FRANCESCO GUICCIARDINI

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Giuliano Bugiardini: Ritratto di Francesco Guicciardini (XVI secolo)

Francesco Guicciardini nasce a Firenze nel 1483, da una famiglia aristocratica che si era guadagnata, nel turbinoso periodo fiorentino, l’amicizia dei Medici. Vive i primi anni sotto il dominio del Savonarola, e dopo la morte del frate, trascorrerà la giovinezza nella repubblica di Pier Soderini. Avviato per volontà paterna agli studi giuridici li approfondirà nella prestigiosa università di Padova (dove si era rifugiato durante la tempesta politica nella sua città). Rientrato a Firenze nel 1505 ottiene l’incarico, non ancora laureato, per l’insegnamento di diritto civile. Si laurea brillantemente e inizia la sua carriera nell’avvocatura; dopo poco si fidanza, contro il volere paterno, con Maria Salviati, proveniente da una potentissima famiglia avversaria di Pier Soderini. E’ grazie al suocero che inizia una brillantissima carriera politica che culminerà, nel 1509, quando s’insedierà nel governo cittadino. Infatti è proprio all’inizio dello stesso anno che riceve ambasciatori dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo a Lucca; l’anno successivo, nel 1510, ottiene l’incarico di ambasciatore presso la corte di Spagna, attività che gli consentirà di scrivere, nel 1514, la Relazione di Spagna. La lontananza dalla Toscana non gli faranno vivere le conseguenze per le sue scelte politiche che furono, invece, fatali per Machiavelli. Al rientro dei Medici (1513), dopo un primo tempo in cui si dedica ad attività private, ottiene l’incarico di governatore di Modena (1516); l’anno successivo, grazie all’elezione di Leone X, riceve da quest’ultimo l’incarico di governatore di Reggio e Parma; ancora nel 1521 viene nominato comandante delle truppe pontificie alleate con Carlo V contro i Francesi. Dopo la parentesi di Adriano VI, che lo porta ad allontanarsi dagli impegni con la curia papale, parentesi di un solo anno,  riprende la sua attività con il nuovo papa Clemente VII, che lo manda a governare la regione piuttosto turbolenta di Romagna, dove spadroneggiano potentati locali e dove Guicciardini mostra ottime capacità nel saper gestire la difficile situazione.

La sua fortuna comincia a declinare quando si fa promotore, presso il papa, di una nuova alleanza tra papato, stati italiani e Francia per arginare lo strapotere dell’esercito imperiale di Carlo V; prende dunque vita la lega di Cognac (1526). Ma questa viene sconfitta, determinando, a Firenze, il ritorno della Repubblica. Viene allontanato dalla politica per i suoi trascorsi, si rifugia in una sua villa nei pressi di Firenze e gli vengono confiscati i beni.

Sebastiano del Piombo: Clemente VII

Torna a Roma per mettersi di nuovo al servizio di Clemente VII. Al ritorno dei Medici (1531) diventa consigliere del granduca Alessandro; ma, il suo successore, Cosimo I (1537) non gli conferma la fiducia; si ritira dunque a vita privata: riordina I ricordi e scrive La Storia d’Italia.

Muore ad Arcetri nel 1540.

L’uomo

Non si può scindere la personalità di Guicciardini senza metterla in relazione con quella di Machiavelli, molti sono i punti di contatto:

  1. ambedue vivono un momento di profonda trasformazione e difficoltà della Repubblica fiorentina (li dividono soltanto 14 anni);
  2. si interessarono soprattutto di politica e di storia, entrambi con libertà di giudizio e con grande capacità critica;
  3. ottemperano ai bisogni dello Stato, sebbene il lavoro machiavelliano fosse quasi tutto inserito nel periodo di Pier Soderini e quello di Guicciardini maggiormente mediceo;
  4. ambedue vivono la sconfitta e la cocente delusione per la loro attività politica (anche se quella di Guicciardini ha inciso maggiormente)
  5. Le loro opere nascono soprattutto in un periodo di inattività: Il Principe, I Discorsi e La Mandragola per Machiavelli, i Ricordi e La Storia d’Italia per Guicciardini.

Opere

Come per Machiavelli anche per Guicciardini l’opera letteraria nasce dall’esperienza politica diretta, che egli fece da protagonista sia nella sua città che in altre parti dell’Italia e all’estero. Tuttavia è necessario qui sottolineare la differenza dell’atteggiamento politico per i due fiorentini: per Machiavelli la politica è una necessità vitale, una tensione di chi vota per essa la propria esistenza; Guicciardini non la sceglie, la vive per tradizione familiare; per meglio dire la sua strada era stata già tratteggiata nel momento in cui venne al mondo, influenzandone anche la scelta matrimoniale.

L’esperienza come ambasciatore in Spagna, diede vita ad una serie di opere, fra le quali la più importante è la Relazione di Spagna.  Il nostro, osservando la realtà politica del grande paese iberico, continuamente riscontra il ritardo strutturale in cui l’Italia si dibatte. Come collaboratore dei Medici invece scrive il Discorso di Logrogno e Del modo di ordinare il governo di Firenze opere nelle quali l’autore, come uno degli esponenti più in vista della città di Firenze, disegna il suo ideale politico che si può così riassumere: una repubblica oligarchica capace di governare con saggezza, contro la tirannia di un solo e la demagogia dei molti. Ben consapevole che la dinastia medicea mal avrebbe tollerato l’idea di un potere condiviso, egli precisa che a capo del governo ci sarebbe stato sì un Medici, ma coadiuvato dai savi delle grandi famiglie fiorentine.

Vogliamo ricordare come tali scritti non furono mai pubblicati in vita da Guicciardini; furono riscoperti molto più tardi: essi infatti assumevano il ruolo di riflessione per chi, come lui, svolgeva l’attività politica.

