa è quel mare verso cui ogni cosa che è creata si muove o che fa  la natura. Allora mi fu chiaro come il Paradiso è dovunque, sebbene la Grazia non piova ugualmente. Ma così come succede che un cibo sazia e di un altro rimane ancora il desiderio, del secondo si chiede e del primo si ringrazia, così feci io negli atteggiamenti e nel chiedere, per sapere quale fu la trama che non riuscì a portare a termine». «Santità di vita e nobili meriti pone in alto una donna», mi disse «alla cui norma nel mondo si veste e mette il velo monacale, affinché, fino alla morte vegli e dorma con Gesù  che accetta tutti i voti conformi alla carità. Scappai dal mondo, giovinetta, per seguire la sua regola divenni monaca e promisi di seguire la via del suo ordine. Ma poi degli uomini, usi a far del male più che il bene, mi portarono fuori dal dolce chiostro: lo sa Dio quale vita in seguito condussi. E quest’altra anima illuminata, che ti si mostra alla mia destra e che si illumina della luce di questo cielo, ebbe la mia stessa sorte; fu suora, allo stesso modo le fu strappato dal capo il velo che le ombreggiava il viso: Ma dopo che fu riportata al mondo contro il suo volere e contro ogni norma morale, non sciolse mai il velo che custodiva in cuore. Questa è la luce della buona Costanza d’Altavilla che da Enrico VI (secondo potenza di Svezia, in quanto il primo è Federico Barbarossa), generò la terza potenza e l’ultima potenza (cioè Federico II, che fu il terzo, ma anche l’ultimo regnante della famiglia degli Svevi)». Così parlò e poi cantando svanì come un oggetto pesante nell’acqua scura. Il mio sguardo la seguì finché poté, poi si rivolse all’oggetto del mio desiderio e si protese completamente verso Beatrice; ma lei abbagliò il mio sguarda tanto che in principio non lo soffrii e ciò mi fece essere più tardivo nel porre domande.

Gustave_Doré_-_Paradiso,_Canto_III.jpgSe i primi due canti ci avevano introdotti nell’atmosfera paradisiaca, il primo in cui Dante si era “trasumanato” (neologismo dal forte valore semantico) ed il secondo, pur così teologico, ci aveva illustrato il problema delle macchie lunari,  è qui nel terzo che Dante incontra i primi personaggi che sono così diversi dalle immagini sia infernali che purgatoriali, da non rendersi conto nemmeno della loro “spiritualità”. Il loro essere è tanto diafano da essere scambiato per immagine riflessa e sarà solo Beatrice a chiarire la loro vera essenza. A parlare con lui sarà Piccarda Donati, sorella e figlia di quella famiglia che tanto dolore procurerà a Dante. Avevamo incontrato, non da molto, il di lei fratello, Forese, in un bel dialogo amicale nel XXIII canto del Purgatorio. Ed era stato proprio lui ad informare Dante dell’abisso infernale in cui era caduto Corso e della beatitudine della sorella (quasi a rappresentare una scala in cui il fratello maggiore era punito per la sua prepotenza, il mediano, Forsese scontava, pentendosi, il peccato di gola e la piccolina, Piccarda, si era salvata). Tuttavia nelle sue parole notiamo una incredibile violenza di cui i maschi si macchiavano nei confronti delle donne. Scelta la via delle Clarisse, quasi a sfuggire il clima di violenza che la circondava, Piccarda si trova strappata alla sua volontà di essere monaca per giacere al fianco di un uomo che non desiderava per problemi politici; stessa sorte sembra subire Costanza – la cui luminosità maggiore è forse determinata dall’importanza del personaggio – a cui venne strappato il velo. Il fatto è che per quest’ultima Dante sembra seguire una “diceria” piuttosto che la verità, in quanto è accertato che Costanza non si sia mai monaca. Ma non importa se Dante abbia qui dato retta ad una voce mandata in giro dai Guelfi per screditare il partito imperiale. Quello che importa è che egli disegni, con i tratti tenui che vogliono caratterizzare la femminilità, una forma non detta di stupro verso il mondo femminile.

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Un’ultima notazione riguarda le figura di Piccarda il cui modo di raccontare la sua storia l’apparenta a Pia dei Tolomei: è nel loro non detto che nasce la fascinazione per questi due personaggi femminili.

CANTO IV
(Cielo I – Luna – Spiriti mancanti ai voti)

Dante è assalito da due dubbi, derivati entrambi dal dialogo avuto con Piccarda: il primo riguarda il luogo in cui sono posti i beati:

D’i Serafin colui che più s’india, 
Moisè, Samuel, e quel Giovanni 
che prender vuoli, io dico, non Maria, 
non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t’appariro, 
né hanno a l’esser lor più o meno anni; 
ma tutti fanno bello il primo giro,
e differentemente han dolce vita 
per sentir più e men l’etterno spiro. 
Qui si mostraro, non perché sortita 
sia questa spera lor, ma per far segno 
de la celestial c’ha men salita.

Quel Serafino che è più vicino a Dio, Mosè, Samuele, Giovanni Battista o Evangelista, addirittura Maria, hanno la loro sede nello stesso Cielo (Empireo) di questi spiriti che ti sono appena apparsi, né la loro permanenza lì ha una durata più lunga o più breve; ma tutti loro adornano il Cielo più alto, e hanno un grado di felicità diverso a seconda che sentano più o meno lo Spirito Santo. Ti sono apparsi qui nel I Cielo non perché esso sia assegnato loro come sede, ma per manifestare visibilmente il loro minor grado di beatitudine.

il secondo il perché di una “minore santità” se a non compiere pienamente il bene si è portati da una forza esterna violenta:

Se violenza è quando quel che pate 
niente conferisce a quel che sforza, 
non fuor quest’alme per essa scusate; 
ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
ma fa come natura face in foco, 
se mille volte violenza il torza. 
Per che, s’ella si piega assai o poco, 
segue la forza; e così queste fero 
possendo rifuggir nel santo loco.
Se fosse stato lor volere intero,
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man severo,
così l’avria ripinte per la strada
ond’eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo rada.

Se la violenza sussiste quando colui che la subisce non asseconda in nulla colui che la compie, allora queste anime non furono scusate per essa; infatti la volontà, se non vuole, non viene meno, ma fa come il fuoco che tende per natura a salire, anche se mille volte la violenza (del vento) lo spinge in basso. Infatti, se la volontà si piega poco o molto, asseconda la violenza; e così fecero queste anime, dal momento che potevano tornare nel loro convento. Se la loro volontà fosse stata integra, come quella che tenne san Lorenzo sulla graticola e quella che indusse Mucio Scevola ad essere severo con la sua mano, essa le avrebbe riportate sulla strada da cui erano state portate via, non appena libere dall’impedimento fisico; ma una volontà suprema di tal genere è troppo rara.

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Quello che emerge in questo canto è che l’immagine che Dante ci descrive in realtà non esiste: le anime si presentano per la grazia che il Signore gli ha concesso e per continuare quell’ufficio “didattico” che il suo viaggio deve gli fornisce; interessante è inoltre l’aspetto sulla “colpa” che tali anime potrebbero avere. Il poeta divide tra volontà assoluta e volontà relativa: ma ponendo tale ambiguità tra le due non fa che illuminarci sui nostri limiti morali.

CANTO V
(Cielo I – Luna – Spiriti mancanti ai voti)
(Cielo II – Mercurio – Spiriti attivi per gloria terrena)

Il canto prosegue senza soluzione di continuità nel discorso dottrinale sul rispetto del voto, che, come detto, presenta il problema morale del suo compimento sulla base della volontà. Dante chiede se vi è possibilità, a fronte di una irrealizzabilità dello stesso, del mutamento dell’oggetto del voto. Beatrice precisa che il voto non è che una abdicazione volontaria della propria libertà. Quando esso si esprime vi è un rapporto, in questo caso, tra il fedele e Dio, che non può venir meno; in casi eccezionali potrebbe accadere, ma solo attraverso l’intermediazione della Chiesa.

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Dopo queste ulteriori spiegazioni dottrinali i due ascendono velocemente nel cielo di Mercurio. Appena giunti vengono circondati dalle anime che, seppur luminose, continuano ad avere un aspetto riconoscibile. Subito uno di essi si mostra ansioso di voler condividere con Dante uno scambio di cordialità, che fa sì che, nel parlare, la stessa luminosità prende il sopravvento, cancellando la labile ombra che denotava ancora il personaggio.

CANTO VI
(Cielo II – Mercurio – Spiriti attivi per gloria terrena)

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«Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse, 

cento e cent’anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ‘l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;

ma ‘l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’al sacrosanto segno
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone.

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 
incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi 
ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Annibale passaro 
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott’esso giovanetti triunfaro
Scipione e Pompeo; e a quel colle 
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno, 
Cesare per voler di Roma il tolle.
E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna 
e ogne valle onde Rodano è pieno.
Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo, 
che nol seguiteria lingua né penna.
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse 
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov’Ettore si cuba; 
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba; 
onde si volse nel vostro occidente, 
ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che fé col baiulo seguente, 
Bruto con Cassio ne l’inferno latra, 
e Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra, 
che, fuggendoli innanzi, dal colubro 
la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro; 
con costui puose il mondo in tanta pace, 
che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face 
fatto avea prima e poi era fatturo 
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro, 
se in mano al terzo Cesare si mira 
con occhio chiaro e con affetto puro;
ché la viva giustizia che mi spira, 
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, 
gloria di far vendetta a la sua ira. 
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse 
de la vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse 
la Santa Chiesa, sotto le sue ali 
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar di quei cotali 
ch’io accusai di sopra e di lor falli, 
che son cagion di tutti vostri mali.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli 
oppone, e l’altro appropria quello a parte, 
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte 
sott’altro segno; ché mal segue quello 
sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non l’abbatta esto Carlo novello 
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli 
ch’a più alto leon trasser lo vello.
Molte fiate già pianser li figli 
per la colpa del padre, e non si creda 
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!
Questa picciola stella si correda 
di buoni spirti che son stati attivi 
perché onore e fama li succeda:
e quando li disiri poggian quivi, 
sì disviando, pur convien che i raggi 
del vero amore in sù poggin men vivi. 
Ma nel commensurar d’i nostri gaggi 
col merto è parte di nostra letizia, 
perché non li vedem minor né maggi. 
Quindi addolcisce la viva giustizia 
in noi l’affetto sì, che non si puote 
torcer già mai ad alcuna nequizia.
Diverse voci fanno dolci note; 
così diversi scanni in nostra vita 
rendon dolce armonia tra queste rote.
E dentro a la presente margarita 
luce la luce di Romeo, di cui 
fu l’ovra grande e bella mal gradita. 
Ma i Provenzai che fecer contra lui 
non hanno riso; e però mal cammina 
qual si fa danno del ben fare altrui. 
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece 
Romeo, persona umìle e peregrina. 
E poi il mosser le parole biece 
a dimandar ragione a questo giusto, 
che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto; 
e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe 
mendicando sua vita a frusto a frusto, 
assai lo loda, e più lo loderebbe».

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«Dopo che Costantino portò l’aquila imperiale contro il corso del cielo (da Occidente a Oriente), che essa seguì dietro a Enea che prese in sposa Lavinia, l’uccello divino rimase più di duecento anni nell’estremità dell’Europa, vicino ai monti della Troade dai quali iniziò il suo volo; e lì governò il mondo all’ombra delle penne sacre, passando di mano in mano, fino a giungere nelle mie. Fui imperatore romano e mi chiamo Giustiniano: sono colui che, ispirato dallo Spirito Santo, eliminai dalle leggi ciò che era superfluo e ciò che era inutile. E prima che mi dedicassi a quest’opera, credevo che in Cristo ci fosse la sola natura divina, ed ero contento di questa fede; ma il benedetto Agapito, che fu sommo pontefice, mi indirizzò alla vera fede con le sue parole. Io gli credetti; e ora vedo ciò che era nella sua fede così chiaramente, come tu vedi che in un giudizio contraddittorio c’è una frase vera e una falsa. Non appena rientrai in seno alla Chiesa, Dio volle per sua grazia ispirarmi l’alta opera (il Corpus iuris civilis) e io mi dedicai anima e corpo ad esso; e affidai le armi al mio generale Belisario, che fu assistito dal cielo a tal punto che ciò fu segno che io dovessi fermarmi. Ora qui termina la mia prima risposta; ma ciò che ho detto mi induce a far seguire una aggiunta, affinché tu veda quanto ingiustamente agiscano contro il sacrosanto simbolo dell’aquila sia coloro che se ne appropriano (i Ghibellini), sia coloro che gli si oppongono (i Guelfi). Vedi quanta virtù ha reso il segno degno di riverenza; e ciò iniziò dal giorno in cui Pallante morì per assicurargli un regno. Tu sai che esso dimorò più di trecento anni ad Alba Longa, fino al momento in cui Orazi e Curiazi lottarono ancora per lui. E sai cosa fece dal ratto delle Sabine fino all’oltraggio a Lucrezia, all’epoca dei sette re di Roma, vincendo i popoli circonvicini. Sai che cosa fece, portato dai nobili Romani contro Brenno e Pirro, e contro altre repubbliche e monarchi dell’Italia; per cui Torquato e Quinzio Cincinnato, che fu detto così per la chioma trascurata, nonché Deci e Fabi ebbero la fama che io volentieri onoro. Esso abbatté l’orgoglio dei Cartaginesi che al seguito di Annibale passarono le Alpi, dalle quali tu, o fiume Po, discendi. Sotto di esso trionfarono, da giovani, Scipione e Pompeo; e parve amaro a quel colle (Fiesole) sotto il quale tu sei nato. Poi, quando fu vicino il tempo in cui il Cielo volle far diventare tutto il mondo sereno a sua immagine (per la nascita di Cristo), Cesare assunse il segno dell’aquila per volere di Roma. E ciò che esso (con Cesare) fece in dal fiume Varo fino al Reno, lo videro l’Isère, la Loira, la Senna e ogni valle di cui è pieno il Rodano. Quello che fece dopo essere uscito da Ravenna ed aver passato il Rubicone, fu un volo così veloce che né la lingua né la penna potrebbero descriverlo. Rivolse le truppe contro la Spagna e poi verso Durazzo, e colpì Farsàlo a tal punto che il dolore arrivò sino al caldo Nilo. L’aquila rivide il porto di Antandro e il fiume Simoenta da cui si mosse, e il sepolcro di Ettore; e poi ripartì per l’Egitto, con nefaste conseguenze per Tolomeo. Da lì scese come una folgore contro Giuba, re di Mauritania, e poi si portò nell’Occidente del vostro mondo, dove sentiva la tromba dei Pompeiani. Di quello che esso fece col successore di Cesare (Ottaviano), Bruto e Cassio ancora latrano nell’Inferno e Modena e Perugia ne furono dolenti. Ne piange ancora la triste Cleopatra, che, fuggendogli davanti, si diede la morte improvvisa e atroce col serpente. Con Ottaviano l’aquila corse fino al Mar Rosso; con lui ridusse il mondo in pace, al punto che fu chiuso il tempio di Giano. Ma ciò che il segno di cui parlo aveva fatto in precedenza e avrebbe fatto dopo per il regno mortale che gli è sottomesso, diventa poca cosa in apparenza se lo si paragona a ciò che fece col terzo imperatore (Tiberio), se si guarda con chiarezza e sincerità; infatti la giustizia divina che mi ispira gli concesse, in mano a Tiberio, la gloria di punire il peccato originale (con la crocifissione di Cristo). Ora prendi ammirazione per ciò che aggiungo: in seguito con Tito corse a vendicare la vendetta dell’antico peccato (con la distruzione di Gerusalemme). E quando la violenza dei Longobardi si rivolse contro la Santa Chiesa, Carlo Magno la soccorse sotto le ali dell’aquila, sconfiggendo quel popolo. Ormai puoi giudicare la condotta di quelli che ho accusato prima e le loro colpe, che sono causa di tutti i vostri mali. Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più.  Ghibellini facciano la loro politica sotto un altro simbolo, giacché chi lo separa sempre dalla giustizia ne fa un cattivo uso; e non creda di abbatterlo coi suoi Guelfi Carlo II d’Angiò, ma abbia timore dei suoi artigli che scuoiarono leoni più feroci di lui. Molte volte i figli hanno già pagato per le colpe dei padri, e quindi non creda Carlo che Dio cambi il proprio simbolo con i suoi gigli! Questo piccolo pianeta (Mercurio) accoglie i buoni spiriti che sono stati attivi nella ricerca dell’onore e della fama: e quando i desideri sono rivolti a questo, così deviando dal loro fine, è inevitabile che l’amore sia meno rivolto verso Dio. Tuttavia, se paragoniamo i nostri premi col nostro merito, ciò ci induce letizia, poiché non li vediamo né minori né maggiori. In tal modo la giustizia divina addolcisce il nostro sentimento, così che esso non può mai essere rivolto a un pensiero malvagio. Diverse voci producono dolci melodie; così i diversi gradi della nostra beatitudine rendono una dolce armonia in questi Cieli. E dentro questa stella risplende la luce di Romeo di Villanova, la cui opera bella e grande fu poco apprezzata. Ma i Provenzali, che agirono contro di lui, non hanno riso (furono puniti) e dunque percorre una cattiva strada chi è invidioso e considera un proprio danno le buone azioni degli altri. Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, ognuna sposa di re, e ciò fu il risultato dell’opera di Romeo, persona umile e straniera. E poi le parole invidiose dei cortigiani lo indussero a chiedere conto dell’operato di quel giusto, che aveva accresciuto le rendite statali, per cui Romeo se ne andò povero e vecchio; e se il mondo sapesse con quanta dignità si ridusse a mendicare il pane, lo loderebbe ancor più di quanto già non faccia»
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E’ questo l’unico canto dell’intera Commedia in cui un personaggio prende la parola per gli interi 142 versi di cui è composto. Infatti nel V canto, quest’anima aveva sollecitato Dante a chiedere chi fosse e chi fossero i compagni in questo cielo di Mercurio ed ora risponde alle sue domande. Quello che tuttavia colpisce è che quest’anima non si presenta da subito, ma pone un altro protagonista, l’aquila imperiale, che diventa il centro ed il fulcro dell’intero canto. Ci troviamo infatti nel VI canto, quindi il canto politico che, come già visto, si distribuisce strutturalmente nelle tre cantiche:
  1. Inferno, Ciacco che parla della città dipartita, cioè Firenze;
  2. Purgatorio, in cui l’incontro con Sordello da Goito sollecita una riflessione sull’Italia;
  3. Paradiso, Giustiniano che ci parla dell’Impero e del suo “declino”, foriero di un futuro nebuloso ed oscuro;

La scelta di affidare la riflessione a Giustiniano non è casuale, non solo egli ha dato il “Corpus iuris civilis”, ma questo stesso era stato già richiamato nel Purgatorio come causa delle lotte interne nella lotta politica; inoltre Giustiniano è stato quell’imperatore che, con la guerra contro i Goti ha riportato all’unità l’Impero che Costantino alla sua morte aveva diviso.

Ed è proprio da Costantino che parte, “colpevole” – sebbene Dante non lo dica esplicitamente – d’aver “politicizzato” la Chiesa (Dante credeva nel documento, poi rivelatosi falso della donazione di Costantino ) e di aver diviso l’impero.

Dante quindi fa una lunga carrellata della storia di Roma partendo da:

  1. Pallante, figlio di Evandro, ucciso da Turno, come ci racconta nei versi finali l’Eneide di Virgilio;
  2. La battaglia tra Orazi e Curiazi per il predominio tra Albalonga e Roma;
  3. Il periodo regio con il ratto delle Sabine ed il sacrificio di Lucrezia, violata dal figlio di Tarquinio il Superbo
  4. Il sacco di Roma con Brenno e l’impresa fallimentare di Pirro;
  5. Le guerre contro i Latini vinti da Tito Manlio Torquato e gli Equi, sconfitti da Lucio Quinzio Cincinnato, e il sacrificio dei tre fratelli della famiglia dei Deci ed i trecento Fabi.
  6. La guerra contro Cartagine, il cui comandante Annibale venne battuto da Scipione l’Africano e da Pompeo Magno
  7. L’insegna imperiale in mano Cesare che conquisto la Gallia (qui indicata col nome dei principali fiumi)
  8. Il passaggio del Rubicone: l’uccisione dei pompeiani in Spagna, l’inseguimento di Pompeo a Durazzo la sconfitta a Farsalo, quindi il passaggio nella vecchia Troade e poi di nuovo in Egitto. 
  9. La guerra contro Giuba, il re della Mauritania;
  10. L’uccisione di Cesare ed il potere ad Augusto che uccide a Modena Marco Antonio e a Perugia la sorella col marito.
  11. Potere augusteo chiusura della porta di Giano;
  12. Passaggio a Tiberio 
  13. Tito, diaspora ebraica.

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Quello che tuttavia interessa è che tale carrellata non si esaurisce nella raffigurazione di alcune “cartoline” con i più grandi personaggi della storia di Roma, ma che loro non sono che strumenti del potere di Dio rappresentato dall’aquila imperiale che non solo ideologicamente ma anche sintatticamente fa da soggetto (tu sai ch’el fece; E sai ch’el fé; Sai quel ch’el fé;). E l’aquila lo stemma della Chiesa ed è per questo che inizia questa carrellata deprecando sia i Ghibellini, che se ne appropriano e lo strumentalizzano, sia chi lo combatte.

CANTO VII
(Cielo II – Mercurio – Spiriti attivi per gloria terrena) 

E’ questo uno dei canti che Benedetto Croce, critico idealistica, avrebbe definito di non poesia, che in altri termini, vuol dire dottrinale: dopo un’incipit in cui riprende il canto VI, non avendo potuto il poeta chiosare le sue parole, in quanto il discorso di Giustiniano lo occupa per intero, lo riprende qui, con un movimento di danza del grande imperatore che, raddoppiando in lui la luminosità lo allontana, nonostante il poeta invitasse Beatrice a parlarle ancora e a risolvere un dubbio che le sue stesse parole gli aveva instillato. Tale dubbio ce lo spiega il Landino (lettore del ‘400 della poesia dantesca): “se giusta fu la morte del Cristo pel peccato dei primi parenti, ingiusta fu la vendetta presa da’ Giudei. E se la vendetta presa contro i Giudei fu giusta, adunque fu ingiusta la morte di Cristo”.

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Beatrice teologa per Dante

Tutto il canto consiste nella risposta di Beatrice che si muove su alcuni concetti derivati dalla patristica:

Adamo “uomo non nato” ha, con il suo peccato, fatto perdere all’intera umanità il Paradiso Terrestre, gettandola in una condizione d’infermità morale intrinseca ad ognuno. Cristo si è fatto uomo, pertanto anch’egli è entrato nell’intera umanità, ma la sua carne è pura in quanto è Dio fatto carne: per cui la sua morte è giusta da un punto di vista puramente umano è ingiusta da un punto di vista divino. Ma era proprio necessario il sacrificio di Cristo? Sì perché è un atto d’amore di Dio verso l’uomo, sacrificando per una nuova libertà umana il proprio figlio. D’altra parte il suo sacrificio e la sua resurrezione dimostrano all’uomo che alla fine dei tempi diverrà immortale, non nell’anima, com’egli stesso dimostra, ma con il corpo.

CANTO VIII
(Cielo III – Venere – Spiriti amanti)

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Il canto prende l’avvio dall’ascesa verso il cielo di Venere di Dante e Beatrice, ascesa testimoniata dal maggiore splendore dell’accompagnatrice. Qui vedono anime luminose girare intorno a maggiore o minore velocità, cantando “Osanna”. Una di esse, vedendo Dante, spinto da carità si mosse, chiedendogli di esprimere ogni sua voglia a voler comunicare, trovandosi egli con colui che aveva scritto: Voi ch’entendo il terzo ciel movete.

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,
rivolsersi a la luce che promessa
tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande affetto impressa
E quanta e quale vid’ io lei far piùe
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai, a l’allegrezze sue!
Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.

E se mio frate questo antivedesse,
l’avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;
ché veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
carcata più d’incarco non si pogna.
La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca».
«Però ch’i’ credo che l’alta letizia
che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
per te si veggia come la vegg’ io,
grata m’è più; e anco quest’ ho caro
perché ’l discerni rimirando in Dio.
Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
com’ esser può, di dolce seme, amaro».
Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature provedute
sono in la mente ch’è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
per che quantunque quest’ arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
e ciò esser non può, se li ’ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
per l’omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
«E puot’ elli esser, se giù non si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
Sì venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
per ch’un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l’aere, il figlio perse.
La circular natura, ch’è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l’un da l’altro ostello.
Quinci addivien ch’Esaù si diparte
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.
Natura generata il suo cammino
simil farebbe sempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.
Or quel che t’era dietro t’è davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t’ammanti.
Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com’ ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.
E se ’l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la religïone
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch’è da sermone;
onde la traccia vostra è fuor di strada»

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Dopo aver rivolto con rispetto gli occhi verso Beatrice e dopo che lei li ebbe rassicurati e confermati del suo assenso, li voltai verso l’anima splendente che si era offerta tanto generosamente e «Dimmi, ti prego, chi siete?», furono le mie parole segnate da ardente desiderio. E quanto più grande e più splendente io vidi quell’anima diventare, per la nuova gioia che s’aggiunse, per le mie parole, alla sua letizia! Così diventata, mi rispose: «Vissi poco tempo sulla terra, e se fossi vissuto più a lungo, non ci sarebbero molti mali che invece avverranno. Mi tiene nascosta a te la mia beatitudine, che emana luce tutto intorno a me e mi vela come quell’animale che si fascia della sua seta. Mi hai amato profondamente, e ne hai avuto buon motivo; poiché se io fossi rimasto in terra, ti avrei dimostrato ben più delle foglie del mio affetto. La regione posta su quella sponda sinistra che si bagna nel Rodano dopo che vi è affluito il Sorga (la Provenza), mi attendeva come suo re al tempo dovuto, e pure quella parte dell’Italia che ha per città Bari, Gaeta e Catona, da dove il Tronto e il Verde sfociano nel mare. Mi risplendeva già nel capo la corona d’Ungheria, il paese che il Danubio bagna dopo aver lasciato le rive della Germania. E la bella Sicilia che si copre di caligine tra capo Pachino e capo Teloro, su quel golfo che subisce il colpo più forte dallo Scirocco, non a causa del gigante Tifeo, ma per le emanazioni di zolfo, ancora oggi attenderebbe come suoi re i discendenti, attraverso me, di Corrado e di Rodolfo, se il malgoverno, che opprime continuamente i popoli sottomessi, non avesse spinto i palermitani all’urlo di rivolta “Muoia, muoia!”. E se mio fratello sapesse prevedere ciò, rifuggirebbe sin d’ora dalla gretta avarizia dei catalani, perché non gli recasse danno, poiché davvero lui, o qualcun altro dovrebbe prendere provvedimenti affinché nel suo regno, già troppo carico (di oneri, problemi, debito), non si pongano altri pesi. la sua indole che discende avara da una stirpe liberale, avrebbe bisogno di collaboratori che non mirassero ad accumulare tesori negli scrigni. «Poiché, o mio signore, io so per fede che la profonda gioia che le tue parole mi infondono tu le vedi in Dio, dove ogni cosa ha inizio e fine, così come io la sente in me, essa mi è ancora più gradita; e anche quest’altra cosa mi è di gran piacere, il fatto che la vedi contemplando in Dio. mi hai già reso felice, e così chiarisci, dato che il tuo discorso mi ha fatto nascere un dubbio, come può essere che da un seme buono nasca una pianta cattiva.» Questo domandai; ed egli mi rispose: «Se io riuscirò a mostrarti una verità, tu avrai di fronte la risposta al dubbio, così come adesso gli volti le spalle. Dio, il sommo bene che muove e allieta i cieli che tu stai ascendendo, predispone che la sua Provvidenza si faccia virtù informante in queste vaste sfere celesti. E nella mente di Dio, che è perfetta di per se stessa, si provvede non solo alla creazione delle nature, ma al loro essere e al loro benessere: per cui qualunque cosa quest’arco scocca, giunge predisposto per uno scopo determinato, come una freccia indirizzata al suo bersaglio. Se non avvenisse così, il cielo che stai percorrendo produrrebbe i suoi effetti in maniera tale che non sarebbero benefici ma dannosi; e questo non può avvenire, a meno che le sfere celesti non siano imperfette e imperfetto il primo mobile che non le ha ben compiute. Vuoi che ti chiarisca di più questa verità?». Risposi: «No davvero, perché so che è impossibile che la natura venga meno in ciò che è necessario». Quindi replicò: «Adesso dimmi: per l’uomo sulla terra, sarebbe peggio se non vivesse in società». Risposi: «Certo, e di questo non chiedo spiegazioni». «E ciò può avvenire, se sulla terra ognuno non vivesse in modo diverso con compiti differenziati? No, se scrive bene il vostro maestro Aristotele». Così giunse ragionando fino a questo punto; quindi concluse: «Pertanto è necessario che le vostre azioni siano varie: per questo uno nasce Solone (legislatore) un altro Serse (guerriero), un altro Melchisedech (sacerdote), e un altro come Dedalo che, volando per il cieli, perse il figlio. Le influenze celesti che si imprimono nella materia terrena, compiono bene la loro funzione, ma non fanno distinzioni tra una casa e l’altra. Così accade che Esaù sia diverso per virtù ingenita da Giacobbe, e Romolo nasce da un genitore di così bassa condizione che viene attribuito (come figlio) a Marte. La natura dei discendenti seguirebbe sempre la stessa strada dei genitori, se la provvidenza divina non fosse più forte. Ora quello che ti era oscuro, è davanti ai tuoi occhi; ma affinché tu sappia che ti ho molto a cuore, desidero che un’ulteriore verità ti ricopra. L’inclinazione naturale dà sempre cattiva prova di sé se si scontra con un destino a lei contrario, proprio come qualsiasi seme che cada fuori dal terreno adatto. E se gli uomini sulla terra considerassero attentamente l’inclinazione che la virtù dei cieli infonde e l’assecondassero, ne otterrebbero persone migliori. Invece voi uomini costringete a diventare ecclesiastico chi è nato con la vocazione del guerriero e innalzate al trono chi ha la natura del predicatore, per cui il cammino umano è fuori dalla retta via».

E’ un canto importante per due motivi:

  1. intimo: probabilmente vi era stata una conoscenza diretta tra Dante e Carlo Martello, nel 1294, ed il giovane principe angioino aveva mostrato un certo interesse per l’attività letteraria del giovane Dante, se lo apostrofa citando una sua poesia; è in questo modo che dobbiamo intendere la presenza del figlio di Carlo II d’Angiò nel cielo degli spiriti amanti, cioè quello di un affetto fraterno tra due giovani ragazzi.
  2. L’aspetto più specificatamente teologico, in cui il nostro dà parola a Carlo Martello che spiegherà aspetti teologici che tuttavia avranno esiti terreni e quindi politici.

Il principe Carlo Martello, su cui è centrato l’intero canto, muore giovanissimo: nasce infatti nel 1271 e muore nel 1295 ad appena 24 anni. Dante percepisce in lui colui che avrebbe potuto portare la pace in Italia: si sperava infatti in un matrimonio tra lui, erede angioino con la figlia Clemenza di Rodolfo d’Asburgo, cioè mettere d’accordo i guelfi alleati storici degli Angioini francesi con i ghibellini dalla parte degli Asburgo. La morte precoce di Carlo fa fallire il piano di pace ed egli, che dall’alto dei cieli può osservare il prosieguo della storia, non può che vederla piena di errori per colpa del padre che ha così mal governato in Sicilia da dar vita alla ribellione popolare (i Vespri siciliani del 1282) e del fratello, che non reso edotto dello sbaglio paterno, continua a circondarsi di collaboratori avidi ed incapaci. Da qui sorge il dubbio dantesco: come può nascere da un ramo sano (quello degli avi angioini, così liberali e cortesi) una mala pianta come il fratello Roberto? Vi è un ordine cosmico voluto da Dio, amministrato grazie alla mediazione delle sfere celesti. Quest’ultime influiscono sul mondo terreno cercando di imprimergli armoniosità. Essendo l’uomo un essere sociale (riprende la filosofia aristotelica) tale armonia si ottiene attraverso la varietà che ogni cives rappresenta all’interno di essa, facendo ognuno di essi un’attività diversa ma che utile agli altri rende unita l’intera civitas. Se ne deduce che ogni uomo, attraverso la propria indole, dovrebbe scegliere il compito che la divina provvidenza ha fatto piovere dal cielo, non “ereditarlo”, poiché tale indole non si trasmette di padre in figlio. Da qui l’amara constatazione finale della “ruina” dell’Italia dantesca: quella di un re che fa le veci di un ecclestiatico e di quest’ultimo che riceve la corona regale.

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CANTO IX
(Cielo III – Venere – Spiriti amanti)

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Il canto non interrompe quello precedente: stesso cielo e stessi beati. Colui che aveva terminato di parlare, continua anche ora con una piccola chiosa che profetizza un futuro infausto per i suoi degeneri discendenti. Ed è proprio questo il motivo che innerva l’intero canto che viene scandito da tre personaggi, appunto Carlo Martello come si è detto, Cunizza da Romano e Folchetto da Marsiglia e dalle rispettive invettive.
Cunizza, dopo il topos delle descrizioni storiche geografiche, sottolinea la tirannide luciferina di suo fratello Ezzelino e, dopo aver narrato come abbia trasceso dall’amore terreno a quello spirituale, profetizzando (chiaramente post eventu), la sonora sconfitta che, nel 1314, i Padovani subiranno dai Vicentini e Veronesi.
Subentra quindi il terzo personaggio, il trovatore Folchetto da Marsiglia, il cui splendore riflette il gaudio della raggiunta beatitudine. Anche lui ha sublimato l’amore terreno in amore celeste, quindi presenta a Dante l’anima più alta e luminosa in quel cielo, quella della prostituta Raab, la prima a raggiungere il Paradiso dopo la discesa di Cristo, lei che per prima conquistò la città di Gerico allo stato d’Israele. Il compito del trovatore è infatti quello di sottolineare come i pontefici ed i cardinali siano disinteressati a quella terra, presi solo dalla cupidigia di potere e di denaro. Folchetto nel parlare del personaggio biblico sottolinea come nel cielo nel quale essi sono, come naturalmente quelli sui quali già hanno hanno attraversato la luminosità di Dio, finisce il cono d’ombra proiettato dalla terra, che in un certo qual modo “oscura” la luminosità divina.
 
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Renato Guttuso: Cunizza da Romano

CANTO X
(Cielo IV – Sole – Spiriti sapienti)

Con una lunga precisazione astronomica di ben 27 versi, Dante ci comunica che abbandonati il cielo di Venere lui e Beatrice ascendono verso il cielo del Sole, per dirla con le ultime parole di Folchetto, abbandonano i cieli nei quali la terra ha ancora influenza (Luna, mancanti ai voti; Mercurio, Spiriti attivi per gloria terrena; Venere, Spiriti amanti) per innalzarli verso la sapienza che “illuminando” loro, glorificano Dio. Dodici di essi, come gli apostoli, brillanti più del sole, si presentano a Dante e a Beatrice ponendosi in cerchio intorno a loro, danzando e cantando.
 
 
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Da una delle luci esce una voce, quella di Tommaso d’Aquino, che con estrema semplicità, non prima di aver nominato lo spirito a lui accanto di Alberto Magno, si presenta come uno de la santa greggia che Domenico mena per cammino u’ ben s’impingua se non si vaneggia (dell’ordine che San Domenico guida con la sua regola, dove ci si arricchisce se non si va dietro le case vane). Quindi invita Dante a seguire con lo sguardo le anime che lui nomina: Francesco Graziano (maestro allo Studio di Bologna, che pose le basi del diritto canonico); Pietro Lombardo (teologo, autore dei Libri quattuor Sententiarum, testo ufficiale della dogmatica cristiana); Salomone, autore del Cantico dei Cantici; Dionigi L’Areopagita, il cui libro De coelesti hierarchia venne utilizzato da Dante per la questione delle Intelligenze motrici; Paolo Orosio, difensore nei suoi scritti dei christiana tempora; Severino Boezio, il suo De consolatione philosophiae fu uno dei testi più importanti del medioevo; Isidoro di Siviglia; Beda, il Venerabile, monaco benedettino sassone; Riccardo di San Vittore, agostiniano scozzese e Sigieri di Bramante, il più grande rappresentante dell’averroismo latino. Su quest’ultimo s’accanisce la critica dantesca: infatti Sigieri di Bramante venne combattuto proprio da Tommaso che lo fece processare dall’Inquisizione (vi era in lui la pericolosa teoria della separazione tra filosofia e teologia, pur lasciando a quest’ultima l’ultimo approdo per una verità sicura). Ci piace poter dire che “in questo cielo intellettualmente così aperto, così libero, così potentemente invaso dalla luce della ragione, Dante abbia voluto fare posto anche a chi quella ragione in buona fede si era sentito di seguire fino in fondo, anche attirandosi disapprovazione, odio, avversione. Piacerebbe poter dire che la carità di Dio sia più grande, più divinamente indulgente, delle scuole di pensiero filosofiche.” (Riccardo Bruscagli)
 
 
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CANTO XI
(Cielo IV – Sole – Spiriti sapienti)
 

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!
Chi dietro a iura e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi rubare e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
quando, da tutte queste cose sciolto,
con Bëatrice m’era suso in cielo
cotanto glorïosamente accolto.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s’era,
fermossi, come a candellier candelo.
E io senti’ dentro a quella lumera
che pria m’avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più mera:
«Così com’ io del suo raggio resplendo,
sì, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
in sì aperta e ’n sì distesa lingua
lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
e qui è uopo che ben si distingua.

thomas.jpgSan Tommaso

La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo,
però che andasse ver’ lo suo diletto
la sposa di colui ch’ad alte grida
disposò lei col sangue benedetto,
in sé sicura e anche a lui più fida,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.
L’un fu tutto serafico in ardore;
l’altro per sapïenza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.

De l’un dirò, però che d’amendue
si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
perch’ ad un fine fur l’opere sue.
Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
Di questa costa, là dov’ ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.
Però chi d’esso loco fa parole,
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Orïente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l’orto,
ch’el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
e dinanzi a la sua spirital corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte.
Questa, privata del primo marito,
millecent’ anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;
né valse udir che la trovò sicura
con Amiclate, al suon de la sua voce,
colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
né valse esser costante né feroce,
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.
Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
tanto che ’l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l’umile capestro.
Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser fi’ di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia;
ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religïone.
Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,
di seconda corona redimita
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
la santa voglia d’esto archimandrita.
E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l’italica erba,
nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.
Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede;
e del suo grembo l’anima preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.
Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;
e questo fu il nostro patrïarca;
per che qual segue lui, com’ el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.
Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
che per diversi salti non si spanda;
e quanto le sue pecore remote
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l’ovil di latte vòte.
Ben son di quelle che temono ’l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno.
Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audïenza è stata attenta,
se ciò ch’è detto a la mente revoche,
in parte fia la tua voglia contenta,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra’ il corrègger che argomenta
“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».

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Giotto: L’approvazione dell’ordine di San Francesco

Oh uomini, quanto sono insensate le vostre preoccupazioni, quanto sono imperfetti i vostri ragionamenti, che vi fanno rivolgere agli interessi terreni! Chi si occupa della scienza del diritto e chi della medicina, chi insegue qualche carica religiosa senza averne vocazione e chi il dominio politico ottenuto con la violenza o con l’inganno, chi si occupa di rubare e chi segue gli affari civili, chi si affanna intento a soddisfare il piacere della carne e chi si dedica all’ozio, mentre io, libero da tutti questi vani interessi terreni, lassù in cielo, in compagnia di Beatrice, venivo tanto gloriosamente accolto in Paradiso. Dopo che tutte le anime beate furono tornate nel punto del cerchio in cui si trovavano inizialmente, si fermarono, fissandosi come una candele in un candeliere. Ed io sentii dentro quella luce, che mi aveva prima parlato, sorridendo e diventando ancora più pura, più luminosa, ricominciare a parlare: «Dal momento che la mia luminosità deriva dalla luce di Dio, così, guardando in essa, posso conoscere l’origine di tutti i tuoi pensieri. Tu hai dei dubbi e vorresti che vengano meglio spiegate, nel linguaggio più chiaro e più semplice possibile, così da agevolare la tua comprensione, le mie parole, quando prima ti ho detto: “Dove si ingrassa bene”, e anche dove dissi: “Non nacque il secondo”; ed ora è necessario che ti spieghi meglio le due affermazioni. La provvidenza divina, che regola il mondo con quella sapienza che la facoltà intellettiva di ogni creatura non può arrivare a comprendere a fondo, affinché potesse andare incontro al suo tenero amante la sposa, la Chiesa, di colui, Cristo, che con alte grida la prese in sposa versando il proprio sangue sulla croce, più sicura di sé ed anche più fedele a lui, istituì due uomini eccellenti che la servissero e che dall’una (nella sapienza) e dall’altra parte (nella carità) le facessero da guida. L’uno, San Francesco, fu simile ad un angelo Serafino nel suo ardore di carità; l’altro, San Domenico, fu in Terra uno splendore di sapienza come un Cherubino. Parlerò solo del primo, dal momento che di entrambi si parla comunque se si loda uno qualunque dei due, poiché le loro opere furono indirizzate verso un medesimo fine. Tra il fiume Tupino e il corso d’acqua, il fiume Chiascio, che scende dal colle prescelto da Ubaldo per la sua vita da eremita, si trova il fertile versante dell’alto monte Subasio, dal quale Perugia riceve, a seconda delle stagioni, freddo e caldo da Porta a Sole; mentre dall’altro lato sono oppresse da quell’alto monte le città di Nocera e Gualdo Tadino. Su questo versante, dalla parte in cui la montagna diviene meno ripida, nacque un uomo destinato ad illuminare il mondo, tanto luminoso e fertile quanto il sole durante l’equinozio di primavera. Perciò, chi parla di quel luogo non dica Assisi, perché direbbe troppo poco di esso, ma dica Oriente, origine del sole, se vuole essere preciso. Non era ancora molto in là con gli anni (lontano dalla nascita), che cominciò a fare sentire alla sua patria i benefici della sua grande virtù; poiché, ancora in giovane età, per amore di una donna, la Povertà, si oppose al proprio padre, una donna che, come si fa con la morte, nessuno ha il piacere ad accogliere; e così, di fronte alla curia episcopale di Assisi ed in presenza del padre, si unì con lei in matrimonio; e l’amo poi sempre di più giorno dopo giorno. Questa donna, rimasta vedova del suo primo marito, Gesù, per più di mille anni era stato trascurata e disprezzata, e fino all’arrivo di questo uomo era rimasta senza pretendenti; non valse a niente l’aver appreso della sicurezza che poté godere con lei, in compagnia anche di Amiclate, Cesare, colui che da tutto il mondo era temuto; non le valse a niente neanche l’essere stata tanto fedele e coraggiosa, laddove Maria era dovuta rimanere giù, da salire e piangere con Cristo dall’alto della croce. Ma affinché non continui in questo discorso troppo oscuro, San Francesco e la Povertà sono i due amanti ai quali faccio riferimento nel mio discorso. La loro concordia e i loro volti lieti, l’amore, l’ammirazione e i loro dolci sguardi davano origini e pensieri santi, puri; tanto che il venerabile Bernardo fu il primo che si tolse i sandali e dietro ad una tale pace corse e, per correndo, gli sembrava di essere in ritardo. Oh ricchezza sconosciuta! Oh grande abbondanza di virtù! Si tolse i sandali Egidio e se li tolse anche Silvestro per seguire lo sposo, Francesco, tanto piacque la sposa, la Povertà. Francesco, padre e maestro, andò quindi a Roma dal papa con la sua donna, Povertà, e con quel gruppo di fratelli che già si legavano alla vita l’umile cordone. Non abbassò lo sguardo per la vergogna di essere figlio di un semplice mercante, Pietro Bernardone, né per il proprio abito tanto spregevole da suscitare meraviglia; ma, al contrario, dichiarò con parole dignitose la propria dura regola religiosa a papa Innocenzo III, e da lui ricevette la prima approvazione per il nuovo ordine. Dopo che crebbe in numero il gruppo di seguaci senza beni materiali, sul suo esempio, la cui incredibile vita sarebbe degna di essere cantata dagli angeli del Paradiso, un seconda corona, una seconda approvazione, fu data dallo Spirito Santo, tramite papa Onorio III, al santo volere di questo pastore, all’ordine di San Francesco. E dopo che, per l’intenso desiderio di testimoniare, anche con il proprio sacrificio, la fedeltà a Gesù, in presenza del superbo Sultano d’Egitto predicò la dottrina di Cristo e dei suoi apostoli, trovando non ancora matura per la conversione quella gente, per non rimanere senza fare nulla, ritornò in Italia, dove la sua azione prometteva maggiori frutti, sulla cima rocciosa del monte Verna, tra la sorgente del Tevere e quella dell’Arno, e prese da Cristo le stigmate, l’ultimo sigillo al suo operato, che portò sul proprio corpo per due anni, fino alla morte. Quando a Dio, che lo aveva prescelto per compiere tanto bene, piacque di condurlo a sé per dargli la ricompensa che si era meritato vivendo, per vocazione, nella povertà, ai frati suoi seguaci, come legittimi eredi, raccomandò la sua più cara donna, la Povertà, e comandò loro di amarla fedelmente; e dal grembo di lei l’anima gloriosa di Francesco volle separarsi, per tornare al suo creatore, a Dio, e per il suo corpo non volle altro come sepoltura, se non il grembo di lei, posto nudo a terra. Pensa dunque ora a chi fu colui che fu prescelto come degno collega di San Francesco per mantenere la barca di Pietro, la Chiesa, sulla giusta rotta anche in alto mare, nelle grosse difficoltà; questo uomo fu il nostro patriarca, San Domenico, il fondatore del nostro ordine; perciò chi segue i suoi insegnamenti puoi ben capire quale ricco tesoro spirituale acquisisca. Ma il suo gregge è ormai diventato avido di un nuovo nutrimento, tanto che non può che disperdersi per diversi pascoli selvatici; e quanto più le sue pecorelle si allontanano per vagabondare lontano da lui, dai suoi insegnamenti, tanto più ritornano poi all’ovile prive di latte, di ricchezza di spirito. Ci sono anche frati che temono le conseguenze dell’allontanamento e si stringono quindi al pastore; ma sono così pochi che occorre poco panno per cucire i loro mantelli. Ora, se le mie parole non sono di difficile comprensione, se le hai ascoltate attentamente, se richiami alla mente ciò che ti ho detto, sarà stato in parte soddisfatto il tuo desiderio di sapere, perché vedrai come si stia guastando la pianta dell’ordine domenicano e capirai il significato della frase oscura “in cui si riceve un ricco nutrimento spirituale, se non ci si perde in cose futili”».

E’ il canto di San Francesco, qui nel cielo del Sole, dettato dalle parole di un altissimo rappresentante di un ordine diverso, a sottolineare ancora una volta come in questa cantica sia centrale il tema della carità. 

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Beato Angelico: San Domenico e San Francesco

Il canto inizia con una riflessione dantesca che se da una parte si richiama fortemente al verso di Persio O cura hominum! o quantum est in rebus inane non dimentica tuttavia il concetto ecclesiastico della vanitas vanitatum delle cose terrene, messa in relazione alla gioia delle danze e dei canti espressi dagli spiriti sapienti. Una volta tornate al punto del cerchio in cui erano, san Tommaso riprende il discorso dalla frase cui si era interrotto u’ ben s’impingua se non si vaneggia (dove ci si arricchisce se non si va dietro le case vane), per giungere al panegirico si San Francesco.

Per Dante non era semplice parlare del Santo d’Assisi: circolavano già leggende sulla sua vita (il suo parlare agli animali, il bacio al lebbroso) e Giotto aveva già affrescato la Basilica Superiore della sua città descrivendo gli aspetti più noti e favolistici della sua vita. Si trattava dunque di scegliere quale immagine e come inserirla all’interno di un discorso più ampio sul ruolo della Chiesa in quel preciso momento storico. 

Per questo Dante sceglie, foss’anche in modo polemico con la Chiesa (da Bonifacio VIII a Celestino V) il tema della povertà e lo fa scegliendo la via della metafora: egli infatti come un cavaliere cortese, contro la volontà paterna, innamoratosi di madonna povertà, si unisce a lei, rinunciando a tutto e si mette al suo servizio. Quindi, mostrando ad ognuno la loro saldezza, riescono ad unire intorno a sé un gran numero di seguaci. E’ curioso il termine con cui Dante si riferisce parlando della richiesta ad Innocenzo III per l’approvazione del suo ordine: regalmente contrariamente alle fonti che parlano di umiltà humiliter. Non dimentichiamoci che egli viene descritto come cavaliere e pertanto l’avverbio tende a sottolineare la sua magnificenza e generosità. Quindi ci riferisce del suo viaggio in Medio Oriente (le fonti storiche contraddicono qui il poeta, affermando che Francesco venne accolto con onore e non con superbia), da dove ritornò non riuscendo a convertire quelle popolazioni; la creazione dell’ordine, le stigmate e la morte sulla nuda terra.

1280px-Nicodemo_ferrucci,_morte_di_san_francesco,_1620-24_ca._03.jpgNicodemo Ferrucci: La morte di Francesco

A ripercorrere il canto non troviamo il Francesco delle Laudes creaturarum, nessun verso che lo richiami, se non appunto il voler rientrare in contatto con la terra, quasi a significare quel contatto con la natura che ha sempre caratterizzato la vita e l’opera del santo.

CANTO XII
(Cielo IV – Sole – Spiriti sapienti)

canto-xii

Gustave Doré: XII canto

Sì tosto come l’ultima parola
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar cominciò la santa mola;
e nel suo giro tutta non si volse
prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a canto colse;
canto che tanto vince nostre muse,
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
nascendo di quel d’entro quel di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch’amor consunse come sol vapori,
e fanno qui la gente esser presaga,
per lo patto che Dio con Noè puose,
del mondo che già mai più non s’allaga:
così di quelle sempiterne rose
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e sì l’estrema a l’intima rispuose.
Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudïose e blande,
insieme a punto e a voler quetarsi,
pur come li occhi ch’al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi;
del cor de l’una de le luci nove
si mosse voce, che l’ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo dove;
e cominciò: «L’amor che mi fa bella
mi tragge a ragionar de l’altro duca
per cui del mio sì ben ci si favella.
Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
sì che, com’ elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.
L’essercito di Cristo, che sì caro
costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,
quando lo ’mperador che sempre regna
provide a la milizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna;
e, come è detto, a sua sposa soccorse
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disvïato si raccorse.
In quella parte ove surge ad aprire
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire,
non molto lungi al percuoter de l’onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
siede la fortunata Calaroga
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga:
dentro vi nacque l’amoroso drudo
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
e come fu creata, fu repleta
sì la sua mente di viva vertute,
che, ne la madre, lei fece profeta.
Poi che le sponsalizie fuor compiute
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u’ si dotar di mutüa salute,
la donna che per lui l’assenso diede,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch’uscir dovea di lui e de le rede;
e perché fosse qual era in costrutto,
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era tutto.
Domenico fu detto; e io ne parlo
sì come de l’agricola che Cristo
elesse a l’orto suo per aiutarlo.
Ben parve messo e famigliar di Cristo:
ché ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.
Spesse fïate fu tacito e desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: ’Io son venuto a questo’.
Oh padre suo veramente Felice!
oh madre sua veramente Giovanna,
se, interpretata, val come si dice!
Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
di retro ad Ostïense e a Taddeo,
ma per amor de la verace manna
in picciol tempo gran dottor si feo;
tal che si mise a circüir la vigna
che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
E a la sedia che fu già benigna
più a’ poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
non dispensare o due o tre per sei,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum Dei,
addimandò, ma contro al mondo errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante.
Poi, con dottrina e con volere insieme,
con l’officio appostolico si mosse
quasi torrente ch’alta vena preme;
e ne li sterpi eretici percosse
l’impeto suo, più vivamente quivi
dove le resistenze eran più grosse.
Di lui si fecer poi diversi rivi
onde l’orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
Se tal fu l’una rota de la biga
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga,
ben ti dovrebbe assai esser palese
l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì cortese.
Ma l’orbita che fé la parte somma
di sua circunferenza, è derelitta,
sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
La sua famiglia, che si mosse dritta
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
e tosto si vedrà de la ricolta
de la mala coltura, quando il loglio
si lagnerà che l’arca li sia tolta.
Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
nostro volume, ancor troveria carta
u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
là onde vegnon tali a la scrittura,
ch’uno la fugge e altro la coarta.
Io son la vita di Bonaventura
da Bagnoregio
, che ne’ grandi offici

sempre pospuosi la sinistra cura.
Illuminato e Augustin son quici,
che fuor de’ primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
Ugo da San Vittore è qui con elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici libelli;
Natàn profeta e ’l metropolitano
Crisostomo e Anselmo e quel Donato
ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
Rabano è qui, e lucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato.
Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino;
e mosse meco questa compagnia».

unnamedSan Domenico

Non appena la fiamma benedetta di San Tommaso ebbe pronunciato l’ultima parola, il cerchio delle anime sante ricominciò a ruotare; nella sua danza non finì il primo giro che fu subito circondato da un altro cerchio di anime, e le si accordò sia nel movimento che nel canto; canto così superiore alla nostra poesia e alle sirene in quei dolci strumenti,  quanto la luce diretta rispetto a quella riflessa. Come si incurvano nel cielo attraverso una nuvola trasparente due arcobaleni concentrici e dello stesso colore, quando Giunone ordina alla sua messaggera Iride, e l’arco esterno nasce da quello interno, come la voce dell’errabonda ninfa Eco che per amore si consumò come fa il sole con la nebbia, e rendono la gente della Terra certa che la terra non verrà mai più allagata, grazie al patto che Dio fece con Noè; e così quei eterni cerchi giravano intorno a noi, e così quella più esterna si adeguò a quella interna. Dopo che la danza ed il grande ardore del canto, svolti all’unisono e con un rispondersi a vicenda nello splendore tra quelli luci beate e caritatevoli, si arrestarono nello stesso momento e con volontà unanime, come solo gli occhi, reagendo allo stimolo che li stimola, riescono a chiudersi e ad aprirsi insieme; dall’interno di una delle luci appena arrivate uscì una voce, che mi fece somigliare all’ago della bussola, nel mio voltarmi verso di lei; e cominciò: «La carità, che mi fa risplendere di bellezza, mi induce a parlarti del fondatore dell’altro ordine (S. Domenico), che ha spinto altri a tessere le lodi del fondatore del mio di ordine (San Francesco). E’ giusto che dove si parli di uno si ricordi anche l’altro: in modo che, così come essi combatterono per lo stesso fine, così risplenda insieme la loro gloria. L’esercito dei cristiani, che fu rifondata ad un così caro prezzo, seguiva lenta, dubbiosa e scarsa l’insegna della Santa Chiesa quando Dio, imperatore eterno, venne in soccorso ai suoi soldati, che erano incerti del futuro, non perché degni, ma spinto solo dalla sua carità; e, come è già stato detto, venne in soccorso alla Chiesa con due grandi combattenti, intorno alle cui opere e parole si raccolse la cristianità smarrita. In quella parte del terra, dove il dolce vento di Zefiro si leva a far germogliare le verdi foglie con cui si riveste l’Europa, non molto lontano dalle coste del mare, dietro le quali, dopo il suo lungo corso estivo, il sole tramonta per tutti gli uomini, si trova la fortunata città di Calaruega, protetta dalla gloriosa insegna nella quale appaiono due leoni uno in alto e uno in basso: in quella città vi nacque l’appassionato amante della fede cristiana, il santo atleta benevolo verso i suoi simili e spietato verso i nemici della fede; e non appena creata, la sua anima fu riempita di virtù tale da rendere, quando ancora era nel suo ventre, sua madre profeta. Dopo che furono celebrate le nozze con la Fede alla fonte battesimale, dove si scambiarono reciproca salvezza, la sua madrina, che diede il consenso per lui al battesimo, vide in sogno il mirabile risultato che avrebbe dovuto compiersi attraverso lui ed i suoi eredi; e poiché diventasse ciò che era stato concepito da Dio per lui, si mosse lo Spirito a chiamarlo con l’aggettivo  il suo nome potesse esprimere la sua natura, dal cielo discese l’ispirazione di chiamarlo con l’aggettivo possessivo a cui egli apparteneva nella sua interezza (anima e corpo). Fu chiamato Domenico; ed io ne parlo come dell’agricoltore che Cristo scelse per aiutarlo a coltivare il suo orto. Giustamente apparve inviato e servo di Cristo, tanto che il suo primo desiderio che egli manifestò fu il primo consiglio che gli diede Cristo (umiltà e povertà).  Spesse volte fu trovato giacere silenzioso e sveglio a terra dalla sua balia, come se dicesse: “Io sono venuto al mondo per questo.” Davvero fu Felice suo padre (nel possedere tale nome)! Oh veramente una Giovanna sua madre, se davvero si interpreta il significato del suo nome come “Grazia di Dio”! Non per onori terreni , per cui oggi ci si affanna a studiare diritto ecclesiastico di Enrico di Susa, detto l’Ostiense, e Taddeo d’Alderotto, famoso medico, ma solo per amore del cibo spirituale Domenico diventò in poco tempo un gran teologo; tanto che iniziò subito a vegliare, girandogli intorno, sulla vigna di Dio (la Chiesa), che presto si secca se il vignaiolo è cattivo. Ed alla Santa Sede, che in passato fu più generosa verso i poveri onesti, non per colpa sua ma per colpa di colui che la occupa e che tradisce il suo compito, domandò non le rendite della prima curia libera, non le decime, che sono dei poveri di Dio, ma chiese invece soltanto il permesso di combattere per quella fede da cui nacquero le ventiquattro anime che ora ti circondano. Poi, con sapienza religiosa ed insieme con zelo, con il mandato del Papa iniziò la sua opera come un torrente sospinto da una corrente di cascata; e contro l’erbaccia dell’eresia scagliò il proprio impeto, più violentemente laddove trovava una maggiore resistenza. Da lui si staccarono poi diversi fiumi, che arano il campo della Chiesa, in modo che le sue tenere piante siano più resistenti. Se dunque tale fu una delle due ruote della biga (san Domenico) con cui la Santa Chiesa si difese e vinse in battaglia la sua guerra civile contro gli eretici, dovresti ben comprendere l’eccellenza dell’altra ruota (San Francesco), di cui S. Tommaso ti ha parlato con tanta cortesia. Ma la strada tracciata dalla parte esterna sua ruota è abbandonata, cosicché c’è ora la muffa là dove prima c’era il tartaro. I suoi seguaci di S. Francesco, hanno talmente cambiato direzione, da camminare in senso contrario, e presto ci si accorgerà della cattiva coltivazione del raccolto, quando l’erbaccia si lamenterà  di non poter entrare nel granaio (quando lo sviamento dei Frati non permetterà loro di entrare in Paradiso). Credo che chi cercasse tra i francescani, foglio per foglio, come in un libro, potrebbe ancora trovare qualche pagina su cui poter leggere “Io sono umile come ero solito essere”; ma non saranno certamente i francescani seguaci di Ubertino da Casale né di Matteo d’Acquasparta, da dove proviene chi la Regola la elude e chi la irrigidisce. Io sono l’anima di Bonaventura da Bagnoregio, e rispetto alle grandi cariche ecclesiastiche che rivestii, misi sempre in secondo piano la cura dei beni terreni. Ci sono qui anche Illuminato e Agostino, che furono i primi poverelli scalzi, ad essere benvoluti da Dio per il rispetto della Regola. Qui con loro ci sono anche Ugo di San Vittore, Pietro Mangiatore e Pietro Ispano, la cui fama risplende ancora nei dodici libri delle Summulae logicales; il profeta Natan ed il vescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo, Anselmo d’Aosta e quel Donato che si occupò della prima delle arti liberali, la grammatica. C’è qui Rabano Mauro, e risplende al mio fianco l’abate calabrese Gioacchino da Fiore, dotato di spirito profetico. Ad elogiare un così grande paladino della fede mi spinse l’ardente cortesia di San Tommaso ed il suo sapiente discorso; che seppe accendere di gioia anche queste anime che sono in mia compagnia».

maxresdefaultFrancesco e Domenico

Questo canto, insieme all’XI, dà vita ad una vero e proprio dittico, in quanto risulta evidente come Dante li abbia concepiti specularmente a partire dalla definizione di entrambi, come due pilastri voluti da Dio, per difendere la Chiesa.