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Incisione con il ritratto di Francesco Guicciardini

Opere minori

 RICORDI

Anche i Ricordi sono, per così dire, un’opera privata, anzi il capolavoro dell’opere private di Guicciardini. E’ nata piano piano, scrivendo su quaderni riflessioni e pensieri che nel corso dell’attività rivedeva per correggerli o cambiarli. L’edizione definitiva, del 1530, si struttura, quindi come una serie di appunti ed aforismi (221) dettati dalla lunga esperienza politica.

Da ciò se ne deduce che, al contrario di Machiavelli, quest’opera non presenti una teoria sulla quale dar vita a dei comportamenti, ma come quest’ultimi siano determinati, in fondo, dalle circostanze sempre variabili che la realtà offre. Infatti non nasce con un disegno da presentare, né tantomeno come un piano di lavoro organico per la struttura di uno stato. Si tratta proprio della capacità di cogliere, sul piano umano, religioso, politico e culturale alcuni aspetti e di offrirli a se stesso, come vademecum, per affrontare la vita. Per questo l’opera si presenta frammentaria (ciò non vuol dire non unitaria) e si può veramente definire un anti-trattato.

Vediamo ora alcuni “pensieri” guicciardinaniani dividendoli per temi:

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LA STORIA

6: E’ grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzione e eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione.

E’ un grande errore giudicare i fatti in modo indistinto e assoluto, cioè attraverso regole generali, perché quasi tutti i fatti si distinguono tra loro e rappresentano delle eccezioni per la grande varietà delle circostanze in cui sono accaduti, le quali circostanze non possono essere ricondotte ad un unico giudizio: e questi fatti che si distinguono tra loro e rappresentano delle eccezioni, non si trovano nei libri, ma ci aiuta a capirli la discrezione (la capacità di discernimento)

110: Quanto s’ingannano coloro che a ogni parola allegano i romani! Bisognerebbe avere una città condizionata come era la loro, e poi governarsi secondo quello esempio; il quale a chi ha le qualità disproporzionate, è tanto disproporzionato quanto sarebbe volere che un asino facesse il corso di un cavallo.

Quanto sbagliano coloro che ad ogni parola citano i Romani! Bisognerebbe avere una città strutturata cole la loro e quindi governare secondo il loro modello: il quale ha chi ha qualità così differenti è tanto differente, quanto sarebbe voler far correre un asino come un cavallo.

In queste due riflessioni si misura la distanza che separa i due pensatori fiorentini: se per Machiavelli “i fatti” possono essere giudicati a partire dall’assioma – unico ed universale – della malvagità “naturale” dell’uomo, da cui ogni altro discorso ne deriva, per Guicciardini ciò non è più possibile; la realtà è in continua trasformazione e solo la capacità di saper cogliere l’azione opportuna in un determinato momento può diventare criterio valido. Per questo è impossibile rifarsi a modelli “classici”, prendere la storia di Roma come riferimento per qualsiasi azione politica (si pensi ai Discorsi machiavelliani).

LA FORTUNA

30. Chi considera bene non può negare che nelle cose umane la fortuna ha grandissima potestà, perché si vede che a ognora ricevono grandissimi moti da accidenti fortuiti e che non è in potestà degli uomini né a prevederli né a schifargli: e benché lo accorgimento e sollecitudine degli uomini possa moderare molte cose, nondimeno sola non basta, ma gli bisogna ancora la buona fortuna.

Chi ragiona bene, non può negare che nelle cose umane la fortuna ha un grandissimo potere, perché in ogni momento si vede una gran quantità di fatti determinati da accidenti fortuiti, e che non è in potere degli uomini né prenderli né allontanarli e, sebbene gli accorgimenti e le sollecitudini umane possano alleviare molte cose, da soli non bastano, ma occorre anche una buona dose di fortuna.

Elihu Vedder: Dea Fortuna resti con noi (1893)

LA METAFISICA E LA RELIGIONE

125: E’ filosofi e e’ teologi e tutti gli altri che scrutano le cose sopra natura o che non si veggono, dicono mille pazzie: perché in effetto gli uomini sono al buio delle cose, e questa indagazione ha servito a serve più a essercitare gli ingegni che a trovare la verità.

I filosofi e i teologi e tutti gli altri che si propongono d’indagare le cose sovrannaturali o che in natura non si vedono, dicono mille sciocchezze perché in realtà gli uomini sono all’oscuro delle cose e questa indagine è servita e serve più per esercitare l’intelligenza che per scoprire la verità.

La stessa idiosincrasia che Guicciardini mostra verso colui che guarda alla storia come modello per l’oggi, il nostro mostra verso coloro che invece pongono nell’aldilà il destino degli uomini e delle nazioni. Non c’è alcun disegno provvidenziale o ordine “regolato” secondo leggi fisse, che permetta una qualsiasi indagine o disegno. Ma se questo era già chiaro nelle precedenti riflessioni, quello che qui colpisce è l’assoluta immanenza del pensiero guicciardiniano che, uomo del Rinascimento, nega qualsiasi possibile ricerca che non sia basata sui fatti contingenti.

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Immagine per la metafisica e la religione

L’UOMO

134. Gli uomini tutti per natura sono inclinati più al bene che al male, né è alcuno il quale, dove altro motivo non lo tiri in contrario, non facesse più volentieri bene che male; ma è tanto fragile la natura degli uomini e sì spesse nel mondo le occasioni che invitano al male, che gli uomini si lasciano facilmente deviare dal bene. E però i savi legislatori trovarono i premi e le pene: che non fu altro che con la speranza e col timore volere tenere fermi gli uomini nella inclinazione loro naturale.