La complementarietà dei due canti si può così riassumere:

  1. Panegirico rispettivamente di Francesco nell’XI e San Domenico nel XII: parallelamente, ma incrociata, la polemica degli ordini di cui loro sono i fondatori;
  2. Sono costruiti a chiasmo: San Tommaso, domenicano, tesse le lodi di Francesco, San Bonaventura, francescano, tesse le lodi di Domenico
  3. Le biografie e la polemica sono parallele: premessa nella prima parte del canto, biografie e loro azioni nella parte centrale, invettiva per la degenerazione per l’ordine di chi parla ultima parte;
  4. Il compito dei due santi parallelo: combattere la corruzione e l’eresia;
  5. I due matrimoni: Francesco con la povertà, Domenico con la Fede.

Beato Angelico San Domenico adora il crocefissoSan Domenico

Certo la biografia di Domenico presenta meno curiosità di quelle di Francesco, per cui una maggiore insistenza sul significato della nascita; anche il linguaggio usa un repertorio lessicale diverso, nel primo prevale il concetto di cortesia, d’amore, dove la Povertà assume le caratteristiche di una donna fedele; nel secondo il registro è maggiormente militaresco, a sottolineare la battaglia che Domenico deve compiere per liberare la Chiesa dal peccato.

CANTO XIII
(Cielo IV – Sole – Spiriti sapienti)

San-Tommaso-dAquino-1San Tommaso

Il canto XIII è una dei maggiormente dottrinali del Paradiso dantesco, che ha diviso la critica definendolo da parte di alcuni “come il più povero” (Momigliano) altri come “dei più appassionati e appassionanti” (Toffanin). Questo alla luce di una lunghissima introduzione astronomica (tutta infarcita di sapienza medievale), in cui si parte dalle ventiquattro stelle, scisse in due nuove costellazioni, quindi esse si trasformano a formare due figure geometriche in movimento, come cerchi rotanti in senso contrario, che evocano  la trinità e l’incarnazione. Il loro armonioso canto cessa con sincronia insieme alla danza che lo accompagnava. La parte centrale è occupata da san Tommaso, che spiega a Dante la frase, apparsa nel X canto in cui parlando della stella in cui rifulge l’anima di Salomone, afferma che entro v’è l’alta mente u’ si profondo / saver fu messo, che, se ‘l vero è vero, / a veder tanto non surse il secondo. Infatti come può l’anima di Salomone essere la più sapiente del mondo? Tale qualità non spetta infatti al primo uomo, prima di essere cacciato dal Paradiso Terrestre? o meglio ancora a Gesù in qualità di uomo? La risposta riguarda una “sapienza relativa”: certamente Salomone non è il più sapiente di tutti gli uomini, lo è di tutti i re. Ciò porta Tommaso ad ammonire l’uomo riguardo la comprensione delle cose divine, che dovrebbero mostrare maggiore prudenza e a non incorrere negli errori della filosofia antica o degli eretici moderni le cui conclusioni sembrano non avere alcuna differenza con i chiacchiericci popolari.

CANTO XIV
(Cielo IV – Sole – Spiriti sapienti

Cielo V – Marte – Spiriti combattenti per la fede)

E’ un canto di passaggio in cui Dante attraversa il cielo del Sole dove ha parlato con gli spiriti sapienti di Domenico e Tommaso e il cielo di Marte dove gli appariranno gli spiriti combattenti per la fede in cui incontrerà Cacciaguida, figura centrale dell’intero percorso paradisiaco dantesco. Prima di questa parte importantissima, ultimo tra i sapienti, Dante vedrà l’anima di Salomone, evocato alla fine del canto precedente, re biblico di leggendaria sapienza, che risolverà un dubbio dantesco, rivoltogli con voce soave da Beatrice: dopo la resurrezione dei corpi le anime beate conserveranno la luminosità paradisiaca eternamente? Se ciò avvenisse come potranno i corpi sostenere una tale intensità di luce e come potrà la vista sostenere un così forte bagliore? 

E’ evidente che qui Dante sposi la teoria classica della resurrezione in cui i corpi, il giorno del giudizio universale, materialmente si riuniranno alle anime conservando intatte le caratteristiche fisiche, sebbene perfezionate al massimo grado. Saranno pertanto corpi veri, riconoscibili, ma irradianti luce divina. La gioia delle anime a questo annuncio, denota una carica di umanità che trascende il dato puramente teologico: la certezza di ridiventare “individui riconoscibili”, offre un nuovo modo con cui i credenti possono pensare ai loro cari nell’aldilà, dando maggiore forza e maggiore letizia immaginandoli nel loro essere a fianco a Dio.

Si giunge quindi alla seconda parte del canto, l’ascesa al cielo di Marte: essa inizia nel cielo del Sole, quando le anime dei sapienti si dispongono in cerchio emanando un così forte splendore che Dante deve chinare il viso; riacquistata la forza di risollevare lo sguardo, attraverso lo sguardo di Beatrice, si rende conto di ascendere al cielo rosseggiante di Marte, in cui vede le anime luminose muoversi lungo i bracci di una croce, sulla quale lampeggia per un attimo la passione di Cristo, che provoca un canto di lode da parte di tutti i beati. 

CANTO XV
(Cielo V – Marte – Spiriti combattenti per la fede)

All’improvviso il santo coro si tace, per permettere a Dante di poter dialogare con le anime beate. Un’anima si stacca, percorrendo un braccio della croce, pronunciando:

O sanguis meus, o superinfusa
gratïa Dei, sibï tibi cui
bis unquam celi ianüa reclusa

attirando l’attenzione del poeta. Dapprima parla in modo per cui lo stesso Dante non riesce a comprenderlo, cioè in un linguaggio che trascende la capacità umana, quindi, torna ad un eloquio comprensibile:

(…)
la prima cosa che per me s’intese,
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, 
che nel mio seme se’ tanto cortese!».
E seguì: «Grato e lontano digiuno,
tratto leggendo del magno volume 
du’ non si muta mai bianco né bruno,
solvuto hai, figlio, dentro a questo lume 
in ch’io ti parlo, mercè di colei 
ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
Tu credi che a me tuo pensier mei 
da quel ch’è primo, così come raia 
da l’un, se si conosce, il cinque e ‘l sei;
e però ch’io mi sia e perch’io paia
più gaudioso a te, non mi domandi, 
che alcun altro in questa turba gaia.
Tu credi ‘l vero; ché i minori e ‘ grandi 
di questa vita miran ne lo speglio 
in che, prima che pensi, il pensier pandi;
ma perché ‘l sacro amore in che io veglio
con perpetua vista e che m’asseta 
di dolce disiar, s’adempia meglio,
la voce tua sicura, balda e lieta 
suoni la volontà, suoni ‘l disio, 
a che la mia risposta è già decreta!».
Io mi volsi a Beatrice, e quella udio 
pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno 
che fece crescer l’ali al voler mio.
Poi cominciai così: «L’affetto e ‘l senno,
come la prima equalità v’apparse, 
d’un peso per ciascun di voi si fenno,
però che ‘l sol che v’allumò e arse, 
col caldo e con la luce è sì iguali, 
che tutte simiglianze sono scarse.
Ma voglia e argomento ne’ mortali, 
per la cagion ch’a voi è manifesta, 
diversamente son pennuti in ali;
ond’io, che son mortal, mi sento in questa 
disagguaglianza, e però non ringrazio 
se non col core a la paterna festa.
Ben supplico io a te, vivo topazio
che questa gioia preziosa ingemmi, 
perché mi facci del tuo nome sazio».
«O fronda mia in che io compiacemmi 
pur aspettando, io fui la tua radice»: 
cotal principio, rispondendo, femmi.
Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent’anni e piùe 
girato ha ‘l monte in la prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol fue: 
ben si convien che la lunga fatica 
tu li raccorci con l’opere tue.

Quindi l’anima racconta la bellezza e l’alta moralità della Firenze ai tempi del bisnonno di Dante, quando non si conosceva ancora l’arroganza del potere mostrata attraverso il lusso ed i costumi erano morigerati. Ne furono testimonianza i nobili del tempo e le loro donne con abiti semplici e con gesti legati all’amore familiare.

A così riposato, a così bello 
viver di cittadini, a così fida 
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo 
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
Moronto fu mio frate ed Eliseo; 
mia donna venne a me di val di Pado, 
e quindi il sopranome tuo si feo.
Poi seguitai lo ‘mperador Currado; 
ed el mi cinse de la sua milizia, 
tanto per bene ovrar li venni in grado.
Dietro li andai incontro a la nequizia 
di quella legge il cui popolo usurpa, 
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
Quivi fu’ io da quella gente turpa 
disviluppato dal mondo fallace, 
lo cui amor molt’anime deturpa;
e venni dal martiro a questa pace».

O sangue mio, o sovrabbondante grazia di Dio, a chi mai come a te la porta de cielo è stata dischiusa due volte?

(…) la prima cosa che compresi fu quando disse: «Benedetto sia tu, o Dio uno e trino, che sei tanto cortese verso il mio discendente!» Poi continuò: «Tu, o figlio, hai finalmente esaudito in questa luce in cui io ti parlo il gradito e lontano desiderio che avevo tratto leggendo dal gran volume (la mente divina) dove ogni cosa è immutabile, grazie a colei (Beatrice) che ti ha dato le ali per questo alto volo. Tu credi che il tuo pensiero venga a me da quello divino, così come dall’uno, se lo si conosce, derivano il cinque e il sei; e dunque non mi chiedi chi sono e perché sembri più felice per la tua presenza, rispetto a chiunque altro in questa beata schiera. Tu pensi il vero; infatti le anime più e meno beate del Paradiso osservano nella mente divina, come in uno specchio, nella quale, prima ancora che tu pensi, si riflette il tuo pensiero; tuttavia, affinché l’ardore di carità che io provo sempre grazie alla continua contemplazione di Dio e che mi accende di dolce desiderio si adempia perfettamente, la tua voce sicura, senza incertezze e lieta esprima la tua volontà, faccia risuonare il desiderio al quale la mia risposta è stata già decretata!» Io mi rivolsi a Beatrice e lei capì prima che parlassi, e mi sorrise con un cenno che fece crescere le ali al mio desiderio. Poi cominciai a dire: «Il sentimento e l’intelletto, non appena Dio vi apparse, si fecero per voi dello stesso peso, poiché il sole (Dio) che vi illuminò e scaldò è uguale nel suo sapere e nel suo amore, al punto che ogni altra uguaglianza è imperfetta. Ma sentimento e intelletto nei mortali hanno mezzi ben diversi, per la ragione che vi è nota; perciò io, che sono mortale, mi sento in questa insufficienza, dunque ringrazio solo col cuore per la festosa accoglienza. Ora ti supplico, splendente topazio che sei incastonato questo prezioso gioiello (la croce), di rivelarmi il tuo nome». Egli iniziò così a rispondermi: «O mio discendente, in cui mi sono compiaciuto anche solo aspettando, io fui il capostipite della tua famiglia». Poi proseguì: «Colui dal quale deriva il tuo cognome e che gira da più di cent’anni nella I Cornice del Purgatorio, fu mio figlio e il tuo bisnonno: è opportuno che tu abbrevi la sua lunga fatica con le tue preghiere. (…)  In una convivenza così pacifica e bella, in una comunità così unita di cittadini, in una così bella dimora mi fece nascere mia madre, invocando Maria nelle grida del parto; e nel vostro antico Battistero di S. Giovanni fui battezzato col nome di Cacciaguida. Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo; mia moglie venne dalla Valpadana, e da lei ebbe origine il tuo cognome, Alighieri. Poi seguii l’imperatore Corrado III; ed egli mi fece cavaliere, a tal punto gli piacqui con il mio retto operare. Lo seguii in Terrasanta, contro la malvagità di quella religione (l’Islam) il cui popolo usurpa quei luoghi, a causa della trascuratezza dei pontefici. Lì quella gente maledetta mi strappò dal mondo fallace (mi uccise), il cui amore svia molte anime; e venni da quel martirio direttamente a questa pace».
 
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Giovanni Di Paolo: Canto XV

E’ questo il primo di una triade di canti dedicati all’antenato di Dante Cacciaguida. L’importanza di questa figura all’interno del percorso itinerale dantesco è dapprima strutturale, in quanto tale triade è posta al centro del Paradiso, quindi in essa convergono e si completano alcuni interrogativi del poeta sul compito e sul futuro che l’attende. Non è un caso che Dante abbia voluto riferirsi ad un antenato che era morto per la fede e non al padre oscuro mercante. Il compito di Cacciaguida di combattere e vincere, pur vinto, contro l’infedele diventa quindi exemplum del compito del poeta che deve combattere per riportare Firenze e i suoi concittadini alla moralità di un tempo, vero specchio di un retto modus vivendi che porta alla beatitudine. 

Tutto questo avviene nella narrazione attraverso tre fasi:

  • l’apostrofe latina che sottolinea l’estrema letizia con cui Cacciaguida accoglie un suo discendente cui Dio ha concesso la somma grazia di percorrere da vivo i suoi regni;
  • la descrizione della Fiorenza dentro la cerchia antica che fa da contrasto alla boria dei costumi attuali, resa ancora più incisiva dalla nostalgia della sua patria perduta per via dell’esilio;
  • lo svelamento del nome e in poche parole il suo martirio, martirio che acquista per l’eternità la pace dei beati.

CANTO XVI
(Cielo V – Marte – Spiriti combattenti per la fede)

E’ questo il secondo momento dedicato a Cacciaguida, che lo ha lasciato ricordando, quasi gloriandosi, il suo martirio. Ciò permette a Dante di riflettere  sulla nobiltà di sangue, di cui non ci deve vergognare in terra se è motivo di orgoglio in cielo, ma nel contempo non dev’essere fondata sull’eredità del nome, se non si fortifica con opere degne, come quella di Cacciaguida morto per la fede.

Quindi il nostro domanda come era Firenze ai tempi della sua gioventù: 

dissemi: «Da quel dì che fu detto ’Ave’
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
s’allevïò di me ond’ era grave,
al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.
Basti d’i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.
Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
da poter arme tra Marte e ’l Batista,
eran il quinto di quei ch’or son vivi.
Ma la cittadinanza, ch’è or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l’ultimo artista.
Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,
che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
Se la gente ch’al mondo più traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,
tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l’avolo a la cerca;
sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade
,

come del vostro il cibo che s’appone;
e cieco toro più avaccio cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le cinque spade.
Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.
E come ‘l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:
per che non dee parer mirabil cosa
ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.

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Dante e Beatrice con l’anima di Cacciaguida

mi disse: “Dal giorno dell’Annunciazione, in cui l’arcangelo Gabriele disse “Ave”, al giorno in cui mia madre, ora tra i beati in Paradiso, mi partorì, sotto il segno del Leone per ben cinquecentottanta volte ritornò il pianeta Marte a risplendere (passarono 1091 anni). I miei antenati ed io stesso nascemmo nel luogo di Firenze in cui si trova l’ultimo sestiere di quelli che corrono il vostro palio annuale di San Giovanni. Dei miei antenati ti basti sapere questo: chi essi fossero e da dove giunsero poi a Firenze, è più opportuno tacerlo. A quel tempo, tutti quelli che a Firenze, tra la statua di Marte sul Ponte Vecchio ed il Battistero, era buoni per le armi, erano complessivamente solo un quinto di quelli di adesso. Ma la cittadinanza, che ora è mischiata con genti di Campi Bisenzio, di Certaldo e di Figline Valdarno, allora l’avresti potuta vedere pura fino al più umile artigiano. Oh quanto sarebbe meglio poter avere solo come vicini quelle genti che ho appena nominato, ed avere i confini della città in corrispondenza delle borgate Trespiano e Galluzzo, piuttosto che averle dentro le mura e dover sopportare la puzza di quel campagnolo di Aguglione, o di quella di Signa, che ha l’occhio pronto quando c’è da ingannare! Se la gente, i papi ed i vescovi, che più si allontanano dalla via assegnata loro, non si fossero comportati come una matrigna nei confronti dell’imperatore, ma piuttosto come una madre amorevole nei confronti del proprio figlio, non sarebbero diventati fiorentini, esercitando il cambio ed il commercio, ed avrebbero continuato a vivere nel contado di Semifonte, dove i loro antenati erano mercanti itineranti; Montemurlo sarebbe ancora in mano ai Conti; i Cerchi vivrebbero ancora nel gruppo di parrocchie di Acone in val di Sieve, e forse i Buondelmonti in val di Greve. La mescolanza di stirpi diverse è sempre stata l’origine del male della città, che il cibo che va a sovrapporsi nello stomaco a quello non ancora digerito; ed un toro cieco cade prima di un agnello cieco; e molte volte taglia di più e meglio una spada sola che cinque spade. Se consideri come le città di Luni e Urbisaglia sono poi andate a finire, e come le stanno seguendo nella sorte Chiusi e Senigallia, il sentire come le stirpi si estinguano tanto facilmente non ti sembrerà cosa né strana né difficile, dal momento che anche le città hanno una loro fine. Tutte le cose umane sono destinate a morire, così come voi uomini; solo che in alcune la morte non si vede, perché durano molto, mentre le vostre vite sono brevi. E come il corso della luna determina il flusso delle maree, abbassando e diminuendo continuamente il livello sulle coste, così fa la Fortuna con Firenze: non ti deve perciò sembrare incredibile ciò che ti dirò riguardo agli illustri fiorentini, la cui fama è stata cancellata dal tempo.

Potremmo quasi commentare come questo discorso faccia da pendant a quello già iniziato nel quindicesimo, in cui si raccontava la bellezza e l’onesta della Firenze antica. Qui egli precisa: lui è nato nel 1091 al tempo in cui Firenze si limitava tra la statua di Marte sul ponte Vecchio e il Battistero, corrispondente al cuore della città vecchia. Quindi, a confortare il suo discorso, parla  del declino derivato dall’inurbamento di “genti del contado”. Ad una lettura superficiale potrebbe sembrare che qui Cacciaguida, e Dante con lui, ricerchi quasi una purezza etnica del popolo fiorentino, ma a leggere bene, attentamente il testo “possiamo dire che Dante non cade nella generalizzazione che invece è caratteristica di ogni politica d’esclusione; senza voler sottovalutare il suo senso di disgusto per l’imbastardimento del popolo fiorentino, è sintomatico però che, come sempre, egli additi responsabilità individuali precise, delitti e crimini civili dei singoli. Semmai, il fenomeno più generale che il discorso di Cacciaguida deplora (e questo sì, di grande peso ideologico e storico) è l’inurbamento come conseguenza del disfarsi dell’antica rete di castelli signorili in Toscana, specie dopo la disfatta imperiale di Benevento. E’ un fenomeno già presente nell’invettiva-compianto all’Italia del canto VI del Purgatorio e qui torma distintamente riconoscibile. Ancora una volta la responsabilità è attribuita alla Chiesa, noverca, cioè matrigna invece che madre amorosa, nei confronti del potere imperiale, da lei caparbiamente osteggiato” (Bruscagli-Giudizi)

CANTO XVII
(Cielo V – Marte – Spiriti combattenti per la fede)

Qual venne a Climenè, per accertarsi
di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
tal era io, e tal era sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.
Per che mia donna «Manda fuor la vampa
del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
segnata bene de la interna stampa:
non perché nostra conoscenza cresca
per tuo parlare, ma perché t’ausi
a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
«O cara piota mia che sì t’insusi,
che, come veggion le terrene menti
non capere in trïangol due ottusi,
così vedi
 le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;
mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto,
dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;
per che la voglia mia saria contenta
d’intender qual fortuna mi s’appressa:
ché saetta previsa vien più lenta».
Così diss’ io a quella luce stessa
che pria m’avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.
Né per ambage, in che la gente folle
già s’inviscava pria che fosse anciso
l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:
«La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno;
necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende.
Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s’apparecchia.
Qual si partio Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
Questo si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.
La colpa seguirà la parte offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.
Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;
ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.
Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.
Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;
e portera’ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai»; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.
Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
che dietro a pochi giri son nascose.
Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
poscia che s’infutura la tua vita
vie più là che ’l punir di lor perfidie».
Poi che, tacendo, si mostrò spedita
l’anima santa di metter la trama
in quella tela ch’io le porsi ordita,
io cominciai, come colui che brama,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:
«Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
sì che, se loco m’è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.
Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».
La luce in che rideva il mio tesoro
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro;
indi rispuose: «Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia».

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Con la stessa ansia con cui si rivolse a Cimene, per accertarsi di ciò che aveva sentito dire su di sè, (Fetonte), sul cui esempio ancora oggi i padri sono prudenti nell’acconsentire troppo facilmente ai desideri dei figli; allo stesso modo ero ansioso io, e si accorse del mio stato sia Beatrice che quell’anima santa di Cacciaguida che per parlare con me aveva lasciato il suo posto presso la croce luminosa. Disse pertanto la mia donna: «Manifesta il tuo ardente desiderio, così da esprimere l’intima richiesta: non perché per comprenderlo meglio abbiamo bisogno delle tue parole, ma perché così ti abitui ad esporre le tue richieste, in modo che vengano soddisfatte.» «O mia cara radice che ti elevi tanto in alto che, come gli uomini riescono a comprendere che due angoli ottusi non possono essere contenuti in un triangolo, con la stessa chiarezza tu puoi conoscere gli eventi prima che accadano guardando in Dio, il luogo in cui tutto il tempo è presente; durante la mia salita insieme a Virgilio sulla montagna del Purgatorio, dove le anime si purificano e scendendo quindi nel regno dei morti nel peccato, mi furono rivolte parole preoccupanti riguardo il mio futuro, per quanto io mi senta preparato alle disgrazie della fortuna;  per questo il mio desiderio sarebbe appagato se potessi conoscere quale è la sorte che mi attende: perché una freccia prevista colpisce più lentamente.» Dissi queste parole a quella anima luminosa che poco prima mi aveva parlato; e come volle Beatrice, confessai quindi apertamente il mio desiderio. Non con il linguaggio ambiguo degli oracoli, nel quale le menti pagane si invischiavano già prima che ci fosse il sacrificio dell’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo, ma con parole chiare ed con un discorso diretto mi rispose quel padre amorevole, avvolto e visibile nella propria gioia: «Tutte le cose contingenti, che sono proprie soltanto del vostro mondo materiale, sono presenti nella mente di Dio; ma non per questo assumono carattere di necessità,  così come non dipende dallo sguardo di chi la osserva, il movimento di una nave che scende lungo un torrente. Dalla mente di Dio, così come giunge ad un orecchio la dolce melodia emessa da un organo, allo stesso modo giungono alla mia vista gli avvenimenti che ti attendono. Come Ippolito fu costretto a fuggire da Atene a causa della spietata e malefica matrigna, allo stesso modo dovrai allontanarti da Firenze. Questo si vuole e questo si cerca già di attuare, e presto verrà fatto da chi trama dove si fa mercato della religione cristiana. L’offesa, come è solito, sarà addossata a gran voce ai vinti; ma la vendetta di Dio sarà testimonianza della verità che la dispensa. Tu dovrai abbandonare tutte le cose che ami di più; e questo è il primo dolore che l’esilio provoca. Proverai così quanto è amaro il pane altrui, e quanto è faticoso salire e scendere per scale che non sono tue. Quello che ti renderà però l’esilio più duro, sarà la compagnia malvagia e divisa dei Bianchi, con la quale tu condividerai questa miseria; poiché si mostrerà tutta ingrata, irragionevole e crudele nei tuoi confronti; ma, subito dopo, sarà quella compagnia, e non tu, a doversene vergognare. La loro follia sarà dimostrata dal loro comportamento; così che sarà onorevole per te esserti isolato da loro. Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora sarà presso il generoso signore di Verona (Bartolomeo della Scala), che nello stemma porta raffigurata l’aquila imperiale; avrà verso di te un atteggiamento tanto benevolo, che tra il chiedere ed il fare, tra i voi due, avverrà per primo il suo fare. Quando sarai presso la sua corte incontrerai colui (Cangrande) che, nascendo, ricevette l’influsso di questo pianeta in maniera così decisa da rendere memorabili le sue imprese. Il popolo non si è ancora accorto di questa sua eccezionalità a causa della sua giovane età, poiché per solo nove anni hanno girato questi cieli intorno a lui (ha solo nove anni); ma prima che il papa Clemente V possa ingannare Arrigo VII, i primi segnali del suo valore si manifesteranno nel suo disprezzo verso il denaro e verso ogni fatica. Le sue eccellenti virtù saranno allora manifeste, così che neanche i suoi nemici potranno fare a meno di parlarne. Riponi la tua fiducia in lui e nei suoi suoi benefici; la condizione di molte persone cambierà grazie a lui, scambiando di posto i ricchi con i mendicanti; conserva nella tua mente ciò che ti dico di lui, ma non lo dirlo a nessuno»; e disse poi cose che appariranno incredibili anche a chi le vivrà in prima persona. Aggiunse poi: «Figliolo, questa è la spiegazione di quello che ti è stato detto da altri; queste sono le insidie che ti aspettano in agguato nel giro di pochi anni. Non voglio però che tu nutra rancore nei confronti dei tuoi concittadini, dal momento che la tua vita durerà abbastanza per vedere la punizione che li attende per le loro malvagità.» Dopo che quell’anima santa, ormai in silenzio, si mostrò libera dal compito di dare una spiegazione a quei miei dubbi che le avevo esposto, cominciai io a parlare come chi, nel dubbio, desidera un consiglio da una persona che conosce le cose e vuole il bene e ama: «Capisco, padre mio, come incalzi il tempo contro me, per darmi un tale colpo che è ancora più grave a chi si lascia abbattere dalla sua forza; per cui è bene che io mi armi di previdenza affinché, se perdo il luogo a me tanto caro, non perda anche gli altri per colpa della mia poesia. Giù per l’amara voragine infernale e il monte dalla cui cima mi sollevarono gli occhi della mia donna e quindi in Paradiso di pianeta in pianeta io ho conosciuto cose che se dovessi ridirle, a molti riusciranno di sapore molto aspro, se dovessi essere restio a dirle, ho paura di non sopravvivere tra coloro che chiameranno questo tempo antico». La luce in cui gioiva l’amato antenato che io trovai in quel cielo, si fece prima più luminosa, come un raggio di sole su una lamina dorata, quindi rispose: «Una coscienza offuscata da una vergognosa colpa propria o di congiunti, sentirà certamente la durezza della tua parola. Nonostante questa, eliminata ogni menzogna, rendi manifesta ciò hai visto, e lascia che si gratti chi ha la rogna. Perché ciò che tu dirai, se in un primo momento sarà molesto, in seguito diventerà cibo nutriente una volta digerito. Questo tuo grido accusatore sarà come il vento, che colpisce le cime più alte, e questo non è piccolo motivo d’onore. Per questo ti sono state mostrate in questi cieli, nel monte purgatoriale e nella valle infernale soltanto anime di persone famose, perché le persone che le ascoltano, non si sofferma né crede chi non sia conosciuto e viva nascosto, o di altro argomento che non appaia evidente.» 

E’ questo il canto dell’exsul immeritus e non è a caso che, terzo del lungo episodio dedicato a Cacciaguida, venga messo al centro dell’itinerario paradisiaco. Qui infatti convergono tutte le profezie che sin dall’inferno Ciacco, Farinata e Brunetto Latini; nel viaggio purgatoriale Corrado Malaspini e Oderisi da Gubbio le avevano annunciato. Le riunisce in un diretto ed accorato discorso l’antenato che in modo chiaro non solo designerà l’immeritata cacciata della città, ma gli predirà altresì l’accoglienza nella famiglia veronese dei Della Scala. Si può dire che il canto dell’auctor riveda la vita del Dante agens quasi a chiarirne e a rafforzarne le scelte politiche, come quella di isolarsi dal partito dei Bianchi, il cui tentativo di rientrare a Firenze dapprima condiviso e poi rifiutato, vuole sottolinearlo alla luce di un rigorismo morale cui i suoi presunti compagni sarebbero venuti meno mostrando la loro malvagità e divisione. Ma tale canto è diventato famoso per la celeberrima terzina Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. Si guardi infatti all’uso verbale sia dell’episodio precedente che di questa terzina: a dominare è il futuro, un futuro che l’auctor ha già vissuto e sta vivendo ma che nella struttura paradisiaca dovrà ancora avvenire, dotando il canto di un continuo colloquio tra Dante che scrive (presente), ricorda gli episodi salienti della sua vita (passato), proiettandoli nella predizione di Cacciaguida (futuro).

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Il canto è inoltre importante per il discorso che Dante fa sulla poesia: essa è tale se veritiera, se non nasconde e palesa la realtà, se mostra rigidità di giudizio quando si ha convinzione del  giusto: solo questo permette quella  gloria che nel I canto egli avoca a sé grazie al suo poema. Ma ancora più importante è l’idea che la sua poesia possa durare oltre la sua vita, dando vita, nella letteratura italiana, a quel concetto secondo cui la grande arte non muore con l’autore, ma continua a diffondere la sua voce nei lettori di domani, e a tale scopo il nostro utilizza una splendida parola infutura che ci dà il segno di come, grazie anche alle definitive parole di Cacciaguida egli costituisca l’exemplum per una rigenerazione politica e sociale dell’umanità.

CANTO XVIII
(Cielo V – Marte – Spiriti combattenti per la fede)
(Cielo VI – Giove – Spiriti giusti)

Il canto inizia proseguendo il precedente: si tratta infatti del congedo di Cacciaguida che, prima di tornare alla croce luminosa, svela a Dante chi sono i personaggi che condividono con lui la beatitudine, da Giosué a Carlo Magno, da Goffredo di Buglione a Roberto il Guiscardo, chi, come il primo, legato al popolo d’Israele, chi difensore della fede e del Santo Sepolcro.

Quindi Dante ascende, senza che se accorga, al cielo di Giove e qui viene accolto da uno spettacolo stupefacente:

Io vidi in quella giovïal facella
lo sfavillar de l’amor che lì era
segnare a li occhi miei nostra favella.
E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera,
sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l’un di questi segni,
un poco s’arrestavano e taciensi.
O diva Pegasëa che li ’ngegni
fai glorïosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ’ regni,
illustrami di te, sì ch’io rilevi
le lor figure com’ io l’ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!
Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette.
‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
Poscia ne l’emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d’oro distinto.
E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
resurger parver quindi più di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come ’l sol che l’accende sortille;
e quïetata ciascuna in suo loco,
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.
Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch’è forma per li nidi.

Io vidi in quella luminosa sfera la luce sfavillante dell’amore lì presente comporre davanti ai miei occhi, segni del nostro parlare umano. E come gli uccelli s’innalzano dall’acqua come a festeggiare il loro pasto, mettendosi in cerchio o in altra forma, allo stesso le anime beate, fasciate della loro luce, cantavano volteggiando, formando con le loro figure ora una D, ora una I o una L. Prima si muovevano seguendo il loro canto, poi diventando uno di questi segni, si fermavano un poco e tacevano. O musa, che ti abbeveri alla fonte del fiume Pegaso, sul Parnaso, che gli ingegni dei poeti fai gloriosi e li rendi immortali e questi, grazie a te, rendono immortali le città e i regni, illuminami con la tua virtù tanto che io riesca a descrivere le loro forme così come le ho impresse nella mente: si dimostri la tua forza in questi piccoli versi! Mi mostrarono dunque trentacinque forme di vocali e consonanti; ed io annotai nella mente le singole lettere nell’ordine in cui apparivano. DILIGITE IUSTITIAM, furono il primo verbo ed il primo nome della raffigurazione; seguirono QUI IUDICATIS TERRAM. Quindi le anime si fermarono alla lettera M, tanto che il cielo di Giove si mostrava d’argento trapuntato d’oro. Vidi scendere altre anime là nel punto più alto della M e qui fermarsi inneggiando il bene, mi pare, che li attira a sé. Poi, allo stesso modo nel colpire tizzoni ardenti emergono numerose scintille, da cui gli ignoranti traggono auspici, mi parve risalissero più di mille anime luminose, chi più chi meno, si come ha destinato Dio, e fermata ciascuna nel luogo scelto, vidi la testa ed il collo di un’aquila raffigurati da quegli splendori. Colui che disegna tali figure in Paradiso, non ha maestro, ma è lui stesso maestro e modello e da lui si riconosce quella potenza che imprime la forma, in potenza, fin dal suo “annidarsi”.

“Particolarmente interessanti sono gli ultimi tre versi. L’idea di Dio creatore-artista, demiurgo, è affiorata altre volte (…). Ma qui vi è un’aggiunta: l’aquila che si vede nel cielo di Giove è più bella di quelle che si possono vedere in terra perché essa stessa è l’idea dell’aquila, che le cose terrene semplicemente e debolmente ricordano. Non da Platone, ma da una tradizione neoplatonica e agostiniana molto ampia Dante riceve questa nozione, che è divenuta quasi un luogo comune ma è anche riferimento stabile della sua cultura” (Riccardo Scrivano).

Il canto prosegue con un invettiva verso la corruzione della Chiesa; d’altra parte le espressioni formate dal movimento delle anime a formare il simbolo della giustizia, “amate la giustizia, voi che giudicate la terra,” rimandano proprio a quel Giovanni XXII, nemmeno nominato, se non con un “ma tu”, odiato da Dante per aver confermato la scelta di Avignone come sede papale e per aver oltraggiato la Chiesa con il commercio delle indulgenze.

CANTO XIX
(Cielo VI – Giove – Spiriti giusti)

Il canto inizia con lo stupore, più che visivo uditivo, che viene prodotto dalla molteplicità delle anime illuminate che all’unisono parlano emettendo tuttavia una sola voce. Occasione unica per Dante per risolvere alcuni dubbi che i beati leggono nella sua mente, senza che lui li esprima.

Dopo che l’aquila rivela che è formata dagli spiriti giusti di uomini che furono famosi in terra per rettitudine, Dante, più che esprimere il primo dubbio, sapendo già che quei beati glielo leggono nella mente, gli rispondono relativamente alla giustizia divina, cui l’aquila stessa non può che affermare l’imperscrutabilità del modo in cui Dio giudica, salvando e punendo.

Ma è proprio qui che si pone il quesito forse più impellente e, in qualche modo ancora oggi attualissimo, che Dante questa volta chiede possa essere risolto:

ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna?
Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona».
(…)
«A questo regno
non salì mai chi non credette ’n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.

Perché tu ti chiedevi: «Un uomo che nasce presso la sponda dell’Indo e in questo luogo non vi è nessuno che predichi né che insegni né che scriva di Cristo, e tutte le sue intenzioni e azioni siano buone, per quanto può vedere la mente umana, senza peccato nelle azioni e nelle parole. Questi muore senza battesimo e senza fede: qual è la giustizia che lo condanna? Che colpa ha se non ha la possibilità di credere?» Chi sei tu , che ti ergi a giudice per giudicare cose lontanissime con la vista non più lunga di una spanna? Certo avrebbe motivi di dubbio chi cerca di ragionare sottilmente come se non avesse a vegliare su di lui le Sacre Scritture. O esseri mortali! O menti ottuse! La volontà divina, che è per se stessa buona, da sé, che è il bene sommo, non si è mai allontanata. Pertanto è giusto ciò che si accorda a lei: nessun bene creato la può attirare, ma, al contrario, deriva da essa irradiata dai suoi raggi». (…) «Al Paradiso non salì mai chi non credette in Cristo né venturo né venuto. Ma guarda: molti che gridano “Cristo, Cristo!”, nel giorno del giudizio si troveranno meno vicini a Lui di altri che non lo conobbero; e un tal cristiano sarà condannato da un Etiope, quando si divideranno le due schiere, una eternamente ricca (di beatitudine), l’altra povera (dannata).

Il passo riportato ci conduce ad una riflessione che è tipica di ogni cristiano: che colpa ha chi non ha avuto la possibilità di conoscere Cristo e quindi essere battezzato, tanto da non essere salvato? La risposta è chiara: chi sei tu che giudichi con mente umana ciò che è divino? L’errore, o il dubbio dantesco, sta nel non aver rovesciato la prospettiva e nel voler giudicare da uomo la volontà divina.

Segue a questa riflessione un lungo elenco di principi che la giustizia divina non ha salvato, dall’imperatore Alberto a Carlo d’Angiò.

CANTO XX
(Cielo VI – Giove – Spiriti giusti)

Ancora nel cielo di Giove, dove l’aquila, simbolo di Dio, sempre parlando con voce unica da parte dei suoi beati, ci mostra ora il suo occhio, formato da sei eminenti spiriti gioviali:

«La parte in me che vede e pate il sole
ne l’aguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si vole,
perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
e’ di tutti lor gradi son li sommi.
Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l’arca traslatò di villa in villa:
ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch’è altrettanto.
Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che più al becco mi s’accosta,
la vedovella consolò del figlio:
ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per l’esperïenza
di questa dolce vita e de l’opposta.
E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per l’arco superno,
morte indugiò per vera penitenza:
ora conosce che ’l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de l’odïerno.
L’altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:
ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
E quel che vedi ne l’arco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
ora conosce come s’innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.
Chi crederebbe giù nel mondo errante
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?
Ora conosce assai di quel che ’l mondo
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo».

Quella parte di me che nelle aquile terrene regge la vista del sole, cominciò a dirmi: «Ora devi osservare con attenzione, poiché degli spiriti luminosi che formano la mia figura, quelli per i quali l’occhio sul capo risplende, sono le anime più nobili dell’intera schiera. Colui che brilla al centro come pupilla, fu Davide, che cantò ispirato dallo Spirito Santo e trasportò l’Arca Santa di città in città: ora conosce il merito del suo canto perché la ricompensa è ad esso misurata. Delle altre cinque anime che formano il mio sopracciglio, quella più vicino al becco è lo spirito di Traiano di cui già in Purgatorio (X canto) si racconta come egli, re dei Romani, seppe consolare una povera vedova per la morte del figlio; ora sa quanto si paghi nel non seguire Cristo, per l’esperienza di questa vita paradisiaca e per l’opposta. L’anima successiva, nella parte più alta del sopracciglio, è quella di Ezechia che allontanò la morte con la vera penitenza; ora sa che il giudizio che il giudizio di Dio non cambia, quando una degna preghiera rimanda all’indomani ciò che dovrebbe accadere oggi. Lo spirito seguente, Costantino, con le leggi e con me (insegna imperiale), con l’ottima intenzione di donare terre al pontefice si trasferì in Oriente; ora sa che sebbene la sua buona azione abbia procurato cattive conseguenze, non è stato a lui dannoso, per quanto da esso in mondo sia stato rovinato. L’anima posta nella parte discendente del sopracciglio è quella di Guglielmo II d’Altavilla (re di Napoli e di Puglia) che le terre rimpiangono e che ora sono tenute da Carlo d’Angiò e Federico II; ora riconosce come il cielo premia un re giusto, e lo dimostra nell’aspetto del suo splendore. Chi penserebbe giù nel mondo peccaminoso, che il troiano Rifeo sia il quinto tra gli spiri beati del mio occhio? Ora conosce bene quello che l’uomo non può comprendere della grazia di Dio, per quanto la sua capacità intellettuale non sappia scorgere le ragioni ultime dell’operare divino».

Sembra questa parte del canto rispondere al quesito che Dante aveva posto nel canto precedente riguardo la “non colpa” di chi non aveva potuto conoscere Cristo. Di fronte alla risposta dell’aquila e dei componenti della sua parte così importante come quella dell’occhio, Dante non può non meravigliarsi vedendo sue anime “pagane”, l’imperatore Traiano e il troiano Rifeo. E’ che il primo, mentre era al Limbo, per intercessione del papa Gregorio Magno, potette ritornare in vita per poter ricevere la verità di Cristo, e Rifeo, visse in modo così esemplare e giusto che venne illuminato dalla sua grazia, tanto da poter prevedere l’arrivo di Cristo.

Al di là delle spiegazioni (in parte convalidate dalla filosofia e dalle credenze medievali) la salvazione di due anime beate inducono Dante a riflettere sull’imperscrutabilità della giustizia divina che non può essere spiegata secondo la ragione e la concezione che l’uomo ha dell’Aldilà) tipiche della mente umana. Si affaccia il discorso della predestinazione divina che va letta secondo la “loro” giustizia; infatti per i beati (tutti i beati sino qui incontrati) la giustizia divina è accordarsi alla sua volontà: essendo lui il Sommo Bene non vi può essere che infinita bontà nel premiare e infinita giustizia nel punire.

CANTO XXI
(Cielo VII – Saturno – Spiriti contemplativi)

Gustave Doré: Il canto XXI

Siamo all’ultimo pianeta, quello di Saturno, in cui si mostrano a Dante gli spiriti contemplativi, di limpidissima e trasparente luce. All’arrivo in questo cielo, non vi è stata la consueta accresciuta luminosità di Beatrice, ma lo stesso Dante sottolinea che lei “non ridea”; ciò è determinato dal fatto che, arrivata a questo punto nell’ascesa paradisiaca, le sue facoltà travalicherebbero quelle ancora umane del pellegrino, tanto che Dante rischierebbe di rimanere incenerito. Inoltre in questo assoluta trasparenza non vi è nemmeno musica ed è proprio in questo incredibile silenzio scendono da una scala dorata che s’innalza verso il cielo una schiera di beati, chi volteggiando, chi volando, chi rimanendo sul posto. Il loro silenzio viene motivato allo stesso modo con cui Beatrice ha motivato la sua mancanza di riso. Tra tali anime, una in particolare, facendo pulsare la sua luminosità, mostra di voler parlare con Dante e richiesto del perché mostri tale desiderio, egli risponde che non dipende da lui, ma dalle volontà di Dio, senza alcun motivo e la scelta, pur essendoci anime altrettanto caritatevoli come la sua, è solo legata all’imperscrutabilità della volontà di Dio. L’anima è quella di San Pier Damiani:

«Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria».
Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continüando, disse: «Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.
Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu’ ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
Poca vita mortal m’era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.
Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
Cuopron d’i manti loro i palafreni,
sì che due bestie van sott’ una pelle:
oh pazïenza che tanto sostieni!».

«Tra la costa tirrenica e quella adriatica si innalzano dei monti, non così distanti dalla tua patria, tanto che le folgori scoppiano con fragore più basso, e formano una protuberanza, chiamata Catria, sotto la quale vi è un eremo benedetto, il quale era dsolito esser consacrato a Dio». In questo modo ricominciò a rivolgermi la terza parte del discorso; e poi continuando disse: «Qui mi consacrai con ferma determinazione a Dio e mangiando cibi conditi solamente con olio, trascorrevo felicemente sia i periodi estivi che quelli invernali, contento solo di meditazione contemplativa. Quel chiostro produceva in modo fruttuoso anime sante, ora è diventato sterile, tanto che tra breve è necessario si riveli la sua infruttuosità. In quel luogo vissi io Pietro Damiano e nella casa di Nostra Signora sul lido Adriatico fui conosciuto come Pietro Peccatore. Ero sul finire della mia vita terrena, quando fui chiamato ed innalzato alla dignità cardinalizia, che ora passa da persone indegne ad altre peggiori. Vissero poveri San Pietro e San Paolo, cibandosi del pane offerto da ogni casa. Ora i moderni prelati vogliono servi ciascuno da ogni lato che li sorreggano tanto sono obesi e dietro qualcuno che alzi loro il mantello cardinalizio. Cioprono con il mantello stesso i loro cavalli tanto che sotto una coperta vi sono due animali. Oh pazienza divina che tolleri tanta vergogna.»

Forse le fonti dantesche sulla figura di Pier Damiani non furono così attendibili, tanto da indurlo a confondere fra due monaci di Ravenna (città nella quale il poeta soggiornò nell’ultima parte della sua vita), un certo Pier Damiani e un Pietro Peccatore fondendoli in un unico personaggio. Cero Dante seppe della sua azione riformatrice, tanto nel Papato che dell’Impero, con la fondazione di numerosi monasteri. Ma più nota è la sua lotta contro la corruzione e l’avidità della Chiesa, qui evidenziata dal sarcasmo con cui raffigura i prelati del tempo del pellegrino, durante le processioni, in pompa magna, accusa avvalorata dalle grida di approvazioni delle anime sante.

CANTO XXII
(Cielo VII – Saturno – Spiriti contempletivi)
(Cielo VIII – Stelle fisse)

Le grida di approvazione spaventano Dante, che verrà confortato da Beatrice, rivelando che dietro quel grido vi erano, per lui incomprensibili, parole che predicevano la vendetta divina contro coloro che in terra tradivano la missione affidata loro.

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Tra le anime che mostrano di aver letto il desiderio di Dante ve n’è una:

Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;
e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che ’n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;
e tanta grazia sopra me relusse,
ch’io ritrassi le ville circunstanti
da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.

Quel monte che ha sul suo versante la città di Cassino, fu frequentato un tempo sulla vetta da gente pagana e contraria alle fede cristiana, ed io sono colui che portai lassù per primo il nome di Cristo che tanto ci solleva; e una così intensa grazia divina mi illuminò che riuscii ad allontanare i villaggi vicini dal sacrilego culto pagano che traviò il mondo.

La presentazione di San Benedetto non si discosta molto da quella di Pier Damiani, il quale dopo essersi presentato e aver indicato a Dante le anime benedette così luminose di carità in quella scala santa, non può non rivolgere, come il predecessore, una critica alla situazione del suo monastero, come si era trasformato da luogo di santificazione a luogo di corruzione:

Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.
Ma grave usura tanto non si tolle
contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de’ monaci sì folle;
ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d’altro più brutto.
La carne d’i mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.
Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
e se guardi ’l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov’ è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui ’l soccorso»

«Le mura che erano soliti esser conventi, sono ora diventati covi di ladroni, e i sai monacali sono sacche ripiene di farina guasta. Ma nessuna grave forma di usura va contro la volontà divina quanto impossessarsi delle rendite conventuali che rendono il cuore dei monaci così cattivo, perché dovunque la Chiesa guardi, Dio comanda che tutto sia dato ai poveri, non ai parenti o a persone turpi. La natura degli uomini è tanto debole, che un’opera ben iniziata non dura un periodo sufficiente a quello che intercorre tra la nascita di una quercia e il suo fruttificare. San Pietro iniziò senza oro e senza argento, io con preghiere e digiuni, San Francesco il suo ordine con umiltà, e se ora guardi come hanno iniziato bene (con l’apostolato, gli ordini benedettini e francescani) e dopo fai attenzione a come sono arrivati, vedrai il bianco esser diventato scuro. In verità il ritirarsi del fiume Giordano e l’aprirsi del Mar Rosso, quando Dio volle, furono miracoli più stupefacenti di quanto il suo intervento d’aiuto in questo caso»

La struttura è la stessa, sebbene di minore lunghezza, con il canto XI e XII, se lì infatti avevamo visto il parallelismo tra San Francesco e e San Domenico, qui tale parallelismo è tra Pier Damiani e san Benedetto. Il fatto che si tratti di una vera e propria diade è testimoniato da una struttura simile: da una parte la fondazione, voluta dal Signore, quindi il sottolineare la povertà come modello di vita, facendo riferimento il primo a San Pietro e San Paolo, e lo stesso Benedetto cita la povertà di San Pietro e San Francesco, cui aggiunge la propria scelta. Ma ciò che interessa è che in questi spiriti contemplanti, tutti rivolti verso Dio, non si perde mai il riferimento alla storia della terra, il loro sguardo verso il mondo così diverso da quello paradisiaco.

Questi ci viene proprio dimostrato nell’ascesa verso il cielo delle Stelle Fisse, qui Dante incontra la sua costellazione, quella dei Gemelli, cui dedica un’apostrofe perché è grazie a lei che ha potuto dedicarsi alla poesia (secondo l’astrologia medievale la costellazione dei Gemelli presiedeva agli studi e alle arti liberali); poi su invito di Beatrice volge lo sguardo al percorso fatto:

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.
Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’ io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli a le foci;
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

Con lo sguardo riattraversai i sette cieli inferiori, e vidi la terra in tale modo che mi spinse a sorridere per il suo aspetto meschino, e approvo quel consiglio che la considera poco e chi pensa a cose ulteriori chiamo saggio. Vidi la luna (figlia di Latona) luminosa senza quelle macchie lunari che mi fecero pensare alla sua maggiore e minora densità. Sostenni con lo sguardo la vista del Sole (figlio della luna) e vidi anche come si muovono i cieli a lui vicini, quello di Mercurio e Venere. Di lì mi apparve Giove, che attenua il calore posto com’è tra il padre Saturno ed il figlio Marte e quindi mi furono chiari i loro movimenti e tutti e sette mi mostrarono nella loro grandezza e velocità quanta distanza c’è tra di loro. La piccola aia (la terra abitata dagli uomini) che ci rende così crudeli, girando insieme alla costellazione dei Gemelli, mi apparve interamente dalle montagne ai mari, quindi rivolsi lo sguardo verso gli occhi di Beatrice.

E come se lo sguardo definitivo verso il percorso fatto e soprattutto verso la terra “vile”, “aiuola che ci fa tanto crudeli”, segni una definitiva rottura fra ciò che umano, terreno e ciò che è divino. Al pellegrino Dante ormai non rimane che l’ascesa verso l’Empireo, la sede di Dio.

CANTO XXIII
(Cielo VIII – Stelle fisse)

E’ un canto che segna il distacco totale di Dante dall’Universo al Paradiso, dai pianeti a Dio. Tale esperienza richiede una nuova voce, un nuovo modo di rendere percepibile ai lettori la sua straordinaria esperienza, basata sulla visione, così come sulla luce, splendore, riflesso, ed altri termini riferentesi a questo campo semantico, primeggiano in quest’ultima parte del “sacrato poema”.

Infatti è solo per Beatrice, al fatto che lei infonda in lui maggiore grazia “illuminante”, per mezzo del suo splendore che Dante può ammirare il trionfo di Cristo:

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.
Quivi è la sapïenza e la possanza
ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disïanza».
Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s’atterra,
la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.

Come nelle notti serene di plenilunio, la luna splende tra le altre stelle immortali che illuminano il cielo in ogni parte, così io vidi al di sopra di quelle innumerevoli luci un sole che le faceva risplendere tutte quante, come fa il nostro sole quando accende le stelle del cielo e per il vivo splendore traspariva in modo così lucente l’essenza di quella luce davanti ai miei occhi che io non riuscivo a sostenerla. Beatrice, dolce e chiara guida!. Lei mi disse: «Quello che ti sovrasta e una forza virtuosa da cui nulla può trovare riparo. Qui vi è la sapienza e la forza (di Cristo) che fecero da tramite tra il cielo e la terra (che ristabilirono la pace tra Dio e l’uomo) per cui il desiderio di lui si attese molto a lungo». Come un fulmine si sprigiona da una nuvola per il fatto che i vapori di cui è formato non possono più essere contenuti, tanto che, contro sua natura, si scaglia verso terra, così la mia mente, esaltata da quelle visioni (vivande) divine, uscì fuori da se stessa e che cosa facesse allora non è più in grado di ricordare.

Dante può, ma non sa come, osservare il trionfo di Cristo, tanto da doversi quasi scusare per la sua incapacità espressiva:

Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca.

Ma chi riflettesse sull’onerosa materia e sulla spalla umana che se ne fa carico, non farebbe rimproveri se sotto il suo peso vacilla: non è un piccolo tratto di mare per una piccola imbarcazione , quello che la mia coraggiosa nave sta percorrendo, né da nocchiere che si risparmi la fatica.

Franz Bayros: Illustrazione per il XXIII canto del Paradiso

Il trionfo di Cristo, così lontano dal concetto di triumphus classico, (un dux seguito da soldati), si configura come puro splendore formato dalla luminosità di tutte le anime che tutte le sovrasta. Di fronte a tale inusuale paesaggio, al Paradiso frutto della mente dantesca, del suo impegno intellettuale e conoscenza biblica e teologica, non può essere “definito”, servono comparazioni che ne danno solo una pallida immagine: il plenilunio, la folgore, immagini che possono solo evocare non rappresentare e questo ci testimonia il poeta.

Il canto prosegue con l’elevarsi di Cristo per permettere a Dante l’osservazione del trionfo della Madonna, baciata dai raggi del figlio. I beati ne cantano le lodi e un angelo (forse l’arcangelo Gabriele la incorona); quando anch’ella si librerà verso il cielo tutte le anime la seguiranno per raggiungerla nell’Emireo.

CANTO XXIV
(Cielo VIII – Stelle fisse)

Il canto inizia con la preghiera di Beatrice ai beati perché rendano partecipi il pellegrino della loro sapienza: loro infatti rappresentano un “ecclesia” di santi che danzano intorno a loro due, con maggiore o minore velocità, secondo il grado di beatitudine. Da essi si stacca l’anima di San Pietro, chiamata dalla dolce guida di Dante:

Ed ella: «O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
S’elli ama bene e bene spera e crede,
non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
dov’ ogne cosa dipinta si vede;
ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
Sì come il baccialier s’arma e non parla
fin che ’l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
così m’armava io d’ogne ragione
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?». Ond’ io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.
«La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
comincia’ io, «da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi».
E seguitai: «Come ’l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate».
Allora udi’: «Dirittamente senti,
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
E io appresso: «Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
che l’esser loro v’è in sola credenza,
sopra la qual si fonda l’alta spene;
e però di sustanza prende intenza.
E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz’ avere altra vista:
però intenza d’argomento tene».

Simone Martini: San Pietro

E lei: «O anima luminosa del grande uomo, a cui Cristo consegnò le chiavi, che portò giù sulla terra da questo luogo di gioia meravigliosa, metti alla prova questo uomo su questioni secondari ed essenziali, come credi più opportuno, sull’argomento della fede, grazie alla quale tu camminasti sulle acque. Non ti è nascosto se egli possiede la carità, la speranza e la fede, in quanto il tuo sguardo è rivolto al volto di Dio dove appare ogni verità, ma poichè questo regno ha creato i suoi cittadini attraverso l’adesione alla vera fede, è opportuno che che a lui tocchi di parlarne al fine di gloriarla». Come il baccelliere (dottorando in teologia) si prepara e non parla fino al momento in cui il professore non pone la domanda, per fornire delle argomentazioni, non per concluderla (compito del maestro), così mi preparavo io di tutte le cose da dire, mentre Beatrice parlava, per esser pronto a un tale interrogante e auna tale materia. «Di’, buon cristiano, rendi palese la tua credenza: che cos’è la fede?» Per cui io alzai il viso verso quella luce da cui uscivano queste parole; poi mi rivolsi a Beatrice, e lei mi fece cenno affinché facessi sgorgare al di fuori l’acqua dal mio interno (facessi uscire all’esterno le mie conoscenze). Cominciai: «La Grazia che mi offre la possibilità di professare la mia fede richiestami da chi ne fu il primo comandante, renda le mie argomentazioni bene espresse.» E continuai: «Come la verace penna del tuo caro fratello San Paolo, che con te indirizzò il popolo nella retta via, ha scritto, la fede è il principio fondamentale di quello che speriamo e prova delle cose che non cadono sotto i nostri sensi; e questa mi sembra essere la sua essenza». Allora sentii dirmi: «Giustamente pensi, se ben hai compreso perché san Paolo la mise prima tra le sostanze e poi tra le prove». Per cui io. «Le profonde verità che qui, in Paradiso, mi offrono la vista del loro aspetto, sono tanto inacessibili agli occhi sulla terra che la loro realtà risiede soltanto nella loro credenza, sopra la quale si fonda la nobile speranza ed è per questo prende nome di sostanza. E da questa speranza che giù in terra è necessario ragionare, senza avere altra conoscenza, per questo prende nome di argomento».

Il brano proposto metaforizza quello che in realtà era un vero e proprio esame universitario: l’alunno /Dante deve mostrare di conoscere non soltanto i termini paolini relativi alla “sostanza” e all’ “argomento”, ma anche come, attraverso la filosofia tomistica, egli ne sia entrato in possesso. E’ pur vero che è un canto dottrinale, ma la poesia è proprio in questa volontà di insegnare la verità al lettore, affinché esca dall’errore di una vita fatta di corruzione ed egoismi, e lo conduca verso la “retta via”.

San Pietro e Dante

Il canto prosegue con l’interrogatorio di San Pietro che, dopo aver appurato la conoscenza di Dante rispetto alla verità sulla fede, domanda al nostro del suo possesso, e rispostogli affermativamente, il santo gli chiede come vi è arrivato, e saputo che vi è giunto dalle Sacre Scritture, vuol sapere come mai le ritiene parola di Dio; “per i miracoli che ne seguirono”. Soltanto dopo l’ultima risposta dantesca, le anime fanno risuonare un “Lodiamo il Signore”. L’esame di San Pietro ora si fa più intenso: non le basta aver sentito parole veritiere circa la fede, vuole ora che Dante esprima la sostanza del suo credere, tanto che il canto si chiude con “Il credo” del poeta.

CANTO XXV
(Cielo VIII – Stelle fisse)

Pur essendo in Paradiso, Dante, forse perchè giunto alla piena maturità e saggezza, può guardare, senza più acrimonia, alla sua patria, con struggente nostalgia:

Se mai continga che ‘l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra
sì che m’ha fatto per più anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
dal bello ovile ov’io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello,
ritornerò poeta, ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò ‘l cappello;
però che ne la Fede, che fa conte
l’anime a Dio, qui intra’ io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte.

Se un giorno accadrà che il poema sacro, alla quale ha posto mano sia la dottrina divina sia la scienza umana, tanto che per molti mi ha logorato, vincerà l’ingiusta violenza chi mi tiene lontano dalla dolce patria dove io passai la giovane età, inviso soltanto ai malvagi, allora con maggiore fama, con capelli incanutiti, ritornerò con il nome di poeta e sulla fonte battesimale riceverò l’alloro poetico, poiché lì ricevetti la fede, che rende le anime gradite a Dio e qui san Pietro, per quella fede, ha cinto il mio capo con la sua luce.

William Blake: San Pietro incontra San Giacomo

L’esordio del canto sembra interrompere la narrazione dell’iter paradisiaco del Dante agens e soffermarsi sul Dante auctor, che, di fronte all’esser cinto sul capo da San Pietro, spera che tale atto le venga offerto dai suoi cittadini di Firenze. Non è un caso che tale passo funga da cerniera tra il canto della fede e quello di speranza; la nostalgia della patria, la maturità anagrafica e la consapevolezza di aver dato vita ad un’opera in cui ha posto mano terra e cielo, gli fa sperare che i cittadini, lasciando alle spalle il passato, lo accolgano e lo incoronino come grande poeta.

Quindi a San Pietro si unisce con letizia l’anima di san Giacomo, che si pone di fronte al poeta per il secondo interrogatorio:

«Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
sì che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò conforte,
dì quel ch’ell’ è, dì come se ne ’nfiora
la mente tua, e dì onde a te venne».
Così seguì ’l secondo lume ancora.
(…)
«Spene», diss’ io, «è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa luce;
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.
‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo».

«Dal momento in cui la grazia di Dio, il nostro imperatore, vuole che tu incontri, prima di morire, nel posto più riposto del Paradiso, i suoi dignitari, cosicchè, visto la verità di questo regn, tu possa rafforzare in te e negli altri la speranza, che in terra attira al vero amore, dimmi cosa essa sia, di come se ne abbellisce il tuo animo, e da dove ti giunge». Così continuò a parlare ancora San Giacomo (…) «La speranza è l’attesa sicura della nostra salvezza, e che giunge dalla grazia di Dio e dalle nostre azioni già acquisite. Questa verità mi giunge da molti padri; ma colui che la istillò per la prima volta nel mio cuore fu il più grande poeta di Dio (Davide, autore dei Salmi). Egli scrive nel suo canto a Dio: “Sperino in te, chi conosce il nome tuo”: e chi non lo conosce, se egli possiede la stessa fede? Tu mi instillasti (la fede nella speranza), attraverso la sua ispirazione, ed anche nella sua lettera, tanto che io ne sono così pieno, da riversare in altri la vostra grazia (pioggia)

Anche il secondo interrogatorio, come quello di San Pietro, si struttura come una vera e propria risposta teologica, ma qui è più “personale”, col sottolineare la “sua prima volta” in cui ha ricevuto il dono della seperanza e con quell’interrogativa retorica, che attenua l’elevatezza del riferimento all’autore dei Salmi, appunto.