Gli uomini, per natura, sono più rivolti verso il bene che verso il male, e non c’è nessuno il quale, qualora un altro motivo lo spinga, non operasse più volentieri verso il bene che verso il male, ma la natura dell’uomo è cosi fragile e così frequenti le occasioni che invitano al male, che gli uomini si la-sciano facilmente deviare dal bene. Per questo motivo i saggi legislatori stabilirono premi e pene; e ciò nel voler mantenere gli uomini nella loro inclinazione naturale con la speranza (dei premi) ed il timore (delle pene).

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Laura Facey: Redemption song (1967)

Anche qui viene segnata una fondamentale differenza col pensiero machiavelliano: laddove l’autore de Il Principe costruiva tutta la sua teoria politica sull’assioma della “naturale” malvagità umana, Guicciardini rivendica la teoria dell’uomo “naturalmente” buono, che solo le circostanze rendono malvagio. Tuttavia ad un’osservazione più attenta, non si può fare a meno di riflettere come, partendo da presupposti così diversi, i due giungano a conclusioni similari: se l’uomo è “naturalmente cattivo”, serve un uomo forte e altrettanto cattivo per imporre il “non egoismo” che metterebbe a rischio lo stato e quindi la libertà di ognuno; se l’uomo invece è “naturalmente” buono, ma le circostanze lo inducono al compimento di azioni “non buone” ci penserà la legge a porlo nella retta via. Quando l’uomo sarà libero di essere cattivo o buono? I due pensatori fiorentini, pur così distanti, non gli danno alcuna fiducia.

File:Maarten van Heemskerck 011.jpgMaerten van Heemskerk: I pericoli dell’ambizione umana (1549)

LE AMBIZIONI UMANE

15. Io ho desiderato, come fanno tutti gli uomini, onore e utile; e n’ho conseguito molte volte sopra quello che ho desiderato o sperato; e nondimeno non v’ho mai trovato drento quella satisfazione che io mi ero immaginato; ragione, chi bene la considerassi, potentissima a tagliare assai delle vane cupidità degli uomini.

Io ho desiderato, come la maggior parte degli uomini, onori e vantaggi materiali, e molte volte li ho raggiunti al di là delle mie speranze o desideri; e ciononostante non ho mai trovato in esse quella soddisfazione che mi ero immaginato; ragione, a chi bene la considera, potentissima a ridimensionare di molto le inutili cupidigie degli uomini.

Questo pensiero disegna un certo pessimismo di Guicciardini. Egli infatti, richiamandosi a Petrarca non fa che sottolineare le “vane cupidità dell’uomo”, ma con più distacco. Infatti passa dall’“io” dell’esperienza personale ad una meditazione universale. D’altra parte comincia ad affacciarsi qui il concetto che laddove non si può governare il mondo prevedendo gli eventi, lo si può fare con dedizione. Il fatto è che tale dedizione alla fine non è ripagata.

32: La ambizione non è dannabile, né da vituperare quello ambizioso che ha appetito d’avere gloria co’ mezzi onesti e onorevoli; anzi sono questi tali che operano cose grande e eccelse. E chi manca di questo desiderio, è spirito freddo e inclinato piú allo ozio che alle faccende. Quella è ambizione perniziosa e detestabile che ha per unico fine la grandezza, come hanno communemente e principi; e quali quando la propongono per idolo, per conseguire ciò che gli conduce quella fanno uno piano della coscienzia, dell’onore, della umanità e di ogni altra cosa.

Non bisogna condannare né biasimare l’ambizione; né bisogna disprezzare la persona ambiziosa che desidera avere gloria con mezzi onesti ed onorevoli: anzi sono loro che realizzano cose grandi ed eccelse, e chi non possiede questo desiderio, è apatico e inclinato più all’ozio che all’attività. E’ pericolosa e detestabile quell’ambizione che ha per unico fine la grandezza, come è comune tra i principi, i quali quando se la propongono come fine ultimo, per raggiungerla fanno tacere la coscienza, l’onore, l’umanità ed ogni altra virtù.

Anche Guicciardini, come Machiavelli, ha una concezione “vitalistica” dell’agire politico, non ammettendo, pur in una visione così poco governabile come egli la disegna, l’improduttività e l’ozio. A guidare questa azione è l’ambizione; egli tuttavia sottolinea che tale ambizione non può far “venire” meno i concetti classici della virtù, ribaltando il concetto machiavellico di virtù (che si fonda solo ed unicamente come valore politico).

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Paolo Veronese: Le nozze di Cana (1564)

I RAPPORTI SOCIALI

44. Fate ogni cosa per parere buoni, ché serve a infinite cose; ma perché le opinione false non durano, difficilmente vi riuscirà el parere lungamente buoni, se in verità non sarete: così mi ricordò già mio padre.

Fate ogni cosa per apparire buoni, perché serve per infinite cose; ma poiché le opinioni false non durano, difficilmente potreste apparire buoni a lungo se non lo siete in realtà. Così mi disse già mio padre.

Questa riflessione ricalca in parte già la prospettiva machiavelliana. Ma lo scarto qui è l’intenzione “privatistica” di tale pensiero, con il ricordo di una massima paterna.

La Storia d’Italia in un’edizione del 1843

LA STORIA D’ITALIA

Chi non crede in una teoria politica, non può affrontare una speculazione generale; suo compito sarà quello di prendere atto della realtà; per meglio dire descriverla nella sua mutevolezza e questo è compito dello storico.