CANTO XXVI
(Cielo VIII – Stelle fisse)

Il canto XXVI si apre con l’appatizione di San Giovanni che sottopone Dante al terzo interrogatorio, quello sulla carità. Infatti a lui si deve l’affermazione, nelle Lettere dell’apostolo, Deus caritas est. L’esame lo svolge privo della vista, perchè acceccato dalla luminosità dell’evangelista, ed è meno “impegnativo” rispetto a quello sulla fede e sulla speranza, in quanto non chiede la definizione teologica, ma a chi tale carità si rivolga. Questa è la risposta di Dante:

E io: «Per filosofici argomenti
e per l’autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me s’imprenti.
ché il bene, in quanto ben, come s’intende
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontade in sé comprende.
Dunque a l’essenza ov’è tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è che un lume di suo raggio,
più che in altra convien che si muova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
Tal vero a l’intelletto mio sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
Sternel la voce del verace autore
che dice a Moisé, di sé parlando:
‘Io ti farò vedere ogni valore’.
Sternilmi tu ancora, incominciando
l’alto preconio che grida l’arcano
ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
di qui la giù sovra ogni altro bando».

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Ed io: «Attraverso ragionamenti filosofici e dall’autorità che deriva da qui (Paradiso) tale amore di carità è naturale che sia impresso in me: perché il bene, in quanto bene, appena si prova, fa nascere il sentimento amoroso, ed è tanto più grande, quando ha in sé maggiore bontà. Perciò l’intelletto di ogni uomo in grado di distinguere la verità sulla quale si basa questa argomentazione deve di necessità volgersi con amore, piuttosto che a uno diverso, all’Essere così favorito dal fatto che ogni bene a Lui estraneo non è se non una luce riflessa del suo splendore. Questa verità la spiega alla mia mente colui (Aristotele) che mi dimostra l’esistenza di un primo amore a cui tendono tutti gli esseri immortali. Me la spiega la parola di Dio, autore delle Scritture, che dice a Mosé “Io ti farò vedere ogni cosa buona”. E me la spieghi ancora tu, col sublime manifesto che rivela più solenne di ogni altra voce, i misteri celesti là nel mondo più di ogni altro messaggio».

L’argomentazione prodotta da Dante può sorprendere perché sembra citare Aristotele a cui l’intero medioevo attribuiva (erroneamente) l’opera De causis, che faceva derivare tutte le cose da un principio. Quindi l’amore che egli prova deriva da Dio stesso. D’altra parte è proprio Giovanni che nell’incipit del suo Vangelo aveva detto “In principium erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, Deus erat Verbum.” individuando la fonte da cui tutto deriva grazie all’amore / carità dell’essere supremo.

San Giovanni apostolo

Il canto prosegue con la riconquista di Dante della vista, tanto da poter incontrare l’anima di Adamo, che racconta al pellegrino di sé, di come fu creato, di quanto tempo rimase in Purgatorio, quale sia stata la natura del suo peccato e in che lingua parlò. Da qui l’occasione per Dante di riflettere sulla lingua:

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
innanzi che a l’ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
ché nullo effetto mai razïonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale è ch’uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella.
Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.

La lingua che parlai era già del tutto sparita prima che la gente di Nembròt si fissasse all’opera destinata a rimanere incompiuta (la torre di Babele); perché nessun prodotto della ragione umana, per il gusto degli uomini che continuamente cambia, seguendo il corso dei cieli, durò mai in eterno. Fatto naturale è che l’uomo parli; ma quanto al modo, la natura lascia poi che decidere all’uomo, nel modo che vi piace. Prima che io scendessi nelle sofferenze dell’Inferno (Limbo), sulla terra il nome di Dio, sommo bene, da cui proviene la luce che mi fascia, era I; poi si chiamo El, e questo è naturale, dal momento che l’uso delle cose umane è come a quello della foglia sul ramo, che quando cade un’altra vi spunta.

Adamo di fronte a Dante

Il discorso sulla lingua dantesco in questo passo mostra una maturazione del nostro rispetto a quanto detto nel De vulgari eloquentia. “Mentre nel De vulgari è, al pari del latino, sottratto alla deperibilità del parlato in quanto prodotto divino e perciò immutabile e perfetto, il linguaggio adamitico nel Paradiso, ricondotto com’è all’iniziativa personale del parlante, rientra nelle leggi di instrinseca variabilità che presiedono ad ogni lingua. Qui, e chiaramente, si prospetta una soluzione generale al problema delle lingue antiche e moderne, si sostiene che, se è naturale che l’uomo si esprima con un sistema significante di parole, la scelta espressiva, cioè l’adozione di questa o quella lingua, è opera fatale dell’arbitrio umano. L’asserita mobilità, la caducità effimera di ogni linguaggio, spinge Adamo a rapida esemplificazione personale ed empirica: la distinzione tra i nomi con i quali Dio si chiamava nell’idioma primitivo (I) e in quello ebraico (El) gli serve per ribadire la morte della lingua adamitica, avvenuta prima della confusione babelica, e la nascita di quella ebraica, sorta dopo sulle ceneri dell’originaria e prima” (Antonio Quaglio).

CANTO XXVII
(Cielo VIII – Stelle fisse)
(Cielo IX – Primo Mobile o Cristallino)

Le anime luminose insieme a quelle di Pietro, Giacomo, Giovanni e Adamo, ora innalzano un “gloria” a Dio, a festeggiare la promozione di Dante, dopo aver superato le interrogazioni dei santi. Ma l’anima di san Pietro improvvisamente si “arrossa”, per esprimere la sua rabbia per la corruzione della Chiesa di cui lui è stato padre. In seguito tutti i beati ascendono in cielo, sparendo dallo sguardo del poeta: Beatrice chiede a Dante di gettare per l’ultima volta uno sguardo sulla terra, prima di salire al Primo Mobile o Cristallino. Beatrice, al colmo della felicità, spiega a Dante le principali caratteristiche del nono cielo, il più esterno del mondo fisico ed è quello da cui dipende il movimento e il tempo unioversale.

 

Quindi anche Beatrice rivolge un’invettiva alla corrutibilità dell’animo umano, che nasce con il naturale desiderio di bene per poi cominciare a decadere moralmente sin dall’adolescenza. Ma la stessa termina il discorso con un’espressione di speranza, perché Dio interverrà a riportare giustizia e ordine nel mondo.

 

CANTO XXVIII
(Cielo IX – Primo Mobile o Cristallino)

Il canto inizia con l’apparizione di un punto luminosissimo in cui si manifesta la divinità:

E com’io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume
quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che il viso ch’egli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
e quale stella par quinci più poca,
partrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si colloca
.

E come mi girai ed il mio sguardo fu colpito da quello che appariva in quel cielo, ogni volta che si osservi a fondo il suo movimento circolare, vidi un punto che emetteva una luce così intensa, che è necessario che l’occhio che esso illumina si chiuda a causa della grande intensità di quella; ed ogni stella che dalla terra appare più piccola, sembrerebbe grande coma la luna, vicino a quel punto come se si collocasse una dstella vicina a un’altra.

La divinità è circondata da nove cerchi angelici, illustrati a Dante da Beatrice:

E quella che vedëa i pensier dubi
ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
Così veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.
Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che ’l primo ternaro terminonno;
e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.
Quinci si può veder come si fonda
l’esser beato ne l’atto che vede,
non in quel ch’ama, che poscia seconda;
e del vedere è misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.
L’altro ternaro, che così germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno Arïete non dispoglia,
perpetüalemente ’Osanna’ sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde s’interna.
In essa gerarcia son l’altre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l’ordine terzo di Podestadi èe.
Poscia ne’ due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
E Dïonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’ io.
Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.
E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri».

E Beatrice, colei che leggeva nel mio pensiero i miei dubbi, mi disse: «I primi due cerchi luminosi ti hanno mostrato i Serafini e i Cherubini. Essi seguono così velocemente i loro legami per poter identificarsi a Dio quanto più possono, e lo possono in quanto sono perfetti nella loro visione di Dio. Gli spiriti che girano intorno a loro si chiamano Troni di Dio e loro furono posti a chiudere la prima triplice gerarchia celeste. Devi apprendere che tutti costoro hanno la loro felicità quanto si profonda la loro visione in Dio, verità in cui ogni mente trova pace. Da questo si può comprendere come la beatutudine si basa sulla visione e non sull’amore, che la segue; e la misura della capacità di vedere il merito che la Grazia e la buona volontà generano: così si accresce in beatitudine. L’altra gerarchia formata da tre cori angelici, che fiorisce rigogliosa in questa eterna primavera celeste che non c’è autunno che possa far appassire, canta in eterno Osanna con tre melodie, che risuonano in tre cori angelici in cui essi si compongono. In questa gerarchia ci sono altri divinità angeliche: prima le Dominazioni, poi le Virtù ed il terzo ordine è quello delle Potestà. Poi nel terzultimo e penultimo ordine ruotano con tripudio i Principati e gli Arcangeli; l’ultimo cerchio è composto da angeli festanti. Tutti questi ordini angelici tendono verso Dio e verso il basso esercitano la loro influenza affinché tutti vengano attirati e attirino loro stessi verso Dio. E Dionigi l’Areopagita con grande desiderio si mise a contemplare tali gerarchie angeliche dando loro nome, così come io te li ho riportati. Ma Gregorio Magno in seguito dissentì da lui, per cui, non appena si rese conto qui in Paradiso del suo errore, sorrise di se stesso. E non voglio che tu ti ammiri che un uomo mortale nel mondo terreno poté annunciare una verità tanto sublime, poiché glielo rivelò San Paolo, che vide qui in cielo insieme a tante altre sfere celesti.  

“Dionigi Areopagita è figura di grande spicco nella trasmissione del sapere antico e nella costituzione della teologia cristiana. Convertito  da San Paolo nel 52, fu poi vescovo di Atene e morì nel 95. Gli vennero attribuite molte opere, tra cui la più frequentata, anche da da Dante, è il De coelesti hierarchia, ma oggi si sa bene che sono tutte apocrife e che furono stese nel V secolo da un neoplatonico. E infatti le teorie dello pseudo-Dionigi sono una combinazione di neoplatonismo e di cristianesimo, cioè di emanatismo, secondo il quale Dio si manifesta nell’universo e tutto l’universo tende a ritornare a lui, e di creazionismo, per cui l’universo è opera diretta e istantanea di Dio. Gran parte della teologia tardoantica e medievale si era aggirata su questi temi, che giungono a penetrare anche la cultura protorinascimentale, anche se allora tutto ciò sarà complessivamente a contatto con motivi addirittura contrari.” (Riccardo Scrivano) 

CANTO XXIX
(Cielo IX – Primo Mobile o Cristallino)

Quasi come in un dittico, prosegue la spiegazione sull’angelologia di Beatrice. Dopo aver illustrato a Dante la loro il loro ordine e la loro gerarchia, ora la bella guida gli spiega l’ubi ed il quando della creazione, che chiaramente non avviene perché Dio avesse bisogno della loro creazione per sentirsi maggiormante perfetto, in quanto la perfezione è parte della sua essenza divina, ma dalla gratuita espansione de suo essere, con cui loro stessi possono dire subsisto (io esisto). Dio crea tutto: la forma (le pure intelligenze angeliche), la materia (la materia prima del mondo sublunare) e la sussistenza di intelligenza e materia che sono i cieli. Non è lecito chiedersi cosa vi era prima, perchè il prima non esisteva non esistendo il tempo. Quindi Beatrice parla della ribellione di Lucifero, ma solo per dirci che, contrariamente a lui, ci sono angeli buoni. Questi non hanno memoria, perchè contemplano tutto nell’eterno presente della luce divina. Il canto si conclude con la critica piuttosto puntuta contro chi, predicando in modo errato e non seguendo le Sacre Scritture disvia dalla verità e chi, per conquistare numerosi uditori per ottenere indulgenze, riempe le sue prediche di “ciance” e “motti”.

 

  CANTO XXX
(Cielo IX - Primo Mobile o Cristallino)

(Cielo X - Empireo)

Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano,
quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.
Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
La bellezza ch’io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso;
ma or convien che mio seguir desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l’ultimo suo ciascuno artista.
Cotal qual io la lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando,
con atto e voce di spedito duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
luce intellettüal, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
Qui vederai l’una e l’altra milizia
di paradiso, e l’una in quelli aspetti
che tu vedrai a l’ultima giustizia».

Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,
così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.
«Sempre l’amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».
Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute;
e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
poi, come inebrïate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
«L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
d’aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;
ma di quest’ acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.
Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.
Non che da sé sian queste cose acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».
Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua,
come fec’ io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli;
e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.
Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,
così mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.
O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
E se l’infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie!
La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,
qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ’l convento de le bianche stole!
Vedi nostra città quant’ ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.
E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che già v’è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
sederà l’alma, che fia giù agosta,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta.
La cieca cupidigia che v’ammalia
simili fatti v’ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.
Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; ch’el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,
e farà quel d’Alagna intrar più giuso».

In un luogo distante circa seimila miglia (da questo) arde il mezzogiorno e in esso la terra proietta già il cono d’ombra quasi all’altezza del nostro orizzonte , quando l’atmosfera del cielo, alta sopra di noi comincia a farsi tale che qualche stella comincia a esser visibile fin quaggiù sulla terra, e via via che l’aurora avanza, luminosa ancella del Sole, progressivamente il cielo sembra nascondere le sue stelle, sino alla più luminosa. Non diversamente i cori degli angeli che in eterno tripudiano intorno al punto dalla cui luce fui sopraffatto, che circondano e sono al contempo circondati, a poco a poco svanirono dalla mia vista: per cui il non vedere nulla e l’affetto mi spinsero a rivolgere gli occhi verso Beatrice. Se si potesse concetrare tutto in un’unica espressione di lode, questa sarebbe inadeguata ad esaurire tale compito. La bellezza che io vidi va al di là delle nostre capacità umane, ma solo Dio creatore può gioirne appieno. Mi dichiaro vinto da questo passaggio del mio poema, più che mai poeta comico o tragico si sentisse sovrastato da qualche punto del tema assunto a oggetto della sua poesia, perché come la luce del sole batte su occhi traballanti, alòlo stesso modo il sorriso di Beatrice fa venir meno il mio intelletto a me stesso. Dal giorno in cui vidi il suo viso nella vita terrena, sino a questa visione, non sono stato impedito dal seguire precisamente il mio canto, ma ora è inevitabile che il mio poetare venga meno nel seguire la sua bellezza, come ciascun poeta quando arriva al limite della sua capacità espressiva. Così, rispetto al mio fare poetico, che sta portando a termine l’ardua impresa,  l’affido a poeta in grado di poterla cantare nel modo in cui, con atteggiamento e parole di sicura guida riniziò a dirmi: «Noi siamo usciti fuori dal Primo Mobile verso il cielo che è pura luce: luce intellettuale (non fisica), piena d’amore, amore del vero bene, che infonde pienezza di gioia, gioia che sovrasta ogni dolcezza. Qui vedrai i beati e gli angeli del Paradiso ed i primi con l’aspetto che prenderanno nel giorno del giudizio universale». Come un lampo improvviso che disperda sin da subito la capacità visiva, privando l’occhio dal cogliere oggetti diventati troppo intensi per lui, così una luce intensa mi circondò col suo splendore e mi lasciò fasciato da talò luminosità da non poter veder nulla. «La carità di Dio, che riempie della sua pace questo cielo, accoglie vsempre in sé chi vi entri con un siffatto saluto, affinché l’anima possa ricevere il suo ardore, come una candela la fiamma». Queste poche parole non mi giunsero più velocemente di quanto io compresi di quanto di sollevarmi al di sopra delle mie capacità, e ripresi a vedere con una più accentuata capacità visiva tale che non vi è luce così fulgenre che i miei occhi non potessero osservare; e vidi una luce riplendente di fulgore che scorreva tra due rive adorne di mirabile fioritura primaverile. Da tale fiume emergevano faville vive che si posavano sui fiori come rubini incastonati nell’oro, poi, come inebriate dal profumo, si rigettavano nel fiume e mentre esse si immergevano altre sgorgavano all’esterno. «Il grande desiderio che ora arde in te e ti stimola, di sapere cos’è ciò che vedi, tanto mi piace quanto più cresce d’intensità; ma è necessario che tu beva quest’acqua, prima che la sete (il tuo desiderio) possa essere saziata», così mi disse la luce degli occhi miei. E quindi aggiunse: «Il fiume e le faville splendenti come pietre preziose che entrano eed escono nell’acqua del fiume, costituiscono velate prefigurazioni del loro autentico essere. Non perchè tali cose siano imperfette, ma per ancora tua incapacità, che non possiedi occhi così potenti». Non vi è bambino che corra velocemente verso la mammella materna se si sveglia un po’ più tardi del solito, di quanto feci io, per rendere i miei occhi più efficaci, chinandomi sull’acqua del fiume che scorre perché ci si renda migliori, e come gli occhi miei bevvero di quell’acqua, mi parve che il fiume da lungo diventasse circolare (allagasse l’intero spazio). Poi come persone sotto la maschera, diverse da come sembrano essere, se si svestono di essa, allo stesso modo i fiori e le faville si trasformarono in uno spettacolo ancora più festante, in quanto eserciti di Dio. Oh, splendore di Dio, grazie al quale potei osservare l’alto trionfo dell’autentico regno, dammi la forza affinché affinché rioesca a descriverlo così come lo vidi! Luce è lassù che rende visibile il Creatore a colui che nel contemplarlo trova il suo appagamento.  Questa luce si estende in forma circolare tanto che la siua circonferenza sarebbe troppo grande a contenere il sole. L’insieme di tale luminosità deriva da un unico raggio proveniente da Dio che si riflette sulla superficie esterna del Primo Mobile, ricevendo così la vita e la forza, tali da essere trasmessi ai cieli inferiori. E come un pendio che si riflette in uno specchio d’acqua ai suoi piedi , quasi per compiacersi della sua bellezza quando, in primavera, è verde e ricco di fiori , così allo stesso modo vidi tutte le anime beate, stando sopra tutt’intorno a quella luce, rispecchiarsi in essa disposti in innumerevoli gradini. E se l’ultimo gradino contiene una tale quantità di luce, quanta ne accoglie nei petali più lontani dalla luce, quindi più estesi! La mia capacità visiva non si smarriva per la vastità e la profondità, ma riusciva a cogliere la quantità e la qualità di quella beatitudine. Nell’Empireo il concetto di lontananza e vicinanza non hanno valore, perché dove Dio governa senza altro mezzo, le leggi fisiche non contano. Nel giallo (luogo degli stami e dei pistilli) della candida rosa che si distende progressivamente amplisandosi ed emana un profumo di lode al Signore, come persona che non dice ma desidera, mi condusse Beatrice e disse: «Osserva quanto è numerosa la riunione dei beati! Guarda la nostra città per quanto si estende; osserva i seggi come sono pieni, c he poca gente manca a riempirli. Ed in quel gran seggio su cui hai posto gli occhi, su cui è posta la corona imperiale, prima che tu ti sieda a questo banchetto di felicità eterna (prima della tua morte) si poserà l’anima che sarà nel mondo Augusta (imperiale) del nobile Arrigo, che giungerà in Italia per riportarla sulla retta via, prima di quanto essa sia preparata ad accoglierlo. La sordida avarizia che vi strega vi ha reso simili ad un infante che piuttosto muore di fame, pur di scacciare la balia. E in quel tempo sarà a capo della Chiesa un tale (Clemente V) che apertamente e nascostamente si distaccherà dal suo cammino. Ma Dio lo sopporterà poco a capo della Chiesa, tanto da essere gettato nel profondo là dove paga il suo peccato di simonia Niccolò III, facendo sprofondare più in basso Bonifacio VIII». 

Con questo canto Dante entra nel Paradiso vero e proprio, uscendo da quel luogo fisico che ancora il Primo mobile rappresentava. E lo fa attraverso la “difficile” descrizione di ciò che la sua vista può permettergli di ammirare: cioè, per meglio dire, della capacità visiva che, grazie a Dio, fuori da quella umana, consentirà a lui di osservare la “verità” che solo gli angeli e i beati “conoscono perchè la vivono”. Tale facoltà visiva, tuttavia, sembra contrastare con la capacità della parola: tanto aumenta l’una quanto diminuisce l’altra. Infatti dapprima riesce a percepire l’allontanamento degli angeli, lasciando il cielo vuoto, a preparare un nuovo spettacolo; quando si rivolge a Beatrice affinché possa illustrare ciò che accade, la sua bellezza o la sua essenza divina è talmente forte da non poter trovare parole umane che la possano rappresentare; riappare, cioè il topos dell’ineffabile. E questo accade anche quando, dopo un momentaneo accecamento, riacquisendo la facoltà visiva, si trova di fronte ad un lago di luce in cui ciò che era si trasformerà in ciò che sarà per sempre. Infatti Beatrice gli rivelerà che lui sta assistendo a ciò che avverrà il giorno del giudizio universale, quando corpo e anima si riuniranno a cantare le lodi del Signore. Dopo tanta ineffabile poesia, dopo essere stati invasi da immagini che rimandavano alla luce, allo splendore, a raggi riflessi, non poteva mancare un “accenno” a chi parteciperà a tale esplosione di gioia e luce e a chi ne sarà escluso: torna la storia, l’urgenza politica e Clemente V e Arrigo VII riceveranno da Dio pena e gloria, ma nella realtà tale esito non avrà effetti.

CANTO XXXI
(Cielo X – Empireo)

Il canto esprime l’estasi con cui Dante osserva la candida rosa. Angeli, con ali dorate, che vanno e tornano dagli eletti a Dio, comunicando pace e carità. Lo sguardo del poeta è rapito ed estasiato, e per fare in modo che il lettore possa partecipare a ciò che anche per lui è ineffabile, etereo, puro nel suo splendore, ricorre ad esempi umili, come quello dell’uomo dei paesi del nord che prova meraviglia di fronte allo splendore della città eterna, o di un pellegrino che si ritrova nel santuario che aveva deciso di visitare. Allo stesso lui, muto e stupefatto di fronte all’eccezionale spettacolo che Dio gli offre, volge lo sguardo per chiedere a Beatrice, lei non c’è più:

Uno intendëa, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.
Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.
E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.
Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi sù nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro».
Sanza risponder, li occhi sù levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.
Da quella regïon che più sù tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto lì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, ché süa effige
non discendëa a me per mezzo mista.
«O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant’ i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».
Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.

Pensavo di rivolgermi ad una persona e mi rispose un’altra: credevo di vedere Beatrice e vidi un vecchio vestito come un beato. Era diffusa negli occhi e nel volto una amorevole gioia, nell’atto caritatevole come dev’essere un tenero padre. E subito io gli domandai: «Dov’è lei?» E lui: «A terminare il tuo desiderio, Beatrice mi ha fatto venire qui dal posto in cui ero, e se guardi in alto nel gradino più alto , tu potrai vederla nel seggio che i suoi meriti le hanno destinato». Senza rispondergli, volsi lo sguardo e la vidi che si circondava di un’aureola di luce riflettendo i raggi di luce divina. Da quella zona del cielo in cui più in alto risuonano i tuoni non è lontana la vista di nessun uomo, neanche di quello che più s’immerge nel mare, tanto quanto distava la mia da Beatrice in quel luogo, ma questo non aveva effetto, giacché la sua immagine non mi raggiungeva offuscata da elementi fisici. «O donna, per la quale si rafforza la mia speranza, e che hai sopportato di lasciare le tue impronte nel luogo infernale per la mnia salvezza, di tutte le cose che ho vedute, riconosco che la Grazia e la Virtù sono derivate dalla tua forza e dalla tua bontà. Tu da servo mi hai portato alla libertà per tutte quelle vie e con tutti i mezzi di cui tu possedevi il potere. Conserva in me la tua magnificenza, di modo che l’anima mia che hai reso pura, si separi dal corpo a te gradita». Così pregai, e Beatrice da tanto lontana come appariva, sorrise e mi guardò, quindi si rivolse a Dio, fonte infinita di grazia. 

L’assenza improvvisa di Beatrice e al suo posto l’apparizione di un vecchio, non produce su Dante lo sesso effetto che ebbe la scomparsa, anch’essa improvvisa di Virgilio, in quanto essa dà al nostro soltanto una sensazione di vuoto, che si colma subito vedendola divisa da uno spazio inesistente, seduta circondata dal raggio di Dio. Solo ora si innalza una preghiera che sembra portare a compimento ciò che nella Vita nuova “Apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei”. E sembra che la preghiera in suo onore sia la degna chiusura di un rapporto, con un cambio pronominale che la rende più vicina in quanto è proprio grazie a lei che egli ora è giunto da “schiavo” a “libero”. E dopo averlo ringraziato, Beatrice si allontana da lui, rivolgendosi a Dio. Nel volgere lo sguardo verso il Signore, la donna prediletta si allontana definitivamente con un congedo che equivale a un addio.

Il “sene” è San Bernardo di Chiaravalle. Egli è scelto da Dante per due motivi: la ripresa della sua visione mistica con angeli e beati in mezzo ai fiori nel suo De diligendo Deo, dall’altra nel suo essere devoto in particolar modo a Maria, come attesta in altri scritti. La sua opera e il suo ruolo ebbero molta fama nel Mediovo come promotore della seconda crociata, consigliere di papi, critico verso il razionalismo di Abelardo, ma soprattutto per il suo rigoroso ascetismo.

Sarà san Bernardo che chiederà a Dante di sollevare lo sguardo per osservare là dove sedeva Maria Vergine il cui splendore vinceva quello dell’ultimo gradino. Intorno a lei gli angeli facevano festa che ricevevano a loro volta il suo splendore. Il santo visto che il suo nuovo discepolo guardava con occhi ardenti lo splendore di Maria, rivolse anch’egli gli occhi alla Madonna.

CANTO XXXII
(Cielo X – Empireo)

In questo canto San Bernardo si fa precettore ed illustra l’Empireo a Dante. Vi è un anima ritta ai piedi di Maria, è Eva; quindi da una parte donne antiche sia bibliche che ebree, dall’altra in modo corrispondente uomini; queste anime sono ulteriormente divise tra coloro che credettero in Cristo venturo e in Cristo venuto. Inoltre al centro di questo empireo a forma sia di petali che di anfiteatro vi sono i bimbi morti in grazia di Dio, pur non avendo potuto esercitare il libero arbitrio. Infanti tutti loro hanno ricevuto una forma di “battesimo” a seconda il periodo in cui nacquero. Al tempo di Adamo ed Eva bastava seguire la fede genitoriale; da Abramo a Gesù fu necessaria la circoncisione e quindi dopo l’arrivo di Gesù il battesimo. Quindi come se ci trovassimo in una corte medievale, Bernardo illustra coloro che sono più vicini a Dio. Ma nel frattempo invita il pellegrino a prepararsi per la visione finale di Dio.

Paradiso 32 – Digital Dante

CANTO XXXIII
(Cielo X – Empireo)

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.
E io ch’al fine di tutt’ i disii
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ’poco’.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

«Vergine madre, figlia di tuo figlio, la più umile e la più nobile di ogni essere creato, fine e scopo predestinati del volere divino, tu sei colei che hai talmente nobilitato l’intera umanità, che il suo creatore non rifiutò di diventar creatura. Nel tuo seno si accese nuovamente l’amore di Dio per l’uomo (interrotto dopo il peccato originale) grazie al calore del quale è germinato questo fiore dei beati. Qui sei per noi (angeli e beati) fiaccola di carità e giù, tra i mortali, sei perenne fontana di speranza. Signora, sei così grande e di così grande virtù, che chiunque desidera Dio e non si rivolge a te, il suo desiderio è destinato a fallire. La tua volontà di bene non solo corre in soccorso a chi lo chiede, ma spesso previene spontaneamente la domanda. In te misericordia, in te disposizione al bene, in te magnificenza, in te si raccoglie tutto ciò che di virtuoso c’è in un essere creato. Ora costui, che dal punto più basso dell’universo (l’inferno) ha fino qui visto gli stati delle anime nelle vita ultraterrena, ti supplica, per grazia, tanta virtù affinché possa elevarsi più in alto verso l’estrema salvezza. Ed io, che mai arsi di più per vedere Dio di quanto faccia per lui, ti porgo tutte le mie preghiere, e prego che non siano insufficienti, affinché tu con le tue preghiere lo liberi da ogni tenebra della sua natura mortale, di modo che Dio si sveli integralmente di fronte alla sua presenza. Ti prego ancora, o madre regina, che puoi realizzare ciò che vuoi che, dopo tale vista, lui conservi puri i suoi sentimenti. Vinca la tua protezione le sue passioni terrene, vedi come Beatrice, insieme a tanti beati, congiunga le mani alla mia preghiera». Gli occhi della Vergine, amati e venerati dallo stesso Dio, rivolti verso l’oratore, ci dimostrarono quanto siano a lei gradite le devote preghiere; quindi si rivolsero direttamente verso Dio, in cui non bisogna credere che si possa guardare in modo così chiaro (come quelli della Madonna) da parte di quasiasi altro essere creato (beati ed angeli). Ed io che mi avvicinavo al termine di tutti i miei desideri, così come doveva essere, sentii in me il massimo ardore di tale desiderio. Bernardo mi faceva segno, e sorrideva, per farmi guardar in alto, ma io già lo facevo di mia iniziativa: perché la mia capacità visiva, acquisendo chiarezza, penetrava via via con maggior forza dentro il raggio della profonda luce che per la sua essenza è veritiera. Da qui in poi il mio vedere fu maggiore di quanto la mia parola possa mostrare, che non regge di fronte ad un oggetto che eccede la possibilità per una visione a cui anche la stessa facoltà del ricordo si arrende. Come accade a colui che sogna e che, dopo il sogno, rimane impressa la sensazione di esso, ma non le immagini, allo stesso modo sono ora io, in quanto è svanito l’oggetto della mia visione, ma ancora permane nel mio animo una stilla della dolcezza scesa da quella visione. Così la neve si scioglie al sole, così la sentenza della Sibilla si perdeva nelle foglie colpite dal vento. O somma luce che così in alto ti sollevi dai pensieri umani, ridona un po’ alla mia mente come mi apparisti, e rendi la mia lingua tanto potente di modo che possa lasciare ai lettori futuri solamente una favilla della tua gloria; perché se ritornerà anche solo una piccola parte del mio ricordo e risuonerà parzialmente nei miei versi (ciò che io vidi) gli uomini comprenderanno meglio la tua sublime eccellenza. Io credo, per l’intensità del raggio luminoso che mi colpì, che sarei perduto (rimasto abbagliato) se avessi allontanato gli occhi da lui. E mi ricordo che appunto per questo motivo osai con maggior coraggio persistere a sopportare quell’intenso splendore, al punto da congiungere il mio sguardo con la divina essenza. Oh generosa grazia divina per merito della quale io ardii spingere lo sguardo attraverso la luce di Dio, tanto che vi impegai l’intera mia capacità visiva! Nella profondità delll’essenza divina vidi internarsi riunito con amore in un solo legame in un tutt’uno tutto quello che nell’universo appare distinto: le realtà che esistono per se stesse e il modo in cui esplicano la loro essenza e le loro reciproche relazioni, come intimamente compenetrati, di modo che il io modo di rappresentarlo è appena un piccolo barlume del vero. Il principio primo di tale compenetrazione credo di averlo visto, perché solo nell’affermarlo mi sento pieno di gioia. Un solo istante della visione è causa di maggiore oblio che venticinque secoli per l’impresa che fece stupire Nettuno nel vedere l’ombra della nave Argo. Allo stesso modo la mia mente, tutta assorta, guardava fissa, ferma e concentrata e sempre cresceva l’ardore della contemplazione. Sotto l’effetto di una luce così ci si diventa, che è impossibile assentire di volgere lo sguardo per un altro oggetto; per il fatto che il bene, che è oggetto della volontà, si raccoglie completamente in essa e quello che in questa luce (in lei) è perfetto, è imperfetto fuori di lei. Ormai sarà più inadeguato il mio dire, rispetto a ciò che costituisce il mio ricordo, di quanto un bimbo che suggelli ancora il latte da una mammella. Non perché vi fosse più di un solo aspetto nella luce vivida di Dio che io contemplavo, che anzi è eternamente tale e quale è sempre stata; ma a causa della mia facoltà visiva che in me s’accresceva di potenza mediante la contemplazione, una sola immagine, mutandomi io, si trasformava di fronte al mio sguardo. Nella profonda e luminosa essenza mi apparevero tre cerchi rotanti di tre colori e di una stessa dimensione; ed il secondo di questi pareva riflesso dal primo, come un arcobaleno si raddoppia da un altro, mentre il terzo sembrava un giro di fuoco che venisse alimentato dai primi due in pari misura (figura in cui si rivela la Trinità Padre Figlio e Spirito Santo). Oh quanto è inadeguato il mio dire e come è incolore il concetto rispetto a quello che della visione ho inteso e ciò, a paragone di quanto ho veduto è di tal misura che non è sufficiente affermare che è poco. O luce eterna che stai in te sola, sola ti comprendi (Padre) e intesa da te e intendendo te (Figlio) gioisci d’amore (Spirito Santo). Quel cerchio che in te appariva generato quale luce riflessa, osservato attentamente dal mio sguardo per un certo periodo, mi sembrava effigiato della nostra stessa natura umana: per cui il mio viso si era tutto affissato in lei. Come il matematico che si concentra con tutte le capacità intellettuali nel tentativo di trovare la quadratura del cerchio, ma non riesce a rinvenire, pur arrovellandosi strenuamente, il principio matematico risolutore del quale ha bisogno, allo stesso modo ero io di fronte a quella nuova visione: volevo vedere come la figura umana poteva adattarsi alla forma del cerchio e come in essa si collochi; ma le mie forze intellettuiali non erano sufficienti per svelare il mistero: ed ecco che la mia mente fu colpita da un lampo di luce; grazie al quale il suo desiderio fu esaudito. Alla mia forza immaginativa che si era sollevata così in alto, venne meno a questo punto la forza: ma già Dio, sommo amore che fa girare il sole e le altre stelle, faceva già girare il mio desiderio e la mia volontà, imprimendo in esse lo stesso movimento.  

E’ questo non solo il canto con cui si chiude la cantica del Paradiso, ma quello che conclude l’intera Comedìa. Era stato Virgilio a promettere a Dante (altro viaggio, dirà nel I canto infernale) che egli sarebbe stato tra le beati genti, guidato da Beatrice, ma soprattutto come nel II canto sarà la Vergine Maria a sollecitare Beatrice affinchè vada in soccorso a colui che per lei uscì dalla volgare schiera. Ed è proprio dalla Vergine Maria, a cui Bernardo nel canto precedente aveva invitato Dante a rivolgere lo sguardo, che prende avvio il canto, con una preghiera umanissima, in cui si sottolinea la gioia provata da Lei nel beneficare e quindi Le chiede di intercedere affinché il pellegrino possa ora trovare compimento al suo viaggio osservando la Dei imago. 

Da questo punto in poi la Commedia diventa un racconto in cui il Dante auctor cerca di ricordare ciò che il Dante agens ha vissuto, ma di tale elevatezza che il Dante “odierno” rammenta appena un’ombra, ma che neppure essa può essere rappresentata dalla limitatezza della parola umana. Il topos secondo cui il trasumanar significar per verba non si poria si alterna ad una descrizione iperbolica in cui alla luce accecante segue una descrizione – in linea con l’ortodossia cattolica – della trinità rappresentata con la visione di tre cerchi. Ed è proprio all’interno di essi che si verifica la metamorfosi in cui s’inscrive l’incarnazione divina nell’uomo: ma ciò che egli intuisce non può essere vissuto umanamente, in quanto egli ha provato l’excessus mentis o meglio una visione mistica in cui si è trovato in armonia con il creatore e le cose create.  

 
 

DIVINA COMMEDIA: PURGATORIO

Il Purgatorio viene scritto tra il 1306 e il 1312, quando Dante, già in esilio, trascorre questi primi anni, in Toscana, quindi un probabile viaggio dapprima a Parigi, quindi a Genova, infine a Milano, dove sembra abbia incontrato Arrigo VII, e quindi a Verona, da Cangrande Della Scala, dove viene ipotizzato che il poeta concludesse la seconda parte del poema e che cominciò a circolare dal 1315.

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Il Purgatorio dantesco è soprattutto una sua invenzione: non che lo stesso luogo non fosse stato, seppur piuttosto recentemente, inserito all’interno del dogma ecclesiastico, ma la sua struttura viene immaginata alla luce della visione oltremondana dantesca in cui la terra spostata dalla caduta di Lucifero formerà nell’emisfero australe una montagna al cui vertice si trova l’Eden, il paradiso perduto dall’uomo, caduto nel peccato.

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Il purgatorio

Canto I
Antipurgatorio

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!
Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
là onde ’l Carro già era sparito,
vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.
Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
«Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss’el, movendo quelle oneste piume.
«Chi v’ ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?
Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?».
Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.
Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.
Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.
Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.
Com’io l’ ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti
di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni».
«Marzïa piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,
«che quante grazie volse da me, fei.
Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.
Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.
Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.
Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:
null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.
Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita».
Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi».
L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,
porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse.

Illustrazione per il primo canto del Purgatorio

Per solcare acque migliori, per trattare argomenti più elevati, innalza adesso le proprie vele la nave del mio intelletto, lasciandosi alle spalle quel mare tanto spaventoso dell’Inferno; canterò quindi di quel secondo regno, del mondo dell’aldilà, nel quale le anime umane si purificano dalle proprie colpe per poter diventare meritevoli di salire al cielo, in Paradiso. Per fare ciò, possa la mia poesia risorgere, innalzarsi di nuovo, oh sante Muse, poiché appartengo a voi; e possa ora avere nuova forza il potere di Calliope, Musa della poesia epica, così che possa accompagnare il mio canto con lo stesso suono con cui sconfisse la superbia delle Piche, infliggendo loro un colpo tale che esse persero la speranza di poter ottenere il perdono. Un azzurro delicato, simile a quello degli zaffiri d’oriente, che si diffondeva nella serenità dell’atmosfera, puro fino al lontano orizzonte, diede nuovamente ai miei occhi la gioia della vista, non appena potei uscire da quell’aria intrisa di morte che mi aveva riempito occhi e cuore di tristezza ed angoscia. Il bel pianeta, Venere, che ci spinge ad amare, faceva risplendere tutta la parte orientale del cielo, mettendo in secondo piano, con la propria luce, la costellazione dei pesci, a lui vicina. Mi voltai verso destra e rivolsi l’attenzione all’altro emisfero, e vidi quindi quattro stelle mai viste da uomo ad eccezione dei primi, Adamo ed Eva. Il cielo sembrava gioire della loro luce: oh povero emisfero settentrionale, che non hai la possibilità di ammirare la bellezza di quelle stelle! Non appena distolsi la mia attenzione da loro, volgendo un poco il mio sguardo verso l’altro emisfero, là dove la costellazione del Carro, l’Orsa Maggiore, era ormai sparita sotto l’orizzonte, vidi accanto a me un vecchio, solo, dall’aspetto meritevole di tanto riverenza, di tanto profondo rispetto, che di più non ne deve un figlio al proprio padre. Aveva una lunga barba, bianca in alcuni punti, simile ai suoi capelli, che cadevano sul suo petto divisi in due parti. I raggi luminosi delle quattro stelle sante, facevano risplendere il suo viso tanto da rendermelo visibile come se fossimo stati in pieno giorno. «Chi siete voi che, percorrendo la riva del fiume sotterraneo a ritroso, siete scappati fuori dalla prigione eterna dell’Inferno?» chiese il vecchio, scuotendo la barba e la chioma. «Chi vi ha guidati, o cosa vi ha illuminato la strada, nel cammino per uscire dalla notte profonda, che oscura in eterno la grotta dell’inferno? Le leggi dell’Inferno sono state infrante? Oppure è cambiata la legge in paradiso, e voi anime dannate potete ora raggiungere queste grotte?» Il mio maestro a quella vista ed a quelle parole, mi afferrò, e con parole, gesti e cenni mi fece inginocchiare ed assumere una posizione di riverenza. Quindi rispose lui a quel vecchio: «Non sono giunto fin qui per mia iniziativa, una donna, Beatrice, scese dal cielo ed ascoltate le sue preghiere andai in soccorso di costui. Ma dal momento che vuoi che venga meglio spiegata la nostra condizione, come è nella realtà, non può il mio volere andare contro al tuo. Costui, Dante, non ha ancora visto la sua ultima sera, è vivo; ma a causa della sua follia, della sua arroganza intellettuale, fu tanto vicino alla morte, che mancava molto poco prima che gli capitasse. Come ti ho già detto, fui mandato da lui per salvarlo; e per fare ciò non esisteva altra via se non quella lungo la quale mi sono incamminato. Gli ho mostrato tutte le anime dannate; ed ora ho intenzione di mostrargli quegli spiriti che si purificano dei propri peccati sotto il tuo controllo. Come sono riuscito a condurlo attraverso l’Inferno, sarebbe lungo da raccontare; dal Cielo arriva una forza che mi ha aiutato a condurlo qui a vedere la tua persona e ad ascoltare le tue parole. Ti sia quindi cortesemente gratido il suo arrivo: Dante è alla ricerca della libertà, tanto cara, preziosa, come bene lo sa che per lei rifiuta la propria vita. Tu questo lo sai bene, poiché in nome della libertà non ti fu mai amaro andare incontro alla morte in Utica,  là dove lasciati quel corpo che tanto risplenderà nel giorno del giudizio. Non abbiamo infranto le eterne leggi divine, poiché costui è ancora vivo ed io non sono soggetto alle leggi infernali di Minosse; ma mi trovo invece nel Limbo, quel cerchio dove si trovano anche gli occhi casti della tua cara Marzia, che sembra tanto pregare, o santo cuore, perché tu possa ancora considerarla tua moglie: in nome dell’amore che ti lega a lei, esaudisci quindi le nostre richieste. Lasciaci andare per le sette cornici di cui sei custode; ed io riporterò a lei la mia gratitudine nei tuoi confronti, se desideri essere menzionato laggiù nell’Inferno.» »«La vista di Marzia fu tanto gradita ai miei occhi, tanto l’amai, fintanto che vissi», disse allora Catone, «che feci per lei qualunque cosa le fosse gradita. Ma ora che si trova, per l’eternità, al di là del fiume infernale, le sue richieste non possono smuovermi più, per quella legge divina che fu istituita quanto lasciai il Limbo. Ma se una donna del cielo ti spinge nel lungo viaggio e ti guida, come tu mi hai detto, non c’è bisogno allora di adularmi: basta soltanto che tu mi chiedi il permesso in nome suo. Procedi pure oltre, ma curati di cingere la vita di costui con un giunco liscio e di lavargli il viso, così che possa essere ripulito da ogni sporcizia; poiché non sarebbe opportuno che, con gli occhi offuscati da qualche velo, si presentasse al cospetto del primo ministro di Dio, uno degli angeli del Paradiso. Nei punti più bassi delle spiagge intorno a questa isoletta, laggiù dove si infrangono le onde del mare, potete trovare dei giunchi cresciuti sull’umida sabbia: nessuna altra pianta che produca fronde o che diventi legnosa, indurendosi, può vivere in quei punti, poiché non è in grado di piegarsi alle continue percosse delle onde, assecondandole. Dopo aver fatto ciò, non riprendete il vostro cammino da qua; il sole, che sta ormai per sorgere, vi mostrerà un via meno ripida da cui poter scalare il monte». Detto questo, scomparve; ed io mi alzai in piedi senza dire nulla, mi andai vicino alla mia guida ed il mio sguardo rivolsi a lui. Virgilio incominciò a dire: «Figliolo, segui i miei passi: torniamo indietro, perché da questa parte questa pianura scende di livello fino ai suoi punti più bassi.» L’alba incominciava ad avere la meglio sull’ultima ora della notte, che oramai fuggiva di fronte a lei, così che da lontano, grazie alla luce, potei riconoscere il luccichio tremolante del mare. Procedevamo lungo quella pianura deserta come chi ritorna alla strada che aveva perduto e sente di procedere inutilmente finché non l’ha raggiunta. Quando arrivammo a Nord dell’isola, là dove la rugiada combatte con il sole per non estinguersi, trovandosi in parte all’ombra ed evaporando quindi lentamente, entrambe le mani aperte pose delicatamente sull’erba tenera il mio maestro: allora io, essendomi reso conto delle sue intenzioni, gli porsi le mie guance rigate dalle lacrime; mi ripulì il viso con la rugiada, rendendo visibile quel colore che la sporcizia dell’inferno aveva offuscato. Raggiungemmo infine una spiaggia deserta, che non vide mai navigare, sulle acque che la bagnavano, uomini che furono poi in grado di tornare indietro. Qui mi cinse con un giunco, come Dio volle: che cosa meravigliosa! Non appena scelse e colse l’umile pianta, ne rinacque subito un’altra nello stesso punto dove aveva strappato la prima.

Il primo canto del Purgatorio ci presenta sin a subito un clima diverso, sia per stile che per contenuto. Tutto ciò è derivato da una ripresa “classica” della struttura proemiale della seconda cantica che vede la divisione classica tra argumentum ed invocatio. Se tale divisione “classica” non è presente nell’Inferno è perché il primo canto di essa non è un’introduzione alla prima cantica, bensì dell’intero poema e quindi ci tocca aspettare il secondo canto, con l’invocazione alle Muse. Qui invece tutto si svolge all’inizio del primo con la metafora della navicella che percorre “miglior acque” avendo abbandonato il “mar sì crudele” per poi sottolineare come la poesia precedente fosse “morta” e che quindi ora debba “risorgere”. Ecco che allora anche l’invocazione delle Muse viene specificato meglio, chiedendo l’intervento di Calliope, musa della poesia epica, che con il suo aiuto potrà sollevare un poco il suo canto (riprende qui il mito riportato da Ovidio delle figlie di Pierio, pieridi infatti, che tentarono di sfidare nel canto la musa stessa e che, per la loro presunzione, le trasformò in gazze). Perché sollevare un poco e non in modo assoluto? Proprio perché in questa cantica quello che deve prevalere è lo stile elegiaco, non sublime, in quanto egli si trova ora nel regno di mezzo, riservandosi pertanto di utilizzare lo stile sublime quando si troverà nel regno di Dio. Quindi il canto prosegue non più con sensazioni prevalentemente uditive (l’inferno è buio), quanto visive e, guardando il cielo, cominciano quelle precisazioni astrologiche che enorme importanza hanno nella conoscenza filosofica medievale. Il cielo ora appare in tutta la sua immensità, nel suo scorrere tra mattina e sera, come scorrere dovranno le anime purganti tal buio del peccato alla piena luce della beatitudine.

Guillon Lethiere: La morte di Catone l’Uticense

All’improvviso appare l’anima del guardiano del Purgatorio: la sua figura si mostra come quella di un uomo saggio, il cui volto è illuminato da quattro stelle (che rappresentano, simbolicamente le quattro virtù cardinali: giustizia, fortezza, temperanza, prudenza), visibili soltanto dai primi uomini (Adamo ed Eva) abitatori del paradiso terrestre (quindi la sommità del monte purgatoriale è posta nell’emisfero australe). Egli si rivelerà essere Catone l’Uticense, campione, secondo l’immagine che il medioevo si era raffigurato di lui, della filosofia stoica e del concetto di libertà. La sua figura presenta, sin da subito, alcune problematiche critiche: storicamente egli era un fiero avversario di Cesare della tirannia del quale si era liberato uccidendosi: secondo la logica dantesca pertanto, in quanto nemico di Cesare, doveva essere in bocca a Lucifero insieme a Bruto e Cassio, oppure, in quanto suicida, nella selva infernale insieme a Pier delle Vigne e se proprio Dante lo avesse voluto “salvare” nel Limbo insieme a Virgilio e a sua moglie Marzia. Perché invece lo troviamo qui, come custode del Purgatorio?  Nel medioevo la cultura vedeva in Catone il campione della libertà: la sua morte infatti veniva letta non come rifiuto e quindi come atto vigliacco, ma come esempio estremo di protesta al fine di evitare un giogo degradante ed infamante; d’altra parte lo stesso Sant’Agostino (e quindi la Chiesa) ammetteva il suicidio in casi eccezionali. Pertanto Dante lo assume nel Purgatorio come esempio di Libertà. Tale esempio, d’altra parte, è fondamentale in questo regno, dove è necessaria la libertà morale, senza la quale non può esistere impegno per poter raggiungere Dio.

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William Blake: La purificazione dantesca 

Il canto prosegue con il suo intervento, ma è un intervento che ci dice molto di lui: egli, come custode del Purgatorio, ha un compito ben individuato dal Signore, quello d’essere il guardiano del regno che burocraticamente deve far rispettare le regole che presiedono a tale luogo. Infatti si presenta di sorpresa, sorpresa a cui risponderà in modo forse inadeguato Virgilio stesso, spiegando come Dante e lui stesso fossero giunti dopo il pellegrinaggio infernale, voluto da tre donne del cielo, come illustrato nel secondo canto dell’Inferno. Virgilio chiede al veglio (vecchio dal francese vieille) di compiacere al loro viaggio facendo leva sul sentimento, ricordandogli la sua compagna Marzia che adesso è ospitata nel Limbo (la donna è ricordata come emblema di fedeltà, essendo dapprima giovanissima sposa di Catone, poi data dal padre ad un altro uomo per fini procreativi e, alla cui morte, tornò dal primo marito). Ma la risposta di Catone è netta, forse un po’ dura, a sottolineare ormai la lontananza che separa le anime del luogo del peccato da quelle purganti. La captatio benevolentiae di Virgilio è sintomatica di una non certezza sul modus agendi del poeta latino nel Purgatorio e tale incertezza è determinata dal fatto che lui, come Dante, è neofita del secondo regno. Se nell’Inferno Virgilio non fa che affermarci che lui non fa che ripercorrere il luogo infernale, così come ci ha raccontato Lucano grazie alla maga Erittonio, nel Purgatorio lui è come Dante e questo permette al poeta di presentarci un nuovo rapporto che non è più di maestro e allievo, ma di compagno di viaggio, alla scoperta anch’esso del luogo e dei suoi abitatori. Catone quindi, dopo aver accettato la loro presenza grazie alla mediazione delle donne benedette, invita Dante a compiere gli atti di umiltà, necessari per “ripulirsi” del sudiciume infernale e cominciar così il nuovo viaggio.

Ci piace ricordare come D’Annunzio riprese un verso di questo canto, così efficace da divenire topos descrittivo. Dante: L’alba vinceva l’ora mattutina che fuggia innanzi, sì che di lontano conobbi il tremolar de la marina. D’Annunzio: O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina! (I pastori).

Canto II
Antipurgatorio

Spiaggia

Il canto inizia con una lunga digressione astronomica, nella quale Dante, precisando che il tempo tra l’emisfero boreale, al cui centro vi è Gerusalemme e quello dell’emisfero australe, in cui emerge, tra le acque, la montagna del Purgatorio, vi sono 12 ore. Il poeta quindi precisa che il momento in cui si trova nella spiaggia corrisponde alle sei del mattino, dove insieme a Virgilio, trovandosi in luogo sconosciuto ad entrambi, cerca il punto maggiormente digradante della montagna attraverso il quale iniziare l’ascesa.

All’improvviso da lontano appare dapprima un punto luminoso, quindi, dopo un attimo, questo diviene ancora più splendente, avvicinandosi si riconoscono subito due elementi distinti da un bagliore accecante, e infine si individuano con consapevolezza due ali.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino,

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ’l muover suo nessun volar pareggia.
Dal qual com’io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.
Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo. 

Ed ecco che, come Marte, sorpreso dalla prima luce del mattina, appare con il suo colore rosso in mezzo alla fitta nebbia ad occidente, sull’orizzonte del mare, allo stesso modo mi apparve, e possa io in futuro rivederla, una luce che si muoveva sul mare tanto velocemente che nessun volo naturale può essere simile a lei per rapidità. Staccai per poco tempo il mio sguardo da quella luce per guardare la mia guida e domandare cosa fosse, e quando riguardai, la vidi più luminosa e più grande, più vicina di prima. Poi vidi apparire da ogni lato di quella luce qualcosa di bianco che non riuscivo a definire, e, a poco a poco, apparire anche sotto ad essa.

Prima che tocchi terra, Virgilio invita il suo discepolo ad inginocchiarsi, perché si trova  di fronte all’Angelo nocchiero che, su un vascelletto veloce, trasporta le anime che insieme intonano il salmo In exitu Isräel de Aegypto. Quindi si riversano sulla spiaggia e l’Angelo, dopo aver rivolto loro il segno della croce, si allontana velocemente. 

Con la solita circonlocuzione astronomica Dante ci informa che non sono passati che trenta minuti, quando le anime sbarcate, anche loro inesperte del luogo chiedono informazioni ai due pellegrini su come salire al monte. Mentre Virgilio spiega loro che anch’essi sono da poco giunti, il loro sguardo si affissa su Dante, notando, dall’atto del respirare, che era vivo e, provando una tal meraviglia da impallidire.

All’improvviso un’anima si stacca dalle altre:

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L’angelo nocchiero in una miniatura

E come messager che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d’ire a farsi belle.
Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
Rispuosemi: «Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?»
«Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio»,
diss’io; «ma a te com’è tanta ora tolta?»
Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ ha negato esto passaggio;
ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.
Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.
A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala».
E io: «Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!»
Amor che ne la mente mi ragiona
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente. 

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Gustave Doré: L’arrivo della navicella con l’angelo

E allo stesso modo attorno al messo che porta liete notizie, accorre molta gente per apprendere le novità, e nessuno si ritrae dallo stringersi attorno, così intorno aklla mia persona si rivolsero fisse, quasi dimenticando di andarsi a purificare. Vidi quindi una di quelle anime avanzare verso di me ed abbracciarmi, con un affetto tanto profondo, che non potei fare a meno di ricambiare l’abbraccio. Ahimè, ombre senza nessuna consistenza, se non all’apparenza! Per tre volte strinsi le braccia intorno a lei, ed altrettante non riuscii ad afferrare nulla e tornai a toccare il mio petto. Credo di aver assunto quindi un’espressione di stupore; poiché l’anima sorrise e si allontanò un poco, ed io, per seguirla, avanzai.  Mi disse dolcemente di fermarmi, di non procedere oltre; sentendo la sua voce, riconobbi quindi chi era e la pregai di rimanere a parlare con me. Mi rispose: «Tanto ti ho amato quando avevo un corpo mortale, tanto ti amo ora che sono una anima libera: perciò, come mi chiedi, mi trattengo; ma perché fai questo viaggio?» «Mio caro Casella, per poter tornare ancora, dopo morto, qui dove mi trovo adesso, ho intrapreso questo viaggio», gli risposi; «ma tu, che sei morto già da tanto tempo, come mai arrivi solo ora?» Mi rispose lui: «Non mi è stato fatto alcun torto, se l’angelo che decide chi traghettare e quando partire, per più volte mi ha negato questo viaggio; poiché attraverso la sua volontà si manifesta quella di Dio: in verità negli ultimi tre mesi l’angelo ha preso a bordo ogni anima che voleva salirci, senza nessuna opposizione. Perciò io, che ero in quel momento rivolto al tratto di mare in cui sfociano le acque del Tevere, fui benevolmente accolto da lui. L’angelo ha ora di nuovo rivolto le sue ali verso quella foce, perché si raccolgono sempre in quel luogo le anime che non dovranno scendere al fiume Acheronte. Dissi allora io: «Se le nuove leggi dell’aldilà non ti hanno privato della memoria, o della facoltà di cantare rime d’amore, con cui riuscivi ad alleviare tutti i miei dispiaceri, ti prego di consolare un poco con una canzone la mia anima, che, giunta fino a questo punto insieme al suo corpo, si è tanto affaticata!» Amor che ne la mente mi ragiona cominciò ad intonare allora Casella, con tanta dolcezza che ancora adesso posso sentirla dentro di me. Il mio maestro, io e tutte le anime che si trovavano con Casella, sembravano così felicemente rapiti da quel canto, come se la loro mente non fosse attraversata da nessun altro pensiero.

Ma ecco che riappare Catone, con la sua inflessibilità, a ricordare loro che il compito è quello di andare a purificarsi. Tanta è la vergogna per il loro essere stati ad indugiare, che corrono via veloci verso la base della montagna e i nostri due eroi non sono da meno.

12danteelanavedelleanimedorgallerycassell1890_zpsd7c42cd9-807x1024.jpgL’angelo con Dante in ginocchio

Il secondo canto sin da subito presenta delle caratteristiche che poi troveremo inserite all’interno dell’intera cantica: 

  • la precisazione astrologica
  • la condizione psicologica dell’incertezza
  • il rapporto tra passato e presente

La precisazione astrologica è fondamentale non tanto per il dettato, quanto per sottolineare il concetto temporale (assente completamente nell’Inferno, come lo sarà nel Paradiso) perché la purificazione è un percorso, ed è un percorso che anche figurativamente avviene in uno spazio “immaginabile” realmente e quindi soggetto alle variazioni temporali;

Miniatura del secondo canto

La condizione dell’incertezza è tipica di queste anime, a detonare una fragilità interiore. Non è un caso che esse, come dice Casella, debbano aspettare un “tempo” deciso da Dio per imbarcarsi verso il Purgatorio e non è altrettanto un caso il fatto che esse, per rafforzarsi debbano intonare il salmo In exitu Isräel de Aegypto che Dante nel Convivio aveva definito anagogico, il cui sovrasenso è quello di liberarsi dalla situazione di peccato per ritrovarsi nella libertà della beatitudine;

Salvator Dalì: La navicella dell’angelo nocchiero

Il terzo è quello di Casella, il cui gesto ci ricorda il VI libro dell’Eneide, quando Enea per tre volte tenta inutilmente di abbracciare Anchise, che ci illustra come in questa cantica il “ruolo” dell’amicizia sia fondamentale. Ma ci dice anche come, in questa “sospensione” del secondo regno l’elemento storico combatta con l’elemento presente e come il primo spesso non permetta alle anime dei purganti di vedere fino a fondo il proprio bene.

Canto III
Antipurgatorio

Spiaggia
(Spiriti negligenti – I° schiera: scomunicati)

Gli spiriti negligenti

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,
i’ mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?
El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscïenza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta, 
lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ’l viso mio incontr’al poggio
che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
Io mi volsi dallato con paura
d’essere abbandonato, quand’io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;
e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ ha, e da Brandizio è tolto.
Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;

e disïar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:
io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
«Or chi sa da qual man la costa cala»,
disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ala?».
E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venïan lente.
«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».
Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».
Ancora era quel popol di lontano,
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,
quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.
«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».
Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.
Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso.
Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».
Così ’l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.

Dante e Manfredi 

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».
Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.
Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’ hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza».

Illustrazione che mostra l’incontro tra Dante e Manfredi

Sebbene l’improvvisa fuga avesse fatto disperdere tutte le anime per la pianura circostante, in direzione di quel monte dove la giustizia divina ci purifica con adeguate punizioni, io riuscii a riunirmi alla mia fidata guida: come avrei potuto correre senza di lui? chi mi avrebbe condotto su per la montagna? Virgilio sembrava si rimproverasse da sé, per la debolezza mostrata: oh coscienza limpida e piena di dignità, quanto amaro ti può apparire ogni tuo minimo errore! Quando i suoi piedi rallentarono il passo, terminando la fuga, che toglie dignità ad ogni azione, la mia mente, che prima era concentrata su un unico pensiero, allargò il proprio orizzonte, spinta dal desidero di nuove conoscenze, e rivolsi quindi lo sguardo verso il monte, che si slanciava alto, più della spiaggia circostante, verso il cielo. Il sole, che splendeva rosso mie spalle, aveva i suoi raggi interrotti davanti alla mia figura, trovando in me un ostacolo. Mi volsi di lato con la paura di trovarmi solo, abbandonato, quando vidi proiettata in terra davanti a me la mia sola ombra; Virgilio mi confortò: «Perché non hai fiducia in me?» cominciò a dirmi, premuroso nei miei confronti; «Credi che non sarò al tuo fianco e che non ti guiderò? La sera è ormai giunta là dove si trova sepolto il corpo dentro al quale potevo anch’io creare un ombra; ora il mio corpo è a Napoli, prima era a Brindisi. Quindi se davanti a me non vedi nessuna ombra, non provare più sorpresa di quanta tu possa provarne per il fatto che i cieli non impediscono l’uno all’altro il passaggio dei raggi solari. A sentire l’effetto del tormento causato dal caldo e dal freddo, questi corpi sono sono preparati dalla potenza di Dio, che non vuole mai che venga a noi rivelato come riesca a fare ciò. Solo un pazzo può sperare che la ragione umana possa comprendere la logica divina, la quale tiene in tre distinte persone una unica sostanza. Uomini, cercate di accontentarvi dei fatti, senza pretendere di conoscere anche i motivi; perché, se aveste potuto conoscere tutto, Maria non avrebbe dovuto partorire il figlio di dio; e avreste dovuto vedere, continuare a desiderare la conoscenza senza alcun successo, uomini di un tale ingegno che, fosse stato possibile, avrebbero sicuramente potuto soddisfare il loro desiderio, che si è invece trasformato nella loro eterna pena. sto parlando di Aristotele e di Platone e di molti altri.» Detto questo chinò il capo, non disse più nulla ed apparve turbato. Nel frattempo eravamo giunti ai piedi del monte; ci trovammo di fronte una parete tanto ripida che le gambe si sarebbero stancate inutilmente nel tentativo di scalarla. Il più selvaggio ed il più ripido pendio sulla costa tra Lerici e La Turbie, è in confronto a quella rupe una agevole ed ampia scalinata. «Chi può sapere ora da che parte diventa meno rigido il pendio», disse la mia guida fermandosi pensieroso, «così che possa salire al monte anche chi non può volare?» Nel frattempo che, tenendo bassa la propria testa, lui rifletteva su un possibile percorso ed io osservavo la parte alta di quel monte, alla mia sinistra mi apparve una folla di anime che muovevano i propri piedi verso di noi, pur sembrando ferme, tanto lentamente procedevano. Dissi a Virgilio: «Maestro, solleva il tuo sguardo: ecco arrivare qualcuno che potrà indicarci la via per salire, se tu non riesci a trovarla da solo.» Virgilio vide il gruppo di anime e, con espressione libera da preoccupazioni, rispose: «Andiamo noi là da loro, perché esse procedono troppo lente; e tu rafforza la speranza, caro figliolo.» Quella folla di anime ara ancora lontana da noi, anche dopo che eravamo avanzati verso loro di molti passi, per una distanza pari a quella che un buon tiratore può coprire con un sasso, quando le vidi stringersi tutte introno alle dure rocce di quell’alto pendio, e stare immobili e vicine, come si sofferma a guardarsi in giro chi procede incerto sulla via da seguire. «Oh anime morte in grazia di Dio, spiriti ormai eletti», cominciò a dire Virgilio, «in nome di quella pace che credo tutti voi vi aspettiate di ottenere, indicateci dove la montagna diviene meno ripida, e rende quindi possibile la sua scalata; perché a chi ha più conoscenza più dispiace perdere tempo.» Come le pecorelle escono dall’ovile una, a due, a tre per volta, e le altre stanno ferme, timorose, tenendo il muso e lo sguardo a terra; e ciò che fa la prima lo fanno anche le altre, stringendosi intorno a lei se lei si arresta, docili e serene, senza sapere il perché delle proprie azioni; così vidi io una anima muoversi la prima linea di quella mandria fortunata, di quella folla fortunata, umile nell’espressione del volto e decorosa nell’andatura. Non appena le prime anime videro interrotta in terra la luce del sole alla mia destra, formando un’ombra che dal mio corpo arrivava fino alla roccia, si fermarono ed indietreggiarono un poco, e tutte le altre che procedevano dietro di loro fecero altrettanto, non sapendo la motivazione di quel gesto. «Senza che voi me lo dobbiate domandare, vi rivelo che questo che vedete è un corpo in carne ed ossa; e perciò la luce del sole viene interrotta sul terreno. Non vi meravigliate, ma credete al fatto che è con l’aiuto di un potere divino che cerchiamo di scalare questa parete.» Così Virgilio spiegò loro la situazione; e quella folle di anime elette disse «Tornate indietro se volete salire sul monte», facendo segno con il dorso della mano. Uno di loro cominciò quindi a dire: «Chiunque tu sia, che hai intrapreso questo cammino, rivolgi a me lo sguardo e cerca di ricordare se mi hai mai visto quand’ero in vita.» Io rivolsi il mio sguardo verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e dall’aspetto legante, ma il viso era sfigurato da colpo di spada aveva diviso in due una delle sue sopracciglia. Quando ebbi umilmente rinunciato al tentativo di riconoscerlo, lui mi disse: «Guarda allora»; e mi mostrò una ferita che aveva nella parte alta del petto. Proseguì quindi sorridendo: «Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza; e perciò ti prego, quando tornerai nel mondo dei vivi, di andare dalla mia bella figlia, madre dei due re di Sicilia e di Aragona, a raccontarle la mia vera storia, se viene raccontata un’altra versione. Dopo che il mio corpo subì queste due ferite mortali, io affidai la mia anima, piangendo per il pentimento, a Dio, lui che è sempre disposto a perdonare. I peccati che commisi in vita furono orribili; ma l’infinità bontà di Dio ha delle braccia tanto larghe che abbraccia chiunque si rivolga a lei, perdona chiunque si penta realmente. Se il vescovo di Cosenza, che fu mandato in cerca del mio corpo da papa Clemente dopo la mia morte, avesse ben compreso questo aspetto di Dio, le ossa del mio corpo si troverebbero ancora all’estremità del ponte presso Benevento, custodite dal quel pesante mucchio di pietre che le ricopriva. Ora stanno senza sepoltura, le bagna la pioggia e le smuove il vento, fuori dai confini del mio regno, presso il fiume Liri, là dove il vescovo le portò con una processione a candele spente. La loro scomunica non può comunque evitare la possibilità che possa tornare l’eterno amore di dio, fintanto che c’è anche la minima speranza. Tuttavia, è comunque vero che chi muore dopo essere stato cacciato dalla Santa Sede, scomunicato, anche se si pente sul punto di morte, prima di poter entrare nel purgatorio dovrà aspettare un tempo pari a trenta volte il periodo in cui si è ostinato a vivere nel peccato, a meno che tale sentenza non venga ridotta grazie alle preghiere pronunciate per lui da persone buone. Adesso che sai la mia storia, vedi se riesci ad accontentarmi, rivelando alla mia buona figlia Costanza che mi hai visto qui e non all’inferno, ed anche che mi viene ancora vietata l’ascesa; perché noi anime del purgatorio possiamo ottenere molto dalle preghiere dei vivi.»

Re Manfredi di Svevia

Il canto terzo inizia al punto in cui si era interrotto il secondo: a seguito del rimprovero di Catone, tutte si disperdono, colte in fallo per aver indugiato nell’ascoltare il canto di Casella. Non è un caso che tra di essi vi sia anche Virgilio, che, in quanto simbolo della “ragione”, avrebbe dovuto sin da subito non partecipare a quel momento di piacere laico. Ma proprio perché nessun passo in Dante si presenta senza sotto-testo, capiamo che nell’indugiare anche del poeta latino, il nostro abbia voluto sottolineare l’insufficienza della ragione nell’atto della purificazione. Anche essa deve “subire” un percorso iniziatico, in cui accompagnerà il suo discepolo fin che Dio lo desidera. L’insufficienza è sottolineata d’altra parte teologicamente attraverso due momenti conseguenti, ma al contempo diversi: la consapevolezza del fallo compiuto da parte di Virgilio e l’accorgersi da parte di Dante della propria ombra (elemento che diverrà topico nell’intera cantica, svolgendosi in un luogo e in un tempo transuente). In questi due passi Virgilio legge l’impossibilità di una cultura laica (qui rappresentata da Platone ed Aristotele) di raggiungere la verità. Essa non può essere capita “razionalmente”, perché solo attraverso il mistero della fede si può comprendere come le anime infernali o purgatoriali possano sentire il caldo, il freddo o provare dolore fisico, pur essendo incorporee (non proiettano ombra), così come si può comprendere l’incarnazione di Dio.

Costanza d’Altavilla

Il terzo canto ci presenta, inoltre, il primo grande personaggio della seconda cantica, Manfredi di Svevia, figlio del famoso Federigo II e padre di Costanza d’Altavilla, madre a sua volta del re di Sicilia (Federico) e di quello d’Aragona (Giacomo). Lui è insieme a una turba di uomini che camminando in senso inverso a Dante, si spaventano vedendo che il suo corpo non fa trapassare la luce. La similitudine dantesca è “ripresa” da quella evangelica: sono infatti paragonate a pecorelle, che si muovono, senza un motivo, all’unisono (il vero motivo è l’espiazione per tutti uguale). 

Dante nel presentarcelo si destreggia con estrema capacità tra il giudizio negativo della Chiesa e il favore popolare di cui godeva:

  • attraverso le parole di Manfredi stesso: Orribil furon li peccati miei
  • la descrizione del volto biondo era e bello e di gentile aspetto

Ma ancora più importante è il giudizio teologico che Dante sottolinea: quello che conta non è il giudizio della Chiesa, che, per quanto ispirato da Dio, è prodotto da uomini, ma ciò che l’uomo stesso prova in interiore animi, anche se provato un solo attimo prima di morire. Allora Dio saprà valutare la sincerità di un affido alle sua mani e per questo sarà degno di essere perdonato.

Canto IV
Antipurgatorio

I° Balzo
(Spiriti negligenti – II° schiera: pigri a pentirsi)

Da quando Dante ha parlando con Manfredi, con una lunga circonlocuzione, l’autore ci dice che erano passate circa tre ore e al passare delle quali viene mostrato ai due pellegrini il passaggio per salire; è veramente difficile inerpicarsi per quel sentiero incuneato tra le rocce, che obbliga ad una grande fatica sottolineata dal verbo “carpando” ad indicare che sale carponi dietro la sua guida; spossato, col volto verso l’alto non vede altro che roccia e vedendo il suo compagno continuare a salire, Dante teme di rimanere solo, ma sarà proprio la sua guida a spronarlo fino a raggiungere il primo balzo. 

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Luca Signorelli: Canto IV (Duomo di Orvieto)

Arrivati sin qui i due danno uno sguardo all’orizzonte e Dante si meraviglia vedendo il sole percorrere il cielo da sinistra: Virgilio ribadisce che il Purgatorio, nell’emisfero australe, è in posizione opposta a Gerusalemme (emisfero boreale): non muta il corso dell’astro solare ma il punto di osservazione. Quindi il poeta, provato dalla fatica nel percorrere il primo tratto vuole sapere se sempre così sarà il tragitto. Virgilio gli risponde che il percorso sarà sempre meno difficile, finché completamente libero sciolto, si renderà conto d’aver superato anche questo tragitto che porta alla libertà di Dio. Allora si percepisce una voce che ironicamente lo apostrofa sulla sua stanchezza: è Belacqua che sta scontando la sua pena dietro un masso, raccolta, la testa tra le ginocchia, mostrando la fatica che farebbe a compiere qualsiasi gesto. Quest’ultimo gli rivela che dovrà aspettare, per muoversi da quel balzo tanti anni quanto furono quelli della sua vita, a meno che il percorso non venga affrettato dalle preghiere dei viventi rivolte al Signore.

Canto V
Antipurgatorio
II° Balzo
(Spiriti negligenti – III° schiera: morti di morte violenta)

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Dante e le anime degli spirito morti assassinati

Io era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ’l dito,
una gridò: «Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».
Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla»
.

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.
E ’ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando Miserere a verso a verso.
Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».
E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che ’l corpo di costui è vera carne.
Se per veder la sua ombra restaro,
com’io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro».
Vapori accesi non vid’io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,
che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.
«Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».
«O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.
Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti
sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora».
E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face».
E uno incominciò: «Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler nonpossa non ricida.
Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.
Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
de le mie vene farsi in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!

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Buonconte di Montefeltro

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».
«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.
Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma».

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Mi ero ormai allontanato da quelle anime negligenti (che si pentirono sul punto di morte), e stavo seguendo da vicino la mia guida quando da dietro a me, puntandomi contro il dito, uno spirito gridò: “Guardate, sembra che non risplendano i raggi del sole alla sinistra di quello che cammina più in basso, e sembra quindi che si muova come un uomo vivo!” Al suono di queste parole rivolsi indietro lo sguardo, e vidi che le anime mi guardavano fisso con stupore, guardavano me e la luce che veniva interrotta dal mio corpo. “Perché la tua mente si distrae tanto”, disse il mio maestro Virgilio, “da farti rallentare il passo? Che ti importa di ciò che viene bisbigliato dietro a te? Continua a seguirmi e lascia parlare le altre persone: devi comportarti come la torre immobile, che non inclina mai la propria cima al soffiare dei venti; poiché sempre l’uomo i cui pensieri crescono l’uno sopra l’altro, finisce per allontanare da sé il suo fine ultimo, dato che la forza del nuovo pensiero è tale da indebolire il precedente.” Che cosa potevo rispondergli se non “Ti seguo”? Lo dissi arrossendo alquanto, cosa che a volte favorisce l’uomo nell’ottenere il perdono. Nel frattempo, trasversalmente lungo il versante del monte, vidi procedere delle anime un poco più in alto rispetto a noi, cantando a versetti alternati ‘Miserere’.Quando si accorsero che io non facevo attraversare il mio corpo dai raggi del sole, mutarono il loro canto in un grido di stupore lungo e roco; due di loro, scelti come messaggeri, ci corsero incontro e chiesero: “Rendeteci per piacere nota la vostra condizione.” Ed il mio maestro rispose: “Potete tornare e riferire a chi vi hanno mandato da noi che il corpo di questo uomo è di carne viva. Se si sono fermati per aver visto la sua ombra, come credo che sia, allora hanno ora una risposta soddisfacente: gli rendano onore, può essere vantaggioso per loro.”Non vidi mai stelle cadenti attraversare così velocemente il cielo nelle prime ore della notte, né, al calare del sole, saettare lampi tra le nuvole d’Agosto, quanto lo furono quelle due anime nel tornare su; e, raggiunto il loro gruppo, ritornarono verso di noi insieme a tutti gli altri, come una folle che corre senza controllo. “La folla di anime che si avvicina è molto numerosa, e viene per pregarti”, mi disse Virgilio: “continua però a salire, ed ascolta le loro parole camminando.” “Oh anima che sali verso la beatitudine con quello stesso corpo con cui sei nata in terra”, gridavano venendoci incontro, “rallenta un poco il passo. Guarda se riesci a riconoscere qualcuno di noi, così da poterne portare notizia nel mondo dei vivi: perché continui a camminare? Perché non ti fermi un poco? Noi anime siamo state tutte strappate alla vita con la violenza, e fino all’ultima ora siamo rimaste nel peccato; in quell’ultimo istante però la Grazia divina ci mostrò il male in cui vivevamo, così che, pentendoci dei nostri peccati e perdonando i nostri uccisori, lasciammo la vita in pace con Dio, che adesso ci affligge con il desiderio di vederlo.” Gli dissi io: “Per quanto guardi con attenzione i vostri volti, non riesco a riconoscere nessuno; ma se, anime destinate alla beatitudine, avete piacere che io faccia qualcosa per voi, nel limite delle mie possibilità, ditemelo, ed io lo farò in nome di quella pace che, al seguito di una tale guida, mi si permette di cercare passando da un regno all’altro.” Incominciò allora uno a parlare: “Ognuno di noi ha fiducia che farai il bene che ci hai promesso, senza bisogno che lo giuri, a meno che non ti risulti impossibile attuare la tua volontà. Perciò io (Iacopo del Cassero), che parlo da solo prima degli altri, ti prego, se mai vedi quel paese che si estende tra la Romagna ed il regno di Napoli, governato da Carlo d’Angiò, che tu sia così cortese da chiedere ai miei parenti e conoscenti di Fano, di adorare Dio per me, così che io venga aiutato ad espiare i miei gravi peccati. Nacqui in quel territorio; ma le profonde ferite da cui sgorgò il sangue nel quale soggiornava la mia anima, mi furono inferte nel territorio di Padova, là dove avevo creduto di poter vivere più al sicuro: me le fece infliggere il signore d’Este, che mi aveva in odio molto più di quanto ne avesse diritto. Ma se fossi fuggito in direzione di Mira, quando venni raggiunto dai miei assassini ad Oriago, mi troverei ora ancora tra i vivi. Corsi invece verso la palude del Brenta, e le canne di bambù ed il fango mi intralciarono la fuga fino a farmi cadere; e vidi perciò lì il mio sangue formare un lago sulla terra. Disse poi un’altra anima: “Possa realizzarsi il tuo desiderio di pace che ti spinge a salire l’alto monte, abbi la pietà di aiutarmi a realizzare il mio di desiderio! Il mio casato è dei Montefeltro, il mio nome è Buonconte; la mia vedova Giovanna e gli altri miei parenti non si curarono di pregare per me; perciò io per la tristezza cammino tra queste anime a testa bassa.” Gli chiesi allora: “Quale forza maggiore o quale caso fortuito ti trascinò così lontano da Campaldino, che non seppe mai il luogo della tua sepoltura?” Mi rispose l’anima: “Appena a sud del Casentino scorre un fiume chiamato Archiano, che nasce nell’Appennino sopra l’eremo di Camaldoli. Nel punto in cui questo fiume perde il suo nome, gettandosi nell’Arno, giunsi con una grave ferita alla gola, mentre fuggivo a piedi e bagnavo la pianura con il mio sangue. In quel punto persi la vista e la parola, morii; l’ultima mia parola fu il nome di Maria, poi lì caddi, ed abbandonai il mio corpo. Ti dirò la verità su quello che accadde in seguito, tu diffondila poi nel mondo dei vivi: l’Angelo di Dio mi prese con sé, mentre l’inviato dell’Inferno gridava: “Creatura del cielo, perché me lo porti via? Tu ti prendi l’anima di costui solo per una lacrimuccia, che quindi me ne priva; tratterò allora diversamente l’altra parte di costui, il suo copro!” Sai bene che nell’aria si raccoglie in nubi il vapore, che ritorna poi nuovamente acqua non appena raggiunge gli strati più freddi dell’atmosfera. Quel demonio unì la sua volontà malvagia, che aspira solo al male, all’intelligenza, ed agitò il vapore acqueo ed il vento, utilizzando i poteri propri dalla sua natura diabolica. Non appena il giorno fu terminato, coprì quindi tutta la valle, da Pratomagno alla catena dell’Appennino, di nebbia; e riempì il cielo che la sovrasta di denso vapore tanto che l’aria satura di umidità di tramutò in acqua; cadde la pioggia e fluì poi verso i fossati la parte di acqua che la terra non fu in grado di assorbire; ed appena si riversò nei fiumi più grandi, corse poi verso l’Arno, che sfocia nel mare, tanto velocemente che nessun ostacolo riuscì a trattenerla. Il mio corpo congelato per il freddo fu trovato dall’Archiano in piena alla sua foce; che lo spinse poi nell’Arno e fu così sciolta la croce che avevo formato sul petto con le braccia sul punto di morte; la corrente mi fece rotolare contro le sponde ed il letto del fiume, che infine mi sommerse con i suoi detriti.” “Quando sari tornato nel mondo dei vivi e ti sarai riposato del lungo viaggio”, disse un terzo spirito dopo le parole del secondo, “ricordati di far pregare anche per me, che sono la Pia; nacqui a Siena e morii nella Maremma: come sa bene colui che prima, sposandomi, mi aveva messo al dito il suo anello.”

pia-de-tolomei-viene-portata-in-maremma-orig.jpegPompeo Molmenti: Pia de’ Tolomei condotta in Maremma

Il canto ripete al suo inizio il topos letterario della presenza corporea dantesca: ma tale ripetizione non è peregrina, perché la morte violenta attraverso l’assassinio, ricorda loro il momento o la situazione i cui è stata tolta ogni dignità ai loro corpi. Dapprima, contrariamente ai penitenti del canto precedente, le anime di questo balzo che traversano perpendicolarmente il  dorso della montagna, senza timore due di esse si avvicinano a Dante e Virgilio per conoscere la natura dell’autore fiorentino; sentitola da Virgilio, corrono a riferirla ai loro compagni e quindi tutti insieme s’ apprestano perché sperano, essendo Dante vivo, che una volta rientrato nel mondo possa riferire a chi vuol loro bene di pregare per far sì che le loro anime raggiungano prima la salvezza eterna. L’urgenza è diversa dalla lentezza degli scomunicati, l’ieraticità di Manfredi contrasta con la vigoria dei due guerrieri della battaglia di Campaldino e non importa che essi siano di partito avverso: Iacopo del Cassero  e Buonconte di Montefeltro. 

Il primo di cui Dante non cita il nome ma la cui attribuzione è certa è Iacopo del Cassero, del partito Guelfo. Nato a Fano, fu chiamato come potestà a Bologna, e lì, come reggitore della città si oppose al tentativo degli Estensi di entrare in conflitto in contrasto con Firenze; quando venne chiamato come podestà a Milano i sicari dei signori ferraresi lo raggiunsero a Padova e fecero strazio del suo corpo. Quello che colpisce e la meditazione sulla morte. Se al posto di passare in territorio patavino avesse scelto il territorio veneziano non sarebbe stato raggiunto. il pensiero di Iacopo si accentra quasi sulla casualità della morte, ribadendo come il destino imperscrutabile colpisce quando Dio vuole. A contrasto con la sua figura abbiamo Buonconte di Montefeltro in questo caso ghibellino. Dante domanda che fine abbia fatto il suo corpo, che non viene numerato né tra i vinti né tra i vincitori della battaglia di Campaldino. Anche lui troviamo mentre corre, completamente insanguinato, a piedi della fonte dell’Arno, dove lascia la sua vita nel nome di Maria. Appena morto scendono dal cielo il diavolo e l’angelo per contendersi l’anima di Buonconte che raccolta da Dio, provoca l’ira del diavolo a cui rimane far scempio del corpo. Con il suo potere fa scoppaire un tremendo temporale che ingrossando le acque del fiume lo rapisce sciogliendo le braccia poste in segno di croce.

Io terzo personaggio si staglia da solo: 7 versi di cui i primi due di cortesia, rivolti a Dante, il terzo d’intermezzo dell’autore, e quindi nome e luogo di nascita. Come muore? Lo sa chi l’ha sposata con un anello di gemme.

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Gustave Doré: Pia dei Tolomei

Pia dei Tolomei non ci dice quasi niente: eppure la sua forza poetica è proprio nell’ellissi; poeti, pittori, si sono ispirati alla sua figura che si staglia rispetto agli due penitenti, corporei e sanguinolenti, con la grazia di un suono femminile la cui preoccupazione, da donna è che Dante possa star bene: Un accenno alla sua richiesta di preghiere “ricordati di me, che son la Pia”, ad indicare forse che nella terra non è rimasto nessuno a conservarne la memoria; dalle sue parole emerge una pudicizia tale da ritenerla una, dopo quella di Francesca, figure femminili più importanti.

Canto VI
Antipurgatorio
II° Balzo
(Spiriti negligenti – III° schiera: morti di morte violenta)

L’inizio del canto ci mostra le anime che premono intorno a Dante, chiedendogli di intercedere, una volta tornato in terra, per “affrettare” la loro salvezza. Ciò determina un dubbio al pellegrino: Virgilio in un suo passo dell’Eneide aveva affermato desine fata deum sperare precando (non sperare che i decreti del cielo possano essere piegati dalla preghiera); in ultima analisi il compito che Dante si sta assumendo di riferire ai restanti in terra di pregare per i loro congiunti, non è inutile, visto che Dio ha già loro stabilito il tempo di permanenza nel Purgatorio? La risposa è certamente teologica: la preghiera non piega la volontà di Dio, anzi la rafforza; se il poeta latino aveva affermato un’altra verità dipendeva dal fatto che le preghiere non erano rivolte al vero Dio. Tuttavia soltanto Beatrice potrà illuminarlo completamente. 

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Cesare Zocchi: Dante e Virgilio incontrano Sordello (1896)

Quindi riprendono il cammino, cercando di camminare il più possibile finché è giorno. Infine vedono un’anima che può indicare loro la via: Virgilio gli si avvicina, ma il penitente vuol sapere chi gli sta rivolgendo la domanda, e non appena Virgilio pronuncia il nome di Mantova, egli si alza, per abbracciarlo, dichiarando di essere Sordello da Goito. Tale gesto sta alla base della “digressione”, come la chiama lo stesso Dante, sulla situazione italiana:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’esso fora la vergogna meno.
Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’è oscura!
Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».
Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?
Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ ha in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

Ahi serva Italia, luogo di dolore, nave senza timoniere nella gran tempesta, non più signora di province, ma bordello! Quell’anima nobile fu così svelta soltanto per aver sentito risuonare il dolce nome della sua città, a festeggiare qui il suo concittadino; e invece i tuoi abitanti non stanno in te senza farsi guerra, anzi si dilaniano fra loro persino quelli che abitano rinchiusi da un unico muro e un unico fossato. Guarda misera, le tue marine lungo i litorali, e poi guarda nel tuo stesso seno, per vedere se alcuna parte di te vive in pace. A che valse che Giustiniano abbia restaurato per te il freno delle leggi, se la sella manca del cavaliere? La vergogna sarebbe minore se non vi fossero tali leggi. Ahi gente della Chiesa che dovresti essere obbediente al volere di Dio e lasciare che Cesare stia sulla sella, se comprendi nel senso giusto ciò che Dio ordina, guarda come questa bestia selvaggia è diventata ribelle perché non è governata dagli sproni dell’imperatore, dopo che tu prendesti le redini. O Albergo d’Asburgo che abbandoni l’Italia che è diventata ribelle e selvaggia, mentre dovresti guidarla cavalcandola, la giusta punizione scenda dal cielo contro la tua stirpe, e sia tremenda e chiara, in modo tale che il tuo successore ne abbia terrore! Perché tu e tuo padre avete sopportato, distolti dalla cupidigia dei domini tedeschi, che il giardino dell’Impero restasse abbandonato. Veni a vedere le lotte fra Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uomo che non ti prendi cura: i primi già abbattuti e i secondi col timore di esserlo! Vieni, o crudele, vieni e guarda la tribolazione dei tuoi seguaci, e cura i loro mali; e vedrai com’è in decadenza Santafiora! Vieni a vedere la tua Roma che, abbondonata dal marito piange e chiama giorno e notte: «Cesare, perché non i guidi?». Vieni a vedere quanto si ama la gente! e se non ti muove nessuna pietà di noi, vieni a vergognarti della tua fama. E se mi è permesso, o sommo Cristo, che fosti crocefisso per noi sulla terra, la tua giustizia si è rivolta altrove? Oppure nella profondità della tua mente provvidenziale prepari un qualche bene, assolutamente disgiunto dalla nostra capacità di capire. Perché tutte le città d’Italia sono tutte piene di tiranni, e ogni villano che si destreggia nei partiti, diviene un Marcello. Firenze mia, puoi ben essere contenta di questa mia digressione che non ti riguarda, grazie all’opera del tuo popolo che si ingegna a ben operare. Molti hanno la giustizia nel cuore, ma si manifesta tardi, perché non scocchi la freccia del giudizio senza ponderazione; ma il tuo popolo l’ha in punta di labbra. Molti rifiutano il peso delle cariche pubbliche; ma il tuo popolo pronto senza esser chiamato risponde e grida: «Accetto la grave responsabilità!». Ora rallegrati, perché tu hai ben di che rallegrarti: tu che sei ricca, che vivi in pace, che hai in giudizio! I fatti mostrano chiaramente se io dico la verità. Atene e Sparta, che crearono le antiche leggi e furono tanto civili, fornirono per quanto riguarda io vivere civile un ben magro esempio a paragone di te, che emani provvedimenti così sottili, che quello che tu crei ad ottobre non giunge a metà novembre. Quante volte, nel tempo che ricordi, tu hai cambiato leggi, moneta, uffici pubblici e consuetudini, e hai rinnovato i tuoi cittadini! E se ben ricordi e hai ancora discernimento, potrai paragonare te a quell’inferma che non riesce a trovare una posizione riposante nel letto, ma cerca rivoltandosi di trovare sollievo al suo dolore.

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Miniatura di Sordello da Goito

La digressione politica s’inserisce, a livello strutturale, al pari degli altri VI canti delle tre cantiche: se nell’Inferno è lo stesso Ciacco a descrivere in modo negativo la situazione di Firenze, qui è la presenza di Sordello a far sì che Dante rifletta sulla situazione italiana, mentre nel Paradiso sarà Giustiniano a disegnare la storia ed il ruolo dell’Impero.

Il brano, posto a chiusura del canto e che interrompe la narrazione del viaggio purgatoriale, nasce da un atteggiamento di fratellanza che fa riflettere Dante sulle divisioni interne della nostra penisola. Essa è paragonata all’inizio per contrasto: ostello, ma di dolore; una nave senza timoniere, non padrona ma bordello. La personificazione della patria serve a sottolineare la mancanza di pace all’interno di essa e, addirittura, nelle stesse città. Essa stessa, su invito del poeta (anafora di vieni a veder / vieni crudele) sembra rendersi conto  della desolazione che l’attraversa dalle sue coste alle città dell’interno. La situazione attuale  Dante l’analizza attraverso un ragionamento sillogistico:

A: l’Italia è senza pace;
B: manca una guida;
C: l’Italia è preda all’anarchia

Dante riprende il suo concetto politico secondo il quale la mancanza di una guida politica e di una guida spirituale producono soltanto una situazione in cui la volontà di ogni città di prevalere sulle altre genera guerre e perdita morale. Il problema è che se Arrigo d’Asburgo si disinteressa completamente della sorte dell’Italia, è la stessa Chiesa che pur non cavalcando il cavallo Italia, prendendolo per le briglie, non permette che nessuno ci salga. Lo stupore per la situazione lo induce addirittura a rivolgersi a Dio, quasi la situazione attuale dipenda da un suo disegno imperscrutabile. L’indifferenza dell’Imperatore è per Dante imperdonabile, tanto da meritarsi la maledizione dello stesso pellegrino.

Così come l’apostrofe era cominciata nel nome dell’Italia, ora si chiude nel nome di Firenze; in quest’ultima parte Dante usa l’antifrasi, sfiorando il sarcasmo; quando il poeta afferma Molti rifiutan lo comune incarco; / ma il popol tuo solicito risponde / sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!», probabilmente fa riferimento a Baldo d’Aguglione che non permise il rientro degli esuli bianchi (1311). Firenze è malata, ci dice il poeta, una malattia che non le dà posa e la rende, tra le città d’Italia, la meno stabile e la più vile. 

Canto VII
Antipurgatorio
II° Balzo

(Spiriti negligenti – IV° schiera: principi negligenti)

Il canto riprende il racconto là dove esso si era interrotto a causa della digressione. All’abbraccio affettuoso tra i due concittadini, segue ora un vero gesto di venerazione, non appena Sordello viene a sapere che di fronte a sé ha il poeta latino. Quindi, dopo aver spiegato ai due pellegrini che, dopo il tramonto del sole, poiché sta giungendo la notte, non si può più procedere, li conduce in una valle fiorita dove mostra loro vari principi. 

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Gustave Dorè: Dante nella valletta fiorita

Canto VIII
Antipurgatorio
Valletta fiorita
(Spiriti negligenti – IV° schiera: principi negligenti)

E’ l’ora del tramonto:

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’ han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more
;

Era l’ora in cui il ricordo fa rivolgere il pensiero ai naviganti al giorno in cui dissero addio e intenerisce il loro cuore e in cui fa soffrire d’amore colui che da poco si è messo in viaggio, non appena sente il suono lontano di una campana che sembra piangere il giorno che finisce;

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Miniatura che accompagna l’VIII canto

Questo è uno dei maggiori incipit con cui Dante apre un canto: il rapporto tra momento divino e momento umano si fa intenso, struggente, velando il tutto di malinconia. E’ quasi sera, è il momento della riflessione, a livello religioso è quello della Compieta, quando liturgicamente si recita l’ultima preghiera, prima di andare a dormire, ma è questo anche il momento in cui Dante viene a contatto con la tentazione, sentimento cui i grandi principi, in quanto reggitori in terra,  potevano cadere, tentazione colpita dalla spada divina. 

Il canto prosegue descrivendo come i principi all’interno di questa valletta, rivolti ad oriente, intonino un inno Te lucis ante… (terminum). Quindi Dante invita il lettore a porre attenzione a ciò che succede: mentre i principi, pallidi e umili, innalzano lo sguardo ad osservare il cielo, dall’alto scendono due angeli, vestiti di verde, uno si mette sopra le anime, l’altro dalla parte opposta a comprendere tutta la valletta. Sordello preannuncia che tra poco sbucherà un serpente (simbolo delle tentazioni). Mentre Dante, un po’ spaventato, scende nella valletta, vede uno che lo guarda intensamente, quindi s’avvicina e, nonostante la luce si affievoliva sempre più, riconosce in lui Nino Visconti, signore del giudicato di Gallura. Al sapere che Dante è ancora vivo, sia Sordello che il giudice, si ritraggono un poco e chiama presso di sé un altro penitente, Corrado Malaspina. Nino Visconti chiederà a Dante, tornato in terra, di rivolgersi alla figlia Giovanna, perché alla moglie, andata in sposa ad un Este, non importa più nulla di lui. Dante volge gli occhi al cielo e vede tre stelle (fede speranza e carità) prendere il posto delle quattro presenti nella spiaggia purgatoriale e mentre Virgilio gli spiega la loro presenza in cielo, Sordello li avvisa dell’arrivo di una biscia; Dante non vede in che modo i due angeli si siano mossi ma al loro alzarsi, la biscia sparisce, mentre gli stessi servitori di Dio si alzano in cielo.   

Segue l’incontro con Corrado:

L’ombra che s’era al giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
«Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’è mestiere infino al sommo smalto»,
cominciò ella, «se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.
Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina».
«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;
e io vi giuro, s’io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.
Uso e natura sì la privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
sette volte nel letto che ’l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
che cotesta cortese oppinïone
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,
se corso di giudicio non s’arresta».

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Lo spirito che si era avvicinato al giudice quando venne chiamato, non smise mai di guardarmi per tutta la durata dell’assalto e cominciò a dirmi: «Possa la luce divina che ti conduce in alto trovare nella tua volontà tanta perseveranza che ti conduca al paradiso terrestre, se sai qualche notizia veritiera della Val di Magra o dei paesi vicini, dimmelo, che fui un tempo famoso presso quei luoghi. Mi chiamarono Corrado Malaspina, non il vecchio, da cui discendo: verso la mia famiglia provai l’amore che qui si purifica. Gli risposi: «Purtroppo, non sono mai stato in quei luoghi, ma c’è un posto in tutta Europa dove non siano conosciuti? La fama che onora la vostra casata viene detta a gran voce sia dei signori che dei luoghi tanto da essere nota anche da chi non vi è mai stato; ed io vi giuro, possa giungere nella sommità del monte, che la vostra onorata famiglia non cessa di gloriarsi per la liberalità e per l’esercizio delle armi. La tradizione e l’indole la privilegiano al punto che, sebbene il capo della Chiesa tradisca il suo compito, essa cammina sola nel giusto, disprezzando il cattivo cammino». E lui: «Ora va’: il sole non tornerà sette volte nella costellazione dell’Ariete (non passeranno sette anni), che questa cortese opinione ti si fisserà nella mente con maggiori argomentazioni, sempre che non venga meno il giudizio divino». 

L’incontro con Corrado Malaspina è particolarmente importante perché rappresenta il primo caso di una “profezia” rovesciata: se infatti sinora, nel percorso infernale, tutte le profezie sottolineavano il concetto di dolore e solitudine, in questo caso, invece, si evince come il futuro dell’esule Dante possa diventare meno drammatico grazie all’ospitalità di Franceschino Malaspina, cugino di Corrado II qui presente nel Purgatorio, nei territori della Lunigiana, uno dei luoghi percorsi dall’autore fiorentino. 

Canto IX
Antipurgatorio
Valletta fiorita – Porta del Purgatorio

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Francesco Scaramuzza: L’aquila trasporta Dante in sogno

Il IX canto è una canto dottrinale, ma anche nodale nella narrazione della seconda cantica: infatti è il canto dove si entra nel Purgatorio vero e proprio, dove Dante stesso, per arrivare alla sua soglia deve librarsi, cioè distaccarsi ancor più di quanto ha fatto nell’Antipurgatorio dalle tentazioni. Il canto inizia infatti con Dante, che alle 9 di sera, (la terza ora secondo il computo dantesco) s’addormenta. Mentre dorme sogna che un aquila d’oro lo afferri per gli artigli e lo sollevi fino alla sfera del fuoco. L’ardore di tale luogo lo fa svegliare all’improvviso; il sogno spaventa Dante ma Virgilio lo rassicura dicendogli che all’alba era giunta Santa Lucia che, preso tra le braccia, lo aveva condotto fino alla porta del Purgatorio. Salendo per uno stretto spiraglio Dante si ritrova di fronte a tre scalini, il primo bianco come il marmo, il secondo scuro come pietra, il terzo rosso come il sangue; sull’ultimo è posto l’angelo con una spada fiammeggiante con la quale segna sette P sulla fronte di Dante. Alla richiesta di Dante di farlo entrare, l’angelo prende un mazzo con due chiavi, una d’oro e una d’argento; quindi apre la porta i cui cardini stridono. L’angelo raccomanda ai visitatori di non voltarsi mai.

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William Blake: Dante tra le braccia di Santa Lucia

E’ evidente che il canto è pieno di simbologie a partire dall’aquila, simbolo sia della grazia che della giustizia divina), per poi; quindi i tre gradini di cui il primo, bianco, rappresenta la contritio cordis, cioè l’esame di coscienza; il secondo, di colore scuro, la confessio oris, la vera e propria confessione verbale; il terzo, rosso fiammeggiante la satisfactio operis, la penitenza da espiare con le opere. Le sette P indicano i sette peccati capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia); la durezza della porta, la forza morale per espiare i peccati.

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Gustave Dorè: L’angelo sulla porta del Purgatorio

Canto X
I cornice – I superbi

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Gabriele Dell’Otto: Illustrazione per il canto X

Superata la porta Dante e Virgilio devono procedere in tortuoso percorso che li conduce nella prima cornice. Qui essi si trovano di fronte, lungo la parete interna del monte, alla rappresentazione in bassorilievo di scene di umiltà: l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria; Davide re che, per onorare Dio, si umilia danzando con la veste alzata, ricevendo lo sguardo riprovevole della moglie; Traiano che, mentre sta per partire in guerra, riceve la preghiera di una vedova e, per ottemperare al suo desiderio di vendetta per la morte del figlio, rimanda la partenza. Mentre Dante guarda le immagini, Virgilio lo avvisa di una moltitudine che avanza esasperatamente lenta, gravata da pesi che non permettono loro di alzare lo sguardo: sono i superbi.

Canto XI
I cornice – I superbi

f319003cb8f93b16f70186ea8a0d888d.jpegMiniatura per il canto XI

Il canto si apre con una preghiera:

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c’ hanno al voler buona radice?
Ben si de’ loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver’ la scala
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
quel ne ’nsegnate che men erto cala;
ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: «A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra’ morti».
Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.

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Dante s’inchina per parlare con i superbi

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse!
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso».
E io: «Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende, 
se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?».
«Quando vivea più glorïoso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;
e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena. 
Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.
Quest’opera li tolse quei confini».

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La prima cornice

«Padre nostro, che stai, nei cieli, non perché in essi rinchiuso, ma per più amore che nutri nei confronti delle tue prime creazioni che hai posto lassù, siano lodati il tuo nome e la tua potenza da ogni creatura, come è giusto che si renda grazia al tuo dolce spirito. Arrivi a noi la pace del tuo regno, perché noi non riusciremmo a conquistarla da soli, anche con tutti i nostri sforzi, se non fosse lei a venire da noi. Come i tuoi Angeli sacrificano a Te la loro volontà cantando “osanna” in tuo onore, lo stesso facciano gli uomini con la propria di volontà. Dacci oggi il nostro cibo quotidiano, senza il quale, per questo difficile deserto, chi più si affatica per procedere, più andrà invece indietro. E come noi perdoniamo a tutti il male che ci è stato fatto, tu perdona noi, misericordiosamente, e non giudicarci sulla base dei nostri meriti. La nostra virtù, che così facilmente si lascia abbattere, non metterla alla prova con l’antico nemico Satana, ma liberaci invece da lui, che la spinge al male. Questa ultima preghiera, Signore caro, non la facciamo per noi, non avendone più bisogno, ma per coloro che sono rimasti sulla terra.» Così quelle anime, pregando per la loro e per la nostra buona sorte, andavano sotto il peso, simile a quello di un incubo notturno, tormentate in misura diversa, a seconda del peso sostenuto, tutte disposte in cerchio e stremate, su per la prima cornice, purificandosi dalla sporcizia del mondo. Se nell’Aldilà si parla sempre a nostro favore, di qua, sulla terra, cosa si potrebbe fare e dire a loro favore, da parte di quelli che hanno una predisposizione a fare del bene? E’ necessario aiutarli a lavarsi da quelle macchie che si portarono dietro dal mondo dei vivi, così che, puri e leggeri, possano uscire e volare fino ai cieli stellati. «Possano la giustizia e la misericordia liberarvi presto, così che possiate volare ed innalzarvi in cielo come è vostro desiderio e mostrateci da quale parte si può andare più velocemente verso la scala; e se c’è più di un passaggio, indicateci quello che meno ripido; perché costui, che procede con me, per il peso di quel corpo umano che porta ancora con sé, fatica, nonostante la sua buona volontà, a salire.» Le loro parole, in risposta a quelle pronunciate dalla mia guida, non fu chiaro da chi provenissero; ma fu detto: «Verso destra, lungo la parete del monte, venite insieme a noi, e potrete raggiungere quel passaggio attraverso il quale può salire anche una persona viva. E se non me lo impedisse questo sasso che piega la mia testa di uomo superbo, per cui mi conviene procedere con la testa bassa, costui, che è ancora in vita e non ha detto ancora il suo nome, guarderei in viso, per vedere se lo conosco, e per renderlo pietoso per questo peso che mi opprime. Da vivo sono stato italiano, figlio di un nobile toscano: mio padre si chiamava Guglielmo degli Aldobrandeschi: non so se abbiate mai sentito il suo nome. L’origine nobile e le imprese virtuose dei miei antenati, mi resero tanto arrogante che, non pensando che siamo tutti figli di una stessa madre, ebbi a tal punto ogni uomo in disprezzo da morirne, come sanno gli abitanti di Siena e come a Campagnatico (dove aveva un castello) sa ogni bambino. Io sono Omberto, e la superbia non ha recato danno solo a me, ma a tutti i miei parenti che sono stati trascinati da lei nella rovina. E’ necessario che io porti questo peso per espiare la colpa della mia superbia tutto quel tempo finché Dio ne sia soddisfatto, poiché non l’ho fatto tra i vivi, qui tra i morti».  Per ascoltarlo meglio, abbassai anch’io la testa; ed uno di loro, non quello che aveva parlato, si contorse sotto il peso che ne impediva i movimenti, mi vide, mi riconobbe e mi chiamò, tenendo con fatica gli occhi fissi su di me, che procedevo ora insieme a loro anche io piegato in avanti. «Oh!», chiesi io a lui, «non sei tu forse Oderisi, motivo di gloria per Gubbio e per quell’arte, la miniatura, che a Parigi viene chiamata enluminer?» «Fratello», rispose allora lui, «sono molto più colorate le miniature dipinte da Franco Bolognese; l’onore ora è tutto suo e il mio solo in parte. Certamente sono sarei stato così generoso quando ero in vita, per il gran desiderio d’eccellere su ogni altro cui tesi ogni sforzo. Per tale superbia si paga qui la punizione; e certamente non sarei qui, in Purgatorio, se non fosse che, pur potendo continuare a vivere peccaminosamente (nella superbia) mi rivolsi a Dio. O vanità della potenza umana, come dura poco la gloria (il verde sulla cima) a meno che non è seguita da un’età di decadenza! Credette Cimabue di dominare nel campo della pittura, ma ora Giotto ha la gloria, tanto che a sua fama si pè oscurata. Così Cavalcanti ha tolto la gloria a Guinizelli, è forse è già nato chi prenderà loro il posto. Non è nient’altro il rumore della fama mondana che un fiato di vento, che ora viene da una parte, ora dall’altra e cambia nome, perché cambia direzione, Che fama avrai tu, se muori vecchio o muori prima di pronunciare “pappa” e “dindi”, prima che passino mille anni? che è uno tempo infinitesimale rispetto al tempo eterno, come lo sbattere di ciglia rispetto al cerchio del cielo più lento. La fama di quell’anima che procede poco davanti a me, risuonò per tutta la Toscana; adesso a malapena di lui a Siena si bisbiglia, dov’era signora quando si distrusse l’arroganza fiorentina, allora così superba, quanto ora puttana. La fama umana è come il colore dell’erba che sparisce allo stesso modo in cui appare, ed è lo stesso sole che la fa nascere a toglierle il colore.» Ed io a lui: «La verità che mi hai detto, mi incoraggia verso la buona umiltà e mitiga in me il grande male della superbia, ma dimmi chi è colui di cui prima mi parlavi?». Rispose: «Quello è Provenzano Salviati ed è qui perché ha valuto ridurre Siena tutta in suo potere. E’ andato e così continua ad andare, senza mai riposarsi, dal giorno in cui morì; deve pagare tale debito chi ha osato troppo al di là del lecito». Chiesi allora io: “Se uno spirito aspetta prima di pentirsi l’ultimo istante della propria vita, allora dovrà aspettare nell’Antipurgatorio e non potrà salire su, qui dove ci troviamo, a meno di non essere aiutato dalle preghiere di persone in grazia di Dio, un periodo di tempo pari alla propria vita; allora come è possibile che a lui sia stato concesso di salire?» Mi rispose: «Quando Provenzano era al punto più glorioso”, mi rispose «per propria volontà si mise in mezzo alla Piazza del Campo a Siena, senza alcuna vergogna; e lì si umiliò fino a far tremare ogni vena dentro di sé, chiedendo l’elemosina per far uscire un suo amico dalla prigione di re Carlo d’Angiò (pagandone il riscatto). Non ti dirò altro, e so che le mie parole ti appariranno oscure; ma non passerà gran tempo che i tuoi concittadini di daranno la possibilità d’intendere ciò che ho detto con chiarezza. Fu quest’opera che lo liberò dai confini dell’Antipurgatorio.

Il canto “personifica” il peccato di superbia, anche a livello icastico: le anime con un masso che grava loro il capo imparano l’umiltà, guardando in terra; sembra un ulteriore punizione il non poter guardare quell’uomo vivo che in linea con loro si abbassa per cercare di vedere chi gli rivolge la parola. A farlo sono due, ma i protagonisti sono tre, ognuno di loro “superbo” in un campo: il primo, Ombero Aldobrandeshi per nobiltà, il secondo Oderisi da Gubbio, nell’arte, il terzo Provenzale Salviati per il politico. Il primo è dimentico della comune natura da cui origina l’essere umano; il secondo disquisisce sulla vanità della gloria umana e sul tempo legata ad essa – appare qui una piccola carrellata legata alla pittura e alla letteratura: su quest’ultima si è accusato lo stesso Dante di “superbia”, facendo riferimento a se stesso come successore, nella gloria letteraria, di Cavalcanti; tuttavia se inserissimo tale affermazione all’interno della vanità della gloria in relazione al tempo, e quindi alla fine della stessa anche per lui, cessa tale accusa – l’ultimo ci viene presentato da Oderisi stesso ed è il senese Provenzano Salviati, la cui condizione suscita curiosità. Infatti il politico non è costretto a trascorrere l’inizio della penitenza nell’Antipurgatorio, ma comincia la sua redenzione dal peccato proprio nella prima cornice. A condurlo lì è un azione, descritta in modo esemplare, in cui il superbo reggitore di Siena, si umilia a Piazza del Campo a chiedere l’elemosina per pagare l’esoso riscatto di Carlo d’Angiò, che teneva prigioniero un suo amico.

2. Amos Cassioli.jpgAmos Cassioli: Provenzano Salviati a Piazza del Campo (1873)

Canto XII
I cornice – I superbi

Salita alla seconda cornice

E’ un canto senza protagonisti: se all’inizio Dante aveva visto ed ammirato le figure parietali, poste sulle pareti della montagna, ora invece è colpito dai bassorilievi incisi sul pavimento dove invece vengono rappresentati esempi di superbia punita: s’inizia da Lucifero, poi i giganti, tra cui Nembrot, costruttore della torre di Babele, Niobe che si era anteposta a Latona come madre prolifica, Aracne che aveva sfidato nella tessitura Atene ed altri ancora. Camminando ed osservando verso il basso, Dante e Virgilio giungono ai piedi di una scala, più stretta ma più agevole. Essa è custodita da un angelo, con un abito bianco il quale cancella dalla fronte del poeta fiorentino una P con un soffio di piuma. Nell’atto dell’uscita i beati intonano Beati i poveri di spirito ed è in quel momento che Virgilio gli comunica che una P gli è stata cancellata mentre Dante va cercandola con la mano.

Canto XIII
II cornice – Gli invidiosi

Dante entra così nella seconda cornice dove incontra il secondo peccato più grave, dopo la superbia (ricordiamo che la successione dei peccati è posta in modo contrario a quella dell’Inferno). La parete della montagna, questa volta è livida e grigia, proprio color di roccia; a colpire i dannati questa volta è l’organo dell’udito: infatti voci si diffondono nell’aria con esempi di amore caritatevole come Maria Maddalena nelle nozze di Cana, Oreste e Pilade, disposti a morire uno al posto dell’altro, Gesù che invita ad amare i nemici. La loro pena, d’altra parte non permette di vedere (invideo), infatti hanno le palpebre cucite con il fil di ferro. Di fronte alla loro situazione Dante si sente in imbarazzo, perché vedente risultava non veduto. Per cui su invito di Virgilio, domanda concisamente se vi sia un latino: 

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Gustave Doré: Dante e Virgilio nella cornice degli invidiosi

SAPIA

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
Savia non fui, avvegna che Sapìa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.
E perché tu non creda ch’io t’inganni,
odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,
già discendendo l’arco d’i miei anni.
Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co’ loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
come fé ’l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe». 

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Adeodato Malatesta: Sapia (1839)

«Io fui senese», rispose, «e con questi purifico qui la mia colpevole vita, rivolgendo le lacrime a Dio affinché sia compassionevole (nei nostri confronti). Non fui saggia, sebbene fossi chiamata Sapìa e in vita godetti più dei danni altrui che delle mia sorte. E perché tu non creda che io non dica la verità, ascolta, come ti dico, se io non fui folle, quando ormai non ero più giovane. I miei cittadini erano scesi in campo contro gli avversari (fiorentini) in Colle Val d’Esla, ed io pregavo Dio di quello che poi effettivamente volle. Qui i senesi furono scossi e volti ad un’amara fuga, e vedendo la caccia (l’inseguimento dei vincitori), provai una gioia talmente grande da alzare il volto verso Dio e gridare “ormai non ho paura di Te”, proprio come fa il merlo, rallegrandosi per poca bonaccia. Volli fare pace con Dio alla fine della mia vita; e non avrei ancora scontato il debito nei suoi confronti con la penitenza se non si fosse ricordato di me Pier Pettinaio, che ebbe nei miei confronti compassione per pura carità.

Non cessa la perplessità critica su questa figura di donna senese: alcuni la reputano tracotante e spocchiosa, altri invece loquace ed affabile; ancora polemica, altri consapevole della colpa e vogliosa d’espiazione. Ma cosa rende Sapìa un personaggio non chiaro, la cui psicologia lascia sospesi? Indubbiamente il timbro militaresco al centro della sua narrazione, quasi godesse nel vedere lo schieramento dei suoi concittadini, la loro rotta, la fuga arricchita dalla caccia; in seguito la maledizione ottenuta per intercessione divina (sembra dire), col volto in aria ed espressione soddisfatta e la chiusa popolaresca con la rappresentazione del merlo. Ma ad attenuare c’è quell’alone di santità di Pier Pettinaio. Eppure sembra che l’antico vizio non sia completamente sparito quando chiede a Dante chi sia e perché, libero di vedere, va ad investigare sui dannati, sembra proprio che invidi la sua posizione.   

Canto XIV
II cornice – Gli invidiosi

Il canto continua nella seconda cornice, con le parole di un purgante che rivolgendosi ad un compagno chiede chi sia costui che, ancora vivo, ad occhi aperti varca il purgatorio, e l’altro, di rimando gli dice di domandarglielo con cortesia, per ottenere una gentile risposta. Il primo è Guido del Duca, colui che per tutto il canto prenderà la parola, l’altro è Rinieri da Calboli. A far partire la requisitoria contro i toscani è Dante stesso che, non rivelandogli sin da subito il nome ma riferendosi al fiume Arno, fa sì che il penitente parta per criticare aspramente le genti che vivono là dove il fiume trascorre; tale “cattiveria” sarà punita da un nipote, Fulceri,  del dannato Rinieri, là con Guido, che sarà potestà nella città di Firenze, portando morte e distruzione tra i ghibellini e i guelfi rimasti in città (si riferisce al 1303). La crudeltà di Fulceri sarà a sua volta motivo per denigrare le popolazioni emiliane, le cui casate hanno dimenticato oggi il valore della cortesia, che sembra essersi fermato appunto nella figura di Rinieri.

724b797d8c830d9fd2fff3ccd2607c34.jpegMiniatura medievale che illustra Dante con Guido del Duca e Rinieri da Calboli 

Canto XV
II cornice – Salita alla III cornice – III cornice (Iracondi)

E’ un canto privo di personaggi o per meglio dire senza penitenti con cui dialogare. Egli sì, percepisce dei suoni, ma sono inni che completano e chiudono la cornice degli invidiosi. Quindi, dapprima colpito dalla luce del sole, poi dal bagliore di un angelo, invitato da quest’ultimo, comincia a salire una scala, più agevole della precedente. Mentre salgono la scala Virgilio, ma solo in parte,  risolve un dubbio che scuote Dante dal colloquio con Guido del Duca, quando gli disse “o gente umana, perché poni il core / là v’è mestier di consorte divieto?” (“o uomini, perché vi attaccate a beni che necessariamente portano con sé l’impossibilità di fruirne in comune?”). Virgilio gli risponde che più sono gli uomini più sarà impossibile condividere i beni terreni che risulteranno sempre minori, ma se si rivolgesse lo sguardo all’unico bene indivisibile, cioè l’amore per Dio e quindi la carità tale problema non esisterebbe. Ma aggiunge che tale risposta è certamente limitativa perché solo la sapienza di Beatrice potrà rispondergli in modo più adeguato. Quindi Dante stesso viene quasi travolto da immagini estatiche che preannunciano i penitenti della terza cornice; sono immagini di mansuetudine come Maria che rimprovera con dolcezza Gesù che si era attardato con i dottori del Tempio; Pisistrato che di fronte a un ragazzo che aveva baciato sua figlia in strada e verso cui la moglie chiede una punizione esemplare risponde “e se trattassimo così chi ci ama, come dovremmo trattare chi ci vuol male?” ed ancora Santo Stefano che picchiato fino alla morte steso in terra, alza gli occhi al cielo per chiedere il pardono nei loro confronti. Risvegliatosi da quella sensazione un po’ svagata con cui aveva “vissuto” le immagini, Dante e Virgilio, giunti alla terza cornice, vengono immersi in una densa nube scura.

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Canto XVI
III cornice (Iracondi)

E’ questo il canto di Marco Lombardo:

Buio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
che l’occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse.
Sì come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l’Agnel di Dio che le peccata leva.
Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.
«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
diss’io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
e d’iracundia van solvendo il nodo».
«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?».
Così per una voce detto fue;
onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe».
E io: «O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi».
«Io ti seguiterò quanto mi lece»,
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece».
Allora incominciai: «Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l’infernale ambascia.
E se Dio m’ ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte»

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Gustave Doré: Dante e Virgilio incontrano Marco Lombardo

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco.
Per montar sù dirittamente vai».
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
che per me prieghi quando sù sarai».
E io a lui: «Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.
Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
ma priego che m’addite la cagione,
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
Però, se ’l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.
Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ‘l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
e non natura che ’n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’erba si conosce per lo seme.
In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l’antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.
Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e la soma».
«O Marco mio», diss’io, «bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.
Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?».
«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
Vedi l’albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
Così tornò, e più non volle udirmi.