Come Machiavelli fonda la politica come scienza, Guicciardini dà vita alla moderna storiografia: a lui non interessa la storia sociale, ma quella politica e psicologica; grazie alla sua professione e alla sua biografia egli può attingere a fonti di prima piano, che vaglia ed analizza attentamente. E’ qui la sua novità. La storia non ha schemi precostituiti: ma va analizzata nelle sue cause e negli effetti. Ciò gli permetterà di affrontare gli avvenimenti da lui affrontati in vero e proprio afflato europeo: non per niente dall’Italia felix al sacco di Roma l’intervento delle potenze straniere nella nostra penisola era stato continuo e devastante. Egli, così, come spiega la crisi fiorentina all’interno del sistema italiano, non può non spiegare la crisi d’Italia all’interno della più vasta storia europea. Molti i ritratti dei principali protagonisti storici, così come numerosi sono i “discorsi”: con essi l’autore vuole spiegarci l’indole ed il motivo delle loro azioni. La storia da lui raccontata in quest’ampia opera, divisa in 20 libri, va dal 1492 (morte di Lorenzo il Magnifico) fino 1534 (sacco di Roma e morte di Clemente VII). 

Se la concezione storica è moderna, lo stile ricalca il periodare classico, riprendendo il gusto classicista tipico dell’età rinascimentale.

INTRODUZIONE

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri príncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla: materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta d’Iddio ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati. Dalla cognizione de’ quali casi, tanto vari e tanto gravi, potrà ciascuno, e per sé proprio e per bene publico, prendere molti salutiferi documenti onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

Io ho scelto di scrivere gli eventi successi ai nostri tempi in Italia, dopo che gli eserciti francesi, chiamati dagli stessi principi italiani, cominciarono con un grande movimento (di truppe) a sconvolgerla: argomento, per la complessità ed importanza loro, degno di memoria e pieno di crudelissimi eventi, avendo l’Italia subito tutte quelle disgrazie con le quali, ora per la giusta rabbia di Dio (nei nostri confronti) ora per l’empietà e per le scelleratezze degli altri uomini, i poveri mortali sono soliti essere perseguitati. Dalla conoscenza di questi avvenimenti, così diversi e così pericolosi, potrà ognuno, per un bene privato o pubblico, imparare molti salutari insegnamenti: da cui, attraverso innumerevoli esempi, capirà chiaramente a quanta instabilità siano sottoposte le vicende umane, come un mare agitato da forti venti; (capirà) quanto siano pericolosi, quasi sempre a se stessi, ma in special modo ai popoli, i consigli non ben ponderati dei governanti, quando o per errori inutili o per i desideri del momento, non ricordano i frequenti rivolgimenti della sorte e volgendo a danno altrui il potere che è stato concesso loro per il bene pubblico, si rendono, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuovi turbamenti.

A leggere queste poche righe guicciardiniane ci si rende subito conto che:

  • A livello stilistico vi è una perfetta ripresa di uno stile altissimo, ricco di subordinate e incisi, che rendono “classico” il suo modo di presentare il suo ragionamento;
  • La immediata sottolineatura riguardo l’“io” testimone che narra, alla ricerca di una spiegazione, la catastrofe accaduta dopo il 1494, quando Carlo VIII, chiamato da Ludovico il Moro, scende in Italia;
  • Nonostante il richiamo a Dio, come tutto venga ridimensionato in una prospettiva imminente, dove la vera responsabilità è negli errori degli uomini;
  • La sottolineatura dell’incapacità delle classi al potere di pensare al bene comune, legate sole all’ambizione personale (interessante notare che quando ne I Ricordi Guicciardini parla di ambizione, lo fa come fine per il ben operare per il bene comune, non come fine personale);
  • La historia magistra vitae, ma capace d’additare, come valido e imprescindibile insegnamento le spesse variazioni della fortuna.

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Sebastiano Del Piombo: Ritratto postumo di Cristoforo Colombo (1519)

LA SCOPERTA DELL’AMERICA
(IV,9)

Ma più maravigliosa ancora è stata la navigazione degli spagnuoli, cominciata l’anno mille quattrocento novanta…, per invenzione di Cristoforo Colombo genovese. Il quale, avendo molte volte navigato per il mare Oceano, e congetturando per l’osservazione di certi venti quel che poi veramente gli succedette, impetrati dai re di Spagna certi legni e navigando verso l’occidente, scoperse, in capo di [trentatré] dì, nell’ultime estremità del nostro emisperio, alcune isole, delle quali prima niuna notizia s’aveva; felici per il sito del cielo per la fertilità della terra e perché, da certe popolazioni fierissime infuora che si cibano de’ corpi umani, quasi tutti gli abitatori, semplicissimi di costumi e contenti di quel che produce la benignità della natura, non sono tormentati né da avarizia né da ambizione; ma infelicissime perché, non avendo gli uomini né certa religione né notizia di lettere, non perizia di artifici non armi non arte di guerra non scienza non esperienza alcuna delle cose, sono, quasi non altrimenti che animali mansueti, facilissima preda di chiunque gli assalta. Onde allettati gli spagnuoli dalla facilità dell’occuparle e dalla ricchezza della preda, perché in esse sono state trovate vene abbondantissime d’oro, cominciorno molti di loro come in domicilio proprio ad abitarvi. E penetrato Cristoforo Colombo più oltre, e dopo lui Amerigo Vespucci fiorentino e successivamente molti altri, hanno scoperte altre isole e grandissimi paesi di terra ferma; e in alcuni di essi, benché in quasi tutti il contrario e nell’edificazione pubblicamente e privatamente, e nel vestire e nel conversare, costumi e pulitezza civile, ma tutte genti imbelli e facili a essere predate: ma tanto spazio di paesi nuovi che sono – senza comparazione maggiore spazio che l’abitato che prima era a notizia nostra. Ne’ quali distendendosi con nuove genti e con nuove navigazioni gli spagnuoli, e ora cavando oro e argento delle vene che sono in molti luoghi e dell’arene de’ fiumi, ora comperandone per prezzo di cose vilissime dagli abitatori, ora rubando il già accumulato, n’hanno condotto nella Spagna infinita quantità; navigandovi privatamente, benché con licenza del re e a spese proprie, molti, ma dandone ciascuno al re la quinta parte di tutto quello che o cavava o altrimenti gli perveniva nelle mani. Anzi è proceduto tanto oltre l’ardire degli spagnuoli che alcune navi, essendosi distese verso il mezzodì (cinquantatré) gradi sempre lungo la costa di terra ferma, e dipoi entrati in uno stretto mare e da quello per amplissimo pelago navigando nello oriente, e dipoi ritornando per la navigazione che fanno i portogallesi, hanno, come apparisce manifestamente, circuito tutta la terra. Degni, e i portogallesi e gli spagnuoli e precipuamente Colombo, inventore di questa più maravigliosa e più pericolosa navigazione, che con eterne laudi sia celebrata la perizia la industria l’ardire la vigilanza e le fatiche loro, per le quali è venuta al secolo nostro notizia di cose tanto grandi e tanto inopinate. Ma più degno di essere celebrato il proposito loro se a tanti pericoli e fatiche gli avesse indotti non la sete immoderata dell’oro se a tanti pericoli e fatiche gli avesse indotti non la sete immoderata dell’oro e delle ricchezze ma la cupidità o di dare a se stessi e agli altri questa notizia di propagare la fede cristiana: benché questo sia in qualche parte proceduto per conseguenza, perché in molti luoghi sono stati convertiti alla nostra religione gli abitatori. 
Per queste navigazioni si è manifestato essersi nella cognizione della terra ingannati in molte cose gli antichi. Passarsi oltre alla linea equinoziale, abitarsi sotto la torrida zona; come medesimamente, contro all’opinione loro, si è per navigazione di altri compreso, abitarsi sotto le zone propinque a’ poli, sotto le quali affermavano non potersi abitare per i freddi immoderati, rispetto al sito del cielo tanto remoto dal corso del sole. Èssi manifestato quel che alcuni degli antichi credevano, altri riprendevano, che sotto i nostri piedi sono altri abitatori, detti da loro gli antipodi. Né solo ha questa navigazione confuso molte cose affermate dagli scrittori delle cose terrene, ma dato, oltre a ciò, qualche anzietà agli interpreti della scrittura sacra, soliti a interpretare che quel versicolo del salmo, che contiene che in tutta la terra uscì il suono loro e ne’ confini del mondo le parole loro, significasse che la fede di Cristo fusse, per la bocca degli apostoli, penetrata per tutto il mondo: interpretazione aliena dalla verità, perché non apparendo notizia alcuna di queste terre, né trovandosi segno o reliquia alcuna della nostra fede, è indegno di essere creduto o che la fede di Cristo vi sia stata innanzi a questi tempi o che questa parte sì vasta del mondo sia mai più stata scoperta o trovata da uomini del nostro emisperio.

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Dióscoro Puebla: Colombo Sbarcato nel Nuovo Mondo (1862)