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Scuola italiana: La III cornice

Mai il buio dell’inferno né una notte priva di qualunque stella, sotto un cielo senza luce, annerito quanto è possibile dalle nubi, pose davanti al mio viso un velo tanto scuro quanto fece quel fumo che ci avvolse nella terza cornice, né fu mai così sgradevole a sentirsi tanto che i miei occhi faticarono a restare aperti; perciò la mia attenta e fedele guida mi si accostò e mi offrì la sua spalla per condurmi. Così come un cieco va dietro alla sua guida per non perdersi e per non urtare violentemente contro qualcosa che possa fargli male, se non addirittura ucciderlo, allo stesso modo procedevo io attraverso quell’aria pungente e densa, ascoltando la mia guida, Virgilio, che mi avvertiva continuamente: «Stai attento a non allontanarti da me.» Sentivo delle voci intorno a me e ciascuna sembrava pregare per la pace e la misericordia l’agnello di Dio, che toglie i peccati dell’uomo. Tutte con ‘Agnus Dei’ iniziavano le loro preghiere; cantando tutti le stesse parole con la stessa intonazione, tanto che sembrava regnasse tra loro l’armonia. «Maestro, sono anime queste che sento cantare?», chiesi. Mi rispose Virgilio: «Tu credi il vero, sono anime e stanno espiando i loro peccati d’ira.» «Chi sei tu che attraversi il fumo che ci avvolge, e parli di noi come se tu dividessi ancora il tempo in mesi e giorni?» Queste parole furono pronunciate da una voce; per cui il mio maestro mi disse: «Rispondigli, e chiedigli anche se è per questa strada che si sale alla prossima cornice.» Dissi: «Oh anima che ti purifichi qui dei tuoi peccati per poter poi tornare completamente pura a Dio, che ti creò, sentirai qualcosa di incredibile se mi segui.» «Io ti seguirò per quanto mi è concesso farlo», rispose, «e se il fumo non mi lascia vedere dove vado, sarà l’udito a tenerci vicini, facendo le veci della vista.» Cominciai allora a dire: «Con quell’involucro dell’anima, che la morte poi distrugge, salgo verso il cielo, e sono giunto qui dopo aver attraversato le sofferenze dell’inferno. E se Dio mi ha accolto nella sua Grazia, tanto da volere che io veda la sua corte celeste in un modo completamente diverso da quello è solito, non nascondermi la tua identità, chi eri prima di morire, ma anzi dimmelo, e dimmi anche se procedo nella direzione giusta verso la prossima cornice; siano le tue parole la nostra scorta.» «Nacqui nell’Italia settentrionale ed il mio nome fu Marco; fui molto esperto delle regole del mondo ed amai sempre quel valore morale, la cortesia, al quale ormai nessuno tende più. Per salire alla prossima cornice continua a camminare dritto.» Così mi rispose ad aggiunse infine: «Ti chiedo di pregare Dio per me quando sarai in cielo.» E gli dissi allora io: «Ti prometto solennemente di fare ciò che mi chiedi; ma rischio ora di scoppiare per un grosso dubbio che mi attanaglia se non me ne sbarazzo subito. Prima era semplice, piccolo, adesso è diventato doppio dopo la tua affermazione, che mi conferma qui, come già altrove, la frase a cui accoppio la tua. Il mondo è certamente privo di ogni valore, come tu stesso mi hai detto, ed è invece invaso e pieno di ogni forma di malvagità; ma ti prego di indicarmi la ragione, la causa di ciò, così che io la possa conoscere e quindi spiegarli anche ad altri; perché alcuni la attribuiscono agli influssi celesti, altri alla semplice responsabilità umana.» Un profondo sospiro, che il dolore tramutò in un lamento, fu prima emesso dallo spirito; che poi cominciò a dire: «Fratello, il mondo è cieco e tu, con questa domanda, dimostri di provenire proprio da lì. Voi che siete ancora in vita attribuite la causa di ogni cosa solo e sempre al cielo, come se necessariamente il cielo muovendosi trascinasse tutto con sé. Se così fosse, in voi cesserebbe di esistere il libero arbitrio, e non sarebbe giusto ricevere un premio per il bene compiuto e una punizione per il male. Il cielo dà l’impulso iniziale alle vostre azioni; non proprio a tutte, ma, ammesso anche che siano tutte, vi è comunque sempre data la facoltà di distinguere il male dal bene, ed anche la libera volontà; la quale, se fatica nei primi momenti ad opporsi alle tendenze suggerite dal cielo, in seguito ha sempre la meglio, se viene ben coltivata. Ad una forza maggiore e ad una natura superiore a quella degli astri voi siete soggetti, pur essendo liberi; è quella che crea la vostra mente, su cui il cielo non può influire. Perciò, se il mondo abbandona la retta via, la causa è in voi, in voi deve essere ricercata; e te ne darò ora la vera dimostrazione. L’anima esce dalla mano di Dio, che la pensa prima ancora di farla esistere, come una bambina che con innocenza passa dal pianto al riso, completamente ignara di tutto, salvo che, provenendo dall’infinita gioia del suo creatore, si rivolge spontaneamente verso ciò che le dà gioia. Nei primi tempi l’anima fa esperienza di un bene di poca importanza; questo la trae in inganno, e così l’anima corre dietro ad esso, a meno che una guida o un freno non riescano a distogliere la sua attenzione. Per questo fu necessario istituire delle leggi per porre il freno; fu necessario creare l’autorità del re, che distinguesse almeno la torre della vera città (la Giustizia). Le leggi ci sono, ma chi si preoccupa di farle rispettare? Nessuno, poiché il pastore che conduce il gregge, può ruminare (riflettere) ma non ha le unghie tagliate in due (la capacità di distinguere il bene dal male); perciò le persone, che vedono la loro guida desiderare soltanto quei beni materiali di cui è tanto avida, si nutrono a loro volta di quelli, e non desiderano nient’altro. Puoi vedere chiaramente che la cattiva gestione del Papa è la causa prima che ha reso malvagio tutto il mondo, non lo è la parte corrotta della vostra natura umana. Roma, che rese buono il mondo, era solita avere due diversi soli ad illuminare l’una e l’altra strada, quella materiale e quella spirituale. Adesso uno dei due ha spento la luce dell’altro; il potere imperiale si è unito con quello spirituale, e così uniti a forza, è inevitabile che vadano entrambi male; poiché, così messi insieme, non si controllano a vicenda come dovrebbero: se non mi credi, pensa alla spiga, perché ogni pianta si riconosce dal suo seme (che è poi contenuto nel suo frutto). Nel territorio italiano bagnato dai fiumi Adige e Po, un tempo si trovavano facilmente cortesia e virtù, prima che l’imperatore Federico II subisse l’attacco della Chiesa; ora può in tutta sicurezza passare da lì qualunque persona che prima evitava, vergognandosi della propria malvagità, di parlare o di avere semplicemente a che fare con le persone oneste. Ci sono in verità ancora tre vecchi attraverso la cui persona il passato rimprovera aspramente il presente, ed ai quali sembra non arrivare mai il giorno della loro morte: Corrado da Palazzo, il buon Gherardo da Camino e Guido da Castello, che è meglio conosciuto, alla francese, come il semplice Lombardo. Puoi dunque ormai affermare che la Chiesa di Roma, per aver voluto unire in sé due diversi poteri, cade nel fango ed imbratta così sé stessa e tutto il suo carico.» «O Marco mio», dissi io allora, «dici il giusto: ed ora capisco perché furono esclusi delle eredità materiali i Leviti, i sacerdoti degli Ebrei. Ma chi è quel Gherardo cui ti riferisci parlando di quell’uomo saggio che è rimasto ancora in vita, esempio della generazione scomparsa, a rimprovero di questo secolo incivile?» «O le tue parole non mi sono chiare, oppure vuoi provocarmi», mi rispose; «dal momento che, da toscano quale sei, sembra che tu non sappia nulla del buon Gherardo. Io non lo conosco con nessun altro soprannome, a meno che non lo prenda da sua figlia Gaia. Vi saluto, che Dio sia con voi, perché non posso più venire insieme a voi. Vedi che il sole con i suoi raggi, che attraversano il fumo, rischiara ormai la cornice, e mi conviene quindi allontanarmi, l’Angelo del perdono è poco distante e non vorrei comparirgli davanti.» Detto questo tornò indietro e non volle più stare ad ascoltarmi.

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L’incipit del canto sembra quasi riportarci all’inferno: era dall’inizio del Purgatorio che non lo abbiamo più trovato, ma è un buio diverso, derivato da nubi meteorologiche sebbene denso tanto da dar fastidio agli occhi. In questo buio s’incontrano con Marco Lombardi ed è un incontro che ricorda quella di un altro grande protagonista, Federico degli Uberti. Lì era un “O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco.”, qui vi è quasi lo stessa domanda, la stessa lieta sorpresa d’incontrare un vivo, non dimenticando nè l’uno né l’altro, un po’ di supponenza e di alterigia: “Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, e di noi parli pur come se tue partissi ancor lo tempo per calendi?. Ambedue rivolgono il loro sguardo alla loro “storia”: Montaperti per il dannato, il nord d’Italia per Marco. Ma chi è Marco Lombardo, che presenta se stesso con uno splendido chiasmo? Non sappiamo nulla di lui, ci dice qualcosa il Novellino; fu probabilmente un nobile uomo di corte, non certo ricco e sembra che sulla sua figura abbia messo molto se stesso e delle sue idee politiche. E’ infatti un canto politico, in cui Dante, partendo dal concetto di libero arbitrio arriva alla teoria dei due soli, espressa in modo compiuto nel De monarchia, attraverso un ragionamento fortemente logico: il libero arbitrio, lasciando l’uomo appunto libero di scegliere il bene o il male ha bisogno di una legge che lo guidi; la legge a sua volta ha bisogno di chi la fa rispettare, ma se a farla rispettare è una istituzione che ha altro compito, come la “giurisdizione” divina, la guida è fallace in quanto non mitigata da chi è deputato a tale compito, la giurisdizione terrena, cioè quella imperiale. E’ evidente che tale visione, certamente, retrograda rispetto ai cambiamenti italiani del ‘300, conduca ad una forma di nostalgia, ben espressa da Marco Lombardo verso l’esiguità del numero di chi conserva il concetto di cortesia rispetto alla malignità del presente.

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Rubens: Progne e Tereo

Canto XVII
III cornice (Iracondi) – Salita alla IV cornice (accidiosi)

Posto al centro dell’iter purgatoriale, questo canto funge la funzione che nell’Inferno aveva avuto il canto XI, per meglio dire quello di spiegazione della struttura morale che sottintende l’intera montagna purgatoriale.

Il canto si può dividere in tre momenti: 

vv. 1-39: mentre riemergono dalla nebbia degli iracondi, a Dante appaiono le visioni dell’iracondia punita. Esse sono tre:

  • Progne, mito ripreso dal Vi libro di Ovidio in cui si narra del re della Tracia, sposo appunto di Progne. Quando viene a trovare quest’ultima la sorella Filomena, Tereo se ne infiamma e cogliendo il momento opportuno, la violenta. Affinché non riveli nulla alla sorella le taglia la lingua, ma riuscendo a gesti a confidarsi, ambedue imbandiscono a Tereo le carni del figlioletto: Progne verrà trasformata in usignolo, Filomena in rondine e Terreo in upupa;
  • Aman, nella corte di Assuero, re persiano, è l’eunuco che ha il compito di trovare delle vergini da portare all’harem, per sostituire la sposa del re fuggita. Tra esse vi è Ester, che vive col cugino Mardocheo. Costui diviene intimo del re e scopre un complotto degli eunuchi, mentre quest’ultimi, su istigazione di Aman, vogliono processare i giudei che non s’inchinano al sovrano. Sarà proprio l’eunuco ad essere ucciso tramite crocifissione.
  • Amata, madre di Lavinia che si uccide perché non vuole che la figlia, già fidanzata a Turno, re dei Rutuli, andasse sposa ad Enea. 

Il secondo momento è racchiuso tra i vv. 40 – 69: riemergendo dall’oscurità, una luce che sovrasta la capacità visiva di Dante, lo invita a salire: è l’angelo della pace. Prima che giunga la notte, in cui, com’è noto, non si procede, i pellegrini giungono nel IV cerchio.

Vv. 70 – 139: comincia qui la terza parte del canto in cui Virgilio spiega la ripartizione purgatoriale a partire dal concetto dell’amore. Ed egli a partire dal peccato dell’accidia (l’amore del bene, insufficiente rispetto al dovere), spiega appunto cosa sia l’amore, insito in ogni uomo: naturale, quindi, ma anche d’elezione (scelta dell’uomo). Quando quest’ultimo sceglie il d’amare il male o, come qui, non distogliendosi dal bene, ama troppo i beni secondi, distogliendogli dall’unico vero bene che è Dio, li purgherà qui nel Purgatorio.

Canto XVIII
IV cornice (accidiosi)

Il canto XVIII si lega con il precedente senza soluzione di continuità. Sembra quasi che Dante non si senta soddisfatto della teoria dell’amore illustrataci da Dante e cerchi di approfondire il discorso. 

Ond’io: «Maestro, il mio veder s’avviva
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
Però ti prego, padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogni buono operare e il suo contrario».

Allora io: «Maestro, il mio intelletto si rischiara così vivamente attraverso la tua sapienza, che comprendo facilmente ciò che la tua ragione formula e analizza. Perciò ti prego, padre caro, che tu mi spieghi cosa sia l’amore, al quale fai dipendere ogni azione buona o malvagia»

in altre parole, la domanda di Dante è chiara: mi spieghi che cosa è l’amore? Risulta evidente che da tale domanda ne discenda una spiegazione dottrinale. Virgilio le risponde semplicemente che l’amore è un sentimento innato in noi, che rivolge, sin dalla nascita il nostro volere verso il bene. Come il fuoco s’innalza verso l’alto, così l’amore che tende verso Dio si alimenta ancor di più tanto che l’amore, più s’avvicina al suo bene, più aspira alla perfezione dell’amore che non è mai paga (se non nella beatitudine). Alla domanda di Dante secondo cui, se l’amore è innato, non è colpa dell’uomo se tale amore va verso il bene o verso il male, Virgilio risponde che tale concetto lo potrà meglio capire da Beatrice, ma per il momento non può che sottolineare che Dio ha dato l’uomo la ragione, quindi il discernimento, che deve guidare gli istinti naturali, è pertanto la ragione degli uomini che permette loro di amare in modo pieno, o con minore intensità, come qui nel Purgatorio, o amare il male, come si è già visto nell’inferno.  

57608933_317266438946694_6680211510533257176_n.jpgAffresco che illustra la IV cornice del Purgatorio

E’ notte alta e dopo la spiegazione di Virgilio Dante si trova in una situazione di sonnolenza, che scompare improvvisamente dall’arrivo di anime che, dalle nostre spalle, si dirige verso di noi. Questa folla giunge correndo, declamando esempi contrari al loro peccato dell’accidia. Ad esse Virgilio domanda qual è il varco per continuare la salita ed essi, che non possono fermarsi, invitano i pellegrini a seguirli, e quindi rivelano la loro identità, tra cui l’abate di San Zeno di Verona e due anime che lamentano uno la scarsa volontà nel seguire Mosè nell’attraversare il Giordano, l’altro i compagni d’Enea, che rimasti in Sicilia, non poterono partecipare alla gloria di Roma. Ma mentre Dante li vede già allontanarsi, si perde in pensieri al fine di domandar loro, ma gli stessi si trasformano in sogno.

Canto XIX
IV cornice (accidiosi) – V girone (avari e prodighi)

Dante, dopo la solita precisazione astrologica che indica il momento più freddo della notte, poco prima dell’alba, sogna:

mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.
Poi ch’ell’avea ’l parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son», cantava, «io son dolce serena,
che ’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!».
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’apria
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.

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Dante in sogno

mi apparve in sogno una donna balbuziente, con lo sguardo strabico, storpia nel modo in cui si reggeva in piedi, con le mani monche e dal colorito pallido smorto. Io la fissavo; e così come il sole ridà vigore al corpo infreddolito ed intorpidito dalla notte appena passata, allo stesso modo il mio sguardo su di lei le sciolse la lingua (la fece parlare), e subito dopo le raddrizzava la postura in poco tempo, ed al suo volto pallido, come è capace di fare l’amore, ridava infine anche colore. Quando, in ultimo, la sua lingua, la sua capacità di parlare fu sciolta a sufficienza, cominciò a cantare con una tale grazia, che solo a fatica sarei riuscito a distogliere da lei la mia attenzione. «Io sono», cantava, «io sono la dolce sirena, che incanta i marinai in mezzo al mare; tanto è il piacere che si può provare nell’ascoltarmi! Io distolsi l’attenzione di Ulisse dal suo vagare per mareper rivolgerla al mio canto; e chi si abitua a stare con me, raramente poi decide di andarsene; tanto riesco ad appagarlo, a soddisfarlo! La sua bocca non si era ancora richiusa dopo il canto, quando una seconda donna, dall’aspetto santo e premuroso, mi apparve e si mise al mio fianco per confondere la prima, la sirena. «Oh Virgilio, Virgilio, chi è questa donna?» urlò con voce sdegnata; e Virgilio a quel punto venne da noi tenendo i suoi occhi fissi solamente sulla donna onesta. Afferrò poi l’altra, e le aprì la parte anteriore del vestito strappandone i lembi di stoffa, fino a mostrarmi il suo ventre; la terribile puzza che ne uscì mi risvegliò bruscamente.

Il passo presentato è stato uno dei più discussi, eppure l’allegoria in esso presente appare piuttosto chiaro: una donna deforme, balbuziente, si trasforma in una suadente “sirena”, ma interviene una “donna santa” che spinge Virgilio a lacerarle i panni, per cui si mostra l’immonda natura: cioè il vizio, il cui fascino ci attira percependolo come piacere, fino a quando interviene la ragione a ricondurci nella “dritta via”. Fino a qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria simbologia medievale, che tuttavia lascia delle questioni aperte, soprattutto due:

  • Ulisse: nel medioevo era chiaro che il mito dell’eroe greco si conosceva, eppure qui ci troviamo di fronte ad una interpretazione secondo la quale Ulisse venne “desvia” grazie al canto di esse. La fonte è certamente ciceroniana (sappiamo che Dante non conosceva il greco e quindi l’opera omerica) dal De finibus: il filosofo arpinate afferma che il compito delle sirene era quello di flectere, piegare verso loro, che rappresentavano la conoscenza;  
  • la donna santa ha avuto moltissime interpretazioni, ma quella più appropriata ci sembra la filosofia/ragione, proprio perché più si lega al concetto di conoscenza prima illustrato; la conoscenza, per essere valida dev’essere guidata dall’apporto morale; d’altra parte a stracciare la veste menzognera è Virgilio, che sin dall’inizio del poema dantesco riveste il ruolo della ragione. 

Subito dopo, dopo l’incitamento di Virgilio a salire, Dante arriva alla V cornice in cui trova distesi in terra i penitenti del peccato di avarizia. Essi con il volto a terra intonano il salmo Adhesit pavimento anima mea (L’anima mia è prostata a terra), – in quanto gli avari furono troppo attratti dalle cose terrene – e, richiesti da Virgilio su quale fosse la via da seguire e individuato da chi giungesse la risposta, Dante, sente dire scias quod ego successor Petri (Adriano V, ma in realtà la persona di cui qui parla Dante è Adriano IV) e quindi  s’inchina per osservarlo meglio, ma lui lo invita a rialzarsi perché nel Purgatorio tutte le anime, al di là del grado di provenienza, sono uguali a Dio. Costui racconta che, appena eletto papa, si rese conto di quale fosse il suo compito, sebbene avesse potuto derogare da esso, ma il suo pontificato è stato di breve durata e se mai il pellegrino fiorentino dovesse tornare sulla terra, si rivolgesse a sua nipote Alagia, l’unica, forse, se non verrà corrotta dai familiari, la cui moralità permetterà di innalzare preghiere a Dio in grado di sollevarlo al cielo. E’ evidente il riferimento all’episodio dei simoniaci nel XIX canto dell’Inferno con la figura di Niccolò III: qui un esempio della chiesa morale, là la critica verso una mondanizzazione contraria, per Dante, al suo compito originario. 

Canto XX
V cornice (avari e prodighi)

Dante dopo il colloquio con Adriano continua a camminare nel girone, non dimenticando, però, di far pronunciare a Dante auctor un’invettiva contro l’avarizia, simboleggiata ancora dalla lupa che, all’inizio del poema sacro gli aveva impedito il cammino.

In seguito avviene l’incontro con Ugo Capeto:

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta. 
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia. 
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta. 
Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, 
trova’ mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, 
ch’a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa. 
Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male. 
Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna. 
Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. 
Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. 
Sanz’arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 
Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta. 
L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave. 
O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c’ ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne? 
Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
 

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso. 
Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele. 
O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? 

Coronation_of_Hugues_Capet_2.jpgUgo Capeto

Io sono stato la radice di quella pianta malvagia (il capostipite di quella malvagia famiglia) che ora danneggia tutto il mondo cristiano, tanto che raramente da essa si può raccogliere un buon frutto. Ma se le città di Douai, Lille, Gand e Bruges potessero, questa sua malvagità verrebbe subito punita; ed io chiedo che accada a Dio che tutto giudica. Il mio nome in vita è stato Ugo Capeto; da me sono discesi i Filippi ed i Luigi da cui attualmente la Francia è governata. Ero figlio di un macellaio di Parigi; quando l’antica dinastia dei sovrani si estinse completamente, tranne che per un discendente fattosi frate, mi trovai strette tra le mie mani le redini per guidare sia il governo che il regno, ed una così smisurata potenza derivante dalle nuove conquiste, ed una così ampia cerchia di amici, che la corona rimasta vacante fu posta sulla testa di mio figlio, dal quale discese poi tutta la dinastia dei re consacrati (i Filippi ed i Luigi). Finché il dominio della Provenza, ricevuto in dote da mia moglie, non tolse ai miei discendenti la capacità di contenere i propri impulsi, la dinastia aveva scarso valore, ma almeno non commetteva male alcuno.  Da lì iniziò però poi a compiere, usando la forza e l’inganno, le sue rapine; ed in seguito, per espiare tale peccato, estese il suo dominio sul Ponthieu, sulla Normandia e sulla Guascogna. Carlo I d’Angiò venne in Italia e, per penitenza, uccise, Corradino; e poi rispedì anche in cielo Tommaso, sempre per penitenza. Vedo che arriverà un giorno, non molto lontano da oggi, in cui un altro Carlo uscirà fuori dai confini della Francia, per far meglio conoscere il valore suo e dei suoi uomini. Uscirà senza nessuna arma ma solo con la lancia (l’astuzia e l’inganno) che fu in passato già utilizzata da Giuda, e la punterà con una tale precisione da fare scoppiare la pancia a Firenze. Pertanto, nessun dominio territoriale, ma solamente colpa e vergogna guadagnerà con questo suo operare, tanto più grave per sé quanto meno reputa valere una simile punizione. L’altro Carlo (Carlo II d’Angiò), che era già uscito dalla Francia su di una nave, come prigioniero, lo vedo vendere sua figlia e contrattare sul prezzo così come fanno i corsari con le figlie degli altri catturate e fatte schiave. Oh avidità, che cosa puoi fare peggio di così, dopo che la mia discendenza, la mia stirpe hai tirato a te a tal punto che non ha ora più cura nemmeno dei propri parenti stretti? Ma perché sembri meno grave il male che verrà fatto e quello già compiuto, vedo anche entrare nella cittadina di Anagni il giglio di Firenze, e vedo Cristo essere catturato nella persona del suo vicario in terra, il papa. Le vedo venire deriso ancora una volta; lo vedo subire nuovamente l’offesa dell’aceto e del fiele, ed essere infine nuovamente ucciso in mezzo a ladroni vivi. Vedo il nuovo Pilato (Filippo il Bello) essere tanto crudele da non sentirsi appagato da questa morte, e, senza permesso, dirigere le vele della sua avidità contro l’ordine dei Templari. Oh mio Signore, quando potrò finalmente gioire nel vedere punita tanta crudeltà che, nascosta agli uomini, rende più dolce la tua ira nella tua mente per noi inesplorabile?

Questo passo ci allontana dal clima di penitenza che sottende la cantica purgatoriale: L’unica eccezione l’avevamo già vista nel canto di Sordello, ma lì si trattava di una “digressione”; ora riprende l’argomento politico, piegando la storia secondo il fine dimostrativo che vuole dare a questa pagina, la cui forza e oggettività ideologica è rafforzata dal fatto che a pronunciarla sia proprio il fondatore della dinastia francese. Di me son nati i Filippi e i Luigi, afferma Ugo Capeto, che tanto male hanno fatto al mondo conosciuto.

Tre sono i peccati che Dante ascrive loro:

  • l’uccisione di Corradino di Svevia e la politica antimperialista che ha trascinato con sé, l’intervento della Chiesa nel gioco politico italiano, portandola ad una forte instabilità politica; 
  • il discesa a Firenze di Filippo il Bello, chiamato da Bonifacio VIII con la scusa di riportare la pace in Firenze ma in realtà per insediarci i Neri da cui deriverà l’esilio di Dante;
  • lo schiaffo di Anagni, nel 1303, contro cui l’emissario del re di Francia o un Colonna, che condivideva la politica francese, schiaffeggiarono Bonifacio VIII perché non voleva sottomettersi alla politica transalpina (vogliamo ricordare che subito dopo la morte di Bonifacio, la Chiesa, nel 1309, venne spostata ad Avignone) e la distruzione dell’ordina dei Templari (1307).

Non ci può sorprendere che Dante riprenda i re francesi di aver “schiaffeggiato” Bonifacio VIII, conoscendo l’opinione che il poeta fiorentino ha su tale pontefice: ma non è la persona che viene colpita, ma il ruolo che ricopre, che è pur sempre quello di vicario di Cristo in terra.

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Alphonse-Marie-Adolphe de Neuville: Lo schiaffo di Sciarra Colonna

Abbandonando il re francese i due vengono sorpresi da un terremoto, accompagnato dal canto Gloria in excelsis Deo, che lascia i due pellegrini in uno stato di sospensione che sarà risolto solo nel canto seguente.

Canto XXI
V cornice (avari e prodighi)

La sete natural che mai non sazia
se non con l’acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia, 

mi travagliava, e pungeami la fretta
per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta. 
Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
già surto fuor de la sepulcral buca, 

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria, 
dicendo: “O frati miei, Dio vi dea pace”.
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. 

Poi cominciò: “Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio”. 
“Come!”, diss’elli, e parte andavam forte:
“se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ ha per la sua scala tanto scorte?”. 
E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. 
Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,

venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.
Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a’ suoi piè molli”.
Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.
Quei cominciò: “Cosa non è che sanza
ordine senta la religïone
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d’altro, cagione.
Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve; 
nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade; 
secco vapor non surge più avante
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. 
Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che ’n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai. 
Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.
De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l’alma sorprende, e di voler le giova.
Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.
E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent’anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:
però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii”.
Così ne disse; e però ch’el si gode
tanto del ber quant’è grande la sete,
non saprei dir quant’el mi fece prode.
E ’l savio duca: “Omai veggio la rete
che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.
Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
qui se’, ne le parole tue mi cappia”.
“Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto,
col nome che più dura e più onora
era io di là”, rispuose quello spirto,
“famoso assai, ma non con fede ancora.
Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.
Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;
de l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando”.
Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ’Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole;
ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.
Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
e “Se tanto labore in bene assommi”,
disse, “perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?”.
Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso
dal mio maestro, e “Non aver paura”,
mi dice, “di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura”.
Ond’io: “Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti”.
Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: “Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi”.
Ed ei surgendo: “Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’io dismento nostra vanitate,
trattando l’ombre come cosa salda”.

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La sete naturale di sapere, che non si sazia mai se non bevendo l’acqua della verità divina, quella che la donna samaritana chiese a Gesù, mi tormentava e mi stimolava la fretta di seguire la mia guida lungo quella strada ostruita dalle anime, con le quali condividevo la sofferenza per la giusta punizione. Ed ecco che, proprio come nel vangelo Luca è scritto che Cristo apparve a due discepoli che erano in cammino, dopo essere risorto dal suo sepolcro, ci apparve all’ora un’ombra, che avanzava dietro a noi, mentre facevamo attenzione a non calpestare la folla di anime distese sulla via; ma non ci accorgemmo subito di lei, se non quando ci parlò, dicendoci: «Fratelli miei, possa Dio darvi la pace». Ci voltammo subito indietro e Virgilio le rese il cenno di saluto. Poi comincio a dire: «Possa concederti la pace nell’assemblea dei beati l’infallibile giudizio divino, che pone invece me in un eterno esilio». «Come è possibile?» disse all’ora l’anima, mentre tutti e tre camminavamo intanto in fretta: «Se voi siete anime indegne di salire fino a Dio, chi vi ha condotto così in alto sulla scala che conduce a lui?» Ed il mio maestro: «Se tu osservi i segni che costui porta sulla fronte, che vengono incisi dall’angelo custode, puoi ben capire che è giusto che lui faccia parte il regno dei buoni. Ma perché  colei che fila giorno e notte (Lachesi), non aveva ancora finito di filare tutta la lana della sua vita, che Cloto pone ed avvolge sulla rocca, (Atropo era la terza parca che recide il filo della vita) la sua anima, sorella mia e tua, nel suo salire non poteva procedere dal sola, senza una guida, non essendo in grado di percepire la realtà come possiamo noi puri spiriti. Per questo motivo fui chiamato fuori dalla profonda cavità infernale per mostrargli la via, e gli farò ancora da guida fin dove il mio insegnamento potrà condurlo. Ma spiegami, se lo sai, il motivo per cui ha tremato così tanto poco fa il monte, e perché all’unisono ha innalzato un grido fin dalla sua parte più bassa, immersa nel mare». Virgilio, ponendo questa domanda, colpì così bene nel segno il mio desiderio inespresso, che già solo con la speranza di essere soddisfatta la mia sete di sapere divenne meno intensa. Cominciò a rispondere quell’anima: «Non esiste cosa che la legge sacra della montagna faccia senza obbedire all’ordine divino, o che non sia per lei usuale. Questo luogo è immune da ogni perturbazione atmosferica: solo da ciò che il Cielo riceve in sé e produce da sé, non da altro, possono essere originate delle perturbazioni. Perciò né pioggia, né grandine o neve, né rugiada o brina può cadere sul monte al di sopra del punto in cui si trova la piccola scala di ingresso formata da tre soli gradini, ingresso del Purgatorio; non si vedono nuvole, né voluminose né tenui, non si vedono fulmini e neanche Iride, l’arcobaleno, figlia di Taumante, che nel mondo terreno cambia spesso luogo; il vapore secco non sale in cielo oltre il terzo, e più alto, dei tre gradini ai quali mi sono riferito, là dove tiene appoggiati i piedi il vicario di san Pietro, l’Angelo portiere del Purgatorio. Si verificano forse terremoti più o meno intensi al di sotto dei tre gradini; ma per il vento secco che resta chiuso nella terra, non so come, qua su non si verificarono mai dei terremoti. Qui i terremoti si verificano solo quando un’anima si sente ormai purificata, così da potersi alzare o muoversi per salire in Paradiso; ed il canto che hai potuto udire accompagna queste scosse della montagna. L’unica prova dell’avvenuta purificazione è la volontà, che, del tutto libero di cambiare luogo e compagnia, si impadronisce dell’anima e l’asseconda. Anche prima l’anima desidera salire, ma non glielo permette la volontà relativa, che la giustizia divina, contro la volontà assoluta (che tende a Dio), spinge verso la pena così come in vita la volontà relativa ha spinto l’anima a peccare. Ed io, che ho subito questa pena stando sdraiato per più di cinquecento anni, solo poco fa ho sentito la volontà, ora libera da impedimenti, di raggiungere una dimora più elevata: per tale motivo hai potuto sentire prima il terremoto e le anime buone ringraziare da ogni luogo del monte il Signore, pregandolo di farle salire presto fino a lui». Parlò così quell’anima; e poiché si ottiene tanta più soddisfazione dal bere quanto più si ha sete, non saprei esprimere a parole quanto mi fu gradito il suo discorso. Disse allora la mia saggia guida: «Comprendo ora quale sia l’impedimento che vi trattiene qui e come ve ne liberate, perché il monte tremi e per che motivo gioite tutte insieme. Ti piaccia però di rivelarmi ora anche chi sei stato nella vita terrena, ed il perché per così tanti secoli sei rimasto disteso qui me lo faccia capire le tue parole». «Nel tempo in cui il valoroso Tito, con l’aiuto di Dio, il supremo re, vendicò le ferite da cui uscì il sangue venduto per tre danari da Giuda, con il nome di poeta, che dona la fame più longeva e più grande», rispose a Virgilio quello spirito, «ero al mondo molto famoso, ma non avevo ancora la fede in Cristo. La mia poesia fu tanto armoniosa che, nato a Tolosa, fui chiamato a Roma, dove ottenni il merito di essere incoronato con le foglie di mirto. Nel mondo terreno sono ancora noto con il nome di Stazio: cantai la città di Tebe e scrissi poi dell’eroe Achille; ma morii mentre ero ancora intento a compiere questa seconda opera. Alimentarono il mio entusiasmo di poeta le scintille, ed anche mi scaldarono, di quella somma fiamma da cui furono accesi moltissimi poeti; sto parlando dell’Eneide, che fu per me come una madre e come una balia, nel campo della poesia: senza di essa non avrei fissato con la penna nulla che potesse avere il minimo peso. E per poter essere vissuto al mondo al tempo in cui visse Virgilio, sarei disposto ad uscire dal mio esilio in Purgatorio anche un anno oltre il dovuto». Queste ultime parole fecero volgere Virgilio verso di me con un atteggiamento tale che, senza bisogno di parole, mi diceva “Taci”; ma la volontà non può tutto; perché il riso ed il pianto seguono così rapidamente le passioni dalle quali hanno origine, da essere nelle persone più sincere molto poco assoggettate al controllo della volontà. Feci infatti un sorriso che fu come un cenno; perciò l’anima tacque e mi fissò quindi negli occhi, là dove si concentra maggiormente l’espressione del viso; e «Possa tu concludere bene la tua grande fatica», mi disse Stazio, «ma dimmi, perché il tuo viso è stato illuminato poco fa da un sorriso?» Mi trovo questo punto combattuto tra due fuochi: uno mi ordina di tacere, l’altro mi supplica di parlare; sospiro nell’indecisione, viene poi compresa la mia condizione dal mio maestro, che «Non avere paura», mi dice, «di parlare; ma parla pura e dagli la risposta che chiede con tanto interesse. Dissi io pertanto: «Se ti sei prima stupito, oh antico spirito, del fatto che io sorridessi; ma voglio adesso che tu abbia un motivo di maggiore meraviglia. Questa anima che mi guida verso l’alto è quel Virgilio dal quale tu hai assunto l’abilità poetica per cantare le vicende degli uomini e degli dei. Se hai creduto che fosse un altro il motivo del mio sorriso, lascialo ora perdere in quanto non vero, credi invece al fatto che la causa furono le parole che hai detto riguardo a lui». Stazio si era già inchinato per abbracciare i piedi del mio maestro, che però gli disse: «Fratello, non lo fare, perché sei uno spirito e davanti a te vedi un altro spirito.» Stazio, rialzandosi in piedi, rispose: «Puoi adesso comprendere l’intensità dell’amore che provo per te, per il fatto che mi fa dimenticare la nostra condizione incorporea, e tratto gli spiriti come fossero corpi solidi».

E’ il canto di Stazio, che proseguirà nel successivo, ma è, riprendendo il IV canto dell’Inferno, un nuovo tassello che il poeta fiorentino ci offrirà come testimonianza dei suoi amori letterari e dell’importanza che egli stesso afferma di possedere nei loro confronti.

Il XXI inizia laddove avevamo lasciato Dante, stupito da quel terremoto di cui cerca le ragioni e a spiegarlo, sopraggiunge un’anima alle loro spalle, che ancora non si rivela, ma afferma che il movimento terrestre che loro hanno sentito insieme al canto all’unisono di tutte le anime penitenziali sta ad indicare che una di loro viene accolta alla corte di Dio, cioè ascende in paradiso. Da qui il primo dubbio del lettore: non doveva l’anima percorrere l’intera montagna per espiare e quindi liberarsi definitivamente? Per questo personaggio, che afferma che la chiamata al cielo avviene quando l’anima si sente completamente libera dalla necessità che Dio le aveva imposto per espiare e che questo è avvenuto per lei dopo cinquecento anni, dobbiamo chiederci se tale “promozione” avviene all’improvviso o se sta percorrendo l’intera montagna per cui Dante lo incontra o ancora che, non avendo peccati ulteriori non deve necessariamente salire con fatica la cima del monte. Problema irrisolto, ma forse poco importa; più importante è certamente la figura di Stazio, che nel presentarsi mette prima il nome di poeta e quindi della poesia, poi circoscrive il tempo in cui è vissuto, nel tempo della Resurrezione di Cristo e della cacciata degli Ebrei da parte dell’imperatore Tito (in verità suo padre Vespasiano) e quindi pronuncia il suo nome e le opere per le quali è conosciuto la Tebaide – che Dante conosce assai bene – e l’Achilleide, non terminata per la sopraggiunta morte.

S’inserisce ora nella terza parte del canto un frammento che potremmo definire quasi “quotidiano”: Stazio afferma che l’ispirazione per il suo poema gliela ha offerta Virgilio con l’Eneide; Virgilio fa cenno a Dante di tacere, ma al Dante umano scappa un sorriso che viene quasi frainteso da Stazio stesso. Per evitare ciò la guida di Dante lo invita a chiarirsi e quindi lo stesso fa il nome del poeta latino, per cui l’autore della Tebaide si prostra ai suoi piedi per abbracciarlo, ma essendo pura materia il gesto non sarà che simbolico.

Canto XXII
VI cornice (golosi)

I tre poeti salgono insieme dal V al VI girone, con maggiore facilità, avendo Dante lavato man mano i peccati da lui incontrati fin qui. L’affetto di Stazio per Virgilio, mostrato alla fine del canto precedente, trova conferma dalle parole riferite al poeta mantovano da Giovenale, appena giunto nel Limbo. Tale sentimento spinge Virgilio a domandare del perché egli sia stato posto da Dio nel girone degli avari, ma Stazio nega che tale sia il suo peccato, e che, viceversa, egli sia macchiato del peccato inverso, la prodigalità. Ma è stato un verso dell’Eneide a riportarlo nella retta via. Quando era intento nella stesura della Tebaide, grazie ancora alle Egloghe virgiliane, la IV per esattezza, egli si convertì e ricevette il battesimo; ma non rese palese la nuova fede, non venendo meno, tuttavia, dall’aiutare i cristiani perseguitati. Per questo venne punito ed è stato punito, sino ad allora, per quattrocento anni. Quindi i tre poeti giungono alla VI cornice, dove vedono un grande albero dalle cui foglie sgorga un’acqua limpidissima, ma una voce li ammonisce di non bere né di nutrirsi. E’ il girone dei golosi. 

8f79c494179631ea2990af35925ba7ac.jpegCodice che illustra il canto XXII

Canto XXIII
VI girone (golosi)

Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;
ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!».
«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos’io lui, «veggendola sì torta.
Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.

Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,
ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
quando ne liberò con la sua vena».
E io a lui: «Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora».
Ond’elli a me: «Sì tosto m’ ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ ha de li altri giri.
Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna».

dante-forese-donati-purgatorio-divina-commedia-dorè-cult-stories.jpgDante incontra Forese

Già ero intento ad osservare che cosa fosse che li rendesse così affamati, perchè non mi era ancora chiaro il motivo della loro magrezza e della loro pelle squamosa, quando all’improvviso dal fondo di occhiaie scavate un’anima rivolse gli occhi verso me e mi guardò fissamente, poi a voce alta: «Che grazia è questa che mi viene offerta?». Non l’avrei certo riconosciuto dal volto, ma dalla sua voce mi rivelò ciò che l’aspetto mi aveva nascosto. Questo indizio mi riportò alla mente tutta la conoscenza di quel volto così mutato e riconobbi Forese. «Deh, non far caso alla secca pelle che m’impallidisce» pregava «né alla mia magrezza, ma dimmi la verità su di te, chi sono le due anime che ti fanno da scorta, non restare senza parlarmi!». Gli risposi: «La tua faccia, che io piansi già morta, ora mi fa piangere con non meno dolore per essere così tanto trasfigurata. Perciò dimmi, in nome di Dio, cos’è che vi consuma in tal modo. Non mi fare parlare mentre sono così stupito, perché la curiosità non soddisfatta potrebbe farmi parlare in modo svogliato». E lui a me: «Per l’eterna volontà divina, scende nell’albero e nell’acqua che sono rimaste alle spalle una virtù che ci fa dimagrire. Tutta questa gente che cantando il Miserere piangendo per aver secondato il piacere della gola eccessivamente e qui si purifica soffrendo la fame e la sete. L’odore che proviene dall’albero e dallo spruzzo d’acqua che come pioggia si sparge sulle foglie verdi suscita in noi il desiderio di bere e mangiare. E non solo una volta la nostra pena si rinnova mentre giriamo intorno alla cornice. Dico pena e dovrei dire gioia, perché ci conduce agli alberi quella stessa volontà che condusse Cristo a pronunciare Elì (o Dio) quando liberò l’uomo dal peccato originale con la sua morte». Ed io a lui: «Forese, da quel giorno i cui moristi per raggiungere un mondo migliore, non sono passati che cinque anni. Se la facoltà di peccare venne meno in te prima che giungesse in tuo soccorso l’ora del pentimento sincero che ci riconcilia con Dio (se ti sei pentito solo in punto di morte), come mai sei già giunto in questa cornice? Credevo di trovarti nella spiaggia dell’Antipurgatorio, dove al ritardo nel pentirsi corrisponde più tempo nell’espiazione.» E lui mi rispose: «Così presto mi ha condotto ad affrontare la lieta sofferenza della pena mia moglie Nella, con il suo continuo pianto Con le sue preghiere devoti e con i sospiri mi ha sottratto dal costone della montagna dove le anime attendono di essere ammesse alla purificazione e dalle pene delle altre cornici. Tanto è più cara e devota la mia vedovella a Dio, che amai molto, quanto è più sola nel comportarsi virtuosamente, che le donne della Sardegna centrale sono assai più pudiche della Barbagia in cui io la lasciai. Dolce fratello, cosa vuoi che io ti dica? Vedo già il tempo futuro, non così lontano da ora, durante il quale dal pulpito delle chiese sarà proibito alle sfacciate donne fiorentine andare in giro mostrando il petto e le mammelle. Quali donne barbare, quali saracene, per cui fosse necessario, per farle andar coperte, stabilire sanzioni ecclesiastiche o civili? Ma se le donne svergognate sapessero con certezza quel che prepara il cielo contro di loro, già urlerebbero per il terrore, che se la capacità di prevedere non m’inganna, saranno rattristate prima che un bambino, ora consolato con la nanna, metta la barba». 

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E’ un canto che ci ricorda, almeno nell’incontro con l’anima di Forese, quello assai più famoso con Brunetto Latini nel canto XV dell’Inferno. In entrambi vi è incredulità, stupore quando incontrano l’anima vivente di Dante. “Qual meraviglia” dice il primo “Qual grazia m’è data” dice il secondo. Ad assimilarli c’è forse la stessa aria di dolce giovinezza condivisa con giovani cortesi che si dilettavano nel parlare d’amore. Ma se Brunetto Latini aveva insegnato a Dante “come l’uom si etterna“, con Forese se l’erano dette di tutti i colori nella famosa tenzone che si scambiarono: Dante dice a Forese che è un mezzo impotente e, vista la “leggerezza” della madre, non si sa nemmeno se sia suo figlio, Forese gli risponde che il padre è un uomo pieno di debiti tanto da vivere chiedendo la carità e che suo figlio, cioé Dante, gli somiglia tanto in quanto vigliacco e vendicativo verso chi richiama il dovuto a suo padre. Insomma non si era scambiati caramelline. Ma forse il tutto era un gioco all’interno della poesia comico-realista della fine del ‘200 ed inizio del ‘300. Ma qui Dante sembra fare ammenda, soprattutto quando fa una specie di apologia a Nella, moglie di Forese, uno dei suoi strali nella tenzone.

Il canto prosegue con la rivelazione a Forese del compito che Dio ha affidato Dante, chi sono le sue guide e chi sarà quando anch’esse cesseranno il loro compito. 

Canto XXIV
VI cornice (golosi)

Il canto inizia dove il precedente terminava: Dante e Forese continuano, come buoni amici, a parlare tra loro e così si viene a sapere che Piccarda, la sorella minore di Forese, sta tra i beati. Quindi questo mostra alcuni personaggi ai tre viandanti e li cita quasi passandoli in rassegna, tra essi vi è Bonagiunta Orbicciani, Ubaldino della Pila e Bonifacio dei Fieschi. Ma, tra essi, chi si mostra più voglioso di parlare è il primo, il poeta di Lucca: 

El mormorava; e non so che «Gentucca»
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.
«O anima», diss’io, «che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga».
«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.
Tu te n’andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
“Donne ch’avete intelletto d’amore”».
E io a lui: «I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando».
«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette.

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Egli mormorava: «Gentucca» sulla sua bocca, là dove lui sentiva più forte la pena della giustizia divina che così li scarna. «O anima», dissi io «che sembri così desiderosa di parlarmi, fatti capire meglio, e appaga me e te con il tuo dire». «E’ nata una donna, non ancora sposata», lui cominciò, che ti renderà gradita la mia città, nonostante le gente ne dica così male. tu andrai via da qui con questa previsione, e se il mio mormorare precedente ti ha fatto cadere in errore, i fatti reali ti chiariranno quanto detto. Ma dimmi se io qui vedo colui che iniziò una nuova poesia, a partire da “Donne che avete intelletto d’amore”. E io a lui: «Io sono uno che, quando Amore lo ispira, annoto quello che mi dice e cerco di trascriverlo nel modo in cui lui me l’ho detta». «Fratello mio, adesso vedo l’impedimento che Giacomo da Lentini e Guittone d’Arezzo hanno trattenuto al di qua del dolce stile nuovo di cui ora sento parlare! Io vedo chiaramente come i vostri scritti seguono da vicino colui che l’ispira, l’Amore, che certo non avvenne nei nostri; e chiunque voglia procedere in modo più approfondito, non trova differenza tra lo stile dell’uno o dell’altro», e quasi soddisfatto, si tacque.
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E’ uno dei passi più importanti dell’intera Commedia alla luce della dichiarazione di poetica che qui Dante fa pronunciare da Bonagiunta. Infatti quest’ultimo non è certo il più importante fra i poeti siculi-toscani, ma è colui che certamente aveva capito e mostrato la differenza tra un “vecchio” ed un “nuovo” modo di poetare nel sonetto Voi ch’avete mutata la mainera. E’ quindi certamente il personaggio più adatto a discutere con Dante di “teoria letteraria”. Ma qui è importante fare una distinzione tra il Dante agens ed il Dante auctor e se è il primo che fa parlare a Bonagiunta è il secondo che mette in bocca allo stesso una propria poetica di cui lui è pienamente consapevole. Si parte infatti dalla Vita nuova ed esattamente dalla canzone Donne ch’avete intelletto d’amore, testo chiave in cui Dante inaugura la poesia “della loda”. Essa si ottiene ascoltando l’amore e facendosi quasi dettare da quest’ultimo le parole per farsi descrivere. Certo non s’intende con questo una poesia “spontanea”, anzi, al contrario, osservare “oggettivamente”, quasi “scientificamente” come l’amore ci possieda. Si tratta in ultima analisi d’osservare in modo più distaccato possibile la “fenomenologia dell’amore” e quindi la sua intellettualizzazione.

Dopo l’incontro con Bonagiunta, Dante e Forese continuano da buoni amici a discorrere (ci sorprende questa area fortemente tenera che i due instaurano, dopo essersene dette di tutti i colori nella tenzone ma, probabilmente, si trattava di un divertissement), domandandosi quando potrebbero incontrarsi e qui, Forese, parla dell’altro suo congiunto, Corso Donati, uno dei più violenti politici fiorentini del partito dei Neri, che è giù nell’Inferno, dopo esser stato trascinato da una coda di un cavallo (punizione data ai traditori). In seguito Forese si allontana e i tre pellegrini vedono un altro albero, il cui seme è lo stesso di quello del Paradiso terrestre; intorno ad esso i penitenti assetati. All’improvviso appare un angelo illuminato da un’abbagliante veste rossa. Invita i pellegrini a lasciare il cerchio e a salire al successivo e mentre lo dice Dante percepisce una lieve brezza che gli circonda il capo: è un’altra P che viene lavata. 

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Canto XXV
VII cornice (lussuriosi)

E’ questo un canto dottrinale, nato dalla volontà di capire da parte di Dante come possano le anime dei golosi dimagrire non essendo corpo, ma puri spiriti? Domanda assolutamente lecita, la cui risposta, non di Virgilio ma di Stazio (più addentro alle cose purgatoriali) sta tra il teologico e lo scientifico, tenendo ben presente che i due campi, nel medioevo, non erano affatto separati. Dapprima, dall’unione del seme maschile e ovulo femminile (che per Dante sono una parte pura e raffinata sanguigna) nasce l’anima vegetativa. Ad essa, nata quindi dall’unione sessuale, si aggiunge quella divina, che, attraverso la virtù celeste, offre l’anima intellettiva: da qui l’unicità dell’essere umano. Nella morte l’anima si scioglie dal corpo ed essendo dono di Dio sopravvive, rafforzando tuttavia, le sue capacità che aveva in vita (memoria, intelligenza, forza) che una volta libera la corcondano permettendo allo spirito di avere sensazioni come quando era in vita. I tre poeti camminano durante questa spiegazione fino a quando giungono ad una parete di fuoco. 

Canto XXVI
VII cornice (lussuriosi)

Mentre i tre poeti passano lungo il margine esterno della cornice, Virgilio avvisa Dante di stare attento perché il sole, colpendogli la spalla, irradiava chiarendo il colore del cielo, ma in parte rendeva più scuro il rosseggiare della parete infuocata, suscitando l’interesse delle anime che vi bruciavano dentro.

Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
poi verso me, quanto potean farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
«O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
Né solo a me la tua risposta è uopo; 
ché tutti questi n’hanno maggior sete 
che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
Dinne com’è che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora

di morte intrato dentro da la rete».

Questo fu il motivo che li spinse a parlare e cominciarono a dire: «Questo non sembra un corpo spirituale, cercarono di accertarsi, attenti a non uscire dalle fiamme: «O tu che vai, non per lentezza, ma forse per reverenza, dietro gli altri due, rispondimi, che ardo nella sete (di conoscere) e nel fuoco (per purgarmi). La tua risposta non è necessaria solo a me, che tutti questi  hanno una sete maggiore di quanti vivono in India o in Etiopia. Dicci com’è che tu impedisca al sole di passare, come se non fossi ancora caduto nella rete della morte»

Mentre un anima gli rivolgeva queste parole, Dante fu colpito da una schiera che al centro delle fiamme venne in senso contrario rispetto a coloro che con cui parlavo e incontrandosi si scambiavano un bacio dicendo uno “Sodoma e Gomorra” (omosessuali), e l’altro “Pasife entra nella vacca per soddisfare le voglie del toro” (eterosessuali); quindi tornavano indietro in senso opposto recitando esempi di castità. Quindi quelli che precedentemente avevano iniziato il discorso con Dante riprendono ad ascoltarlo:

e raccostansi a me, come davanti, 
essi medesmi che m’avean pregato, 
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: «O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato,
non son rimase acerbe né mature 
le membra mie di là, ma son qui meco 
col sangue suo e con le sue giunture.   
Quinci sù vo per non esser più cieco; 
donna è di sopra che m’acquista grazia, 
per che ’l mortal per vostro mondo reco.
Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba 
che se ne va di retro a’ vostri terghi».             
Non altrimenti stupido si turba 
lo montanaro, e rimirando ammuta, 
quando rozzo e salvatico s’inurba,
che ciascun’ombra fece in sua paruta; 
ma poi che furon di stupore scarche, 
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
«Beato te, che de le nostre marche», 
ricominciò colei che pria m’inchiese, 
«per morir meglio, esperienza imbarche!
La gente che non vien con noi, offese 
di ciò per che già Cesar, triunfando, 
‘Regina’ contra sé chiamar s’intese:  
però si parton ‘Soddoma’ gridando, 
rimproverando a sé, com’hai udito, 
e aiutan l’arsura vergognando.
Nostro peccato fu ermafrodito; 
ma perché non servammo umana legge, 
seguendo come bestie l’appetito,       
in obbrobrio di noi, per noi si legge, 
quando partinci, il nome di colei 
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
Or sai nostri atti e di che fummo rei: 
se forse a nome vuo’ saper chi semo, 
tempo non è di dire, e non saprei.
Farotti ben di me volere scemo: 
son Guido Guinizzelli; e già mi purgo 
per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
Quali ne la tristizia di Ligurgo 
si fer due figli a riveder la madre, 
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo, 
quand’io odo nomar sé stesso il padre 
mio e de li altri miei miglior che mai 
rime d’amore usar dolci e leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso andai 
lunga fiata rimirando lui, 
né, per lo foco, in là più m’appressai. 
Poi che di riguardar pasciuto fui, 
tutto m’offersi pronto al suo servigio 
con l’affermar che fa credere altrui.
Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, 
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, 
che Leté nol può tòrre né far bigio.
Ma se le tue parole or ver giuraro, 
dimmi che è cagion per che dimostri 
nel dire e nel guardar d’avermi caro».
E io a lui: «Li dolci detti vostri, 
che, quanto durerà l’uso moderno, 
faranno cari ancora i loro incostri».
«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno 
col dito», e additò un spirto innanzi, 
«fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d’amore e prose di romanzi 
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti 
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
A voce più ch’al ver drizzan li volti, 
e così ferman sua oppinione 
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
Così fer molti antichi di Guittone, 
di grido in grido pur lui dando pregio, 
fin che l’ha vinto il ver con più persone.
Or se tu hai sì ampio privilegio, 
che licito ti sia l’andare al chiostro 
nel quale è Cristo abate del collegio,
falli per me un dir d’un paternostro, 
quanto bisogna a noi di questo mondo, 
dove poter peccar non è più nostro».
Poi, forse per dar luogo altrui secondo 
che presso avea, disparve per lo foco, 
come per l’acqua il pesce andando al fondo.
Io mi fei al mostrato innanzi un poco, 
e dissi ch’al suo nome il mio disire 
apparecchiava grazioso loco.
El cominciò liberamente a dire: 
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».
Poi s’ascose nel foco che li affina.

pg184_scaramuzza_purgatorio-xxvi_31-36.jpge come prima, si avvicinarono a me quelle stesse anime che mi avevano pregato di parlare, attenti nel loro atteggiamento ad ascoltarmi. Io, che per due volte avevo visto come costoro gradivano conoscere, cominciai: «O anime certe di raggiungere, quanto che sia, lo stato di pace eterna, le mie membra non sono rimaste giù in terra ne prematuramente né in età matura, ma sono qui com me con il loro sangue e con le loro articolazioni. Da qui salgo nel cielo per non essere più nelle tenebre dell’errore; c’è una donna più in alto che mi procura la grazia per poter condurre il mio corpo mortale nel vostro mondo. Ma possa il vostro maggiore desiderio presto addivenire, sicché possiate risiedere nel cielo che è pieno d’amore e che è infinito, ditemi, affinché lo scriva, chi siete voi e chi quella turba di anime che procede in direzione a voi opposta». Non diversamente si mostra stupito il montanaro e guardandosi attorno ammutolisce, quando rozzo e selvatico entra in città, allo stesso modo fecero all’apparenza quelle anime, ma dopo aver superato lo stupore, che negli spiriti superiori subito si smorza: «Beato te che delle nostre contrade», ricominciò colui che prima mi chiese di parlare «raccogli l’esperienza, per morire in grazia di Dio!». La gente che non cammina con noi, paga l’offesa di ciò che Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgersi contro l’epiteto di regina, per  questo si allontanano con il grido di Sodoma, rinfacciandosi il peccato al fine di accrescere la sete di espiazione con la vergogna. Il nostro peccato fu eterosessale, ma poiché non usammo la legge umana, ma seguimmo bestialmente l’appetito, quando partiamo da noi si dice, in vergogna di noi stessi, il nome di Pasife che si nascose in una bestia lignea (per unirsi con il toro). Ora conosci i nostri peccati e perché fummo colpevoli: se forse vuoi conoscere il nome delle anime che vi sono qui, non c’è abbastanza tempo e non lo conosco di tutte. Tuttavia di soddisferò del mio: sono Guido Guinizzelli, e qui mi purgo per essermi pentito prima della morte». Come nella disgrazia di Licurgo (che condannò a morte Isifile, per aver lasciato incustodito il figlio) corsero i due figli a vedere la madre (per salvarla), allo stesso modo io, ma non a giungere a tanto (gettarmi nel fuoco), quando sentii il nome di mio padre e dei compagni migliori di me, che in ogni tempo scrissero rime d’amore dolci ed eleganti; e in silenzio camminai per un bel po’ di tempo, osservandolo, non avvicinandomi più vicino a lui per il fuoco. Dopo averlo guardato, tutto mi offrii per accontentare ogni suo desiderio, con un giuramento che rende veritiero il mio dire. Ed egli a me: «Tu lasci una tale traccia, per quello che io sento, in me e tanto luminosa che il fiume Leté non potrà cancellare né oscurarla. Ma se le tue parole hanno detto il vero, dimmi qual è il motivo per cui dimostri nel parlare e nel guardarmi, di volermi così bene» E io a lui «I vostri scritti, che per quanto durerà la lingua volgare, renderanno graditi i codici in cui verranno vergati». «O fratello», disse «questo che io ti indico col dito» e mi mostrò uno spirito davanti a lui «fu il più grande artefice del suo volgare. Superò tutti nella poesia d’amore e nei romanzi cortesi, e lascia perdere gli sciocchi che antepongono a lui Giraut de Bornelh (nato nella regione del Lemosino). Danno retta più alla voce corrente che alla verità, e così formano la loro opinione prima d’ascoltare arte e la ragione. Così hanno fatto molti con Guittone, dandogli importanza di voce in voce, finché dal confronto con altri poeti, ha vinto la verità. Ora se tu hai un così grande privilegio di andare nel luogo dove è Cristo signore, recitagli per me un padrenostro, quanto è necessario a noi del purgatorio, dove non possiamo più peccare». Poi, forse per cedere il posto ad altri che gli erano vicini, sparì nel fuoco, allo stesso modo di un pesce in fondo all’acqua. Io mi diressi un poco più vicino alla persona indicata, e gli chiesi il suo nome che avrebbe ricevuto una gradita accoglienza. Ed egli così cominciò liberamente a dire: «Tanto mi piace la vostra gentile domanda, che io non voglio e non posso nascondermi a te. Io sono Arnaut (Daniel), che piango e vado cantando; afflitto vedo la passata follia, e vedo goioso davanti a me il giorno che aspetto con speranza. Quindi, vi prego, in nome di quella grazia che vi guida al sommo della scala purgatoriale, che al tempo opportuno vi sovvenga del mio dolore». Poi si nascose nel fuoco che purifica. 
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Questo canto costituisce quasi un dittico col precedente: ambedue sono dominati dal tema della poesia e sono i poeti, uno Bonagiunta Orbicciani, famoso per esser stato il tramite della definizione di dolce stil novo, questo, Guido Guinizzelli per esserne il padre: così lo definisce un Dante commosso. L’analisi poetica del canto XXV, diventa qui un’analisi delle fonti da cui essa nasce: se Guido ne è il primo, tutto tuttavia deriva dalla grande scuola provenzale. La derivazione dantesca è tanto più sottolineata dall’uso che lo stesso fa della lingua occitanica: certo non è sfoggio da parte di Dante mostrare la sua conoscenza linguistica, ma un vero e proprio omaggio di chi ha studiato e si è servito di della grande lezione di lingua, stile e contenuti che la poesia ed il romanzo cortese hanno avuto per la poesia italiana. 

Questo tema, così centrale ed importante per il percorso che sino ad allora aveva compiuto la poesia volgare, non ha nulla di astratto o, se si vuole, pedantesco: il tono che si respira è di dolcezza, di quella meravigliosa terzina in cui Guido Guinizzelli gli domanda del perché Dante gli voglia così bene. Si respira un’aurea di dolcezza, intimità di sentimenti che rende il canto elegiaco, elegia che si rafforza nei versi di Arnaut in lingua d’oc, vergati tutti in quella sospensione purgatoriale che li rene eterei.

Una cosa tuttavia ci lascia perplessi: la sorte degli omosessuali. Li avevano incontrati nel XV dell’Inferno sotto la pioggia infernale. Il loro peccato era derubricato tra i violenti, in questo caso verso natura. Che Dante abbia cambiato opinione su di loro, tanto da metterli nel Purgatorio? Non è certo una questione di personaggi: la parole che rivolge all’eterosessuale Guido (che tuttavia condivide la stessa pena, la lussuria) non sono diverse da quelle verso il maestro Brunetto Latini e ci mostra un Dante che non differenzia più l’amore omo o etero: qui rende punibili coloro che esercitarono il sesso con eccessivo impulso, senza ragione.   

Canto XXVII
VII cornice – Paradiso Terrestre 

E’ il tramonto: ecco un angelo di Dio, sul ciglio di una cornice che, con voce melodiosa intona “Beati i puri di cuore”, poi esorta i tre poeti ad attraversare il muro di fuoco. Dante è impaurito dal dover attraversare le fiamme e Virgilio lo rassicura, ricordando all’esitante Dante che dopo quel muro vi è Beatrice. Riconfortatolo entra tra le fiamme prima Virgilio, poi Dante e Stazio, dietro di lui. E pur vero che il poeta sente un calòore fortissimo, ma il poeta continua a ricordare lui la figura di Beatrice e così passano ino a trovare la scala per salire. Invitati da una voce i tre cominciano a salire, ma sparito il sole all’orizzonte si fermano su un gradino, Dante si addormenta sotto lo sguardo benevolo dei due poeti latini. Nel sonno appare una donna bella giovane camminare raccogliendo fiori, è Lia, personaggio biblico, con questi ha intenzione di adornarsi, mentre afferma che la sorella, Rachele è ferma a contemplare. Svanito il sogno e sollevatosi, Virgilio rivolge queste parole a Dante:

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William Blake: Canto XXVII

«Quel dolce pome che per tanti rami 
cercando va la cura de’ mortali, 
oggi porrà in pace le tue fami».
Virgilio inverso me queste cotali 
parole usò; e mai non furo strenne 
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne 
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi 
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi 
fu corsa e fummo in su ‘l grado superno, 
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: «Il temporal foco e l’etterno 
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte 
dov’io per me più oltre non discerno.
Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; 
lo tuo piacere omai prendi per duce; 
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; 
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli 
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli 
che, lagrimando, a te venir mi fenno, 
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno; 
libero, dritto e sano è tuo arbitrio, 
e fallo fora non fare a suo senno: 
per ch’io te sovra te corono e mitrio».   

«Quel dolce frutto che l’affannosa sollecitudine dei mortali va cercando per tanti rami, oggi placherà i tuoi desideri». Virgilio, rivolto a me, pronunciò tali parole, e non ci furono mai doni augurali che procurassero piacere uguali a queste. un grande desiderio si aggiunse al desiderio di salire in alto, che ad ogni passo mi sentivo crescere la lena di salire. Non appena la scala fu salita tutta da parte nostra e ci trovammo nel gradino più alto, Virgilio mi guardò negli occhi e disse: «Figliolo, hai visto le punizioni temporanee e quelle eterne e sei giunto in in luogo in cui io non riesco più a distinguere oltre il mio cammino. Ti ho portato qui con i miei insegnamenti e gli aiuti, prendi ormai il tuo volere come guida, se fuori dalle vie erte, fuori sei da quelle strette. Vedi il sole che ti splende sulla fronte, vedi le erbette, i fiori, gli alberelli che qui la terra produce spontaneamente. Fino a che verranno gli occhi belli di Beatrice che, pieni di lacrime, mi portarono a soccorrerti, puoi sederti e metterti tra essi. Non aspettarti più una mia parola o un mio cenno; il tuo volere è libero (da ogni tentazione), indirizzato in maniera retta e sanato nella sua perfezione e sarebbe sbagliato non seguirlo: perciò sopra te stesso t’incorono e t’impongo la mitra». 