Più meravigliosa ancora è stata la navigazione degli spagnoli, incominciata nel 1492, grazie a Cristoforo Colombo, genovese. Il quale, avendo navigato per il mar Oceano, e pensando di realizzare, avendo osservato certi venti, ciò che poi fu realmente, chiese ai Re di Spagna alcune navi, e navigando verso occidente, scoprì, dopo 33 giorni, gli ultimi estremi del nostro emisfero, alcune isole, delle quali non si aveva notizia della loro esistenza; (isole) felici per la loro posizione, per la fertilità della terra, e perché, salvo alcune popolazioni molto bellicose, che mangiano corpi umani, quasi tutti gli abitanti, di costumi molto semplici e soddisfatti di ciò che produce la natura benigna, non sono preda né dall’avarizia né dall’ambizione; ma molto felici, perché non possedendo gli uomini né una certa religione, né notizie di lettere, né abilità di artigiani, né armi, né arte della guerra, né scienza, né esperienza alcuna delle cose, sono quasi animali domestici e bottino molto facile per qualcuno che li attacchi. Per conseguenza gli spagnoli, sedotti dalla facilità di occuparle e per la ricchezza del bottino, poiché in quelle (isole) erano state trovate vene d’oro molto abbondanti, incominciarono molti di quelli a vivere lì come se fosse stato il loro domicilio; e penetrando più all’interno Cristoforo Colombo, dopo di lui Amerigo Vespucci, fiorentino, e successivamente molti altri, hanno scoperto molte isole e paesi grandissimi di terra ferma; e in alcuni trovarono buone usanze e buona civiltà (sebbene nella maggior parte non trovarono queste cose, né costruzioni pubbliche o private, né nel vestire, né nel conversare); tutte genti piuttosto codardi e facili ad essere depredate, ma hanno tanta estensione questi nuovi paesi che sono, senza paragone, più grandi delle terre che noi conosciamo. Nelle quali terre gli spagnoli si estesero con nuove genti e nuove navigazioni, e prendendo oro e argento dalle vene che si trovano in molti posti e nelle sabbie dei fiumi, oppure comprandolo dagli indigeni in cambio di oggetti insignificanti, oppure rubando quello che quelli avevano accumulato, hanno portato in Spagna quantità infinite; molti navigando fin là privatamente, anche col permesso dei Re di Spagna e a proprie spese, ma ognuno dando al Re la quinta parte di tutto quello che cavavano o che in qualche modo arrivava nelle loro mani. L’ardimento degli spagnoli è arrivato a tal punto che alcune navi avendo raggiunto il mezzogiorno dei 53 gradi, sempre lungo la costa della terraferma, e poi entrando in un mare stretto, e di qui ad un oceano più grande navigando verso oriente, e poi proseguendo la navigazione che usavano i portoghesi hanno, come s’è dimostrato, circumnavigato tutta la terra. Degni i portoghesi come gli spagnoli, e particolarmente Colombo scopritori di questa meravigliosa e più pericolosa navigazione, di chiunque si celebri, con lodi eterne, la perizia, l’abilità, il coraggio, l’osservazione accurata e i suoi sforzi per mezzo dei quali è arrivata al nostro secolo la notizia di fatti tanto grandi e tanto insperati. Però sarebbe più degno d’essere celebrata la sua prodezza se a tanti pericoli e sforzi non fossero stati indotti da una esagerata sete d’oro e di ricchezze, ma per la gloria di dare a quelli stessi e ai posteri la notizia della scoperta e di diffondere la fede cristiana, anche se quest’ultimo fatto si derivò, in alcun caso, dall’altro come conseguenza naturale, infatti in vari luoghi sono stati convertiti gl’indigeni alla nostra religione.
Come conseguenza di questa navigazione s’è dimostrato che gli antichi avevano sbagliato in molte cose con relazione alla terra. Come il poter navigare più in là, oltre la linea equatoriale; il poter vivere più in là della linea torrida; e anche contro la loro opinione, sappiamo dalla navigazione di altri; che si può vivere nelle zone vicine ai Poli, nelle quali affermano gli antichi che non poteva esserci vita per il troppo freddo, essendo lontane dal sole. E’ risultato certo, contrariamente a ciò che alcuni antichi affermavano, ed altri tramandavano, che sotto i nostri piedi esistono altri abitanti chiamati antipodi. Non solo tale navigazione ha smentito molte cose affermate dagli scrittori di cose terrene, bensì apportando, oltre ciò, alcune difficoltà per gli interpreti delle Sacre Scritture, i quali erano soliti interpretarle che quel verso del salmo che dice: ‘Che in tutta la terra si levò il suono di quelli e ai confini del mondo le loro parole’, significa che la fede di Cristo fosse per bocca degli apostoli penetrata in tutte le parti del mondo. Interpretazione lontana dalla verità, dato che, non avendo alcuna notizia di queste terre né trovando alcun segnale o reliquia della nostra fede, dobbiamo concludere che la fede di Cristo si diffuse lì prima, e poi si perse, o che questa parte tanto ampia del mondo non era stata mai, fino ad ora, scoperta o trovata da uomini del nostro emisfero.

Il passo è interessantissimo perché il Guicciardini, oserei dire tra le righe, ci parla di sopraffazione europea verso le appena conquistate “isole felicissime”. Infatti ci fa subito capire che la “felicità” per la ricchezza della natura comporta di conseguenza l'”infelicità” per essere appunto “naturali”, cioè privi di qualsiasi tecnologia e tantomeno di qualsiasi fede sino ad allora conosciuta. Proprio questa infelicità fa loro essere “prede” di conquistatori, dove lo stesso termine induce a pensare ad una diseguaglianza tra chi uccide e chi resta ucciso, dove “preda” non riguarda soltanto gli uomini (a cui alcuni ecclesiastici negavano il possesso dell’anima), ma anche il territorio, ricco d’oro per i paesi del vecchio continente. (E’ proprio di Guicciardini il sottolineare l’aspetto economico della conquista).

Abbiamo accennato all’aspetto religioso: esso viene messo in evidenza nell’ultimo paragrafo del passo in cui si cita un passo biblico in cui si si afferma l’affermazione di Dio in ogni uomo abitante il pianeta, il fatto che questi uomini non lo conoscessero metteva in seria difficoltà la Chiesa. Non soltanto la religione riceveva un violento scossone circa la sua “verità”, ma era tutto un sapere classico che veniva rimesso in discussione, dalle teorie scientifico/astronomiche a quelle morali. 

Potremo concludere che se è vero che la civiltà europea si è introdotta con violenza e sopraffazione nel mondo “vergine” delle nuove terre, quest’ultime siano penetrate con il loro portato rivoluzionario in un sistema di credenze sino allora ritenuto immutabile e che avrà enormi conseguenze per il futuro della storia e della cultura europea. 

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Alessandro VI e il figlio

LA MORTE DI ALESSANDRO VI
(VI,4)

Ma ecco che nel colmo più alto delle maggiori speranze (come sono vani e fallaci i pensieri degli uomini) il pontefice, da una vigna appresso a Vaticano, dove era andato a cenare per ricrearsi da’ caldi, è repentinamente portato per morto nel palazzo pontificale e incontinente dietro è portato per morto il figliuolo: e il dì seguente, che fu il decimo ottavo dì d’agosto, è portato morto secondo l’uso de’ pontefici nella chiesa di San Piero, nero enfiato e bruttissimo, segni manifestissimi di veleno; ma il Valentino, col vigore dell’età e per avere usato subito medicine potenti e appropriate al veleno, salvò la vita, rimanendo oppresso da lunga e grave infermità. Credettesi costantemente che questo accidente fusse proceduto da veleno; e si racconta, secondo la fama più comune, l’ordine della cosa in questo modo: che avendo il Valentino, destinato alla medesima cena, deliberato di avvelenare Adriano cardinale di Corneto, nella vigna del quale doveano cenare (perché è cosa manifesta essere stata consuetudine frequente del padre e sua non solo di usare il veleno per vendicarsi contro agl’inimici o per assicurarsi de’ sospetti ma eziandio per scelerata cupidità di spogliare delle proprie facoltà le persone ricche, in cardinali e altri cortigiani, non avendo rispetto che da essi non avessino mai ricevuta offesa alcuna, come fu il cardinale molto ricco di Santo Angelo, ma né anche che gli fussino amicissimi e congiuntissimi, e alcuni di loro, come furono i cardinali di Capua e di Modona, stati utilissimi e fidatissimi ministri), narrasi adunque che avendo il Valentino mandati innanzi certi fiaschi di vino infetti di veleno, e avendogli fatti consegnare a un ministro non consapevole della cosa, con commissione che non gli desse ad alcuno, sopravenne per sorte il pontefice innanzi a l’ora della cena, e, vinto dalla sete e da’ caldi smisurati ch’erano, dimandò gli fusse dato da bere, ma perché non erano arrivate ancora di palazzo le provisioni per la cena, gli fu da quel ministro, che credeva riservarsi come vino più prezioso, dato da bere del vino che aveva mandato innanzi Valentino; il quale, sopragiugnendo mentre il padre beeva, si messe similmente a bere del medesimo vino. Concorse al corpo morto d’Alessandro in San Piero con incredibile allegrezza tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi d’alcuno di vedere spento un serpente che con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di orribile crudeltà di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza distinzione le cose sacre e le profane, aveva attossicato tutto il mondo; e nondimeno era stato esaltato, con rarissima e quasi perpetua prosperità, dalla prima gioventù insino all’ultimo dì della vita sua, desiderando sempre cose grandissime e ottenendo più di quello desiderava. Esempio potente a confondere l’arroganza di coloro i quali, presumendosi di scorgere con la debolezza degli occhi umani la profondità de’ giudìci divini, affermano ciò che di prospero o di avverso avviene agli uomini procedere o da’ meriti o da’ demeriti loro: come se tutto dì non apparisse molti buoni essere vessati ingiustamente e molti di pravo animo essere esaltati indebitamente; o come se, altrimenti interpretando, si derogasse alla giustizia e alla potenza di Dio; la amplitudine della quale, non ristretta a’ termini brevi e presenti, in altro tempo e in altro luogo, con larga mano, con premi e con supplìci sempiterni, riconosce i giusti dagli ingiusti.

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Giuseppe Lorenzo Gatteri: Cesare Borgia lascia il Vaticano dopo la morte del padre (1877)

Ma ecco che nelle prospettive politiche che sembravano essere più favorevoli (come sono inutili e sbagliate le aspettative degli uomini), il papa Alessandro VI è immediatamente riportato come morto e dietro a lui il figlio, il duca di Valentino, allo stesso modo è portato da una vicina, vicino al palazzo pontificale, per ricrearsi del gran caldo. Il giorno successivo, il 18 agosto, è portato, ormai deceduto, com’è usanza per i pontefici nella chiesa di San Pietro, con la pelle nera, gonfio e trasformato in modo orrendo, segni inequivocabili di avvelenamento mentre il Valentino, sia per la giovane età e per aver preso immediatamente degli antidoti contro il veleno, riuscì a scampare, pur riportando per sempre una grave ed inguaribile infermità. Da subito si credette che tale infermità fosse stata determinata dal veleno e si racconta, secondo la fama che si diffondeva, il succedersi dei fatti in questo modo: il Valentino, invitato nella stessa cena alla quale era stato invitato il padre, avendo deciso di avvelenare nella propria vigna, Adriano Cardinale del Carneto, (perché si sa che era abitudine sua e del padre non solo di usare il veleno per uccidere nemici e per mettersi al sicuro da persone sospette, ma anche per delittuosa volontà di togliere beni alle persone ricche, specialmente verso cardinali e cortigiani, senza tener conto che coloro contro cui operavano non avevano ricevuto alcuna offesa, come accadde al ricchissimo cardinale veneto di Sant’Angelo, ma neanche che fossero molto amici ed intimi, come furono i cardinali di Capua e di Modena, molto utili e fidatissimi loro ministri). Si dice appunto che il duca di Valentino fece portare prima del suo arrivo fiaschi di vino infettati con il veleno, e li fece consegnare ad un ministro ignaro del fatto, con raccomandazione di non darlo da bere ad alcuno. Per caso il pontefice arrivò prima del figlio e, vinto dalla sete e dall’eccessivo caldo, domandò che gli fosse dato da bere, ma non essendo arrivati ancora le provviste per la cena, gli diede da bere il vino affidatogli dal Valentino, reputandolo vino di gran pregio. Valentino, giungendo mentre il padre beveva, cominciò, non sospettando fosse il “suo” vino, a berlo anche lui.  Accorse per vedere il cadavere del pontefice Alessandro nella chiesa di San Pietro tutta Roma, manifestando grande allegrezza, non potendo saziarsi dal vedere un serpente morto, che con la sua smisurata ambizione e micidiale perfidia e dagli atti di orribile crudeltà, infausta libidine e inaudita avidità, vendendo le cose sacre e profane, aveva avvelenato tutto il mondo; e nonostante ciò era stato esaltato con rara e quasi continua fortuna, dalla prima giovinezza sino all’ultimo delle sua vita, desiderando sempre il massimo ed ottenendo sempre di più. Esempio efficace a smentire l’arroganza di coloro che, avendo la presunzione di vedere con gli occhi degli uomini l’inafferrabilità dei giudizi divini, affermano che ciò che di fortuna o di sfortuna accade agli uomini derivi o dai loro meriti o dai loro demeriti, come se non si cogliesse continuamente che molti uomini giusti sia vessati dalla fortuna, mentre altri, di cattivo animo siano dalla stessa esaltati oppure come se, interpretando in modo diverso, disprezzassero la potenza e la giustizia di Dio, la grandezza delle quali, non si misura nel tempo breve dell’esistere, ma in altro luogo, con generosità, con premi e con eterne preghiere, riconosce i giusti dagli ingiusti.