E’ il canto dove simbolismo e realismo si sposano in modo mirabile: il tramonto ed il sogno. Durante il tramonto Dante deve percorrere l’ultimo passo prima di raggiungere la perfezione spirituale, attraversare la barriera di fuoco. La bufera infernale ed il fuoco dei lussuriosi appaiono come i primi e gli ultimi ostacoli del poeta Dante coinvolto all’inizio del suo percorso dal peccato dell’amore corporeo e giunto, finalmente, a superare tale ultima barriera per raggiungere l’amore divino. E’ umana la paura, è umano il tentennamento e faticoso, ed il sole che tramonta all’orizzonte sembra quasi indicare l’ultima resistenza oscura nell’animo di Dante. Durante la notte, sotto gli occhi attenti delle due auctoritates, il poeta sogna la vita attiva e la vita contemplativa che si alleano per rinforzare la scelta giusta di Dante. Allora il cammino diventa più rapido per giungere infine in un paesaggio idillico di pace e serenità. E’ qui che Virgilio rivolge le ultime parole a Dante, perlomeno le ultime parole che la sua memoria (che non erra) registra. Sono parole di commiato e quasi malinconiche: ti ho portato fin qui con tutto me stesso, le mie parole e le mie azioni ti sono state di soccorso e di guida, ma ora non sono in grado di dirti o fare qualcosa per te. In ultima analisi, ti ho cresciuto spiritualmente, adesso cammina da solo. La malinconia pervade il passo ed il lettore, quest’ultimo sa con certezza che saranno le ultime.

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L’incoronazione di Dante da parte di Virgilio

Canto XXVIII
Paradiso Terrestre 

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E’ il canto del paradiso terrestre:

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,
quand’Eolo scilocco fuor discioglie. 

Già m’avean trasportato i lenti passi 
dentro a la selva antica tanto, ch’io 
non potea rivedere ond’io mi ‘ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio, 
che ‘nver’ sinistra con sue picciole onde 
piegava l’erba che ‘n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde, 
parrieno avere in sé mistura alcuna, 
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna 
sotto l’ombra perpetua, che mai 
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristretti e con li occhi passai 
di là dal fiumicello, per mirare 
la gran variazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare 
subitamente cosa che disvia 
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia 
e cantando e scegliendo fior da fiore 
ond’era pinta tutta la sua via.
«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore 
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti 
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti», 
diss’io a lei, «verso questa rivera, 
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era 
Proserpina nel tempo che perdette 
la madre lei, ed ella primavera».

Una brezza dolce e regolare mi colpiva la fronte, non più forte di un dolce vento; a causa di essa le fronde, tremolando, si piegavano tutte verso la parte (a occidente) in cui il santo monte proietta la prima ombra; tuttavia non si piegavano tanto che gli uccellini, sui rami, cessassero di adoperare ogni loro arte (di cantare); ma con piena gioia, cantando, accoglievano le prime ore del giorno tra le foglie, che facevano accompagnamento ai loro canti, proprio come avviene di ramo in ramo nella pineta sul lido di Classe, quando Eolo scioglie il vento di scirocco. Ormai i lenti passi mi avevano trasportato dentro l’antica selva al punto che non potevo più vedere da dove ero entrato; ed ecco che mi impedì di procedere oltre un fiumicello (il Lete), che con le sue piccole onde piegava verso sinistra l’erba che cresceva sulla sua sponda. Tutte le acque che sulla Terra sono più pure, sembrerebbero sporche e fangose a paragone di quella, che non nasconde nulla, anche se scorre scura sotto quell’ombra perpetua, che non lascia mai filtrare i raggi del sole o della luna. Arrestai il passo e spinsi lo sguardo al di là del fiumicello, per osservare la gran varietà dei rami fioriti; e là mi apparve, come appare all’improvviso una cosa che, destando meraviglia, distoglie da ogni altro pensiero, una donna che se ne andava tutta sola, e mentre cantava coglieva i fiori di cui era cosparso il suo cammino. «Orsù, bella donna, che sei riscaldata dall’amore, se voglio credere all’aspetto che di solito è specchio fedele dei sentimenti, abbi la compiacenza di farti un poco avanti, verso questo fiume, così che io possa capire che cosa stai cantando. Tu mi fai ricordare dove si trovava e come era Proserpina, nel momento in cui la madre la perse, e lei l’eterna primavera (o i fiori che aveva raccolto)».

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E’ certamente questo uno dei momenti in cui poesia e simbologia si sposano in modo mirabile. Ci troviamo infatti in un locus amoenus,, nell’Eden cristiano, opposto alla “selva selvaggia”, su cui una donna dalle fattezze stilnovistiche, cogliendo fiori, invita alla pace e alla serenità. Vi è infatti in lei, di cui ancora non sappiamo il nome, una qualità salvifica: fra lei e i poeti vi è un fiume, il cui passaggio per il momento è interdetto.

Nel proseguo del canto, rispondendo, la donna chiarisce un dubbio che al poeta era venuto sentendo Stazio, che gli aveva detto che al di là della porta purgatoriale non potevano esserci fenomeni naturali o metereologici. Ella afferma infatti che qui, in quanto ancora partecipe dell’aria vivificante creata grazie al movimento dei cieli, sin dal primo mobile, è stato normale che vi fosse vita, tutta la vita, come anticipazione delle perfezione paradisiaca. Infatti qui è eterna primavera ed il fiume che scorre dalla fonte è il Letè che conduce all’oblio, l’altro che scorre in modo contrario è l’Eunoè colui che fa riacquistare la memoria delle cose belle e non si ottiene questo se non si è gustata l’acqua di entrabi i fiumi. La donna conclude affermando che questo Eden non è nient’altro che il Parnaso, cantato dai poeti classici. A tale affermazione Dante si volta e sorride ai due poeti.

Canto XXIX
Paradiso Terrestre 

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William Blake: Canto XXIX

Il canto continua quello precedente e la donna va verso la fonte, seguita, nell’opposta riva dai poeti. Giunti si volgono a guardare la santa processione: dapprima sfilano sette candelabri  luminosi (simbolo dei sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore di Dio), seguono ventiquattro anziani che innalzano, cantando le lodi dio (simbolo dei libri della Bibbia), ancora quattro animali, coronati di alloro con sei ali piene di occhi (simbolo dei Vangeli) . In mezzo ad essi sta il carro trionfante trainato da un grifone con ali gigantesche (simbolo della Chiesa): a fianco alla ruota destra danzano tre donne (virtù teologali) a quella sinistra quattro (virtù cardinali). Dietro loro altri vecchi: San Luca, autore degli Atti degli Apostoli, San Paolo, delle Epistole; i santi Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, autori delle Epistole Canoniche, san Giovanni, autore dell’Apocalisse. Quando la processione giunge davanti al poeta si sente un tuono e quindi si arresta.

Canto XXX
Paradiso Terrestre 

Quando il settentrion del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto 
né d’altra nebbia che di colpa velo,
e che faceva lì ciascun accorto
di suo dover, come ‘l più basso face
qual temon gira per venire a porto, 
fermo s’affisse: la gente verace,
venuta prima tra ‘l grifone ed esso, 
al carro volse sé come a sua pace; 
e un di loro, quasi da ciel messo,
Veni, sponsa, de Libano’ cantando 
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna, 
la revestita voce alleluiando, 
cotali in su la divina basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis
ministri e messaggier di vita etterna. 
Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, 
e fior gittando e di sopra e dintorno, 
Manibus, oh, date lilia plenis!’. 
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata, 
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata, 
sì che per temperanza di vapori 
l’occhio la sostenea lunga fiata: 
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva 
e ricadeva in giù dentro e di fori, 
sovra candido vel cinta d’uliva 
donna m’apparve, sotto verde manto 
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza 
non era di stupor, tremando, affranto, 
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse, 
d’antico amor sentì la gran potenza. 
Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto 
prima ch’io fuor di puerizia fosse, 
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma 
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi: 
conosco i segni de l’antica fiamma’. 
Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre, 
Virgilio a cui per mia salute die’mi;  
né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada, 
che, lagrimando, non tornasser atre. 
«Dante, perché Virgilio se ne vada, 
non pianger anco, non pianger ancora; 
ché pianger ti conven per altra spada». 
Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra 
per li altri legni, e a ben far l’incora; 
in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio, 
che di necessità qui si registra, 
vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa, 
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
Tutto che ‘l vel che le scendea di testa, 
cerchiato de le fronde di Minerva, 
non la lasciasse parer manifesta, 
regalmente ne l’atto ancor proterva
continuò come colui che dice 
e ‘l più caldo parlar dietro reserva: 
«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte? 
non sapei tu che qui è l’uom felice?». 
Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, 
tanta vergogna mi gravò la fronte.  
Così la madre al figlio par superba,
com’ella parve a me; perché d’amaro 
sente il sapor de la pietade acerba. 
Ella si tacque; e li angeli cantaro
di subito ‘In te, Domine, speravi’; 
ma oltre ‘Pedes meos’ non passaro.
Sì come neve tra le vive travi 
per lo dosso d’Italia si congela, 
soffiata e stretta da li venti schiavi,
poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri, 
sì che par foco fonder la candela; 
così fui sanza lagrime e sospiri
anzi ‘l cantar di quei che notan sempre 
dietro a le note de li etterni giri; 
ma poi che ‘ntesi ne le dolci tempre
lor compatire a me, par che se detto 
avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,  
lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia 
de la bocca e de li occhi uscì del petto. 
Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie 
volse le sue parole così poscia: 
«Voi vigilate ne l’etterno die, 
sì che notte né sonno a voi non fura 
passo che faccia il secol per sue vie; 
onde la mia risposta è con più cura
che m’intenda colui che di là piagne, 
perché sia colpa e duol d’una misura. 
Non pur per ovra de le rote magne, 
che drizzan ciascun seme ad alcun fine 
secondo che le stelle son compagne, 
ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova, 
che nostre viste là non van vicine, 
questi fu tal ne la sua vita nova
virtualmente, ch’ogne abito destro 
fatto averebbe in lui mirabil prova. 
Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa ‘l terren col mal seme e non cólto, 
quant’elli ha più di buon vigor terrestro. 
Alcun tempo il sostenni col mio volto: 
mostrando li occhi giovanetti a lui, 
meco il menava in dritta parte vòlto. 
Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita, 
questi si tolse a me, e diessi altrui. 
Quando di carne a spirto era salita 
e bellezza e virtù cresciuta m’era, 
fu’ io a lui men cara e men gradita; 
e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false, 
che nulla promession rendono intera.
Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti 
lo rivocai; sì poco a lui ne calse! 
Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
a la salute sua eran già corti, 
fuor che mostrarli le perdute genti. 
Per questo visitai l’uscio d’i morti
e a colui che l’ha qua sù condotto, 
li prieghi miei, piangendo, furon porti. 
Alto fato di Dio sarebbe rotto, 
se Leté si passasse e tal vivanda 
fosse gustata sanza alcuno scotto 
di pentimento che lagrime spanda».  

Quando la costellazione formata da sette stelle dell’Empireo (i candelabri), che non ha mai conosciuto alba o tramonto, né è mai stata offuscata da nebbia se non quella del peccato, e che lì indicava a ciascuno il suo dovere, proprio come l’Orsa Maggiore indica la via a chiunque gira il timone per giungere in porto, si fermò, la gente santa (i ventiquattro vecchi) che era venuta tra essa e il grifone si voltò verso il carro, come alla sua pace; e uno dei vecchi, come se fosse un inviato del cielo, gridò cantando per tre volte ‘Vieni, sposa, dal Libano’, seguito da tutti gli altri. Come i beati risorgeranno solleciti all’ultima chiamata (il Giorno del Giudizio), ognuno dalla sua tomba, cantando alleluia con la voce proveniente dal corpo di cui si saranno rivestiti, così sul carro divino si alzarono cento ministri e messaggeri di vita eterna (angeli), in risposta alla voce di un vecchio tanto autorevole. Tutti dicevano: ‘Benedetto tu che vieni!’, e, gettando fiori in alto e tutt’intorno, aggiungevano: ‘Oh, spargete gigli a piene mani!’ Io ho già visto all’inizio del giorno la parte orientale tutta di colore roseo, e il resto del cielo adornato da un bel colore sereno; e ho visto il sole nascere dietro un velo, così che l’occhio poteva fissarlo a lungo grazie a spessi vapori che lo temperavano: allo stesso modo, dentro la nuvola di fiori che saliva dalle mani degli angeli e ricadeva in basso dentro il carro e di fuori, mi apparve una donna che indossava un velo bianco ed era incoronata di ulivo, sotto un verde mantello e vestita di colore rosso fiammante. E il mio spirito, che era stato già tanto tempo senza tremare, colpito dallo stupore per la sua presenza, anche senza vederla con gli occhi, grazie a una virtù nascosta che mosse da lei, sentì la grande potenza di un antico amore. Non appena la mia vista fu colpita dall’alta virtù amorosa che già mi aveva trafitto prima che io uscissi dalla fanciullezza (quando avevo nove anni), mi voltai a sinistra con l’ansia con cui il bambino corre dalla mamma, quando ha paura o è turbato da qualcosa, per dire a Virgilio: ‘Non mi è rimasta neppure una goccia di sangue che non tremi: conosco i segni dell’antica fiamma amorosa’. Ma Virgilio ci aveva lasciati privi di sé, Virgilio, dolcissimo padre, Virgilio, al quale mi affidai per la mia salvezza; e tutto ciò (l’Eden) che perse l’antica madre (Eva) non impedì alle mie guance pulite dalla rugiada di tornare sporche per il mio pianto. «Dante, per il fatto che Virgilio se ne sia andato non piangere così presto, non piangere ancora, poiché dovrai piangere per altri motivi». E come un ammiraglio che a poppa e a prora va a sorvegliare i marinai che governano le altre navi, e li sprona a far bene; così io vidi sul fianco sinistro del carro, quando mi voltai al suono del mio nome che sono costretto a citare in questi versi, la donna che prima mi era apparsa velata dai fiori gettati dagli angeli, che fissava lo sguardo verso di me al di qua del fiume (Lete). Anche se il velo che le scendeva sulla testa, coronato dalle fronde di Minerva (ulivo), non permetteva di vederla in viso, ancora regalmente altera nel suo atteggiamento continuò, come colui che parla e riserva gli argomenti più efficaci per la fine del discorso: «Guarda bene qui! Sì, sono proprio io, sono proprio Beatrice! Come hai osato accedere al Paradiso Terrestre? Non sapevi che questa è la sede dell’uomo felice?» Gli occhi mi caddero giù nelle acque chiare del fiume; ma vedendo la mia immagine riflessa, li volsi all’erba perché una grande vergogna mi fece chinare la fronte. Come la madre sembra superba al figlio, così lei sembrava a me; infatti l’affetto che si manifesta col rimprovero ha un sapore amaro. La donna tacque; e gli angeli cantarono subito ‘In te, o Signore, ho riposto la mia speranza’, ma non andarono oltre il versetto che dice ‘I miei piedi’. Come la neve si ghiaccia tra gli alberi dell’Appennino, colpita dai venti freddi della Schiavonia, poi, liquefatta, si scioglie poco a poco, non appena l’Africa manda i suoi venti caldi, così che sembra una candela sciolta dal fuoco; allo stesso modo io fui senza lacrime e sospiri, prima del canto di quelli (gli angeli) che cantano sempre dietro l’armonia delle ruote celesti; ma dopo che sentii nelle loro dolci melodie che mi compativano, come se avessero detto: ‘Donna, perché lo avvilisci in tal modo?’, il gelo che mi si era stretto intorno al cuore si trasformò in acqua e fiato, e uscì fuori dalla bocca e dagli occhi con angoscia. Beatrice, sempre stando ferma sul fianco sinistro del carro, rivolse poi le sue parole a quelle creature devote (gli angeli): «Voi vegliate nell’eterna luce di Dio, così che né la notte né il sonno vi sottraggono alcun passo che il mondo compie nelle sue vie (sapete tutto ciò che accade sulla Terra); perciò la mia risposta ha lo scopo di farsi sentire da colui che piange al di là del fiume, perché il dolore sia commisurato alla colpa. Non solo grazie all’influenza dei Cieli, che indirizzano ciascun essere al suo fine secondo la virtù della stella che presiede alla sua nascita, ma anche per la generosità della grazia divina, che piove da nubi così alte che la nostra vista non può neppure avvicinarsi, questi (Dante) nella sua gioventù ebbe tali virtù in potenza che in lui ogni buona attitudine avrebbe portato a straordinari risultati. Ma un terreno si fa tanto più cattivo e selvatico, con cattive sementi e quando non è coltivato, quanto più esso è dotato di fertilità naturale. Per qualche tempo sostenni Dante col mio volto: mostrandogli i miei occhi giovani, lo conducevo con me sulla retta strada. Ma non appena io fui sulla soglia della mia giovinezza e cambiai vita (morii), questi tradì la mia memoria e si diede ad altre donne. Quando mi ero trasformata da carne a spirito e la mia bellezza e virtù erano accresciute, io gli fui meno cara e meno gradita; e rivolse i suoi passi per una via fallace, seguendo false immagini di bene, che non mantengono nessuna promessa fatta. Non mi servì ottenere dal Cielo buona ispirazione, con cui lo richiamai in sogno e in altro modo; a lui importò così poco! Cadde tanto in basso, che ormai ogni mezzo per salvarlo era inefficace, salvo che mostrargli le genti perdute (i dannati). Per questo visitai la soglia dell’Inferno (il Limbo) e rivolsi, piangendo, le mie preghiere a colui (Virgilio) che l’ha portato fin quassù. L’alta volontà di Dio sarebbe infranta se Dante superasse il Lete e gustasse una tale vivanda (bevesse l’acqua del fiume) senza provare un pentimento tale da fargli versare lacrime».

Il  canto si apre con due sublimi sequenze: la prima ad indicare le sette stelle  dell’Empireo, che non conobbero mai né alba né tramonto, le quali hanno mostrato agli espianti sempre il cammino da seguire (e semmai furono velate è per le colpe degli uomini), l’altro è il richiamo al giorno del Giudizio Universale, visto che questo è l’Eden primigenio, dove l’uomo viveva prima di commettere il peccato originale. Tale incipit solenne è anticipatore dell’arrivo di Beatrice la cui vista, per il poeta, lo fa riprovare l’antico amore che ha provato per lei.

Tale tempesta sentimentale Dante la vorrebbe condividere con l’antica guida (usando anche le stesse parole che Virgilio fa pronunciare a Didone riguardo Enea), ma voltatosi, si rende conto che è sparita. Il dolore per la sua perdita è grande, ma Beatrice, severamente, lo ammonisce di versare lacrime per i suoi peccati e non per l’abbandono del poeta latino.

La Beatrice che qui rimprovera Dante è una donna altezzosa, severa, non incline a nessuna comprensione verso il vecchio amato, che chiama per nome Dante, nome che viene menzionato per la prima ed ultima volta nel poema sacro, ad indicare tuttavia una certa intimità. Quindi passa in rassegna come lo scrittore fiorentino fosse ancora “virtuoso” quando s’innamorò di lei, ma, a seguito delle sua morte, percorse altre vie (quelle filosofiche) che lo condussero nel peccato, tanto da dover intercedere per lui.

Dante piange sentendosi aspramente rimproverato, ma saranno gli angeli ad intercedere per lui: ma se Beatrice fa ciò è per condurre Dante ad un pieno pentimento. Solo dopo potrà immergersi nel Lete.

Canto XXXI
Paradiso Terrestre 

Senza soluzione di continuità il canto prosegue con la requisitoria di Beatrice contro Dante, rimproverandogli di non aver seguito il vero bene, e una volta che lei perse il bel corpo, egli abbia rivolto “le penne in giuso / ad aspettar più colpo, o pargoletta / o altra novità con sì breve uso“, portando così le accuse su un fatti più personali; a queste accuse  Dante risponde a monosillabi, piegato dalla “verità”, necessaria a quella contritio cordis, e alla confessio oris, cui seguirà la satisfactio operis, cioè al rituale della purificazione. Infatti a seguito delle crude parole di Beatrice il nostro, dopo aver espresso il pentimento con il pianto, sviene e si risveglierà tra le braccia di Matelda: 

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch’io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
Tratto m’avea nel fiume infin la gola, 
e tirandosi me dietro sen giva 
sovresso l’acqua lieve come scola.
Quando fui presso a la beata riva,
‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse 
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.

Poi quando il cuore mi permise di riprendere i sensi, Matilde, che avevo dapprima trovata sola, vidi sopra di me e diceva: «Tieniti a me, tieniti a me». Mi aveva immerso nel fiume sino al collo  e trascinandomi dietro sé se ne andava nell’acqua come una piccola nave. Quando fui vicino alla riva opposta, udii cantare così dolcemente, il cui ricordo è ora vago e difficile da scrivere. La bella donna aprì le braccia e mi abbracciò la testa e mi sommerse per cui fu naturale che i ne inghiottissi. quindi mi sollevò e, completamente bagnato mi offrì alla danza di quattro belle donne, e ciascuna di esse mi coprì con il braccio. 

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E’ questo il rito del bagno del fiume Leté, da cui Dante ne esce purificato e accompagnato dalle quattro donne, che rappresentano le virtù teologali e in seguito da altre tre (virtù teologali) potrà finalmente quasi entrare nel mistero della divinità: esso apparirà nello sguardo di Beatrice, dove apparirà la trasmutazione del grifone, ma riflettendosi nei suoi occhi rimarrà se stesso. E la poesia dantesca entrerà, in modo più diretto, a cantare l’ineffabile:

O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando ne l’aere aperto ti solvesti?

O splendore della viva luce di Dio, quale poeta consumato all’ombra sotto l’ombra della poesia ed ha il possesso delle qualità poetiche che non apparirebbe avere la mente impedita tentando di rappresentarti come tu apparisti là dove il cielo nella sua unitaria armonia ti raffigura quando ti mostrasti nell’aria pura?

Canto XXXII
Paradiso Terrestre

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Si ritorna alla processione sacra: si giunge ad un albero spoglio, l’albero della scienza del bene e del male che Dio stesso mise nell’Eden; qui verrà legato il carro guidato dal grifone e ciò lo porterà a rinverdire (qui l’allegoria vuole l’albero dapprima inaridito dal peccato dell’uomo e quindi fatto riprendere dalla funzione salvifica della Chiesa). Rapito dal canto, Dante si addormenta e non vede più il grifone che è volato in alto (il grifone, simbolo di Cristo, è ora in cielo), mentre Beatrice rimane a guardia del carro  (simbolo della Chiesa). Ma questa viene insidiata dal male, dapprima un’aquila che la squassa (simbolo dell’Impero in lotta con la Chiesa), quindi una volpe che verrà cacciata da Beatrice, poi ancora l’aquila che lascia penne sul carro (la donazione di Costantino). Subentra in seguito un drago che infilza la coda avvelenata all’interno del carro (gli scismi che spaccano la Chiesa). Quindi il carro viene riempito completamente dalle penne dell’aquila e da loro sbucano quattro teste (rappresentanti i sette peccati capitali). Alla fine nel carro compare una puttana che amoreggia con un gigante e che la trascina nel mezzo del bosco (la Chiesa che si è prostituita ormai ai poteri mondani). 

William Blake - The Harlot and the Giant illustration to Canto 32 of Purgato - (MeisterDrucke-576894).jpgWilliam Blake: Il gigante e la prostituta

Canto XXXIII
Paradiso Terrestre 

Il canto inizia con le Virtù che commiserano la triste fine della Chiesa, che verranno confortate da Beatrice, che preannuncerà loro una rigenerazione non lontana. Quindi inizia l’ultimo percorso:

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Così sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
Sì com’io fui, com’io dovëa, seco,
dissemi: «Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?».
Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,
avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: «Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com’om che sogna.
Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
fu e non è; ma chi n’ ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
Non sarà tutto tempo sanza reda
l’aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
ch’io veggio certamente, e però il narro,
a darne tempo già stelle propinque,
secure d’ogn’intoppo e d’ogne sbarro,
nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ’ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a’ vivi
del viver ch’è un correre a la morte.
E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch’è or due volte dirubata quivi.
Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l’uso suo la creò santa.
Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e più l’anima prima
bramò colui che ’l morso in sé punio.
Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
per singular cagione essere eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.
E se stati non fossero acqua d’Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente.
Ma perch’io veggio te ne lo ’ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che ’l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto».
E io: «Sì come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.
Ma perché tanto sovra mia veduta
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più s’aiuta?».
«Perché conoschi», disse, «quella scuola
c’ hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina».
Ond’io rispuosi lei: «Non mi ricorda
ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che rimorda».
«E se tu ricordar non te ne puoi»,
sorridendo rispuose, «or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;
e se dal fummo foco s’argomenta,
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude».
E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
veder mi parve uscir d’una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
«O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?».
Per cotal priego detto mi fu: «Priega
Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
la bella donna: «Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che l’acqua di Letè non gliel nascose».
E Bëatrice: «Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
Ma vedi Eünoè che là diriva:
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
la tramortita sua virtù ravviva».
Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;
così, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: «Vien con lui».
S’io avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire a le stelle.

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Con questa compagnia si incamminò; e non credo che avesse ancora poggiato a terra il decimo passo, quando con il suo sguardo colpì il mio sguardo; e, con espressione serena del volto, «Vieni più vicino» mi disse, «così che, se io mi rivolgo a te, tu sia nella condizione ideale per ascoltarmi.» Non appena mi fui avvicinato a lei, com’era mio dovere, mi disse: «Fratello, perché non provi a porgermi qualche domanda, ora che cammini insieme a me?» Come accade a coloro che, troppo reverenti, quando si trovano dinnanzi ad un loro superiore e devono parlargli, non riescono a farlo con voce chiara, lo stesso modo accadde a me, e con voce strozzata incominciai a dire: «Mia signora, le mie esigenze voi le conoscete, e conoscete anche ciò che serve per soddisfarle.» Mi rispose Beatrice: «Dal timore e dalla vergogna voglio tu ti liberi adesso, così da smettere di parlare in modo confuso, come un uomo che dorme. Sappi che il carro (la Chiesa) che è stato squarciato dal drago (corrotto), è stato, ma non è più; ma chi ne ha la colpa, sappia che la vendetta, la giustizia di Dio, non può essere evitata. Non rimarrà ancora per tanto tempo senza erede l’aquila (impero) che lasciò le sue penne al carro (poteri alla Chiesa), divenendo così un mostro e quindi preda del gigante (la Francia); perché io vedo con certezza, è quindi lo dico, che si avvicina ormai una costellazione favorevole, protetta da ogni impedimento e da ogni ritardo, inevitabile, con i favori della quale, qualcuno (DXV) mandato da Dio ucciderà la ladra (la Chiesa) insieme a quel gigante che con lei commette peccati. Ma forse le mie dichiarazioni, poco comprensibili, simili alle profezie dei Temi e della Sfinge, ti convincono poco, perché a loro modo confondono la mente; ma presto saranno i fatti a rendere chiari questi complessi enigmi, senza provocare alcun danno. Prendi nota delle mie parole; e così come io le ho dette a te, allo stesso modo tu dovrai farle conoscere ai vivi, che vivono una esistenza mortale, destinata alla morte. E ricordati bene, quando le trascriverai, di non tralasciare di raccontare della pianta (la conoscenza) che hai visto essere stata per due volte spogliata, depredata. Chiunque la saccheggi o la danneggi, offende di fatto Dio commettendo un atto sacrilego, perché fu creata da Dio per suo uso, per non essere toccata. Per aver voluto mordere un suo frutto, soffrendo il rimorso e la lontananza di Dio, per più di cinquemila anni la prima anima, Adamo, desiderò la venuta di Gesù Cristo, colui che con il proprio sacrificio punì il peccato originale. La tua intelligenza è assopita se non riesce a comprendere che c’è un motivo straordinario per cui questa pianta è tanto alta e ha la cima capovolta, è più larga in punta che alla sua base. E se i tuoi inutili pensieri, le tue speculazioni razionali, non avessero incrostato la tua mente, come fa l’acqua del fiume Elsa, ed il loro fascino non avesse avuto su di te l’effetto del sangue di Priamo sul frutto del gelso, solo attraverso tutti questi indizi sapresti riconoscere nell’albero, nel divieto di toccarlo, il simbolo del senso morale della giustizia di Dio. Ma poiché vedo che la tua mente è divenuta dura come pietra e quindi, così pietrificata, anche offuscata, tanto che la luce, la chiarezza delle mie parole ti abbaglia, voglio che tu porti, se non proprio inciso con le parole, almeno dipinto in te, il ricordo delle mie parole, per lo stesso motivo per cui al ritorno dalla Terrasanta si porta un bastone ornato di foglie di palma.» Dissi allora io: «Proprio come una cera da sigillo a cui non si può cambiare la figura che le è stata impressa, le vostre parole sono state adesso incise nella mia memoria. Ma poiché è molto al di sopra dalla mia capacità di comprensione il senso delle vostre parole, tanto da me desiderate, vi chiedo: perché tanto più mi sforzo di afferrare il senso, tanto più lo perdo?» Disse: «Perché tu possa renderti conto di quanto poco la scuola che hai seguito, e la sua scienza, possano comprendere le mie parole; e perché tu possa vedere che è tanto lontana da Dio la via da voi seguita, quanto dista dalla terra il cielo più alto e che ruota più velocemente.» Le risposi allora: «Non ricordo di essermi mai allontanato dalla vostra via, né provo alcun rimorso per un simile errore.» «Se non riesci a ricordarti di questo errore», rispose sorridendo Beatrice, «ricordati almeno che oggi hai bevuto l’acqua del fiume Lete, che cancella la memoria dei propri peccati; e se è vero che il fumo è indizio della presenza del fuoco, questa tua dimenticanza dimostra chiaramente che peccavi, rivolgendo i tuoi desideri verso altri beni. Ma d’ora in avanti saranno per te più chiare le mie parole, poiché sarà necessario renderle tali alla tua mente rozza.» Il sole, più incandescente e più lento nei suoi movimenti, occupava ormai la posizione corrispondente a mezzogiorno, che si sposta da una parte o all’altre a seconda di come la guardi, quando, così come si ferma all’improvviso chi procede davanti a qualcuno facendogli da guida, se trova qualche novità e qualche traccia di essa, si fermarono di colpo le sette donne al margine di una ombra pallida, simile a quella che, sotto a verdi foglie e rami neri, è possibile trovare in montagna al di sopra dei freddi ruscelli. Davanti a loro mi sembrò di vedere i fiumi Tigri ed Eufrate sgorgare da una sola sorgente, e, come fanno due amici, allontanarsi lentamente l’uno dall’altro. «Oh luce e gloria dell’umanità, che fiume è questo che viene qui alla luce da una unica sorgente, per poi allontanarsi da sé stesso, dividendosi in due?» A questa mia preghiera mi fu data la risposta: «Chiedi a Matelda ti dirtelo.» E mi rispose, con il tono di che cerca di discolparsi, la bella donna Matelda: «Gli ho già spiegato questa ed altre cose; e sono anche sicura che l’acqua del fiume Lete non gliele ha fatte dimenticare.» Disse allora Beatrice: «Forse una preoccupazione maggiore, che può capitare spesso possa ridurre la capacità di memoria, gli ha oscurato il ricordo di ciò che ora vede con gli occhi. Ma vedi il fiume Eunoé che scorre di là: conducilo ad esso, e come sei abituata a fare, ravviva la sua memoria indebolita.» Come una anima nobile, che non cerca scuse, ma al contrario fa propria la volontà altrui, non appena questa viene espressa; così, dopo avermi preso per mano, la bella donna subito si mise in viaggio, e a Stazio disse con signorilità: «Vieni anche tu con lui.» Caro lettore, anche se avessi un spazio maggiore su cui scrivere, riuscirei solo in parte ad esprimere il dolce sapore di quell’acqua, di cui non mi sarei mai saziato; ma poiché sono ormai tutti pieni i fogli che avevo preparato per scrivere questa seconda cantica, il limite di spazio, freno dell’arte, non mi lascia proseguire oltre. Riemersi da quell’acqua sacra ringiovanito, come fossi una giovane pianta rinnovata da giovani fronde, purificato e finalmente pronto per salire fino alle stelle.

Katerina Machytkovà.jpgKaterina Machytkovà: Lettura del XXXIII del Purgatorio

Beatrice da donna rimproverante ora si fa guida, compagna del pellegrino, rivolgendosi a lui con il termine “frate” fratello ed e in questo “nuovo” ruolo che ammonisce Dante sul destino della Chiesa, e come essa ora abbia bisogno di un nuovo restauratore, di contro a coloro che l’hanno distrutta e mercificata. Si è che questo nuovo restauratore profetizzato appartiene ad una simbologia incomprensibile, in quando indicato con dei numeri che, sebbene disposti in modo diverso, dovrebbero dare come soluzione DUX. Che sia esso l’imperatore Arrigo VII su cui Dante nutriva speranze, oppure Cangrande della Scala? Dante chiude il Purgatorio così come aveva iniziato l’Inferno, in quest’ultimo il veltro, ora il DXV.

Quindi si riprende il cammino, le sette donne (virtù), Beatrice, Matelda, Dante e Stazio; giungono ad una fonte e Beatrice invita Matelda a compiere l’ultimo rito, quello del bagno dell’Eunoé, che permettono al nostro di purificarsi a tal punto da poter affrontare l’ultimo percorso, quello paradisiaco.

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Salvator Dalì: Dante purificato

Ma troviamo qui già qualcosa che ce lo richiama, l’ineffabilità del poter dire: le parole di Beatrice volano troppo alte per la comprensione di Dante. Le risposte potrebbero esser due:

  1. la conoscenza fino adesso seguita si basava sul “falso imaginar” senza l’aiuto della virtù divina che la possa illuminare;
  2.  si è appena bagnato nel Leté e non si è ancora bagnato nell’Eunoé: la condizione attuale e come di intorpedimento interiore, a cui soltanto l’ultimo rito potrà liberarlo.

DIVINA COMMEDIA: INFERNO

COMEDÌA

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Struttura della Comedìa

La Divina Commedia, con il titolo con cui noi oggi la conosciamo è un poema, scritto all’inizio del 1300 da un uomo fiorentino in esilio.

E’ un’opera che l’autore ha definito “comedìa” perché gli stili codificati nella cultura classica e quindi ripresi dalla cultura medievale, indicavano con questo termine ciò che aveva un duro e difficoltoso inizio ed un felice e piacevole fine ed inoltre utilizzavano uno stile “medio”. Nella prima cantica Dante infatti utilizza uno stile basso, medio nella seconda ed alto nella terza, riprendendo da un grande autore latino la concezione secondo cui nella commedia talvolta poteva presentarsi lo stile tragico ed alto. Inoltre lo stesso Dante ci dice in che modo è corretto leggere l’opera: nel Convivio, opera dottrinale del nostro, egli afferma che ci sono quattro sensi per intendere un’opera. Essi sono:

  1. letterale: percepire ciò che il testo dice nell’evidenza del suo dettato;
  2. allegorico: cercare un altro significato che va al di là del testo “letterale”;
  3. morale: indica il fine che nasconde l’opera e dev’essere colto dal lettore;
  4. anagogico: indica la spiritualità verso cui tendere il lettore.

Dante stesso invita il lettore a cogliere, nella sua opera. il senso allegorico.

Inferno

Noi non possediamo alcun manoscritto dantesco; la data entro cui inseriamo la stesura delle tre cantiche la ricaviamo da dati interni l’opera e dalla biografia del poeta. L’interruzione de Il Convivio e il De vulgari eloquentia c’invitano a collocare l’Inferno tra il 1306 e il 1309, il primo come data in cui tramontano definitivamente le speranze di una ripresa imperiale da parte di Arrigo VII, il secondo perché i fatti di cronaca presenti nel testo si fermano, appunto, a quella data.

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Struttura Inferno

Dante disegna l’Inferno come un gigantesco imbuto, creatosi dopo la rovinosa caduta di Lucifero che dal cielo venne precipitato giù, conficcandosi con la testa al centro della terra (cioè nel luogo più lontano della terra). Tale voragine si apre nell’emisfero boreale, presso Gerusalemme, e quella terra che fuggì via al suo arrivo, si raccolse a formare la montagna purgatoriale che domina alta e solitaria, completamente inaccessibile all’uomo, nell’emisfero australe.

Canto I
Proemio dell’opera

Sin dal primo verso, Dante c’immerge subito nella materia: egli, a 35 anni, nei giorni centrali dell’anno giubilare del 1300 proclamato, per la prima volta, da Bonifacio VIII, si ritrova in una selva, dal momento che ha perduto la “diritta via”. Ma se la “diritta via” è la via della salvezza, ne consegue che la selva è il “peccato”. Dante in tre versi ci fa passare dal senso letterale al senso allegorico. Ma c’è anche quello morale: bisogna liberarsi dal peccato, e quello anagogico, al fine di percorrere la via che giunge a Dio. Impaurito Dante si sente risollevato dalla vista del Sole, spera di raggiungerlo, ma tre animali gli sbarrano la strada: nulla è più evidente della capacità di Dante nel dare valore in tutti i sensi possibili al suo discorso: il Sole è Dio, le tre fiere, rispettivamente la lonza, il leone e la lupa, attraverso un crescendo morale ci rimandano alla lussuria, la forza e la violenza, ma soprattutto l’avarizia e alla frode. E mentre è sempre più trascinato dallo sconforto, ecco che gli si presenta una figura, Virgilio, ricco di sapienza e di virtù, che annuncia al poeta la fine del peccato nel mondo con una oscura profezia e quindi prospetta il viaggio ultraterreno, che lo condurrà a visitare, oltre all’inferno e a gran parte del purgatorio con la sua guida, il paradiso terrestre ed il regno dei cieli, con guide più degne di lui. Dante commosso accetta.

inferno-i-1.jpgGustave Doré: Inizio canto I

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

inferno-i-2.jpgGustave Doré: La lonza

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

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William Blake: Dante e le tre fiere

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

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Il veltro messianico di Dante

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro. 

Alla metà del percorso della mia esistenza (verso i 35 anni), mi sono ritrovato in un bosco oscuro (simbolo del peccato) in quanto avevo smarrito la diritta via (simbolo di via virtuosa). Ah quanto difficile cosa è dire qual era questa selva orrida, intricata di vegetazione e difficile da attraversare, che solo a pensarvi rinnova la paura! Tanto essa è amara che la morte sia naturale che spirituale lo è poco di più, ma per parlare del bene che io trovai in essa, dirò delle altre cose che io ho visto. Io non so ben riferire come io ci sia entrato, tanto ero ottenebrato nel momento in cui io abbandonai la via della verità. Ma poi quando giunsi ai piedi di un colle (il Purgatorio), là dove terminava lo spazio tra esso e la selva, che mi aveva riempito il cuore di paura, guardai in alto e vidi la sua sommità illuminata dal sole, che guida direttamente ciascuno qualunque via faccia. Allora la paura si acquietò un po’, che si era protratta a lungo nel profondo del cuore durante il tempo trascorso nella selva con tanta angoscia. E come il naufrago che, con respiro affannato, uscito dal mare e raggiunta la spiaggia, si rivolge al mare portatore di pericolo e lo osserva con attenzione, così l’animo mio, che ancora fuggiva (dalla selva), si volse indietro a contemplare il passaggio (che separa la selva dal colle) che non lasciò mai passare un uomo vivo. Dopo che ebbi riposato il corpo stanco, ripresi il cammino per il pendio solitario, in modo che il piede fermo era sempre il più basso (l’atto della salita). Ed ecco, quasi all’inizio della salita del colle una lonza (simbolo della incontinenza) agile e molto veloce, ricoperta di pelle screziata; essa non si allontanava dal mio cospetto, anzi impediva talmente il mio cammino che io fui tentato di ritornare indietro. L’ora era al principio del mattino ed il sole sorgeva con la costellazione dell’Ariete che era con lui quando Dio impresse agli astri il primo moto della creazione; cosicché sia l’ora che la stagione mi facevano ben sperare per quella bestia dalla pelle maculata; ma non abbastanza per la paura che mi diede l’aspetto di un leone (simbolo della superbia – per altri violenza) quando mi apparve. Questo sembrava venire contro di me, con la testa alta e minacciando distruzione, tanto che la stessa aria ne provava terrore. Ed una lupa (simbolo della fraudolenza, per altri avarizia), che sembrava carica di ogni bramosia e ha fatto vivere popolazioni afflitte, questa mi porse tanto affanno per la paura che emanava dal suo aspetto che io perdetti la speranza di raggiungere la sommità del colle. E come colui che facilmente raduna ricchezze, e giunge il momento in cui perde ogni cosa, che si rattrista in tutti i suoi pensieri, allo stesso modo mi rese la bestia senza pace, che venendomi incontro lentamente, mi sospingeva all’interno del bosco dove il sole non fa filtrare i suoi raggi. Mentre io precipitavo verso il fondo, mi apparve all’improvviso colui che, per l’oscurità del luogo, sembrava evanescente. «Abbi pietà di me», gli gridai, «chiunque tu sia, o spirito o uomo vivo». Mi rispose: «Non sono vivo, ma lo sono stato; i miei genitori furono dell’Italia settentrionale, nativi ambedue a Mantova. Nacqui sotto Giulio Cesare, sebbene troppo tardi per essere apprezzato da lui, e vissi a Roma, sotto il buon Augusto, nel tempo degli dei pagani (falsi e bugiardi). Fui poeta, e nel mio libro (l’Eneide) narrai di quel giusto figlio d’Anchise, Enea, che venne da Troia, dopo che la sua superba rocca fu bruciata. Ma tu perché ritorni all’afflizione della selva? Perché non sali il monte dilettoso che è il principio e la ragione di ogni possibile gioia?». «Allora sei tu quel Virgilio e quella sorgente che hai offerto un così largo fiume di eloquenza?», gli risposi con il volto vergognoso. «O onore e faro di tutti gli altri poeti, mi valga il lungo studio e la grande venerazione che mi ha fatto percorrere tutta la tua opera. Tu sei il mio maestro ed il mio autore, tu sei solo colui da cui io tratto lo stile che mi ha fatto onore. Vedi la bestia per cui io sono tornato indietro, aiutami a liberarmi di lei, famoso uomo sapiente, che essa mi fa tremare le vene e le arterie». «A te si addice affrontare un altro viaggio», rispose dopo che mi vide piangere, «se vuoi sottrarti da questa selva intricata; perché questa bestia, per la quale tu ti lamenti, non lascia passare nessuno per la sua via, ma tanto lo incalza finché non lo annienta; e la sua natura è così malvagio e cattiva, che mai non sazia la sua voglia bramosa, e dopo il pasto ha più fame di prima. Molti sono gli esseri viventi con cui si unisce, e ce ne saranno ancora molti, finché verrà il Veltro (segugio da caccia), che la farà morire con dolore. Questo non si ciberà né di terre né di ricchezze, ma solo di sapienza, amore e virtù, e la sua nascita sarà fra panni modesti (umili origini). Sarà la salvezza di quella Italia ormai decaduta per la quale morirono Eurialo e Niso (troiani) e Camilla (figlia del re dei Volsci) e Turno (re dei Rotuli) di ferite. Costui le darà la caccia in ogni città, fino a che la ricaccerà nell’Inferno, là dove Lucifero (invidia prima) la fece uscire contro gli uomini. Per cui per il tuo meglio penso e decido che tu mi debba seguire, ed io sarò la tua guida, e ti condurrò da qui per l’Inferno, dove ascolterai disperate grida, vedrai gli antichi spiriti dolenti che anelano alla morte definitiva; quindi vedrai coloro che sono felici di espiare le loro pene, perché sperano un tempo di unirsi alle persone beate. Alle quali, se tu vorrai raggiungerle ci sarà un’anima più degna di me: ti lascerò a lei quanto ti abbandonerò, perché Dio (imperatore che regna nell’Empireo), in quanto io fui incredulo in Cristo venturo, non vuole che io raggiunga la sua città. Egli impera in tutto il creato e nell’Empireo governa, qui è la sua città e l’alto trono, oh felice colui che Dio lassù destina!». Ed io a lui: «Poeta io ti richiedo per quel Dio che non conoscesti, affinché io fugga questo male e la dannazione, che tu mi conduca là dove mi hai detto, in modo che io possa vedere la porta del Purgatorio e quelli che tu descrivi essere tanto dolenti». Allora si mosse ed io lo seguii.

Canto II
Proemio dell’Inferno

Chiuso il prologo di tutta l’opera, Dante riprende la narrazione, con un nuovo prologo, ma ora soltanto dell’Inferno. Questo prologo, com’è consuetudine, inizia con l’argomento, attraverso un bellissimo “richiamo” virgiliano e con l’invocazione alle Muse. Esse devono dare forza a Dante, come dice lui stesso, aiutarlo. Dante, ripreso dal dubbio, e forse anche dalla paura, infatti, chiede per quale diritto lui deve compiere un viaggio così difficile, non essendo Enea, il cui andare nell’oltretomba, ha significato l’esaltazione di Roma e quindi, del papato che lì risiederà; non è San Paolo, il cui trasumanare da vivo aveva come scopo il rafforzamento della fede cristiana; ma lui perché deve andarci, chiede angosciosamente a Virgilio. E’ importante appunto istituire, in questi versi danteschi, il contatto continuo che nella sua mente di cristiano si situa tra fondazione di Roma e costituzione dell’Impero. A questo segue quello che la critica definisce un vero e proprio “prologo in cielo”: Maria Vergine, cogliendo lo smarrimento di Dante, ha pregato Lucia, simbolo della grazia illuminante, di intervenire per aiutare Dante. Quindi costei si reca da Beatrice per trasmetterle l’ordine della Vergine. Quest’ultima quindi non ha alcun timore a raggiungere il Limbo e a pregare con parole cortesi di aiutarlo. Apparirà ora chiaro come, se nell’inferno tre fiere non hanno potuto far raggiungere al poeta la vera via della fede, saranno tre donne benedette ad aiutarlo, cielo contro terra. Dante rinfrancato può riprendere il cammino. 

inferno-ii-1.jpgGustave Doré: Incipit del II canto 

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra
O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:
la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.
Per quest’andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.
Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede.
Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

 Di fronte alla paura e ai dubbi di Dante così il poeta risponde:

inferno-ii-2.jpgGustave Doré: Beatrice si rivolge a Virgilio

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
«O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,
l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura;
e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui».
Tacette allora, e poi comincia’ io:
«O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,
tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi».
«Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente», mi rispuose,
«perch’i’ non temo di venir qua entro.
Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.
I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.
Disse: “Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?
Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?”.
Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,
venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno».
Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

89353fc4d4530e88c9ee296466700670.jpgGiovanni Stradano o Jan Van der Straet: Le tre donne benedette

La luce del giorno andava via e l’oscurità allontanava tutti gli esseri viventi dalle loro fatiche; solo io mi preparavo a sopportare il travaglio interiore, sia del viaggio nell’oltretomba sino a Dio sia della compassione della miseria dei dannati che narrerà la memoria che riferisce il vero. O alto ingegno delle Muse, adesso aiutami; o memoria che hai scritto ciò che hai visto, qui si manifesterà il tuo valore. Io iniziai a parlare: «Virgilio, poeta che mi guidi in questo cammino, osserva se la mia capacità è abbastanza forte, prima che tu mi esponga allo straordinario viaggio. Tu affermi (nel VI libro dell’Eneide) che il padre di Silvio (Enea), ancora vivo, andò nel mondo eterno e fu con il corpo. Ma se Dio gli fu benevolo, pensando alle enormi conseguenze che derivarono da lui, e chi fosse e quali fossero le sue qualità, non sembra inopportuno ad un uomo dotato d’intelligenza; in quanto egli fu scelto nel decimo cielo dell’Empireo come padre della grande Roma e del suo Impero, la quale Roma e il quale Impero, a dir la verità, fu stabilita come luogo santo dove ora siede il successore del grande Pietro. Per questa discesa, di cui tu gli dai gloria, apprese cose che costituirono il motivo della sua vittoria e della scelta della sede papale. Ci è andato (nel mondo eterno) poi San Paolo, ricettacolo della volontà operante di Dio, per portare da lì conforto alla fede che è il principio per tutti della salvezza. Ma io perché dovrei andarci? O chi lo permette? Io non sono né Enea né Paolo; che io sia degno a compiere questo viaggio né io né altri credono: per cui se io mi abbandono alla volontà di compierlo, ho timore che questa scelta sia folle; sii saggio, cerca di capirmi che io non ragiono». E come colui che non vuole più ciò che ha desiderato e per nuovi sopraggiunti motivi cambia proposito, tanto da rinunciare del tutto a imprendere ciò che aveva intenzione di fare, così feci io in quella buia pendice del colle, perché ripensandoci annullai l’impresa che fu accettata all’inizio così prontamente.
 (…)
«Io ero nel Limbo (tra gli spiriti magni che vivono nel desiderio inappagabile di Dio) e una donna beata e bella mi chiamò tanto che io le richiesi di dirmi ciò che desiderava. I suoi occhi brillavano più di una stella; e cominciò a dirmi soavemente e dolcemente, con la voce di un angelo, nel suo modo di parlare: “O anima nobile mantovana, la cui gloria ancora dura nel mondo, e durerà a lungo, quanto il mondo, il mio amico, ma non amico della sorte, si è rivolto indietro nella deserta spiaggia, che è ricacciato indietro per la paura; e temo che si sia già smarrito, che io tardi sia soccorsa a lui, per quelle cose che ho udito su di lui nel cielo. Muoviti ora e con la tua parola ornata e con ciò che è opportuno per la sua salvezza, aiutalo affinché io ne sia consolata. Io che ti faccio andare sono Beatrice; vengo dal cielo in cui desidero tornare, mi mosse Amore che mi fa parlare. Quando sarò davanti a Dio, spesso ti loderò per quel che farai per me”. Tacque allora, ed iniziai io: “O donna di virtù, per le quali l’umana specie supera ogni essere contenuto nel cerchio della Luna, che compie giri più piccoli, tanto mi è gradito il tuo comando che l’ubbidirlo, se fosse già avvenuto, mi sembrerebbe avvenuto tardi, non ti abbisogna altro che esprimermi il tuo desiderio. Ma dimmi la causa per cui non temi di scendere quaggiù nel centro della terra, nell’Inferno, dall’Empireo dove desideri tornare ardentemente”. “Dal momento che tu vuoi conoscere il mistero della mia venuta, ti dirò brevemente”, mi rispose, “perché non temo di venir qua nel Limbo. Si devono temere solo quelle cose che hanno il potere di fare male agli altri; delle altre cose non bisogna temere, perché non possono nuocere. Io sono fatta da Dio, per sua grazia, tale che la vostra disgrazia non mi tocca, né le fiamme di questo Inferno mi assalgono. Nel cielo c’è una nobile donna (Maria, simbolo della carità) che ha compassione di questo impedimento (che le fiere procurano a Dante) tanto che attenua il duro giudizio di Dio. Questa donna fece chiamare per il suo servizio santa Lucia (simbolo della grazia) e disse: – Ora ha bisogno di te il tuo fedele, ed io te lo raccomando -. Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse e giunse nel luogo dove io ero, seduta a fianco della vecchia Rachele (moglie di Giacobbe, simbolo della vita contemplativa). Ella disse: – Beatrice (simbolo della fede), tu che sei la più vera lode di Dio, in quanto creata da lui perfettamente, perché non soccorri quell’uomo che ti ha tanto amato, che per lodarti si è staccato dalla schiera degli altri poeti volgari? Non senti angoscia per il suo pianto, non vedi tu la morte dell’anima che lo ha messo in pericolo come colui che si trova su un fiume, in cui questo incontra il mare e il mare non riesce a vincerlo? -. Al mondo non ci furono mai persone così sollecite a perseguire un loro bene o a sfuggire un loro danno come fui io, dopo aver ascoltato tali parole, e venni qua giù dal mio beato seggio, fidando del tuo parlare saggio, che ti rende onore e rende onore a coloro che lo hanno ascoltato”. Dopo aver detto queste cose, mi rivolse gli occhi lucenti per le lacrime, per cui mi rese più sollecito ad accorrere.»

Di fronte alle parole di Virgilio, che gli ha illustrato come tre donne benedette si siano adoperate per la sua salvezza, Dante si sente completamente rinato, come un fiore dopo il gelo notturno. Ora egli, insieme al suo maestro. è pronto a compiere il grande passo.

Canto III
Antinferno 

Comincia il vero viaggio infernale di Dante che inizia con le tremende parole di colore oscuro (nere/tremende) al sommo della porta. La sensazione che il poeta vuole trasmetterci è quella di un grande confusione, un clamore tanto più sconvolgente quanto meno è visibile. Il buio ed il chiasso infernale sono le prime sensazioni. Quindi il primo incontro con una figura diabolica, ripresa, fedelmente, da Virgilio e che riprende il suo stesso compito. A ciò segue la prima schiera di anime la cui condizione è di essere al di qua da ogni colpa e al di qua di ogni lode, quindi per Dante doppiamente stigmatizzabili in quanto se mai scelsero mai poterono raccogliere né biasimo né apprezzamento. Per questo essi ci offrono il primo esempio di contrappasso per contrasto. In questo canto, inoltre, pur non facendone mai il nome, si adombra il primo personaggio, Celestino V, papa per cinque mesi, che abdicò, lasciando il posto all’odiato, per Dante, Bonifacio VIII.

inferno-iii-1.jpgGustave Doré: Dante e Virgilio davanti alla porta dell’Inferno

PER ME SI VA NELLA CITTA’ DOLENTE,
PER ME SI VA NELL’ETTERNO DOLORE,
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.
GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE;
FECEMI LA DIVINA POTESTATE,
LA SOMMA SAPIENZA E ’L PRIMO AMORE
DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
SE NON ETTERNO, E IO ETTERNO DURO.
LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’INTRATE.

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William Blake: La porta dell’Inferno

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

inferno-iii-3.jpgGustave Doré: Gli ignavi

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume».
Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.

caronte.jpgJose Benlliure y Gil: La Barca de Caronte (1919) 

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

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Gustave Doré: Caronte

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.
«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l’uom cui sonno piglia.

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Giovanni Stradano: Terremoto e svenimento di Dante (1587)

ATTRAVERSO ME SI ENTRA NELLA CITTA’ DEL DOLORE, ATTRAVERSO ME SI ENTRA NEL DOLORE CHE NON HA FINE, ATTRAVERSO ME SI ENTRA TRA LE ANIME PERDUTE. LA GIUSTIZIA SPINSE A DIO A CREARMI: MI FECE LA POTENZA DEL PADRE, LA SOMMA SAPIENZA DEL FIGLIO, L’INFINITA CARITA’ DELLO SPIRITO SANTO. PRIMA DI ME FURONO CREATE SOLO COSE INCORRUTTIBILI, ED IO IN ETERNO DURO. ABBANDONATE QUALSIASI SPERANZA VOI CH’ENTRATE. Queste parole minacciose vidi scritte sopra una porta; per cui dissi: «Maestro, il loro significato è per me terribile». Ed egli a me come una persona saggia: «Qui è necessario abbandonare ogni esitazione; è necessario che qui ogni timore sia soffocato. Noi siamo arrivati al luogo dove ti ho detto che avresti visto gli spiriti dannati, che hanno perso il bene supremo dell’intelletto». E dopo che mi prese per mano con volto sereno, in modo da confortarmi, mi introdusse in quel mondo sconosciuto. Qui sospiri, pianti e grida di dolore risuonavano nell’oscurità, per cui all’inizio cominciai a piangere. Linguaggi diversi, modi di parlare orribili, parole di sofferenza, espressioni d’ira, voci alte e basse, insieme a rumori di mani, creavano un gran tumulto, il quale si agita sempre in quell’atmosfera buia senza giorno né notte, come la sabbia quando spira il vento. Ed io, che avevo la mente presa dall’orrore, dissi: «Maestro, che cos’è ciò che odo? E chi è quella gente che sembra così travolta dal dolore?» Ed egli a me: «Questo misero stato sopportano le anime dolenti degli ignavi, che vissero senza meritare né biasimo, né lode. Sono messe insieme a quella cattiva schiera di angeli che non furono né ribelli né fedeli a Dio, ma furono neutrali. I cieli, per non diminuire la loro bellezza li cacciano, e la parte più profonda dell’inferno non li accoglie, poiché i ribelli potrebbero trarre dalla loro presenza motivo di onore». Ed io: «Maestro, che cos’è tanto opprimente per gli ignavi, che li fa lamentare così forte?» Rispose: «Te lo dirò molto brevemente. Costoro non possono sperare di annientarsi e la loro oscura esistenza è tanto ignobile che sono invidiosi di qualsiasi altra sorte. Il mondo non tollera che resti fama di loro; la misericordia del Paradiso e la giustizia di Dio nell’Inferno li sdegnano: non parliamo di loro, ma guardali e passa oltre». Ed io, che guardai nuovamente, vidi una bandiera che girava intorno tanto veloce che mi sembrava sdegnosa di ogni riposo; e la seguiva una fila di gente così lunga, che non avrei mai creduto che la morte ne avesse colta tanta. Dopo che ebbi identificato qualcuno vidi e riconobbi l’ombra di colui (Celestino V) che per viltà rifiutò il suo grande compito. Subito compresi e fui certo che questa era la schiera dei vili, disdegnati da Dio e dai suoi nemici. Questi esseri abbietti, che non furono mai davvero vivi, erano nudi, punti continuamente da mosconi e da vespe che si trovavano lì. Tali insetti rigavano il loro volto di sangue, che, misto a lacrime, era succhiato ai loro piedi, da ripugnanti vermi. E dopo che mi misi a guardare altrove, vidi gente presso la riva di un grande fiume; per cui io dissi: «Maestro, concedimi di sapere chi sono e quale legge le rende così ansiose di passare il fiume, come io posso vedere attraverso la debole luce». Ed egli a me: «Queste cose ti saranno note quando ci fermeremo presso la desolata riva dell’Acheronte». Allora io con gli occhi abbassati per la vergogna, temendo che le mie parole gli fossero state un po’ importune, stetti in silenzio fino al fiume. Ed ecco venire verso di noi su una barca un vecchio, canuto per la sua età antichissima, che gridava: «Guai a voi anime malvagie! Non sperate mai di vedere il Cielo: io vengo per condurvi all’altra riva, nelle tenebre eterne, nel caldo e nel freddo. E tu che ancora vivo sei in questo luogo, allontanati da costoro che sono morti». Ma poiché vide che io non me ne andavo, disse: «Attraverso un’altra via, toccando altri porti, arriverai nella spiaggia per passare non di qui: un’imbarcazione più leggera conviene che ti trasporti». E la mia guida a lui: «Caronte, non arrabbiarti: è stabilito così nel Cielo dove è possibile fare tutto ciò che la volontà di Dio desidera e non chiedere più nulla». Allora non si mossero più le guance barbute del nocchiero della torbida palude, che aveva intorno agli occhi, a causa dell’ira, cerchi di fiamma. Ma quelle anime che erano spossate e nude impallidirono e si misero a battere i denti, non appena sentirono le parole crudeli: bestemmiavano Dio e i loro genitori, il genere umano, il luogo e il tempo della loro nascita, la loro discendenza e i loro antenati. Poi, piangendo amaramente, si riunirono tutte quante insieme presso la riva maledetta, che attende tutti coloro che non temono Dio. Il demonio Caronte, con gli occhi infuocati, facendo loro un cenno, li raduna tutti; colpisce col remo chiunque s’attarda. Come in autunno le foglie cadono una dopo l’altra, finché il ramo non le vede tutte a terra, allo stesso modo i malvagi discendenti di Adamo si calano da quella riva ad uno ad uno secondo i cenni di Caronte come fa l’uccello rispondendo al richiamo. Così se ne vanno sopra le acque torbide, e prima che siano scese dall’altra parte, anche da questa parte si raduna una nuova schiera. «Figlio mio» disse cortesemente il mio maestro «coloro che muoiono senza essere in grazia di Dio vengono tutti qui da ogni parte del mondo: e sono ansiosi di passare il fiume, perché la giustizia divina li sollecita, a tal punto che il timore della pena si muta in desiderio. Di qui non passa mai nessuna anima che non sia dannata; e perciò, se Caronte si lamenta di te, puoi ben capire ora che cosa intende il suo parlare». Terminato questo discorso, la buia regione infernale tremò così forte che il ricordo di quello spavento mi bagna ancora di sudore. La terra intrisa di lacrime mandò fuori un vento che suscitò un lampo, che mi fece perdere i sensi: e caddi, come chi è preso dal sonno.

Come si è potuto notare questo canto, pur non immettendoci ancora nell’inferno (siamo nell’antinferno) ce ne fa presagire tutte le tonalità:

  1. la presenza di un custode infernale, Cerbero, che pur somigliando molto a quello virgiliano, prende qui un autonomia propria di chi, pur dall’aspetto fiero ma ributtante, si fa esecutore di Dio; sarà lui inoltre a predire la non dannazione per il poeta;
  2. l’oscurità del luogo e le urla dei dannati;
  3. la legge del contrappasso, qui applicata per contrasto: così come queste anime malvagie non vollero mai “seguire” con passione una fede o ideologia, dovranno ora, nell’eternità, seguire una bandiera senza alcun simbolo e versare il sangue, punti da mosconi e vespe. Ma vi si affaccia anche un cenno di contrappasso per analogia: a raccogliere il sangue saranno i vermi, metafora del loro essere abietto.

Canto IV
Primo cerchio
(Limbo: anime giuste non battezzate)

Dopo lo svenimento, voluto da Dio affinché Dante non sapesse in quale modo venisse traghettato al di là dell’Acherone, il poeta si trova all’interno dell’Inferno. Tuttavia non è ancora un luogo dove i peccatori scontano pene tormentose: predomina anzi un clima d’incertezza, di continui sospiri. Questi derivano dal desiderio di conoscere Dio a loro negato perché o nati prima di Cristo o bambini non ancora battezzati. Per questo Dante percepisce nel volto della guida un strano pallore: è il luogo stesso dove l’anima di Virgilio condivide la sorte con i grandi intellettuali dell’antichità. Alla domanda se mai qualcuno fosse uscito dal Limbo Virgilio ricorda al poeta la discesa di Cristo che liberò gli antichi patriarchi e gli Ebrei presenti nell’antico testamento. I due pellegrini giungono pertanto in un luogo rischiarato dove sono accolti coloro che si sono distinti nella letteratura e nell’arte:

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Bartolomeo Pinelli: Dante incontra gli Spiriti Magni

«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».
E quelli a me: «L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.
Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».
Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.
Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;
e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.   

Dissi: «Virgilio, tu che onori la scienza e l’arte, chi sono costoro che godono di tanto onore che li fa distinguere per condizione dagli altri?» Mi rispose la guida: «La loro onorata fama, che risuona ancora là su nel mondo dove tu vivi, gli fa ottenere favori da Dio e perciò sono trattati meglio degli altri.» Fu nel frattempo udita da me una voce: «Rendete onore all’eccelso poeta; è ritornato il suo spirito, che si era prima allontanato.» Dopo che la voce si fu interrotta e rimase quieta, vidi quattro grandi spiriti venire verso di noi: non sembravano in volto né tristi né felici. Il mio buon maestro incominciò a dire:«Guarda quello spirito con la spada in mano, che precede gli altri come se fosse un re: quello è il sommo poeta Omero; l’altro e Orazio, autore delle satire; il terzo è Ovidio e l’ultimo dei quattro è Lucano. Dal momento che ognuno dei quattro spiriti condivide con me il titolo di poeta, che la voce solitaria ha pronunciato poco fa, essi mi rendono onore ed in ciò fanno bene». Vidi così adunarsi la bella scuola di Omero, principe del più sublime tra tutti i generi poetici, che sovrasta gli altri poeti come fa l’aquila in cielo. Dopo che ebbero parlato un poco tra loro, si rivolsero a me con un cenno di saluto, e Virgilio sorrise compiaciuto per quel gesto; ed anzi mi fecero un onore ancora più grande, accogliendomi nel gruppo come uno di loro, così che fui la sesta persona in mezzo ai quei grandi saggi.

Il passo ci mostra, non solo i riferimenti culturali danteschi, ma quelli dell’intera cultura medievale: Omero, di cui Dante non conosce l’opera, ma condivide il pensiero sia degli autori latini sia degli intellettuali contemporanei secondo cui da lui derivano tutte le “belle lettere”, se per lui usa la metafora dell’aquila sopra tutti gli altri volatili nel cielo; seguono per l’epica storico-tragica Virgilio stesso (la cui presenza come guida ne testimonia la venerazione) e Lucano, di cui Dante sembra conoscere perfettamente la Farsaglia; insieme a loro, con una divisione stilistica, l’Orazio comico delle Satire, e l’Ovidio elegiaco degli Amores. Vi è ancora la consapevolezza da parte dell’autore di essere annoverato tra gli spiriti magni; Dante voleva sottolineare l’importanza e la grandezza della sua attività come poeta o voleva dirci che, saputolo da Virgilio, gli illustri poeti gli si rivolgano con un cenno di benevolenza per il compito scelto da Dio per lui?

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Victoria Olsen: Dante e Virgilio nel Limbo

Il canto prosegue citando i grandi relegati in quel mondo: ma saranno proprio loro a dar vita ad un dibattito critico che verte su teologia e sapienza: Dante infatti inserisce qui non solo gli esempi più alti della letteratura latina, ma anche suicidi (Lucrezia), musulmani (il Sultano, Avicenna e Avorroé), materialisti (Democrito). La teologia afferma che senza la preveggenza o la conoscenza di Dio non vi è salvezza, ma Dante, che non li salva, crea per loro uno spazio apposito, in cui vi è comunque una piccola luce di quella virtù che discende da Dio per illuminare gli uomini per il bene dell’umanità.   

Canto V
Secondo cerchio
(Peccatori d’incontinenza: lussuriosi)

Con questo canto si entra nel vero e proprio inferno: infatti se sinora Dante ha percorso il tratto che precede il fiume e, misteriosamente, si è trovato al di là di esso, in un luogo in cui la grazia di Dio non è del tutto assente se riluce nel castello dove abitano i grandi spiriti dell’antichità, qui, invece, emerge proprio l’assenza totale di luce e, come appena varcata la porta dell’Inferno, un vero e proprio predominio di rumore, come fa il mare in tempesta. Quindi ecco l’apparizione del mostro infernale Minòs che si fa esecutore della volontà divina nell’assegnare ai dannati il luogo che spetta loro ed infine l’incontro, carico di significati, con Paolo e Francesca:

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Gustave Doré: Minosse

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;

Così discesi dal primo cerchio (limbo) giù nel secondo, che racchiuso in meno spazio e maggior dolore, induce ai lamenti. Vi stava a ringhiare l’orribile Minosse, che esaminava le colpe all’ingresso del girone, giudicava i peccatori e con la coda li condannava. Dico infatti che quando l’anima dannata gli andava innanzi, confessava tutto, e lui, conoscitore dei peccati, decideva il giusto cerchio infernale, cingendosi la coda tante volte quanti erano i gironi in cui farla precipitare. Davanti a lui ve n’erano sempre molte (di anime): l’una aspettava il turno dell’altra, che confessava, ascoltava e piombava giù. Quando Minosse mi vide interruppe le sue funzioni e disse: «Ehi tu che entri in questo luogo di dolore, sta’ attento a come ti muovi e a chi ti guida, che non ti sia d’inganno il facile ingresso!». Ma la mia guida gli rispose: «Che hai da gridare? Non puoi impedire la sua visita, perché si vuole così là dove si vuole ciò che si può, e non domandare oltre». A quel punto cominciai a udire voci lamentose; là dov’ero ero colpito da molto pianto. In quel luogo privo di luce si urlava come fa il mare tempestoso, agitato da venti contrari. Una bufera mai doma travolgeva nel suo turbinio gli spiriti, tormentandoli e sbattendoli con violenza. Quando giungevano sul ciglio del dirupo, urlavano piangevano singhiozzavano, bestemmiando la virtù divina. Dal tipo di pena capii che dannati erano i lussuriosi, che sottomettono la ragione all’istinto. E come le ali portano gli stornelli d’inverno in una schiera ampia e compatta, così quel vento agita gli spiriti perversi su e giù, di là e di qua e nessuna speranza li conforta mai, né di una pausa né di uno sconto della pena. E come le gru emettono i loro lamenti, disposte nell’aria in lunghe file, così vidi venir, gemendo, le ombre sconvolte dalla tormenta.

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William Blake: I lussuriosi

Dante quindi dapprima vede delle anime “sballottate dalla tempesta, e sono appunto i lussuriosi, il cui contrappasso è evidente: così come essi si lasciarono “trascinare” dalla passione ora sono trascinati dalla “bufera infernal”. Ma c’è un’altra schiera di dannati e sono coloro che vanno in lunga fila, attraversando il vento come fanno le gru: essi sono le anime di coloro che morirono per amore. Chiesto chi fossero, Virgilio gli nomina i nomi di grandi personaggi dell’antichità e dei cavalieri dei romanzi cortesi.

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Mosé Bianchi: Paolo e Francesca (1877)

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: «Poeta, volentieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».
Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».

PaoloefrancescaCrop.jpgAnselm Feuerbach: Paolo e Francesca (1864)

Queste parole da lor ci fuor porte.
quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.

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Amos Cassioli: Paolo e Francesca (1870)

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

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 Gaetano Previati: La morte di Paolo e Francesca (1887)

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.

Poi gli chiesi: «Poeta, vorrei parlare a quei due che vanno insieme e che paiono così leggeri nella bufera». Mi rispose: «Aspetta che siano venuti più vicini a noi, poi pregali per quell’amore che li lega e loro verranno». Appena il vento li piegò verso di noi, esclamai: «Oh anime tormentate, venite a parlarci, se nessuno lo vieta!». Come colombe, chiamate dai piccoli, con le ali levate e ferme al dolce nido vengono per l’aria, spinte dall’istinto, così quelle anime si staccarono dalla schiera di Didone attraverso l’aria maligna, sentendo il mio affettuoso grido. «Oh uomo cortese e benigno, che vieni a visitare, in quest’aria tenebrosa, chi ha macchiato la terra del proprio sangue, se ci fosse amico il re dell’universo, lo pregheremmo per la tua pace, avendo tu pietà del nostro perverso peccato. Quel che a voi piacerà dire e ascoltare piacerà anche a noi, almeno finché il vento lo permetterà. La mia città natale lambisce il mare ove sfocia il Po, che coi suoi affluenti trova pace. L’amore, che subito accende i cuori gentili, fece innamorare costui del mio bellissimo corpo, che mi fu tolto in modo ch’ancor m’offende. L’amore, che induce chi viene amato a ricambiare, mi prese del corpo di costui un piacere così forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. L’amore ci portò a una stessa morte: Caina in sorte attende l’assassino». Ecco le parole che ci dissero. E io, dopo aver ascoltato quelle anime travagliate, chinai il viso e rimasi così mesto che il poeta a un certo punto mi chiese: «A che pensi?» Io gli risposi: «Ahimè, quanti dolci pensieri, quanto desiderio condusse costoro al tragico destino!» Poi mi rivolsi direttamente a loro e chiesi: «Francesca, le tue pene mi strappano dolore e pietà. Ma dimmi, al tempo dei dolci sospiri, come faceste ad accorgervi che il desiderio era reciproco?». E quella a me: «Non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella disgrazia; cosa che sa bene il tuo maestro. Ma se tanto ti preme conoscere l’ inizio della nostra storia te lo dirò unendo le parole alle lacrime. Stavamo leggendo un giorno per diletto come l’amore vinse Lancillotto; soli eravamo e in perfetta buona fede. In più punti di quella lettura gli sguardi s’incrociarono con turbamento, ma solo uno ci vinse completamente. Quando leggemmo che la bocca di lei venne baciato da un amante così coraggioso, costui, che mai sarà da me diviso, la bocca mi baciò tutto tremante. Traditore fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno finimmo lì la lettura». Mentre uno spirito questo diceva, l’altro piangeva, sicché ne rimasi sconvolto, al punto che svenni per l’emozione e caddi come corpo morto cade.

L’intero canto si può definire come uno dei più alti e celebrati dell’intera Commedia, e mostra, per la prima volta,  un turbamento reale di Dante, determinato dall’esperienza umana e presumibilmente dalla conoscenza personale con Paolo Malatesta (sono testimoniati i rapporti tra Firenze e l’ambiente romagnolo). Il canto si può dividere in tre parti: la prima dominata da Minosse, la parte centrale dalla rassegna dei grandi amanti della storia e della letteratura, l’ultima da Francesca e Paolo (uno dei più noti personaggi muti della letteratura italiana). Tra questi momenti c’è continuità: se Minosse infatti può rappresentare il destino in cui incorrono i peccatori che sottomettono la ragione all’impulso naturale, lo stesso accade a coloro che peccano di lussuria, tra cui uno dei più celebrati della letteratura d’amore, Tristano, la cui lettura sarà a sua volta strumento della dannazione di Paolo e Francesca. Quest’ultima parte, dedicata ai due amanti, pur essendo tra le più alte, per il pathos che essa rappresenta con il tema d’amore e di morte, ci offre la possibilità di cogliere un momento fortemente significativo per Dante. Uscendo infatti dai personaggi, il passo mostra un vero e proprio “iter” culturale che il poeta stesso ha attentamente attraversato. Francesca, infatti, è un attenta lettrice del romanzo cortese, ma utilizza un linguaggio stilnovista con una forte anafora che in tre terzine ne sottolinea i temi. Per questo Dante si sente scosso: la cultura di Francesca è la sua cultura. Ed è per questo che il poeta, per la seconda volta, sviene: ma se il primo trasferimento nel terzo canto è voluto da Dio per non far comprendere al poeta il suo passaggio al di là del fiume infernale, qui è per il suo “turbamento”.

Canto VI 
Terzo cerchio
(Peccatori d’incontinenza: golosi)

Tra il quinto ed il sesto canto Dante non pone alcuna frattura. Infatti, appena risvegliatosi, il poeta si trova di fronte ad una nuova situazione, maggiormente “punitiva” per i dannati, sin dal custode Cerbero, che con i suoi latrati rompe loro le orecchie (avendo ecceduto nei sensi, è in essi che vengono tormentati). Quindi inizia quello che si suole definire come il primo canto “politico” dell’intera Commedia: nucleo ideologico appare la sua città, con un suo famoso, al tempo, rappresentante che, nei confronti del poeta avrà anche la capacità profetica di disegnargli il destino futuro (che sarà compreso, poi, solo nel Paradiso dal suo avo Cacciaguida).

Dopo un paio di versi, Dante si trova immerso nel terzo cerchio:

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Ero nel terzo cerchio della pioggia eterna, maledetta, fredda e difficile da sopportare, sempre uguale nella quantità e qualità. Acqua sporca, grandine grossa e neve, nell’aria tenebrosa si riversa; puzza la terra che né è bagnata.

Cerberus-Blake.jpegWilliam Blake: Cerbero

A cui segue la descrizione del nuovo custode infernale:

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani
graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
e l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

Cerbero, fiera crudele e straordinaria, simile ad un cane affamato latra con tre gole sopra la gente che qui è sommersa. Ha gli occhi rossi, la barba unta e scura, il ventre largo e le mani unghiate, graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta. La pioggia sferzante del dolore li fa urlare come cani. Or con l’uno e or con l’altro lato cercano di fare schermo al lato opposto, ma inutilmente si volgono spesso i miseri profani. Quando Cerbero, il grande e ripugnante animale, ci vide, aprì le bocche e mostrò i lunghi denti e non aveva parte del corpo che stesse ferma. Allora Virgilio distese le palme, prese la terra e a pieni pugni, la gettò nelle gole di Cerbero.

Dopo che Virgilio, con il suo gesto, mette a tacere la bestia i due pellegrini entrano in contatto con i dannati, fra i quali Ciacco:

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.
«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,

sì che non par ch’i ’ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.
Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».
E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».

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Gustave Doré: Ciacco

Noi passavamo ponendo i piedi sulle anime che sono fiaccate dalla maledetta e pesante pioggia, la cui inconsistenza ha forma di corpo. Esse stavano tutte sdraiate in terra all’infuori di una che, vedendoci passare, si alzò immediatamente a sedere. Mi disse: «Tu che sei venuto in questo inferno riconoscimi se sai: tu nascesti prima che io morissi». Gli risposi: «Forse la sofferenza fisica dei tuoi lineamenti, mi impedisce di riconoscerti. Ma dimmi chi sei tu che in un luogo così dolente sei condannato a tale pena. Se altre pene possono essere maggiori di questa, nessuna è così spiacevole». Egli rispose: «Firenze, la tua città, ch’è piena d’odio, malevolenza mi fece crescere durante la vita umana. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco ed ora, come vedi, alla pioggia mi accascio. ed io, anima dannata, non son sola, poiché tutte queste anime espiano uguale colpa». E non parlò più. Io gli risposi: «Ciacco, il tuo dolore mi spinge a piangere, ma dimmi, se lo sai, dove perverranno gli uomini città (Firenze) divisa (politicamente); se nessuno degli uomini è giusto; e dimmi la ragione per cui essa è assalita da tanta discordia». E Ciacco disse (profetizzando): «Dopo lunghe lotte, perverranno a sanguinose guerre e la parte selvaggia (i Cerchi, del partito dei Bianchi) caccerà l’altra (i Donati, del partito dei Neri) con grande offese (multe e perquisizioni). Dopo tre anni avverrà un cambiamento, e l’altra parte (i Neri) prenderà il potere con l’aiuto di colui che adesso sembra barcamenarsi (Bonifacio VIII). Costoro terranno alte per lungo tempo le fronti, tenendo la parte avversa sotto gravi pesi, sebbene pianga e si sdegni per ciò. Ci saranno solo pochissimi uomini giusti (onesti), ma non saranno ascoltati: la superbia, l’invidia e l’avarizia sono le tre faville che accendono d’odio il cuore degli uomini».

Nel passo Dante sottolinea, attraverso la tecnica della profezia, la realtà della Firenze a lui contemporanea, mettendo in evidenza quel cambiamento economico e sociale che lui percepisce come negativo: gli ultimi tre sostantivi alludono a quella forza borghese che secondo il poeta fiorentino ha cancellato le virtù di un mondo sulla via del tramonto, e che sta prendendo il potere con forza e violenza; d’altra parte non dobbiamo dimenticare che sarà Dante stesso a pagare le conseguenze di questa lotta tra partiti politici e famiglie che si contendevano il potere con l’esilio.

Dopo tali parole il poeta chiede ancora a Ciacco se egli possa incontrate, nel suo cammino, altri fiorentini che ben operarono per la città, che egli ha grande desiderio di sapere se sono dannati a più gravi pene o sono nella grazia del Signore. Ciacco gli rivela che nel fondo dell’inferno vi sono altre anime che egli potrà riconoscere e se può essere ricordato nella mente dei suoi amati cittadini. Quindi si ritorse e ricadde in terra e Virgilio rivela al suo discepolo che così rimarrà fino al giudizio universale. Al dubbio di Dante che gli chiede se in tale giorno la loro pena sarà minore o maggiore, il maestro risponde che ogni cosa, giunta al fine, otterrà la perfezione: pertanto maggiori saranno le pene e la gloria. Quindi continuano il cammino fino al punto in cui essi scenderanno, custodito da Pluto.

Canto VII
Quarto e quinto cerchio
(Peccatori d’incontinenza: Avari e prodighi – Iracondi ed accidiosi)
La palude Stigia

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Gustave Doré: Pluto

All’inizio del canto troviamo Pluto che, con voce rauca inizia a gridare:

Papé Satàn, papé Satàn aleppe!

e Virgilio, uomo saggio, tranquillizza Dante sulla discesa tra il terzo e il quarto cerchio e con acconce parole costringe il mostro infernale al silenzio. I due scendono così nella quarta fossa, dove Dante vede una moltitudine assai numerosa, la quale provenendo dall’uno e dall’altro lato del cerchio rotolava pesi, spingendoli col petto ed emettendo alti lamenti. (Incontrandosi) cozzavano gli uni contro gli altri; e poi, in quello stesso punto, ognuno si volgeva indietro, rivoltando (anche il suo peso), e urlava: «Perché conservi?» e «Perché sperperi?» Allora rifacevano il giro in senso opposto in entrambe le direzioni fino al punto in cui, allo scontro successivo, si gridavano di nuovo il loro ritornello ingiurioso; Dante allora chiede alla sua guida chi costoro fossero e Virgilio gli risponde che furono coloro che non fecero alcuna spesa secondo misura (avari e prodighi) come denunciano in modo aperto le loro espressioni.

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Bartolomeo Pinelli: Avari e prodighi (1824)

La loro condizione spinge Dante a voler sapere quale sia il ruolo della fortuna nel distribuire ricchezze e povertà:

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?»
E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;
per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.
Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode».

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Cornelis Anthonisz Thenissen (attr.), Allegoria della Sfortuna/Accidia, (1530 ca.) 

«Maestro», dissi a Virgilio, «spiegami ancora: questa Fortuna, di cui tu mi fai cenno, cos’è mai, per poter tenere così tra i suoi artigli i beni della terra?» E Virgilio: «O esseri stolti, quanto grande è l’ignoranza che vi arreca danno! Voglio dunque che tu accolga la mia spiegazione (come il bambino riceve in bocca il cibo ). Dio, la cui sapienza oltrepassa ogni realtà, creò i cieli e assegnò a ciascuno di loro una guida in modo che ogni gerarchia angelica trasmette la luce al suo cielo, distribuendola equamente: allo stesso modo prepose a tutte le glorie del mondo una guida che le amministrasse tutte e che trasferisse a tempo debito i beni perituri da un popolo all’altro e da una stirpe all’altra, senza che la previdenza degli uomini potesse a lei opporsi; per questo una nazione domina, mentre un’altra si indebolisce, secondo la decisione da lei presa, decisione che resta nascosta come il serpente nell’erba. L’accortezza degli uomini non può contrastare con lei: essa predispone, valuta (le opportunità), e svolge da regina il suo incarico come le intelligenze angeliche svolgono il loro. I cambiamenti da essa causati si succedono senza sosta: il suo dovere verso Dio l’obbliga ad operare rapidamente; perciò avviene spesso che qualcuno muti il proprio stato. Questa è colei che tanto è avversata anche da coloro che dovrebbero elogiarla, laddove invece la biasimano ingiustamente e la denigrano; ma essa se ne sta beata e non li ascolta: serena, insieme alle intelligenze angeliche, governa il moto della sua sfera e gode della sua beatitudine.

Come si vede per Dante la Fortuna muta dal concetto classico (ricordiamo che per la cultura romana il termine è una vox media che può indicare sia fortuna che sfortuna, e, come simbolo, viene rappresentata cieca). Dante ci offre invece una spiegazione teologica: è un’ intelligenza angelica, il cui volere obbedisce a Dio. Per questo, in quanto presiede alla facoltà divina, non può essere capita da una facoltà umana e quindi ci appare incomprensibile e spesso ci lamentiamo di lei. Ma essa sta al di sopra dell’individuo e guida i destini sia dell’uomo che dei popoli, per cui si sale e si scende perché così Dio vuole.

Quindi continuano a scendere attraversando il cerchio fino al margine opposto, all’altezza di una sorgente che ribolle e che si riversa in un fossato d’acqua scura; è la palude Stige, in cui sono immerse anime che si colpivano l’un l’altro con le mani, la testa il petto e i piedi, e si dilaniano pezzo a pezzo coi denti. Sono gli iracondi, accompagnati con gli accidiosi che denunciano la loro condizione sott’acqua, creando un gorgoglio sulla superficie della palude. Costeggiano così per lungo tratto la sozza palude, tenendosi tra il pendio asciutto e la melma, con lo sguardo rivolto a coloro che ingurgitano fango: giungono alla fine alla base d’una torre».

Canto VIII
Quinto cerchio
La palude Stigia
(Iracondi ed accidiosi)

Prima d’arrivare alla torre, Dante e Virgilio vedono due fiammelle e un’altra lontana che rispondeva ai segnali. Chiede quindi a Virgilio cosa stia succedendo, e lui gli fa sapere che sta per giungere il nocchiero infernale Flegiàs con una piccola nave per traghettarli sull’altra riva. Virgilio scende nella barca, e Dante dopo di lui; soltanto quando quest’ultimo entra, essa sembra carica.

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Miniatura

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?». 
E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango». 
E io a lui: «Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto». 
Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li altri cani!».

La vecchia barca comincia a fendere l’acqua, e mentre solca l’immobile palude, mi si parò davanti uno spirito coperto di fango, e disse: «Chi sei tu che arrivi prima del termine stabilito?», ed io: «Se arrivo, non è certo per rimanere; ma chi sei tu, reso così sporco dal fango?» Rispose: «Vedi bene che sono uno di quelli che piangono (un dannato)». Ed io: «Restatene, anima maledetta, col pianto e col dolore; perché ti riconosco, anche se sei tutto imbrattato di fango». Allora allungò verso la barca entrambe le mani (per rovesciarla o per colpire Dante ); ma Virgilio pronto lo respinse, dicendogli: «Via di qui, vattene a stare con gli altri maledetti !»

E’ la prima volta che vediamo Dante “arrabbiato” rivolgere parole ingiuriose verso un dannato. Tale atteggiamento forse gli è stato suggerito dalla scortesia del dannato, che gli si rivolge con arroganza, come a dire “che ci fai tu qui?”, quasi la sua presenza segnalasse il peccato in cui Dio lo aveva confinato. E’ un gesto di giusta rabbia, accompagnato, infatti, da quello del maestro che respinge il dannato con parole ingiuriose.

Virgilio quindi si congratula del gesto del suo allievo, che ha risposto con veemenza all’arroganza del dannato. E’ tanta la rabbia dantesca che prega affinché Filippo Argenti (tale è il nome del peccatore) venga sommerso: infatti poco dopo Dante vede gli iracondi fare di lui un tale scempio, gridando contro Filippo Argenti tanto che il dannato rivolge contro sé stesso la propria ira, dilaniandosi coi denti. Quindi dopo aver sentito un urlo e in seguito aver visto torri rossastre (per l’eterno fuoco che le brucia eternamente), raggiungono la città di Dite:

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Daniele Albatici: Filippo Argenti

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza morte
va per lo regno de la morta gente?».
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno. 
Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada».
Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.
«O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
non mi lasciar», diss’io, «così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.
Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.
Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.
Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
«Chi m’ ha negate le dolenti case!”.
E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.
Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,
tal che per lui ne fia la terra aperta».

15385736856_b690477371_b.jpgDante e Virgilio e  i diavoli (Miniatura, Biblioteca di Firenze)

Vidi più di mille diavoli a guardia delle porte, i quali con stizza dicevano: «Chi è costui che ancora in vita visita il regno dei morti?». E il mio saggio maestro accennò di voler parlare con loro in disparte. Allora frenarono un poco la loro grande ira, e dissero: «Vieni soltanto tu, e vada via quello, che con tanto ardire è penetrato in questo regno. Ripercorra da solo il cammino temerario (fatto fin qui): provi, se ne è capace; perché tu, che gli hai fatto da guida in un paese così buio, resterai qui». Immagina, lettore, quanto mi perdetti d’animo nell’udire queste parole maledette, perché credetti di non poter mai più tornare fra i vivi. «Mia amata guida, che innumerevoli volte mi hai ridato coraggio e salvato dai grandi pericoli che mi si pararono contro, non mi abbandonare» dissi «in questo stato di angoscia; e se non ci è consentito di andare avanti, ripercorriamo subito insieme il cammino che abbiamo fatto (per venire fin qui).» E Virgilio, che mi aveva condotto lì, mi disse: «Non aver paura; perché nessuno può precluderci il passaggio: tanto potente è colui dal quale è voluto. Tu attendimi qui, e conforta il tuo animo prostrato alimentandolo con la speranza che non inganna, poiché io non ti abbandonerò in questa parte bassa dell’inferno». Così dicendo il mio padre affettuoso se ne va, e qui mi lascia solo, e io resto nel dubbio, poiché nella mia testa il timore combatte con la speranza. Non potei udire quello che disse loro, ma egli non si trattenne a lungo là con essi, che già ciascuno dei diavoli gareggiava in velocità con gli altri nel tornare correndo dentro le mura. Quei nostri nemici chiusero le porte davanti a Virgilio, che restò fuori, e tornò verso di me con passi lenti. Teneva gli occhi abbassati ed aveva un’espressione sfiduciata, e diceva sospirando: «Da chi mai mi viene impedito l’ingresso nelle sedi del dolore!». E rivolto a me: «Anche se io mi cruccio, non perderti d’animo, perché vincerò questa prova di forza, chiunque dentro le mura si adoperi per vietarci l’ingresso. Questa loro presunzione non è nuova: perché già l’adoperarono davanti a una porta meno interna, la quale si trova ancor oggi spalancata. Sopra di essa hai veduto l’iscrizione che parla della morte eterna: e varcatala già scende per la china, passando di cerchio in cerchio senza guida o protezione, colui ad opera del quale la città ci sarà aperta».

E’ un passo, che, legato al seguente, descrive uno degli atteggiamenti più umani da parte del protagonista: la paura. Sono tremende le parole dei diavoli, è indecisa, non tempestiva la risposta di Virgilio. La paura è giustificata proprio dall’inizio del canto IX.

Canto IX
Quinto e Sesto cerchio
Davanti e dentro la città di Dite
(Eretici)

Virgilio infatti non ha la forza per combattere i diavoli da solo: «Eppure dovremo vincere questa battaglia» dice, «a meno che… Tanto potente è colei (Beatrice) che ci promise il suo aiuto: oh quanto mi preoccupa il ritardo di qualcuno!». L’angoscia di Dante è giustificata dall’attesa di questo qualcuno. Quindi vuol sapere se qualcuno dal Limbo (Virgilio stesso) sia mai già stato in questo luogo, riferendosi in modo indiretto a Virgilio stesso, che gli afferma che il viaggio lo ha già compiuto grazie alla maga Eritone (episodio raccontato nel Bellum civile di Lucano).

E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,
dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,
e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte. 
E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine. 
Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. 
Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

5050161212860013.jpgBartolomeo Pinelli: Dante e Virgilio di fronte alle Erinni

«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto». 
«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso».
Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi. 
O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.

E disse altre cose, ma non le ricordo; poiché lo sguardo mi aveva tutto portato verso l’alta torre dalla cima arroventata, dove all’improvviso si erano levate tutte nel medesimo istante tre furie infernali imbrattate di sangue, che avevano corpo e atteggiamento di donna, e portavano annodati intorno al corpo serpenti d’acqua d’intenso color verde; per capelli avevano serpentelli e serpenti muniti di corna, che ne cingevano le spaventose teste. E Virgilio, che non aveva tardato a riconoscere le ancelle della regina (Proserpina) dell’inferno, mi disse: «Ecco le implacabili Erinni. Dalla parte sinistra è Megera; quella piangente, a destra, è Aletto: nel mezzo c’è Tesifone»; ciò detto, tacque. Ciascuna si lacerava il petto con le unghie; si percuotevano con le mani aperte e urlavano così forte, che per la paura mi strinsi a Virgilio. «Venga Medusa: cosi lo faremo diventare di pietra» dicevano tutte quante guardando verso il basso: «fu male non punire nella persona di Teseo l’assalto (portato al regno dell’oltretomba).» «Voltati e tieni gli occhi chiusi; poiché se Medusa appare e tu la vedessi, non ti sarebbe più possibile tornare sulla terra.» Così parlò Virgilio; ed egli stesso mi fece voltare, e non si accontentò che io mi coprissi gli occhi con le mie mani, ma volle coprirmeli anche con le sue. O voi che avete le menti non ottenebrate, contemplate l’insegnamento che si nasconde sotto il velo dei versi misteriosi.

caravaggiomedusa.jpgCaravaggio: Medusa (1597)

Che l’allegoria sia complessa ce lo afferma lo stesso Dante. E’ un allegoria dei poeti, piuttosto che dei filosofi, perché si nutre di riferimenti classici già dall’inizio del canto, facendo riferimento alla negromanzia di Lucano. Bisogna pertanto districarsi per capire cosa il poeta volesse insegnarci attraverso questi riferimenti classici: in primo luogo le Erinni, che Dante non poteva conoscerle in modo diretto (non sapeva il greco ed esse appaiono nell’Orestea di Eschilo), ma certamente conosceva il loro significato, disegnate come portatrici di rimorso (in questo caso il rimorso del peccato), e quindi Medusa, dal duro cuore. Tutte loro stanno ad indicare che se non ci si libera dal peso del peccato e si persevera con forza in esso, non si può andare oltre la via che lo condurrà verso la salvezza. Se infatti i peccati precedenti erano sotto il segno del senso (peccati d’incontinenza), ora bisogna individuare i dannati per intelletto e malizia. Quindi non basta più la forza razionale dell’intelletto, ma qualcosa che la superi, come è mostrato dall’intervento del messo celeste:

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, 
vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte. 
Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso. 
Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. 
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. 
«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta? 
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia? 
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». 
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda 
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.

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Gustave Doré: L’angelo apre le porte della città di Dite

Come le rane all’apparire della biscia, loro nemica, si disperdono tutte nel l’acqua, fino ad appiattirsi ognuna contro terra, così vidi innumerevoli dannati darsi alla fuga all’avvicinarsi di qualcuno che attraversava camminando lo Stige senza bagnarsi neppure le piante dei piedi. Allontanava dal suo viso la fitta nebbia, muovendo spesso davanti a sé la mano sinistra; e sembrava infastidito soltanto da questa preoccupazione. Compresi facilmente che era inviato dal cielo, e mi volsi a Virgilio; ed egli mi fece intendere con un cenno che dovevo restare tranquillo ed inchinarmi davanti a lui. Ahi come mi sembrava pieno di sdegno! Giunse alla porta (di Dite) e, toccandola con una piccola verga, la aprì senza incontrare alcun ostacolo. «O espulsi dal cielo, stirpe disprezzata», prese a dire sullo spaventoso limitare, «da dove viene questa tracotanza che si raccoglie in voi? Perché vi opponete a quella volontà (la volontà di Dio) il cui compimento non può mai essere ostacolato, e che più di una volta ha accresciuto il vostro dolore? A che serve opporsi ai decreti divini ? Se ben ricordate, il vostro Cerbero, per questa ragione, ha tuttora privi di pelo la parte inferiore del muso e il collo.» Poi tornò indietro ripercorrendo il sozzo cammino, e non ci rivolse neppure una parola, ma assunse l’aspetto di uno che è assillato e stimolato da una preoccupazione diversa da quella di colui che gli sta davanti; e noi ci incamminammo verso la città, rassicurati dopo le sante parole da lui dette.

E’ appunto l’intervento divino, qui trasmesso attraverso un suo messo, che può cancellare quelle forze oppositive (rimorso e persistenza del peccato) che impediscono al pellegrino di liberarsi dalle scorie della vita ed ottenere, così, la grazia dell’ascensione al cielo. Quindi Virgilio e Dante entrano nella città di Dite e vedono un terreno tutto pieno di sepolcri circondati dalle fiamme. I peccatori posti nel IV cerchio, informa il maestro sono gli eretici.

Canto X
Sesto cerchio
(Eretici)

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle. 
«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. 
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face»

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Dante nel cerchio degli epicurei (miniatura lombarda)

E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno. 
Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci». 
E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto». 

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Andrea del Castagno: Farinata degli Uberti (1449/1450)

«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco. 
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto». 
Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio. 

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Gustave Doré: Farinata nell’arca infernale

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai». 
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto. 
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».
Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». 
Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso; 
poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi». 
«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
rispuos’io lui, «l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte». 
Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata. 
Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, 
piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?». 
E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». 

1200px-Blake_Dante_Hell_X_Farinata.jpg

William Blake: Dante Farinata e Cavalcante de’ Cavalcanti

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena. 
Di sùbito drizzato gridò: «Come?
dicesti “elli ebbe?” non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». 

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa; 
e sé continüando al primo detto,
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto. 
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa. 
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».
Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso. 
Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto». 
«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza. 
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo». 
«Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce. 
Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano. 
Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta». 
Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; 
e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto». 
e già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava. 
Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». 
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico. 
Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando. 
«La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito: 
«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio». 
Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,
che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

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Duilio Cambellotti: Inferno canto X

Il mio maestro proseguiva ora lungo uno stretto sentiero, tra le mura di Dite e le tombe roventi dei dannati (eresiarchi), ed io procedevo dietro di lui. «Oh uomo di virtù superiore, che mi conduci attraverso i crudeli cerchi dell’inferno», cominciai a dire,«come a te piace, parlami e soddisfa i miei desideri. Potrei vedere la gente che giace in questi sepolcri roventi? Tutti i coperchi sono già alzati, i sepolcri sono aperti, e non c’è nessun demonio a fare la guardia.» Mi rispose Virgilio: «Tutti i sepolcri verranno chiusi quando dalla valle di Giosafat, dopo il giudizio universale, i dannati torneranno qua con i loro corpi, lasciati lassù in terra. In questa parte del cerchio hanno il loro cimitero Epicuro e tutti i suoi seguaci, che credono che l’anima muoia insieme al corpo. In ogni caso, alla richiesta che hai mi avanzato, qui dentro ti verrà data subito soddisfazione, ed anche al desideri che hai lasciato inespresso, di poter parlare con loro.» Ed io a lui: «Mia buona guida, ti tengo nascosto il mio desiderio solo per non darti noia, parlando troppo, come tu stesso mi hai chiesto di fare in più occasioni.» «Oh toscano, che attraverso la città del fuoco te ne vai ancora in vita e parlando in modo rispettoso e gentile, ti sia cosa grata il fermarti un poco in questo luogo. Il tuo modo di parlare rende evidente che tu nascesti in quella nobile patria, verso la quale io fui in vita forse troppo molesto.» Uscì improvvisamente questo suono, questa voce, da uno dei sepolcri; mi accostai perciò, intimorito, un poco di più alla mia guida. Virgilio mi disse: «Che fai? Voltati! Guarda là Farinata degli Uberti che si è alzato dalla tomba: potrai vederlo tutto dalla cintola in su.» Io avevo già fissato il mio sguardo nel suo; lo spirito di Farinata emergeva fiero dal sepolcro con il petto e la fronte, come se avesse a sdegno le pene dell’inferno. Le mani coraggiose e pronte di Virgilio mi spinsero tra le tombe fino a lui, dicendo: «Le tue parole siano misurate, moderate». Non appena giunsi ai piedi del sepolcro di Farinata, lo spirito mi guardò un poco, e poi, con tono quasi irato, mi chiese: «Chi furono i tuoi antenati?» Io ero desideroso di ubbidire e non gli nascosi quindi le mie origini, anzi gliele esposi chiaramente; alle mie parole, lo spirito alzò un poco gli occhi in alto, in tono ostile; poi mi disse: «Essi, guelfi, furono fieramente avversari miei, dei miei antenati e della mia fazione ghibellina, tanto che per due volte li sconfissi e li caccia in esilio.» «Se è vero che furono cacciati, lo è anche che tornarono poi da ogni parte», risposi io a lui, «entrambe le volte; i vostri non appresero invece mai quell’arte, del ritorno in patria.» A quelle parole, dall’apertura scoperchiata del sepolcro, uscì, visibile fino al mento, un altro spirito accanto a quello di Farinata: credo che quest’anima fosse in ginocchio. Guardò intorno a me come per voler vedere se ero in compagnia di qualcun’altro; e dopo che il suo sospetto si fu dileguato, mi disse piangendo: «Se attraverso questo carcere tenebroso tu puoi andare grazie al tuo alto ingegno, allora mio figlio dove è? Perché non è insieme a te?» Dissi a lui: «Non vado in giro da solo: mi conduce attraverso questi luoghi quello spirito che mi aspetta là, Virgilio, e che forse il vostro Guido ebbe a sdegno, trascurandolo.» Le sue parole ed il modo in cui soffriva mi avevano già fatto capire chi fosse costui, Cavalcante dei Cavalcanti; per tale motivo la mia risposta fu così esaustiva. Scattato in piedi, lo spirito subito grido: «Come? Hai detto “ebbe”? Non è più in vita? La dolce luce del sole non ferisce più i suoi occhi?» Quando si accorse della mia esitazione nel fornirgli una risposta, subito ricadde disteso nella tomba e non ricomparve più alla mia vista. Invece quell’altro coraggioso spirito, rispondendo al cui invito mi ero fermato presso quella tomba, non cambiò espressione, non volse nemmeno la testa e non si piegò neanche a guardare il compagno; continuando il primo discorso interrotto, «Il fatto che loro non hanno ben appreso quell’arte», mi disse, «mi tormenta di più di questo letto di fuoco in cui giaccio. Ma non si illuminerà per cinquanta volte la faccia di quella donna, Proserpina (la Luna), che governa quaggiù, prima che tu stesso possa imparare quanto pesa quell’arte del ritorno in patria. Augurandoti che tu possa fare ritorno nel dolce mondo dei vivi, dimmi in cambio: perché il popolo fiorentino è così crudele nei confronti dei Ghibellini in ogni legge che approva?» Gli risposi: «Lo strazio e la grande strage che fecero tingere di sangue il fiume Arbia, nella battaglia a Montaperti, ci spinge ad emettere tali leggi nei vostri confronti.» Dopo che lo spirito, sospirando, ebbe scosso il suo capo, «Non c’ero là soltanto io contro i fiorentini», disse, «né certo mi sarei mosso insieme agli altri senza avere buone ragioni. Ma fui soltanto io, là, ad Empoli, dove fu all’unanimità approvata la decisione di distruggere Firenze, l’unico che la difese a viso aperto.» «Possa avere un giorno un po’ di pace la vostra discendenza», lo pregai io, «scioglietemi cortesemente un dubbio che ha appena avvolto i mie pensieri. Se ho ben capito, sembra che voi spiriti possiate prevedere il futuro, quello che il passare del tempo farà accadere, mentre sembrate al contrario ignorare gli avvenimenti del presente.» «Noi vediamo, come chi è presbite, con una vista imperfetta», mi rispose, «solo le cose che sono lontane; tanto ci illumina ancora Dio. Quando si avvicinano o stanno già accadendo, questa nostra capacità non ci giova più; e se altri non ci informano dei fatti, nulla possiamo sapere della vostra vicende umane. Puoi perciò ora comprendere bene che la nostra conoscenza verrà completamente annullata a partire dal giorno del giudizio, quando i nostri sepolcri saranno chiusi per l’eternità.» Allora, dispiaciuto per non aver risposto all’altro spirito, dissi: «Dite allora al vostro compagno, caduto nella tomba, che suo figlio Guido non è ancora morto, è ancora insieme ai vivi; e se di fronte alla sua domanda rimasi muto, fategli sapere che lo feci soltanto perché fui colto da quel dubbio che ora mi avete voi sciolto.» Ma già Virgilio mi richiamava a sé; pregai perciò con più premura lo spirito di Farinata affinché mi dicesse i nomi dei suoi compagni nel sepolcro. Mi disse: “Giaccio in questa tomba insieme ad altri mille: qua dentro c’è Federico II di Svevia ed il cardinale Ottaviano degli Ubaldini; degli altri non parlo.» Tornò infine nel sepolcro; io rivolsi i miei passi verso Virgilio, poeta dei tempi antichi, ripensando a quella sentenza di Farinata (sull’esilio) che sembrava minacciosa. Anche Virgilio si mosse; poi, mentre camminavamo, mi chiese: «Perché sei turbato?» Ed io diedi soddisfazione alla sua curiosità raccontandogli delle parole di Farinata. «Conserva nella memoria ciò che hai ascoltato profetizzare contro di te», mi raccomandò la mia saggia guida; «e prestami attenzione», e così dicendo alzo il dito al cielo: «quando sarai di fronte al dolce raggio di Beatrice, il cui bell’occhio è in grado di vedere il futuro in Dio, saprai da lei le vicende che ti attendono in vita.» Indirizzò quindi il passo verso sinistra: lasciammo il muro e piegammo verso il centro del girone attraverso un sentiero che termina in una valle, la quale faceva sentire la sua nauseabonda puzza fin lassù.

018r-1024x521.jpgPriamo Della Quercia (XV secolo)

E’ uno dei canti centrali nell’economia del racconto dantesco, sia per l’evidenza dei fatti politici qui velocemente ricordati (la battaglia di Montaperti) sia per la parentesi lirica riguardante il padre di Cavalcanti e l’amore che nutre per il figlio.

Ma il vero nucleo è nel personaggio protagonista dell’intero canto: Farinata. Egli, di due generazioni più grande di Dante, fu un uomo di grande importanza politica. Capo dei Ghibellini, riuscì dapprima a scacciarne i Guelfi (1248), ma dopo la morte di Federico II, toccò a lui andare in esilio. Tentò con dei fuoriusciti di riprendersi la città, cosa che avvenne nel 1260. Morì a Firenze, opponendosi alla distruzione della città, ma cacciandone gli avversari politici. Sarà proprio dopo la sua scomparsa che i Guelfi riuscirono a tornare, radendo al suolo tutte le proprietà degli Uberti e bandendoli in aeternum dalle mura cittadine.

Si spiega così il dialogo, il confronto tra due titani. Non importa che qui Farinata sia un dannato: importa la sua coerenza, la sua forza e la sua dignità, sottolineate dall’atteggiamento fiero di chi non ha sbagliato. Tale modo di porsi viene quasi sottolineato dall’allitterazione in m (Fieramente furo avversi a me e a miei primi e a mia parte, dove ad emergere è il pronome personale e gli aggettivi possessivi, tutti in prima persona) che oltre al suono rievoca qui la fierezza del proprio io e nel contempo il rispetto col pellegrino ancor vivo che, seppur nemico, di fronte a lui ha la stessa fierezza, se non superiore, proprio di colui che è stato scelto da Dio, di contro all’indifferenza di Farinata.

A questo punto si pone la parentesi lirica, a staccare l’ultima parte, la più importante, che vede la figura di Cavalcante de’ Cavalcanti: se Farinata è dritto, tanto che da la cintola in sù tutto ’l vedrai (dice Virgilio a Dante), Cavalcante surse a la vista scoperchiata come un’ombra, lungo questa, infino al mento: credo che s’era in ginocchie levata denota l’apprensione e l’orgoglio del padre verso il figlio. Ma è evidente che qui Dante abbia sottolineato la distanza culturale che ormai tra Cavalcanti e lui si era istituita: Guido si era fermato all’aspetto filosofico, oserei dire, raziocinante; Dante aveva raggiunto la verità della fede attraverso la teologia, per questo, pur grandissimo poeta, Dio non ha potuto servirsi di Guido per illuminare la realtà, ma Dante che si era inchinato a Lui, attraverso Beatrice.

Solo ora può riprendere il canto, mostrando un Farinata che non si era distratto, ma continua, come se non vi fosse stata interruzione, meditando sulla violenza della contrapposizione tra guelfi e ghibellini che hanno determinato la damnatio memoriae della sua famiglia. Ma ciò non toglie che a salvare Firenze fu proprio lui, che si oppose alla sua demolizione. Quindi con cortesia augura al Dante di poter tornare sulla terra, così, come Dante gli augura che possano finalmente cessare le misure contro la sua casata.

Ma per concludere è bene ricordare la profezia che Farinata rivolge a Dante sull’esilio che dovrà subire: in questo cerchio i dannati possono vedere il futuro (da qui le parole del condottiero che “vede” il futuro di Dante), ma non il presente (Cavalcanti che non riesce a sapere la sorte del figlio).

Le parole di Farinata non riescono ad essere cancellate dalla mente di Dante: ma Virgilio gli rammenta che solo la grazia illuminante di Beatrice potrà rivelargli ciò che il futuro gli prepara.

Canto XI
Sesto cerchio
(Eretici)

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 Gustave Doré: Dante e Virgilio sostano dietro la tomba di papa Atanasio

E’ un canto, come si suol dire “dottrinale”. Viene qui presentato, infatti, l’ordinamento dell’Inferno, spiegato da Virgilio a Dante, cogliendo l’occasione della necessità di abituarsi all’insopportabile puzza che proviene dal basso inferno.

Il maestro dapprima definisce il peccato, come atto ingiurioso, (in ius, iuris) cioè che va contro la legge, lo ius divino. La malizia è l’atto consapevole del peccato stesso è può avere origine o per violenza o per frode.

I violenti sono posti nel VII cerchio che è diviso, a sua volta, in tre gironi.

Si può essere violenti sotto tre forme (corrispondenti ai tre gironi) contro il prossimo, sia nelle cose che nelle persone, se stessi e Dio. Quelli contro il prossimo, infatti possono uccidere (violenti contro le persone) o depredare, estorcere beni altrui o compiere rapine dannose (violenti contro le cose): questi sono puniti nel primo girone. Quelli violenti contro se stessi sono i suicidi e gli scialacquatori (giocatori d’azzardo e chi spreca, dannosamente, il suo patrimonio). Costoro sono puniti nel secondo girone. Nel terzo vengono i violenti contro Dio e la natura. Troviamo infatti qui i sodomiti, violenti contro la natura e quindi Dio, gli usurai e i bestemmiatori che con parole o con la mente offendono il Signore.

I fraudolenti sono posti nell’VIII cerchio e vengono distinti in dieci bolge.

La frode è ancora più grave, perché figlia dell’intelligenza dell’uomo che la esercita scientemente o contro chi non si fida o contro chi si fida.

Dopo questa spiegazione Dante chiede a Virgilio che peccato avessero commesso quelli incontrati sinora. La risposta è che essi appartengono tutti al peccato d’incontinenza, meno grave di quelli fin qui visti, perché si tratta di un uso non “buono” di disposizioni “buone” date da Dio all’uomo: quindi tali peccati sono visti con minor severità. Tale divisione d’altra parte, è figlia dell’Etica aristotelica che divide le azioni peccaminose degli uomini in tre grandi categorie, poste in modo ascendente: incontinenza, malizia e matta bestialità.

Dopo tale spiegazione Dante domanda ancora perché è ritenuto così grave il peccato d’usura: afferma Virgilio che il lavoro dell’uomo nasce ad imitazione di quello divino che si riflette, appunto nella natura. Come si dice nella Genesi, il lavoro deve produrre il sudore della fronte, cioè adoperarsi affinché la natura crei. L’usura nega il tempo, che è di Dio, e porta un guadagno che non è frutto di lavoro.

Inf._11_Priamo_della_Quercia_.jpgPriamo Della Quercia (XV secolo)

Canto XII
Settimo cerchio
I Girone

Violenti contro il prossimo
(Tiranni, omicidi-guastatori, predoni)

Il canto inizia la descrizione con il baratro da cui esalava l’odore nauseabondo per cui i due si erano fermati e Virgilio aveva mostrato l’ordinamento morale dell’Inferno.

Al fondo di questo baratro vi è il Minotauro (personaggio mitologico) a guardia, non tanto del luogo, quanto dell’intero cerchio:

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Gustave Doré: Il Minotauro

e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa 
che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca. 
Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse? 
Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene». 
Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella, 
vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale». 

e proprio sulla cima di quella spaccatura era distesa l’infamia, il disonore dell’isola di Creta (il Minotauro) che fu concepito nella falsa vacca di Pasifae; e quando ci vide, si prese a morsi da solo, come chi, impotente, è sopraffatto da un’ira interiore. La mia saggia guida gridò contro di lui con ironia: «Credi forse che sia venuto qui da te il principe ateniese, Teseo, che ti diede la morte lassù, nel mondo terreno? Fatti da parte bestiaccia: perché costui, Dante, non è venuto fin qui con gli insegnamenti di tua sorella Arianna (su come ucciderti), ma viene solamente per vedere le vostre punizioni.» Così come un toro che si è liberato dopo aver però già ricevuto il colpo mortale non sa fuggire ma si limita a saltellare da una parte all’altra, allo stesso modo vidi comportarsi in modo scomposto il Minotauro; e allora Virgilio, prudente, mi gridò: «Corri subito al varco: è meglio che ti cali già dalla sponda ora che quel mostro è infuriato.»

Quindi i due pellegrini cominciano a scendere e Virgilio spiega a Dante che poco prima che giungesse Cristo per liberare i padri che si trovavano nel limbo, la profonda valle infernale tremò così forte per un terremoto che diede origine alla frana appena passata. quindi lo invita a porre attenzione al fiume di sangue in cui sono immersi i violenti contro il prossimo.

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Gustave Doré: Centauri

A guardia del fiume sono i centauri che saettano chiunque tenti di emergere dal ribollente sangue. Accortisi dei due pellegrini, Chirone, che sembra essere il loro capo, fa notare ai compagni la corporeità di Dante:

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Gabriele Dell’Otto: Chirone

Noi ci appressammo a quelle fiere insnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
  fece la barba in dietro a le mascelle. 
  Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
  disse a’ compagni: «Siete voi accorti
  che quel di retro move ciò ch’el tocca? 
  Così non soglion far li piè d’i morti».
  E ’l mio buon duca, che già li er’al petto,
  dove le due nature son consorti, 
  rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
  mostrar li mi convien la valle buia;
  necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. 
  Tal si partì da cantare alleluia
  che mi commise quest’officio novo:
  non è ladron, né io anima fuia. 
  Ma per quella virtù per cu’ io movo
  li passi miei per sì selvaggia strada,
  danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, 
  e che ne mostri là dove si guada,
  e che porti costui in su la groppa,
  ché non è spirto che per l’aere vada». 
Ci avvicinammo intanto a quelle belve agili: Chirone prese una freccia e con la cocca, la parte terminale, sistemò i lunghi baffi ai lati della mascella, separandoli. Quando ebbe infine scoperto la bocca, disse ai suoi compagni: «Vi siete accorti che quello che sta più indietro muove le cose, i sassi che tocca? I piedi dei morti non sono soliti farlo.» E la mia brava guida, Virgilio, che era già arrivato vicino al suo petto, dove si uniscono le due nature dei centauri, quella umana e quella animale, rispose loro: «Lui è proprio vivo, ed io, così tutto solo, sono stato incaricato di mostrargli la valle tenebrosa dell’Inferno: ci ha portati fino a qua la necessità, non il puro piacere. Un tale personaggio ha lasciato il paradiso, dove si canta di gioia, e mi ha affidato questo nuovo incarico: non è un ladrone, e neppure io sono l’anima di un ladro. Per quella potenza divina che fa muovere i miei passi attraverso una strada tanto selvaggia, dacci uno dei tuoi, così che possiamo seguirlo da vicino, uno che ci mostri il punto in cui è possibile guadare il fosso e che porti costui sulla sua groppa, dal momento che non è uno spirito e non può volare.»

5050161212860056.jpgBartolomeo Pinelli: Dante e Virgilio in groppa a Nesso

Chirone affida i due pellegrini a Nesso il quale dapprima gli mostra dapprima i tiranni, immersi fino agli occhi, quindi coloro che si macchiarono di omicidio, immersi fino alla gola. A seguire, con l’intero dorso emerso, erano i guastatori (predoni) e gli incendiari. intanto il fiume di sangue s’abbassa, tanto da scottare solamente i piedi dei peccatori. Nesso indica loro che lì sarà il loro guado, spiegando inoltre che la profondità del fiume di sangue dove sono posti i violenti è proporzionale al peccato loro commesso.

Di questo canto i protagonisti sono i Centauri: non vi è nessun peccatore che emerge, ma solo i loro guardiani: ciò può essere determinato da un duplice motivo: da un lato le reminiscenze della cultura classica (ricordiamo che Chirone fu il maestro di Achille), dall’altra essi fanno da contrasto ai violenti. Infatti il loro corpo mostruoso nasconde  gentilezza e cortesia, il corpo umano dei violenti era carico di “mostruosità”, per questo non ha bisogno di mostrarli. Inoltre il contrappasso per analogia è molto evidente: colpevoli di aver sparso sangue nel mondo, ora sono immersi in esso a seconda della gravità delle loro azioni.

Canto XIII
Settimo cerchio
II Girone
Violenti contro se stessi
(Suicidi e scialacquatori)

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Gustave Dorè: le Arpie

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato. 
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. 
Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno. 
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani. 

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William Blake: I suicidi e le Arpie

(…)

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 
Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse. 
Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi». 
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». 
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno? 
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi». 
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via, 
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme. 
«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ ha veduto pur con la mia rima, 
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 
Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece». 

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Gustave Dorè: Pier delle Vigne

E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi, 
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. 
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio, 
infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. 
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto. 
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno. 
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede». 
Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». 
Ond’ïo a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». 
Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia 
di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega». 
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi. 
Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce. 
Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta. 
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra. 
Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. 
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». 

Il centauro Nesso non era ancora arrivato sull’altra sponda del fiume di sangue, quando io e Virgilio ci inoltrammo in un bosco privo di qualunque sentiero. Le fronde degli alberi non erano verdi, ma di colore nero; i rami non erano lisci e dritti ma nodosi e contorti, intricati; non c’erano frutti appesi ma solo spine velenose. Non abitano sterpaglie né più aggrovigliate né più folte di queste infernali, quegli animali selvaggi che fuggono, che evitano i luoghi coltivati tra Cecina e Corneto. Qua queste sterpi fanno i loro nidi le luride Arpie, che un tempo cacciarono i troiani dalle isole Strofadi con una lugubre predizione delle loro disgrazie future. Le Arpie hanno ampie ali e colli e volti dalle sembianze umane, artigli ai piedi ed una ampio ventre ricoperto di penne; da dagli alberi i mostri emettono strani lamenti.

Il maestro informa Dante che si trova nel secondo girone e che in esso scoprirà cose straordinarie:

Sentivo lamenti provenire da ogni parte ma non riuscivo a vedere chi li potesse emettere; mi arrestai pertanto tutto smarrito, sbalordito. Credo che Virgilio pensasse che io credessi che quelle innumerevoli voci provenissero, tra quegli alberi, da persone nascoste alla nostra vista. Mi disse pertanto il mio maestro: «Se tu recidi qualche ramoscello da una di queste piante, vedrai che i tuoi attuali pensieri cesseranno.» Allungai allora la mano in avanti e strappai un ramoscello da un grande arbusto; ed il suo tronco gridò: «Perché mi tratti così?» Dopo che fu tinto di sangue nerastro, uscito dal moncone, ricominciò a dire: «Perché mi laceri, mi ferisci? Non provi nessuna pietà per la nostra condizione? In vita siamo stati uomini, ed ora siamo trasformati in sterpi: la tua mano dovrebbe essere ben più rispettosa, anche se in vita fossimo state anime di serpenti.» Come una pezzo di legno ancora verde, bruciato da una delle sue estremità, geme dall’altra estremità e stride per l’aria che libera dal suo interno, allo stesso modo dalla scheggiatura nel tronco uscivano insieme parole e sangue; lasciai pertanto cadere la cima strappata e rimase impietrito, immobilizzato dalla paura. «Se costui avesse potuto credere subito», rispose la mia saggia guida, «oh anima lacerata, con le sole mie parole, in ciò che ora ha potuto vedere, non avrebbe disteso la sua mano tra i tuoi rami; Ma la vostra condizione è tanto incredibile che mi ha fatto decidere di spingerlo a compiere un gesto che a me stesso dispiace. Ma digli ora chi sei stato in vita, così che, in sostituzione di qualche altra ammenda, lui possa rinfrescare la tua fama nel mondo dei vivi, dove gli sarà consentito ritornare.» Il tronco disse: «Mi inciti a parlare con parole tanto cortesi, che io non posso tacere; e non vi pesi quindi se mi trattengo un poco a parlare con voi. Io (Pier della Vigna) sono colui che in vita tenne entrambi le chiavi del cuore di Federico II, e che le impiegò, per chiuderlo o aprirlo, volgendolo all’odio o all’amore, tanto dolcemente da escludere infine quasi ogni altro uomo dalle sue confidenze; operai con fedeltà e zelo nel mio glorioso lavoro di consigliere, tanto da perdere il sonno e le forze. La prostituta che dalla corte imperiale non allontanò mai i suoi occhi avidi, l’invidia, male del mondo e vizio comune a tutte le corti, accese contro di me tutti gli animi; e gli animi infiammati riuscirono ad infiammare contro di me anche l’imperatore, così che i lieti onori da me conquistati come consigliere si trasformarono in tristi disgrazie. Il mio animo, che per sua natura sdegna le giustificazioni, credendo di poter fuggire con la morte al disprezzo, mi rese crudele contro me stesso, e così mi uccisi. Ma sulle nuove radici di questo arbusto, vi giuro di non essere mai venuto meno alla fedeltà verso il mio signore, che fu tanto degno di onore. E se qualcuno di voi ritorna nel mondo dei vivi, dia nuovo vigore alla mia memoria, che giace ancora tutta malconcia per il colpo inflitto dall’invidia.» Virgilio stette un poco in silenzio, poi disse rivolto a me: «Dal momento che egli tace, non perdere tempo, parla e chiedigli pure qualcosa se hai il piacere di sentirlo ancora parlare.» Dissi allora alla mia guida: «Domandagli tu ciò che credi opportuno che io sappia; perché io non ne sarei capace, tanta è la pietà che provo per lui .» Virgilio ricominciò pertanto a dire: «Faccia quest’uomo generosamente ciò che tu lo hai pregato di fare, oh spirito imprigionato in questa pianta, ma a te piaccia in cambio spiegare perché la vostra anima venga incarcerata in questi tronchi nodosi; e dicci anche, se lo puoi fare, se mai alcuna ne sarà liberata.” Il tronco soffiò allora forte e quel vento si tramutò poi in queste parole: “Risponderò brevemente a voi. Quanto l’anima che è stata feroce contro sé stessa, lascia il corpo dal quale essa stessa si è voluta strappare, il giudice Minosse la manda in questo settimo cerchio. Essa cade in questa selva, in un punto non premeditato; là dove il caso l’ha lanciata, lei germoglia e mette rami come fosse stata un chicco di biada. Cresce poi come un virgulto e quindi come un albero silvestre: le Arpie vengono infine a nutrirsi delle sue foglie, strappandole dolorosamente e creando un ferita, finestra per il dolore. Come le altre anime, il giorno del giudizio anche noi verremo sulla terra per riprenderci i nostri corpi, ma non per indossarli; non sarebbe giusto riavere ciò che abbiamo gettato via. Trascineremo qui i nostri corpi ed in questo triste bosco verranno appesi, impiccati, ciascuno all’arbusto dell’anima che gli fu molesta in vita.”

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Marco Papagni: Pier delle Vigne (scultura)

Mentre Dante è ancora presso l’albero tronco di Pier delle Vigne, sente un rumore improvviso, determinato dalla fuga di due anime lacerate e graffiate inseguite da cagne nere. Uno si rivela essere Lano, che perse la vita nella battaglia del Toppo (presso Arezzo), mentre l’altro cercherà riparo nascondendosi dietro un tronco. Raggiunto dalle cagne viene morso e lacerato, così come vengono percossi i rami del cespuglio su cui aveva cercato rifugio. Quest’ultimo si lamenta col dannato, rivelandoci l’identità, Iacopo di Sant’Andrea e colpiti dal suo incolpevole lamento e dalla preghiera loro rivolta di raccogliere i rametti per metterli vicino alle sue radici.  Virgilio invita Dante ad interrogarlo, ma egli non rivelerà il suo nome: indicherà il luogo dov’era vissuto (Firenze) e svelerà il suo suicidio all’interno delle mure domestiche.

Il XIII canto presenta un altro grande personaggio della Comedìa dantesca: Pier delle Vigne, intellettuale e poeta della Scuola Siciliana. Tale grandezza Dante la risolve in modo retorico. Pier delle Vigne, infatti, era funzionario federiciano il cui stile cancelleresco latino risulta fortemente artificioso, ricco di figure retoriche, ampolloso e ridondante. Dante fa del poeta siciliano un dannato verbale, cioè capace del suono della parola (ha perso la connotazione di uomo con lo strumento atto a tale compito) l’unico che può caratterizzarlo e la sua parola è ricca di metafore, riprese dalla cacciagione (“adescare”, attirare e “inveschire” rimanere impigliato nel vischio) e dalla vita di corte (le chiavi per aprire il cuore per definire se stesso come consigliere privato) e ancora il poliptoto (la ripetizione di una stessa parola in proposizioni separate) riferite alla parola infiammati (“infiammò, infammati, infammiar”), l’allegoria della corte come meretrice, così come il parallelismo d’inizio e fine frase (ingiusto…. giusto). Non è tuttavia solo il linguaggio a caratterizzare il canto, quanto l’emulazione e la differenziazione con l’episodio di Polidoro nell’Eneide di Virgilio. E’ che lì non vi era una metamorfosi tra uomo e pianta: quest’ultima prendeva forma dalle frecce conficcate nel corpo di Polidoro, Dante va oltre inserendo anche reminiscenze ovidiane. Un ultima osservazione: dalla lettura del verso in cui Pier delle Vigne potremo arguire che il gesto compiuto non ebbe l’effetto sperato e che il suicidio sia stato in seguito interpretato come conferma di colpevolezza ed è questo, probabilmente, che ci voleva dire il cattolico Dante. L’ultima parte del canto ci presenta gli scialacquatori in una scena che sarà ripresa, in altro contesto, da Boccaccio nel suo Decameron.

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Bartolomeo Pinelli: Gli scialacquatori

Canto XIV
Settimo cerchio
III Girone
Violenti contro Dio, la natura, l’arte
(Bestemmiatori, sodomiti, usurai)

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Gustave Doré: Il sabbione infuocato

Il canto si apre senza soluzione di continuità con il precedente: infatti i due pellegrini, mossi da pietà per l’anonimo suicida fiorentino, raccolgono i rami ai piedi del suo albero. Quindi scendono nel terzo girone, costituito da un sabbione sabbioso su cui scende una lenta pioggia di fuoco che tormenta i dannati e incendia la sabbia. Vi sono dannati stesi in terra (bestemmiatori), che corrono (sodomiti) e altri seduti rannicchiati (usurai). I primi peccatori che Dante incontra sono i bestemmiatori. Fra di essi nota un dannato, che si mostra indifferente al fuoco, quasi a testimoniare il suo disprezzo verso Dio e l’espiazione che ha scelto per lui. E’ costui Capaneo, uno dei sette re di Tebe, che combatterono Eteocle per ridare il trono a Polinice. Dante riprende il mito dalla Tebaide di Stazio che lo vede dissacrare e sfidare Giove e la sua pena sta nella sua superbia e nella rabbia che mai si mitiga.

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William Blake: Capaneo

Dopo l’incontro con il possente re, giungono presso un fiumicciatolo (Flegetonte), rosso come il sangue, che attraversa l’intero sabbione, riparato da argini di pietra. E’ lui che smorza le falde di fuoco. Interrogato da Dante sui fiumi infernali, Virgilio le racconta il mito del Veglio di Creta:

«In mezzo mar siede un paese guasto»,
diss’elli allora, «che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. 
Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta. 
Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida. 
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio. 
La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata; 
da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. 
Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta. 
Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia, 
infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta». 
E io a lui: «Se ’l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?». 
Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo, 
non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto». 
E io ancor: «Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova». 
«In tutte tue question certo mi piaci»,
rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci. 
Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa». 
Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi, 
e sopra loro ogne vapor si spegne». 

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John Flaxman: Veglio di Creta (1793)

«In mezzo al mare si trova un paese decaduto dall’antico splendore» disse allora lui, «che si chiama Creta, che, nel tempo in cui il mondo era ancora casto, fu già dominata da un re (Saturno). C’é là una montagna che fu ricca di acqua e di vegetazione e che si chiama Ida: ed ora è invece deserta, abbandonata come una cosa vecchia. Rea scelse quella montagna come asilo sicuro per il suo figlioletto Giove, per meglio nasconderlo al padre Saturno, e quando il piccolo piangeva faceva fare frastuono per coprire il suo pianto. Nella cavità del monte sta ritto un vecchio gigante (il Veglio di Creta), che tiene le spalle rivolte verso Damietta d’Egitto e guarda invece Roma come se fosse il suo specchio. La sua testa è fatta d’oro puro, e di argento puro sono fatte le sue braccia ed il suo petto, è poi di rame fino al punto in cui si divaricano le gambe (il ventre); dalle gambe in giù è tutto fatto di ferro selezionato, ad eccezione del piede destro che è di terracotta; ma si tiene in piedi più su questo che sull’altro, il destro. Ogni parte del suo corpo, tranne la testa d’oro, è rotta da una fessura dalla quale gocciolano delle lacrime, che, raccolte ai piedi, attraversano il fondo della grotta. Il percorso di quelle lacrime arriva fin qua di roccia in roccia: e formano il fiume infernale Acheronte, la palude Stige ed il Flagetonte; ed infine scendono ancora più giù attraverso questo stretto canale fino ad arrivare al punto più profondo, dove non è possibile scendere oltre: e là formano lo stagno Cocito; ma come sia fatto questo, tu lo vedrai; perciò qui, ora, non ti dico nulla a riguardo.» Ed io gli chiesi allora: «Se questo rigagnolo nasce, come hai appena detto, nel nostro mondo, perché lo vediamo solo ora, vicino a questo lato della selva?» E lui mi rispose: «Tu sai bene che questo abisso è tondo; ma sebbene tu ne abbia già girato un bel pezzo camminando quasi sempre verso sinistra, scendendo verso il fondo, non sei ancora arrivato a compiere un intero giro: perciò, se improvvisamente ti appare alla vista una novità, non devi mostrare in volto nessuna meraviglia.» Ed io chiesi ancora: «Maestro, dove si trovano i fiumi Flegetonte e Léte? Quest’ultimo non lo hai neanche citato, dell’altro mi hai invece detto che si forma dalle lacrime che piovono quaggiù.» «Tutte le tue domande mi piacciono molto» mi rispose; «però quelle acque bollenti e color rosso sangue dovevano aver già risolto uno dei tuoi due dubbi (sul Flegetonte). Vedrai anche il fiume Léte, ma fuori da questo abisso infernale, lo vedrai là dove vanno a lavarsi le anime del Purgatorio quando hanno finalmente pagato le colpe di cui si sono pentiti.»

Ci troviamo di fronte ad un allegoria: se la testa è d’oro e non piange è perchè vi è stata un’età dell’oro, esente dal peccato. Ma le lacrime che dal corpo escono, il piede di ferro (potere temporale diminuito) e il piede d’argilla (potere spirituale corrotto), stanno a dimostrare che le lacrime versate sono frutto della malvagità del mondo che pertanto è giusto che si raccolga nell’inferno.

Canto XV
Settimo cerchio
III Girone
Violenti contro Dio, la natura, l’arte
(Bestemmiatori, sodomiti, usurai)

Il canto inizia con il continuo avanzare dei due pellegrini in mezzo al vapore che il Flegetonte crea inghiottendo all’interno delle sue acque, tanto da non vedere più la selva dei suicidi.  

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 
quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera 
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. 

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Francesco Scaramuzza: Brunetto Latini (1859)

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». 
E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese 
la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». 

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Anonimo: Incontro tra Dante e Ser Brunetto

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia.»
I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco». 
«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni». 
Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada. 
El cominciò: «Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?». 
«Là sù di sopra, in la vita serena»,
rispuos’io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena. 

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle». 
Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto. 
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno, 

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico. 
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi. 

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Gustave Doré: Brunetto Latini e Dante

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba. 
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s’alcuna surge ancora in lor letame, 
in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta». 
«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
rispuos’io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando; 
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora 
m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna. 
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo. 

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. 
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra». 
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;

poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

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Renato Guttuso: Brunetto Latini (1970)

Già ci eravamo talmente allontanati dalla selva dei suicidi che io non avrei potuto più scorgerla, per quanto mi fossi rivolto indietro, quando incontrammo una schiera di anime che venivano lungo l’argine e ci guardavano, come sono soliti guardare qualcuno di sera sotto la luna nuova e aguzzavano lo sguardo verso di noi, come fa il vecchio sarto quando deve infilare il filo nella cruna. Così guardato fissamente da questa schiera, fui riconosciuto da un dannato, che mi prese per il lembo della veste e gridò: «Che meraviglia!». Ed io, quando lui distese verso di me il braccio, guardai fisso nel suo volto devastato dal fuoco, tanto che il viso bruciato non nascose la sua conoscenza nella mia mente; e avvicinando la mano verso il suo volto, risposi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». E lui: «O figliolo mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latini torna con te un po’ indietro e lascia andare la fila». Gli dissi: «Per quanto posso, ve ne prego; se volete che io mi fermi, lo farò, se mi è permesso da colui che m’accompagna». Disse: «O figliolo, chi di questa schiera si ferma anche solo un momento, deve stare disteso poi cento anni senza potersi difendere quando le falde di fuoco lo feriscono. Perciò cammina: io ti seguirò da presso, e poi raggiungerò la mia schiera, che procede piangendo i suoi eterni peccati». Io non osavo scendere dagli argini per camminare insieme a lui; ma tenevo il capo chino come uomo riverente. Egli cominciò a dire: «Quale caso o destino prima dell’ultimo tuo giorno di vita ti conduce quaggiù? E chi è costui che ti mostra il cammino?». «Lassù sulla terra, durante la vita illuminata dal sole» gli risposi «mi smarrii in una selva, prima che la mia vita avesse raggiunto il suo culmine. Solamente ieri mattina volsi le spalle alla selva: costui mi apparve, mentre io rovinavo verso di essa, e mi riconduce a casa attraverso questo cammino». Ed egli a me: «Se tu segui l’influenza della tua costellazione (i Gemelli), non puoi fallire nel raggiungere un porto glorioso, se io riuscii ben a capire durante la mia esistenza; e se io non fossi morto presto, rispetto a te, considerando come il cielo è nei tuoi confronti benevolo, ti avrei dato conforto alla tua opera (di uomo civilmente impegnato). Ma quell’ingrato popolo malvagio che anticamente discese da Fiesole e per questo ha ancora i caratteri aspri e selvatici, ti si farà, per il tuo bene operare, nemico, ed è naturale, perché tra i frutti aspri non è conveniente che frutti un dolce fico. Un vecchio detto definisce i fiorentini ciechi; è un popolo avaro, invidioso e superbo: cerca di restare immune dai loro costumi. La tua sorte ti riserva un così grande onore, che sia i Bianchi che i Neri vorranno divorarti; ma avranno il becco lontano dall’erba. Le bestie fiesolane si divorino tra loro, e non si permettano di toccare la pianta, se ve n’è ancora qualcuna che possa nascere nel loro letame, in cui riviva il seme santo di quei pochi romani che là rimasero quando fu fondato il nido di tanta malizia».«Se fosse del tutto esaurito il mio desiderio» gli risposi «voi non sarete ancora fuori della schiera umana, perché ho ancora ben vivo il ricordo, ed ora mi addolora, la cara e buona immagine paterna di voi quando, durante la vita, di tanto in tanto m’insegnavate come l’uomo possa eternarsi tra i vivi (per i suoi atti meritevoli): e quanto io l’abbia in gratitudine, finché vivo, si deve riconoscere nelle mie parole. Scrivo nella mia mente ciò che voi narrate circa il mio futuro, lo serbo perché mi sia spiegato, con altre parole, da Beatrice, se giungerò a lei. Voglio soltanto che vi sia ben chiaro, purché la mia coscienza non abbia da rimproverarmi nulla, che sono pronto a sostenere i colpi della Fortuna, qualunque cosa mi riserva. Non è nuovo ai miei orecchi questo impegno, perciò giri la Fortuna la sua ruota come vuole, ed il contadino volti la sua zappa». Il mio maestro, allora, si volse verso destra e mi guardò, quindi disse: «Ascolta bene, chi annota ciò che sente».

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Alberto Martini: Virgilio, Dante e Brunetto Latini (1901)

Il XV canto è importante non soltanto perché vi si conferma la profezia dell’esilio dantesco, ma perché ci proietta in un problema che, già intravisto con Francesca e Farinata, vede Dante rapportarsi con persone di cui ha avuto (una letteraria, l’altra politica) profonda stima. Tuttavia la stima si basava su qualcosa di extra biografico: l’aver sentito la storia di Francesca da Rimini e il conoscere in modo indiretto le gesta di Federigo, attraverso il racconto di Pier delle Vigne (quest’ultimo muore nel 1265, Dante nascerà dopo trent’anni esatti) lo portano lontano dallo stesso rapporto con Brunetto Latini, di cui Dante fu discepolo. Il problema pertanto è continuare il sentimento di stima, nonostante il peccato, considerato abominevole nel Medioevo, dell’omosessualità. Certo Dante non poteva averlo ignorato, neppure quand’era giovane, ma quando si trova di fronte alla moralità cattolica, non può allo stesso modo, non stigmatizzarlo. Dante, genialmente, lo fa in modo plastico, non contenutistico: egli prevale (essendo sopra l’argine) in quanto guidato dalla legge di Dio, ma al contempo china il capo, riconoscendogli il merito di avergli insegnato come l’uom s’eterni. Per meglio dire: Dante riconosce la validità tutta umana di Brunetto, ma rivela la sua peccaminosità dal punto di vista della morale cattolica. Il riconoscimento di Dante verso il suo maestro tuttavia ha disturbato a lungo una certa critica (soprattutto nel periodo del fascismo) che non poteva ammettere alcun segno di riverenza verso un omosessuale, per questo si era favoleggiato che l’andare contro natura di Ser Brunetto riguardava il suo uso della lingua francese (non naturale) di contro al volgare, ma è evidente che tale teoria si sia sviluppata contro ogni evidenza nella distribuzione dei peccati dantesca, sebbene sia da sottolineare come del peccato stesso di Ser Brunetto Dante non faccia mai menzione.

Dopo aver risposto alla domanda di Dante di chi fossero i suoi compagni (soprattutto intellettuali e chierici) Brunetto si congeda da Dante:

«Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio.»

«Ti raccomando il mio Tresor (opera il lingua d’oc), nel quale io vivo ancora, e più non chiedo.»

chiusa nella quale all’immortalità di Dio, Brunetto risponde con l’immortalità della cultura.

Canto XVI
Settimo cerchio
III Girone
Violenti contro Dio, la natura, l’arte
(Bestemmiatori, sodomiti, usurai)

Lasciato definitivamente ser Brunetto, mentre in sottofondo si ode il rumore del Flegetonte che si versa nel girone sottostante, Dante vede avvicinarsi a sé tre sodomiti, disposti a cerchio, che si rivelano essere personalità eminenti della politica e dell’arte militare: Guido Guerra, famoso guerriero, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci (ambedue cavalieri di parte guelfa).

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Bartolomeo Pinelli: I tre sodomiti (1824)

Essi riferiscono a Dante che un nuovo compagno, unitosi nel girone dei sodomiti, Guglielmo Borsiere, ha riportato notizie sconfortanti sulla città di Firenze e loro vogliono sapere da Dante se quanto detto loro risponde a verità.

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Tom Phillips: I tre sodomiti (1982)

Così risponde loro il poeta:

«La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,

Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

«I nuovi ricchi e gli improvvisi guadagni hanno dato vita alla superbia e alla sregoletezza in te, Firenze, di cui sin da ora ti lamenti.»

Con questa risposta Dante mostra ancora una volta che ciò che rovina la città è il suo imborghesimento. L’importanza data al denaro e non più ai valori corrompono, secondo il poeta, i fiorentini che tuttavia non riesce a vedere in essi una nuova forza storica, capace non solo di rovinare, ma anzi di preparare la grande stagione del ‘400 italiano.

Canto XVI.JPGDante si sofferma ad osservare la cascata del Flegetonte

Intanto il rumore del fiume di sangue che si getta nel girone successivo diventa assordante. Virgilio domanda a Dante la corda che egli ha intorno ai fianchi, con la quale voleva aver ragione della lonza nella selva oscura. Il poeta latino la getta in fondo al burrone, come segnale per chi dovrà sopraggiungere dal basso per mostrarsi infine a Dante. Egli infatti, affacciatosi vede un essere che si eleva lentamente verso loro.

Canto XVII
Settimo cerchio
III Girone
Violenti contro Dio, la natura, l’arte
(Bestemmiatori, sodomiti, usurai)

Ecco svelato il mostro che vince gli ostacoli della natura, penetra i muri e le armature e che appesta col suo fetore l’intero mondo:

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto; 
due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle. 

(…)

così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. 
Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.

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Bernhard Gillessen: Gerione

Aveva la faccia dell’uomo giusto, tanto benevoli apparivano le sue sembianze esteriori, e tutto il resto del corpo di un serpente; aveva due branche pelose fino alle ascelle; la schiena ed il petto ed entrambi i fianchi erano tutti dipinti con nodi e scudetti: (…) allo stesso modo stava allora quella malefica belva sull’orlo estremo in pietra che circonda il sabbione. Tutta la sua coda guizzava libera nel vuoto, tendendo verso l’alto la forcella velenosa che armava la punta come quella di uno scorpione.

Il mostro è Gerione, diversamente interpretato, rispetto all’immagine classica, da Dante. Egli rappresenta l’allegoria della frode con la sua triplice natura: il volto umano, il corpo di serpente e la coda di scorpione. Virgilio invita Dante ad avvicinarsi ad esso, ma proprio lì vicino vede seduti gli usurai ed è la stessa guida a dire a Dante di farsi loro incontro per aver piena conoscenza dell’intero girone.

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Gli usurai (miniatura ferrarese del XV secolo) 

Dante li riconosce attraverso le loro borse che hanno tutte disegnato lo stemma di famiglia. Sembra non far piacere loro essere riconosciute, se si apprestano a nominare anche altri che giungeranno con lo stesso peccato. Ma sarà proprio il gesto dell’unico padovano dei tre (gli altri due sono fiorentini) che lo licenzia con una volgare linguaccia, a mostrare il fastidio che Dante nutre per questo peccato.

Quindi, Dante si avvicina al maestro e lo stesso lo invita a sedersi sulla groppa maculata di Gerione, nella parte anteriore, in quando Virgilio, ponendosi alle sue spalle, lo avrebbe sorretto e difeso dalla coda biforcuta; e così inizia la discesa, raccontata dall’io narrante in soggettiva:

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta. 
Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo. 
Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’io tremando tutto mi raccoscio. 
E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti. 
Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere “Omè, tu cali!”, 
discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello; 
così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone, 
si dileguò come da corda cocca.

Gerione procede nuotando lentamente: gira in cerchio e scende continuamente, ma non me ne accorgo se non per l’aria che sento arrivare sul volto e dal basso. Io iniziavo già a sentire alla mia destra il vortice d’acqua del fiume Flegetonte rumoreggiare orribilmente sotto di noi, e sporgo quindi la testa per guardare verso il basso. Divenni allora ben più timoroso nell’allentare la presa delle gambe, vedendo giù in fondo dei fuochi e sentendo dei pianti; e tutto tremante strinsi di nuovo le cosce intorno al mostro. Mi accorsi poi, cosa che non avevo notato prima, del nostro scendere e girare in cerchio vedendo le grandi punizioni (dell’ottavo cerchio) che si facevano vicine da tutte le parti. Come il falcone da caccia che è stato per tanto tempo in volo, e senza aver sentito il richiamo o visto una preda fa dire al falconiere: “Ahimè, tu stai scendendo!”, planando stanco fino al punto da cui era partito agile, facendo centinaia di cerchi nell’aria, atterra infine lontano dal suo padrone, sdegnoso ed afflitto; allo stesso modo Gerione si depose sul fondo del burrone ai piedi della parete di roccia a strapiombo e, dopo aver lasciato scendere me e Virgilio, si dileguò infine veloce come una freccia scoccata da un arco.

La “Favolosa discesa” viene descritta a livello sensoriale: dapprima l’udito, col fragore delle acque del Flegetonte, quindi visivo/auditivo con i fuochi ed i pianti ed in ultimo visivo, perché il ruotare di Gerione gli permette un prospettiva completa, anticipando in questo modo la struttura delle Malebolge.

Canto XVIII
Ottavo cerchio
I Bolgia (Ruffiani e seduttori)
II Bolgia (Adulatori)

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Mappa dell’ottavo cerchio in Dante con l’esposizione di Bernardino Daniello da Lucca (1568)


Il canto inizia con il nuovo luogo (l’ottavo cerchio) in cui i due pellegrini si trovano dopo essere scesi dalla groppa di Gerione:

Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge
Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.
Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da’ lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.Botticelli, Malebolge: First and Second Bolge | The Core Curriculum

Botticelli: prima e seconda bolgia

C’è una regione dell’Inferno che è chiamata Malebolge, fatta tutta di pietra del colore del ferro, e cinta tutt’intorno da una parete della stessa natura. Nel centro esatto di quel campo maledetto si apre un pozzo molto largo e profondo, della cui funzione parlerò più avanti, quando sarà il momento. Rimane pertanto uno spazio circolare tra il pozzo ed i piedi dell’alta parete di roccia, ed ha il fondo diviso in dieci fossati distinti. Come, dove a difesa delle mura ci sono molti fossati a cingere i castelli appare l’area dove quei fossati si trovano, allo stesso modo apparivano laggiù quelle valli distinte; e come alle porte di tali fortezze ci sono dei ponticelli che portano da una riva all’altra, allo stesso modo là nell’Inferno dai piedi della roccia partivano degli scogli che attraversavano argini e fossati fino a raggiungere quel pozzo che li termina e raccoglie.

La topografia con cui il canto si apre è precisamente descritta : un cerchio in cui sono iscritti dieci centri concentrici, attraversati, come fossero i raggi di una ruota, da ponti di roccia: tale descrizione così dettagliata presenta già  una particolarità: la parola Malebolge è d’invenzione dantesca e “bolgia” nel medioevo significava “borsa, sacca”. Quindi il luogo è come se fosse composto da dieci sacche di “mala gente”, non più guardati da “mostri animali” (Gerione è come se soprassedesse alla complessità), ma da veri e propri diavoli: I ruffiani e seduttori, stipati nella prima bolgia, vendono frustati nel deretano da diavoli, riprendendo una forma di punizione piuttosto in voga nelle città medioevali per i peccati a sfondo sessuale.the-inferno-canto-18-1.jpgGustave Doré: Ruffiani e seduttori

Fra di essi Dante individia Venedico Caccianemico, suo contemporaneo, che ha costretto sua sorella Ghisola a prostituirsi con Obizzo d’este e Giasone (maestoso, tra gli altri dannati) che ha ingannato e poi lasciate sole Ifisile e Medea.lecchino-5.jpg

Giovanni Stradano: Gli adulatori (1857)

Nella seconda bolgia i peccatori sono immersi nella merda: qui riconosce Alessio Interminei da Lucca e la Taide della commedia l’Eunuco di Terenzio.

Ci sono alcune particolarità da rivelare in questo canto e che verranno riprese nell’ottavo cerchio: la disumanizzazione dei peccati e dei peccatori che tendono sempre più a non volersi fare riconoscere e l’accoppiamento classico / contemporaneo delle anime.malebolge_by_nivalis70-d7s72ot.jpgNivalis ’70: Gli adulatori

Per quanto riguarda Taide, i pochi versi a lei riferiti, ci dicono di una cattiva interpretazione del testo da parte di Dante, conosciuto attraverso il De amicitia di Cicerone: nella commedia, infatti, nell’atto III, scena I, Trasone chiede al servo Gnatone, che a nome di lui aveva presentato il dono: “Magnas vero agere gratias Thais mihi?” (Dunque Taide mi ringrazia?) e Gnatone risponde: “Ingentes” (ti ringrazia moltissimo); Dante scambia Thais per un vocativo, facendolo diventare: “Ho io, Taide, grandi benemerenze presso te?”, “Non grandi, straordinarie”, come fossero ricompense per i favori che la puttana Taide riceva dal suo drudo.

Canto XIX
Ottavo cerchio
III Bolgia (Simoniaci)

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.
Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
O somma sapïenza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!
Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.
Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;
l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.
Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.
Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.
«Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss’io, «e cui più roggia fiamma succia?».
Ed elli a me: “Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace».
Allor venimmo in su l’argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.
Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa»,
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
Io stava come ’l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.
Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?».
Tal mi fec’io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi”»;
e io rispuosi come a me fu imposto.
Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me richiedi?
Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.
Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:
ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge».
Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.
Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».
E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscïenza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.
Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.
Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.
Indi un altro vallon mi fu scoperto.

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
 ciascun da l’altra costa li occhi volse,
 quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
Lo Navarrese ben suo tempo colse;
 fermò le piante a terra, e in un punto
 saltò e dal proposto lor si sciolse.
Di che ciascun di colpa fu compunto,
 ma quei più che cagion fu del difetto;
 però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
 non potero avanzar; quelli andò sotto,
 e quei drizzò volando suso il petto:
non altrimenti l’anitra di botto,
 quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
 ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
Irato Calcabrina de la buffa,
 volando dietro li tenne, invaghito
 che quei campasse per aver la zuffa;
e come ’l barattier fu disparito,
 così volse li artigli al suo compagno,
 e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
 ad artigliar ben lui, e amendue
 cadder nel mezzo del bogliente stagno.
Lo caldo sghermitor sùbito fue;
 ma però di levarsi era neente,
 sì avieno inviscate l’ali sue.
Barbariccia, con li altri suoi dolente,
 quattro ne fé volar da l’altra costa
 con tutt’i raffi, e assai prestamente
di qua, di là discesero a la posta;
 porser li uncini verso li ’mpaniati,
 ch’eran già cotti dentro da la crosta.
E noi lasciammo lor così 'mpacciati.
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Gustave Doré: Alichino alle prese con Ciampolo

Già mi capitò di vedere i cavalieri muoversi verso il campo, e lanciarsi in combattimento e mettersi in assetto, e qualche volta anche scappare, abbandonando il campo per mettersi in salvo; di vedere drappelli fare ispezioni nella vostra terra, o Aretini, e di vedere fare scorrerie, razzie, e di vedere combattere nei tornei e correre nelle giostre; e, a seconda dei casi, si davano segnali ora con trombe, ora con campane, oppure con i tamburi e con bandiere o fuochi accesi dai castelli, con modalità tradizionali nostrane oppure imparate dagli stranieri; ma mai mi capitò di vedere con una così diversa cornamusa (come quella di Barbariccia) mettere in moto cavalieri o pedoni, e neppure navi che si muovessero per cenni di terra o per apparire di stelle. Noi proseguivamo quindi il cammino con i dieci demoni: ahi che terribile compagnia! ma è normale che in chiesa ci siano i santi, e nelle taverne i golosi. Stavo sempre attento anche alla pece, per vedere tutte le condizioni della bolgia e delle persone che dentro di essa ardevano. Come fanno i delfini, quando lanciano segnali ai marinai facendo emergere l’arco della loro schiena, così che abbiano cura di mettere al sicuro la loro nave da una imminente tempesta, allo stesso modo, a volte, per ridurre la sofferenza della loro punizione, alcuni peccatori venivano a galla mostrando la schiena, per reimmergerla di nuovo subito dopo, all’istante. E così come sull’orlo dell’acqua di un fosso se ne stanno le rane con solo la loro testa fuori all’aria, celando in questo modo nell’acqua le zampe ed il grosso corpo, allo stesso modo se ne stavano da tutte le parti i peccatori; ma non appena si avvicinava loro Barbariccia, (per evitare la punizione) subito si ributtavano dentro la pece bollente. Vidi quindi, ed ancora il mio cuore rabbrividisce quando ci penso, un dannato rimanere invece a galla, come fa ogni tanto una rana intontita, quando ci si avvicina, mentre la sua vicina è già saltata via; allora Graffiacane, che era il più vicino a quel miserabile, con il suo uncino gli afferrò i capelli tutti ricoperti di pece e lo tirò fuori dalla fossa, tanto che mi parve una lontra. Io avevo già imparato il nome di tutti quei demoni, avendoli notati quando furono chiamati uno ad uno da Malacoda, ed, anche, quando si chiamavano, stavo attento a chi di loro rispondeva.
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William Blake: Ciampolo tormentato dai diavoli

«Oh Rubicante, fa’ in modo di mettergli addosso i tuoi unghioni, per scuoiarlo!» gridarono tutti insieme quei maledetti demoni. Ed io dissi allora a Virgilio: «Maestro mio, se puoi, fai in modo di conoscere il nome di quell’anima disgraziata caduta nelle mani dei suoi nemici.» La mia guida allora si avvicinò a lui; chiedendogli di dove fosse, da dove venisse, e l’altro rispose: «Io sono nato nella Navarra (in Spagna). Fui messo al servizio di un signore locale da mia madre, che mi aveva dato alla luce dalla relazione con furfante, sperperatore dei propri beni ed anche della sua vita (suicida). In seguito entrai nella corte del valoroso re Tebaldo: e là mi misi a fare il barattiere; di quelle mie azioni pago ore le conseguenze in questa pece calda.» A quel punto Ciriatto, dalla cui bocca sporgevano, una per parte, due zanne come ad un cinghiale, gli fece sentire come (con la zanna) fosse capace di stracciare la carne. La povera anima era finito come un topo tra gatte malvagie; ma Barbariccia lo strinse tra le sue braccia, e disse agli altri: «State lontani voi, mentre io lo tengo così, come inforcato.» E al mio maestro Virgilio rivolse quindi la sua faccia: «Fai le tue domande» disse, «adesso, se desideri sapere altro da lui, prima che intervenga qualcun’altro e lo faccia a pezzi.» La mia guida allora domandò: «Dimmi adesso: tra tutti i peccatori, ne conosci tu qualcuno che sia stato italiano ed ora si trova immerso nella pece?». E quello rispose: «Io mi allontanai, proprio poco fa, da uno che abitò vicino all’Italia: potessi stare ancora immerso là nella pece insieme a lui! non sarei ora qui a temere né le unghie né gli uncini.» Allora Libicocco disse «Abbiamo già aspettato troppo»; e gli afferrò quindi il braccio con il suo bastone uncinato, in modo da, stracciando, strappargli un pezzo di carne viva. Anche Draghignazzo volle afferrarne il corpo in basso alle gambe; ma Barbariccia allora, loro comandante, si volse tutti intorno verso di loro con modi molto più aggressivi. Quando tutti i demoni si furono un poco calmati, al peccatore, che stava ancora guardando la ferita subita, Virgilio domandò senza esitare oltre: «Chi è colui dal quale ti sei malauguratamente separato, come hai detto tu di aver fatto, per finire poi su questa riva?» Ed egli rispose: “E’ frate Gomita, quello che abitava in Gallura, maestro di ogni tipo di truffa, che, avuti in mano i nemici del suo padrone, lì tratto in un modo che può ancora essere motivo di vanto per ciascuno di loro. Ricevette del denaro e li lasciò liberi con un processo sommario, come dice lui nel suo gergo (sardo); ma anche negli altri suoi incarichi agì non solo come barattiere, ma come il re dei barattieri. Insieme a lui si trova anche il signor Michele Zanche di Logudoro; e di parlare della loro Sardegna non si stancano mai le loro due lingue. Ohimé, vedete anche voi l’altro demone che digrigna i suoi denti: Io continuerei anche a parlare, ma temo che egli si stia preparando a grattarmi la rogna di dosso.» A queste parole Barbariccia, il grande capo, si rivolse a Farfarello che stava stralunando gli occhi per vibrare il colpo e ferire Ciampòlo e disse: «Fatti più in là, allontanati, uccellaccio maligno». «Se voi volete vedere e sentire» riprese a parlare allora Ciampòlo, ripreso un poco il coraggio, «anime Toscane o Lombarde, io ne farò venire a galla qualcuna; ma è necessario che i diavoli Malebranche stiano un pò distanti, cosicchè i miei compagni non abbiamo a temere la loro vendetta; allora io, stando seduto in questo stesso posto in cui mi trovo, pur trovandomi da solo, ne farò venire a riva sette, mettendomi solo a fischiettare, come siamo soliti fare quando qualcuno si tira a galla, fuori dalla pece, e vede che non ci sono pericoli.» Cagnazzo, sentendo una simile proposta, alzò il muso scrollando il capo in segno di disapprovazione, e disse: «Senti che inganno si è inventato per riuscire a scapparci, ributtandosi nella pece.» Ma Ciampòlo, che in fatto di inganni era un grande esperto, rispose: «Se al limite inganno qualcuno, inganno i miei compagni, che richiamo esponendoli a pericoli maggiori.» Alichino non seppe allora trattenersi, e, in contrapposizione agli altri demoni, disse all’anima: «Sappi che se tu ti getterai giù nella fossa, io non ti correrò certo dietro, ma verrò ad afferrarti volando veloce con le ali sopra la pece: lasciamolo pure libero sull’argine e noi andiamo a nasconderci dietro il pendio, e vediamo se da solo vale più di tutti noi.» Oh lettore, sentirai adesso di una gara mai vista: ogni demonio si girò, rivolgendo il proprio sguardo verso l’altro pendio della bolgia, primo tra tutti Cagnazzo, che sembrava essere quello più difficile da convincere. Ciampòlo, il navarrese, colse al volo il momento giusto: puntò bene entrambi i piedi a terra e nello stesso istante spiccò un salto, liberandosi da Barbariccia, il loro gran comandante. Ogni diavolo si sentì punto dal rimorso, ma più di tutti si sentì punto Alichino, che era stato la causa; perciò spiccò subito il volo gridando: «Ora ci sei! Sei mio». Ma gli servì a poco: perché le sue ali non riuscirono a battere in velocità la paura di Ciampòlo: questo si immerse subito nella pece, l’altro dovette tirarsi dritto e tornare indietro a mani vuote: non diversamente l’anatra, improvvisamente, si tuffa sott’acqua quando sente avvicinarsi il falcone, che torna su in alto nel cielo sconfitto e per questo adirato. Calcabrina, arrabbiato per la beffa subita, volò subito dietro ad Alichino sperando che Ciampòlo riuscisse a scappare, così da poter attaccare lite con il compagno; perciò, non appena il barattiere si fu messo al riparo sotto la pece, rivolse subito i propri artigli verso Alichino, lo afferrò e lo trascinò così preso sopra il fosso. Ma a sua volta Alichino si comportò da bravo rapace, riuscendo ad afferrare a sua volta l’altro con i propri artigli, ed entrambi caddero così nel bel mezzo della pece bollente. Il calore spinse subito tutti e due a lasciare la presa; ma non riuscirono comunque a sollevarsi dalla pece, tanto avevano le ali impiastrate ed appesantite. Barbariccia allora, tanto addolorato per quanto era accaduto, così come lo erano gli altri, fece volare quattro suoi demoni dalla riva opposta, tutti dotati di bastoni uncinati, e velocemente, da una parte e dall’altra, scesero lungo la riva fino alla pece: allungarono i loro uncini verso i due demoni tutti invischiati; che oramai erano già cotti dall’esterno fino al dentro; e noi li lasciammo così, imbarazzati per l’accaduto.
L’incipit del canto è legato, in modo fortemente ironico, al canto precedente, facendo sì che fra i due non ci fosse alcuna frattura, ma che costituissero un solo episodio, una solo cerchio, una sola bolgia e gli stessi protagonisti. Eppure qualcosa di diverso c’è ed è la presenza dei dannati: se nel precedente a farla da padrone erano stati i diavoli, cui spalla era la paura di Dante, qui, una volta che si è già venuto a sapere chi sono e come si comportano lo sguardo è posato sui dannati.
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William Blake: La lotta tra i diavoli
Questi ultimi sin dall’inizio sembrano usciti dai bestiari medievali in un crescendo di ributtante similitudine: dapprima delfini che mostrano la schiena, quindi rane appiattite a gracidare osservando il mondo ed il modo per scampare il pericolo ed infine la lontra, tirata su con un pendaglio. Tra questi dannati vi è il protagonista, Ciampolo: nessuna umanità in lui (d’altra parte è difficile averne in questa lotta serrata con i diavoli), ma “figuralmente” la capacità di continuare a barattare con essi per trarne vantaggio.
In ultimo la stupidità dei diavoli, che probabilmente si odiano e fanno a gara loro stessi contendendosi i dannati. E’ stato proprio il barattiere spagnolo a giocare con loro mettendo in luce l’inconsistente boria e l’imbecillità che li contraddistingue: lancia una sfida che il diavolo Alichino raccoglie e perde e per la rabbia di essersi fatto fuggire un dannato Calcabrina lo va a colpire dando vita alla famosa zuffa tra diavoli. Insomma pur rotti dai vizi della vita si fanno fregare da un piccolo furfante, ma a far vincere quest’ultimo è l’intelligenza di Ciampolo di cui sembra che a loro difetti del tutto. 

Canto XXIII
Ottavo cerchio
V Bolgia (I barattieri)
VI Bolgia (Gli ipocriti)

Il canto si lega con i precedenti due: i diavoli “sconfitti” in astuzia da Ciampolo, sono stati visti perdere la battaglia e l'”onore” da Virgilio e Dante e sanno che essi non sono affatto lieti che, scampando, possano in seguito raccontarlo in giro. Pertanto s’affrettano a raggiungere il declivio che li porterà alla sesta gioia essendo stato detto loro (falsamente) che il ponte atto a traghettarli è crollato. Infatti mentre corrono sentono alle loro spalle i diavoli; Virgilio prende in braccio Dante e, lasciandosi scivolare tra le pietre, non lo pone in terra finché non giunge alla sesta bolgia, osservando i diavoli che, grazie alla provvidenza divina, s’arrestano di colpo perché non è concesso loro di superare il luogo da loro presieduto. 

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Denis Forkas: Gli ipocriti

Scampato il pericolo il nostro trova un manipolo di persone che camminano, in lacrime, lentamente, con il volto prostrato dalla fatica. Infatti indossano un mantello, come i monaci cluniacensi, fuori color d’oro e dentro piombati; noi li seguiamo nel loro giro, ma procedono talmente lentamente che noi, più veloci, ci imbattiamo sempre in volti nuovi. Ad un certo punto uno, guardando biecamente da sotto in su, invita loro ad andare più lentamente, informandoli di essere nella bolgia degli ipocriti e d’essere Catalano, un frate gaudente di Bologna. Quindi incontrano un uomo conficcato nudo in terra sopra ilm quale essi devono passare: è Caifa e con lui è qui tutto il sinedrio che ha condannato Gesù. Virgilio, rivolgendosi al frate, gli chiede se ci fosse, sulla destra, un modo d’uscire dalla sesta bolgia: quando viene a sapere che non è il ponte della quinta bolgia crollato, come gli aveva detto Malacoda (che chissà dove voleva portarli) ma quello della sesta, Virgilio si rabbuia, prendendosi anche lo sberleffo del frate che gli ricorda che lo sanno anche nell’Università di Bologna che il diavolo è falso, facendosi beffe dell’ingenuità del grande poeta latino.

Canto XXIV
Ottavo cerchio
VII Bolgia (I ladri)

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Bartolomeo Pagani: I ladri (1825)

Come sappiamo dal canto precedente per raggiungere il ponte che copre la settima bolgia, Dante e Virgilio si devono inerpicare sull’argine che li divide: cammino assolutamente non facile che metaforicamente sta ad indicare la fatica che il peccatore deve affrontare per raggiungere la salvezza; questo ci dice l’estrema attenzione che il poeta dedica alla descrizione del luogo (la solita esigenza realistica in un luogo fantastico) finalizzata a farci percepire la stanchezza che il Dante protagonista prova, la sua esigenza di riprender fiato ed il rimprovero di Virgilio che lo sprona a vincere l’affaticamento che qui risulta quasi nullo rispetto a quello che l’aspetterà nella montagna del Purgatorio.

Quindi spostando lo sguardo in soggettiva, con una focalizzazione interna, il poeta mentre sale, con difficoltà nel ponte, dapprima sente delle voci, quindi invita Virgilio ad andare nell’atro argine e qui vede un incredibile groviglio di serpenti:

Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.
E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,
quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.
Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci».
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: «Più mi duol che tu m’ hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
E detto l’ ho perché doler ti debbia!».

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Claudio Buz: Vanni Fucci

La Libia non si può più vantare delle sue spiagge; perché anche se produce chelidri, iaculi e faree e cencri e anfisibene, svariate specie di serpi, non può dire di avere mai avuto serpenti così pestiferi e velenosi nemmeno mettendosi insieme a tutta l’Etiopia ed a tutte le terre che si trovano sopra al Mar Rosso, a tutto il deserto arabico. In mezzo a questa gran quantità di serpenti feroci correva della gente nuda tutta spaventata, senza la speranza di poter trovare un rifugio o la pietra elitropia, che dà invisibilità: avevano le mani legate dietro la schiena con dei serpenti; le serpi ficcavano la coda e la testa tra le mani ed i reni dei dannati, di qua e di là, ed si annodavano poi sul dorso. Improvvisamente un dannato che si trovava dalla nostra parte, fu assalito da un serpente e trafitto là dove il collo si unisce alle spalle. Mai fu scritta né una “o” né una “i” tanto velocemente, quanto ci impiegò quel disgraziato a prendere fuoco e bruciare, tanto che divenne tutto cenere mentre cascava al suolo; e dopo che fu così ridotto a cenere in terra, la sua polvere si raccolse da sola e nello stesso istante ritornò di colpo ad essere la medesima figura di prima, così come i grandi saggi del passato dichiarano che la Fenice muore per poi subito rinascere, quando si avvicina ai cinquecento anni di vita: lei che quando è in vita non si nutre né di biada né di erba, ma solo di lacrime d’incenso e d’amomo, ed il suo drappo funerario sono il nardo e la mirra. Ed al modo di chi cade, e non sa come sia accaduto, se a causa di un demone che lo ha strattonato in terra, o per un altro tipo ostacolo che lega e non lo lascia stare in piedi, che quando si rialza, si guarda intorno tutto smarrito a causa della grande angoscia che ha provato, e guardandosi intorno sospira; allo stesso modo fece il peccatore quando si rialzò. Oh quant’è severa la potenza di Dio, che per punire i peccatori sferra tali colpi! La mia guida Virgilio gli domandò chi dunque egli fosse; ed egli rispose: «Io sono piovuto dalla Toscana, non molto tempo fa, per finire in questa bolgia feroce. Mi piacque la vita bestiale e non quella umana, essendo io un bastardo; io sono Vanni Fucci detto Bestia, e Pistoia fu la tana degna della mia esistenza». E io dissi a Virgilio: «Digli di non scappare, e chiedigli quale colpa lo ha spinto quaggiù; perché io l’ho conosciuto come uomo sanguinario e litigioso, non come ladro». E il peccatore che aveva capito le mie parole, non finse di non aver udito, ma si rivolse a me tutta la sua attenzione ed anche il volto, che si colorò di rosso per la triste vergogna; poi mi disse: «Mi dispiace di più che tu mi abbia incontrato qui nella miseria in cui mi vedi, piuttosto che non la stessa morte con cui fui tolto alla vita. Io non posso negarti quanto tu mi chiedi: io sono stato sistemato in questa bolgia dell’inferno perché fui io che derubai dei bei arredi la Sagrestia di San Giacomo a Pistoia, delitto la cui colpa fu però assegnata falsamente ad altri. Ma affinché tu non possa godere per avermi visto quaggiù, se mai uscirai da questi luoghi bui, apri bene le orecchie alla mia predizione, e ascolta: prima Pistoia vedrà cacciati da sé i Neri: ma poi Firenze sostituirà nuovamente i Banchi con i Neri, cambiando governo e leggi. Per opera di Marte, dalla Valle di Magra soffierà un vento con nuvole scure; e si abbatterà una tempesta impetuosa e terribile sopra il territorio di Pistoia, dove si combatterà duramente; il vento violento spazzerà poi via la foschia che lo avvolge con una forza tale che ogni Bianco ne resterà ferito. E questo te l’ho predetto così che tu te ne possa dolere!”.

Il brano qui presentato si può dividere in due parti:

  • la sfida letteraria con i classici, in questo caso l’Ovidio delle Metamorfosi, nella rappresentazione della Fenice che costituisce la prima metamorfosi che avvengono nella bolgia;
  • la presentazione di Vanni Fucci che occupa l’ultima parte dell’intero canto. 
In questa VII bolgia risulta addirittura scoperto il contrappasso: la presenza dei serpenti, popolarmente giudicati infigardi, astuti, mimetici e il loro passarsi i corpi con i dannati, indica appunto il furto presentati qui in forma parossistica (soprattutto nel canto seguente con questo costituisce un dittico); ma più importante è la figura di Vanni Fucci: il rapporto tra la “bestia” (vita bestial dice della sua esistenza il peccatore) e Dante è nullo, se invita Virgilio a parlare con lui evitando appunto alcuna forma di dialogo; lo ha riconosciuto come assassino, ma non come ladro e sarà lo stesso Fucci a rivelargli il furto sacrilego di cui è incolpato. La vergogna per esser stato scoperto lo rende ancora più cattivo nei confronti di Dante, tanto da profetizzare il suo esilio, ma questa volta al contrario delle precedenti (quella di Farinata, con la consapevolezza dolorosa di un destino comune chi li accomunerà, quella di Brunetto Latini doloroso, ma pieno di orgoglio per il discepolo preferito) la predizione di Vanni è piena di rabbia e di vendetta, oserei dire contenta di poter far provare dolore, lo stesso che egli ha sentito, mescolato alla vergogna, per il riconoscimento. 

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Priamo della Quercia: canto XXIV

Canto XXV
Ottavo cerchio
VII Bolgia
(I ladri)

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Giovanni Stradano: I ladri (1857)

L’inizio del canto XXV inizia allo stesso modo con cui si era interrotto il XXIV, all’ira espressa verbalmente da Vanni Fucci ne segue il gesto osceno rivolto contro Dio, reo di averlo fatto riconoscere da un vivo:

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». 
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse “Non vo’ che più diche”; 
e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.

Dopo aver finito di parlato il ladro alzò entrambe le mani facendo il gesto delle fiche (pugno chiuso e pollice tra l’indice e il medio) gridando: «Prendi, Dio, le rivolgo direttamente a te!». Da quel momento in poi i serpenti mi diventarono simpatici, perché uno di essi lo avvolse subito intorno al collo, come a dire: «Non voglio che tu parli ancora»; e un’altra si attorcigliò alle sue braccia, legandolo e rilegandolo, ponendosi più volte sul petto del dannato, cosicché non potesse con le braccia dare uno scossone per liberarsi.

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Francesco Scaramuzza: Vanni Fucci (XIX sec.)

Segue quindi l’invettiva contro Pistoia  (paese originario di Vanni) e la sua fuga, quindi prosegue il racconto, con la descrizione del centauro Caco:

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?». 
Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia. 
Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.
Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco. 
Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino; 
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece».

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Il centauro Caco

Egli fuggì e non poté più dire una parola; e intanto vidi un centauro avvicinarsi, tutto pieno di rabbia, gridando: «Dov’è, dov’è quel dannato non ancora piegato dalla pena?». In tutta la Marenna toscana non credo ci siano tante bisce, quante ne aveva quel centauro sulla schiena, fino a dove cessa la natura di cavallo e inizia l’aspetto umano. Sopra le spalle, dietro alla nuca, si trovava un dragone con le ali dispiegate; che sputava fuoco contro chiunque incontrasse sulla sua via. Il mio maestro Virgilio mi disse: «Questo centauro è Caco, il quale, nella grotta che si trova sotto il monte Aventino, spesso fece un lago con il sangue delle sue vittime. Non corre sulla riva del Flegetonte insieme ai centauri suoi fratelli a causa dell’astuto furto che compì sottraendo parte della mandria condotta da Ercole, quando l’ebbe vicino; furto a causa del quale egli cessò poi le sue azioni malvagie sotto la mazza di Ercole, che forse gli diede cento colpi, ma furono talmente forti, che forse egli non sentì nemmeno i primi dieci».

Mentre Virgilio parla si sentono le voci di tre ladri di cui assistiamo le metamorfosi, la cui consapevolezza della perizia letteraria dello scrittore, gli fa dire di aver superato le capacità linguistica di Lucano e di Ovidio:

Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette, 
dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso. 
Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. 
Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. 
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia; 
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese. 
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue. 
Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era: 
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more. 
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno». 
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti. 
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste. 
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo. 
Come ‘l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa, 

sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe; 
e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso. 
Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse. 
Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. 
Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca. 
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio; 
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte. 
Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme. 
Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse. 
Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti. 
Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela, 
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso. 
Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie; 
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne. 
Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia; 
e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. 
L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa. 
Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
com’ ho fatt’io, carpon per questo calle».
Così vid’io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra. 
E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi, 
ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato; 
l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

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William Blake: La metamorfosi del ladro fiorentino

Io non li conoscevo; ma accadde allora, come può capitare che accada a volte per caso, che l’uno dovette chiamare l’altro per nome, dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?»: perciò io, affinché il duca prestasse loro attenzione, mi misi l’indice sulla bocca, dal mento al naso, per farlo stare zitto. Se tu ora, lettore, stenti a credere in quello che io ora sto per scrivere, non ci sarà certo da sorprendersi, perché pure io che lo vidi con i miei occhi, faccio fatica a ritenerlo vero. Mentre io tenevo il mio sguardo bene concentrato sui tre dannati, un serpente con sei zampe che si lancia all’improvviso su uno di loro, e gli si avvinghia tutto addosso. Con le zampe di mezzo gli circondò la pancia, con quelle anteriori gli afferrò le braccia; poi gli addentò entrambe le guance; poi distese le zampe posteriori in mezzo alle cosce, e tra esse mise la coda che ritorse poi su lungo i reni del dannato. Non ci fu mai una edera così tanto avvinghiata ad un albero come quell’orribile animale tutto attorcigliato con le sue membra intorno a quelle di quell’infelice. Poi si fusero insieme come fossero fatti di cera calda e mischiarono quindi anche il loro colore, tanto ché né l’uomo né il serpente sembravano essere più quelli di prima, come accade alla carta quando la si mette davanti alla fiamma, che va prendendo un colore bruno che non è comunque ancora nero, mentre il bianco va via via scomparendo. Gli altri due dannati li stavano a guardare e gridavano entrambi: «Ohimè, Agnello, come stai cambiando! Vedi come ormai non sei né uomo né serpente e nemmeno uomo e serpente». Le due teste erano già divenute una sola, quando, nell’unica faccia, apparvero due figure mischiate tra loro, quella d’umana e quella di serpente, ma entrambe irriconoscibili. Si fecero due braccia dalle quattro iniziali; le cosce, le gambe, il ventre e il busto divennero delle membra mostruose, mai viste prima. Ogni aspetto originale era stato cancellato: quella figura deforme non assomigliava più né all’uomo né al serpente; e in questa sua nuova forma se ne andò infine a passo lento, instabile. Come il ramarro sotto la l’opprimente caldo dei giorni di afa, passando da una siepe all’altra, sembra un lampo quando attraversa la strada, tanto è veloce, allo stesso modo sembrava procedere, venendo verso il ventre degli altri due, un serpentello fiammeggiante (Francesco Cavalcanti), di color bluastro e nero come un grano di pepe; e in quella parte, l’ombelico, dalla quale riceviamo il nostro primo nutrimento quando siamo nel ventre materno, trafisse uno di loro; e poi cadde a terra davanti al dannato che aveva trafitto. Il ferito (Buoso Donati) stette a guardarlo ma non disse nulla; anzi, con i piedi immobili, sbadigliava come se avesse sonno o gli stesse venendo la febbre. Lui guardava il serpente, e il serpente fissava lui; l’uno dalla ferita, e l’altro dalla bocca emettevano un fumo intenso, e i due flussi si scontravano. Taccia Lucano là dove scrive delle sorti del povero Sabello e di Nassidio, e stia anzi ora a sentire quello che ora parte dall’arco del mio dire. Taccia anche Ovidio riguardo a Cadmo e Aretusa; perchè se lui muta Cadmo in serpente e Aretusa in fonte nella sua poesia, io non lo invidio affatto la sua arte; poiché mai arrivò a mutare due nature così diverse, come quella umana e quella del serpente, una nell’altra, così che entrambe le forme fossero disposte a scambiarsi la propria materia. Insieme i due si risposero l’un l’altro con tali leggi, che mentre il serpente divideva la coda come una forca, il ferito stringeva i piedi a formare un unico membro. Le gambe e più su le sue stesse cosce si saldarono insieme tra loro tanto che in poco della giuntura non rimase più alcun segno visibile. La coda aperta del serpente prendeva invece la forma delle gambe, che andavano scomparendo nell’uomo, e la sua pelle si faceva più molle, mentre quella dell’uomo diventava al contrario più dura e squamosa. Vidi poi che le braccia dell’uomo rientravano nel corpo dalle ascelle, mentre le zampe anteriori del serpente, che erano corte, si allungavano tanto quanto le braccia dell’uomo si accorciavano. Poi le zampe posteriori, attorcigliandosi e fondendosi diventarono il membro (il pene) che l’uomo pudicamente cela, e l’altro misero dannato spingeva fuori dal suo due nuovi arti. Questo succedeva mentre il fumo avvolgeva l’uno e l’altro in un colore nuovo, e generava peli sulla pelle del serpente facendo nello stesso tempo perdere all’uomo, quello che prima era serpente si alzò e l’altro cadde a terra, senza smettere però mai di guardarsi fissi negli occhi, sotto i quali ciascuno di loro andava cambiando faccia. Quello che era in piedi, accorciò il muso da serpente verso le tempie, e dalla materia in più che rimase si formarono le orecchie, che sporsero dalle gote che prima ne erano prive: dalla materia che non passo indietro e che era presente in abbondanza, si formarono quindi il naso e si ingrossarono le labbra nella giusta misura, tanto quanto conveniva. Quello che giaceva a terra, allungò il muso all’infuori, e ritirò le orecchie dentro la testa come è solita fare la lumaca con le sue corna; e la lingua, che prima aveva unita e capace a parlare, si divise e divenne biforcuta, mentre quella dell’altro, prima divisa,si saldò in unico pezzo; poi il fumo cessò di uscire dai loro corpi. L’anima che si era tramutata in bestia, fuggì via per la valle sibilando, mentre l’altro le sputò dietro e riprese a parlare. Quindi gli voltò le spalle appena riacquistate, e disse all’altro: «Io voglio che Buoso corra, come ho fatto io, a carponi, per questo sentiero». Così io vidi le anime dannate della settima bolgia mutare e trasformarsi; e qui la novità della materia trattata mi valga da scusa se la mia arte ha generato un poco di confusione. E sebbene i miei occhi fossero un po’ confusi per quanto appena visto, e l’animo mio fosse smarrito, i due dannati non mi poterono sfuggire alla vista, così che io riuscii a riconoscere bene Puccio Sciancato; che era l’unico, dei tre compagni giunti prima presso di noi, che non era stato trasformato: l’altro era Francesco Guercio dei Cavalcanti, quello la cui morte tu, Gaville, piangi.

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Manoscritto del XIV secolo con l’illustrazione dell’ultima metamorfosi

E’ un canto che, iniziatosi con l’icastica scena di Vanni Fucci, ancora stagliatosi come “personaggio forte” nella bolgia dei ladri, cessa di parlare dell’uomo, per soffermarsi nello sguardo attonito, ed insieme ammaliato, di un Dante contemplatore le metamorsi come castigo divino. Se la prima, presente nel canto precedente, ci mostrava un Vanni Fucci continuamente morente e risorgente (dove l’immagine icastica – paragonata a quella della Fenice – appare quasi funzionale al personaggio), qui le trasformazioni cancellano quasi del tutto i protagonisti di esse, lasciandoci appena il ricordo di tre ladri fiorentini dai nomi appena accennati e senza passato, per concentrarsi nella mirabilia di ciò che succede: la seconda è la fusione di un uomo ed un serpente che dà vita ad una forma mostruosa, che non conserva nulla né della prima, né della seconda natura, la terza la lo scambio simmetrico tra una serpe e un uomo, risolto stilisticamente in terzine che mostrano, alternativamente, ciò che accade in una natura e nell’altra. Lo stesso Dante si rende conto dell’estrema perizia lessicale che contraddistingue questo passo tanto che lo stesso Francesco De Sanctis lo definì “il più grande sforzo dell’immaginazione umana”.

Canto XXVI
Ottavo cerchio
VIII Bolgia
(I consiglieri fraudolenti)

La prima parte del canto, ricollegandosi alla bolgia dei ladri, inizia con un’apostrofe a Firenze, riconosciuti in mezzo alle metamorfosi dei dannati. Quindi inizia sottolineando il concetto d’ “ingegno” che lui deve limitare, ma che il protagonista del canto non seppe frenare, diventando il simbolo di chi, per conoscere, supera i limiti posti da Dio: 

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Gaspare Landi: Ulisse e Diomede rubano la statua di Atena

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.
E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».
Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».
«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
“.

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo
,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».