Il passo qui offerto ci permette di confrontare la pagina machiavelliana da quella guicciardiniana su due aspetti fondamentali, avendo ambedue trattato il medesimo argomento:

  1. Machiavelli vede nella morte del pontefice e nella malattia del figlio, un fatto “politico”, in quanto non ha permesso al duca di Valentino di portare a compimento il suo progetto; Guicciardini vede nello stesso episodio un fatto storico, non esente da riflessione morale, sottolineando la contentezza del popolo romano per la morte di Alessandro VI;
  2. A dominare qui non è la storiografia di Tito Livio, che tante suggestioni hanno offerto per l’opera di Machiavelli, quanto quella tragica di Cornelio Tacito, che non sarà casualmente divenne lo storico di riferimento dalla metà del ‘500 sino a tutto il ‘600.

IL SACCO DI ROMA

Alloggiò Borbone con l’esercito, il quinto dí di maggio, ne’ Prati presso a Roma, con insolenza militare mandò uno trombetto a dimandare il passo al pontefice (ma per la città di Roma) per andare con l’esercito nel reame di Napoli, e la mattina seguente in su il fare del dí, deliberato o di morire o di vincere (perché certamente poca altra speranza restava alle cose sue), accostatosi al Borgo della banda del monte di Santo Spirito, cominciò una aspra battaglia; avendogli favoriti la fortuna nel fargli appresentare piú sicuramente, per beneficio di una folta nebbia che, levatasi innanzi al giorno, gli coperse insino a tanto si accostorno al luogo dove fu cominciata la battaglia. Nel principio della quale Borbone, spintosi innanzi a tutta la gente per ultima disperazione, non solo perché non ottenendo la vittoria non gli restava piú refugio alcuno ma perché vedeva i fanti tedeschi procedere con freddezza grande a dare l’assalto, ferito, nel principio dello assalto, di uno archibuso, cadde in terra morto. E nondimeno la morte sua non raffreddò l’ardore de’ soldati, anzi combattendo con grandissimo vigore, per spazio di due ore, entrorno finalmente nel Borgo; giovando loro non solamente la debolezza grandissima de’ ripari ma eziandio la mala resistenza che fu fatta dalla gente. Per la quale, come molte altre volte, si dimostrò a quegli che per gli esempli antichi non hanno ancora imparato le cose presenti, quanto sia differente la virtú degli uomini esercitati alla guerra agli eserciti nuovi congregati di turba collettizia, e alla moltitudine popolare: perché era alla difesa una parte della gioventú romana sotto i loro caporioni e bandiere del popolo; benché molti ghibellini e della fazione colonnese deliberassino o almanco non temessino la vittoria degli imperiali, sperando per il rispetto della fazione di non avere a essere offesi da loro; cosa che anche fece procedere la difesa piú freddamente. E nondimeno, perché è pure difficile espugnare le terre senza artiglieria, restorno morti circa mille fanti di quegli di fuora. I quali come si ebbeno aperta la via di entrare dentro, mettendosi ciascuno in manifestissima fuga, e molti concorrendo al Castello, restorono i borghi totalmente abbandonati in preda de’ vincitori; e il pontefice, che aspettava il successo nel palazzo di Vaticano, inteso gli inimici essere dentro, fuggí subito con molti cardinali nel Castello. Dove consultando se era da fermarsi quivi, o pure, per la via di Roma, accompagnati da’ cavalli leggieri della sua guardia, ridursi in luogo sicuro, destinato a essere esempio delle calamità che possono sopravenire a’ pontefici e anco quanto sia difficile a estinguere l’autorità e maestà loro, avuto nuove per Berardo da Padova, che fuggí dello esercito imperiale, della morte di Borbone e che tutta la gente, costernata per la morte del capitano, desiderava di fare accordo seco, mandato fuora a parlare co’ capi loro, lasciò indietro infelicemente il consiglio di partirsi; non stando egli e i suoi capitani manco irresoluti nelle provisioni del difendersi che fussino nelle espedizioni. Però il giorno medesimo gli spagnuoli, non avendo trovato né ordine né consiglio di difendere il Trastevere, non avuta resistenza alcuna, v’entrorono dentro; donde non trovando piú difficoltà, la sera medesima a ore ventitré, entrorono per ponte Sisto nella città di Roma: dove, da quegli in fuora che si confidavano nel nome della fazione, e da alcuni cardinali che per avere nome di avere seguitato le parti di Cesare credevano essere piú sicuri che gli altri, tutto il resto della corte e della città, come si fa ne’ casi tanto spaventosi, era in fuga e in confusione. Entrati dentro, cominciò ciascuno a discorrere tumultuosamente alla preda, non avendo rispetto non solo al nome degli amici né all’autorità e degnità de’ prelati, ma eziandio a’ templi a’ monasteri alle reliquie onorate dal concorso di tutto il mondo, e alle cose sagre. Però sarebbe impossibile non solo narrare ma quasi immaginarsi le calamità di quella città, destinata per ordine de’ cieli a somma grandezza ma eziandio a spesse direzioni; perché era l’anno…… che era stata saccheggiata da’ goti. Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti; ma la fece ancora maggiore la qualità e numero grande de’ prigioni che si ebbeno a ricomperare con grossissime taglie: accumulando ancora la miseria e la infamia, che molti prelati presi da’ soldati, massime da’ fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con gli abiti e con le insegne delle loro dignità, menati a torno con grandissimo vilipendio per tutta Roma; molti, tormentati crudelissimamente, o morirono ne’ tormenti o trattati di sorte che, pagata che ebbono la taglia, finirono fra pochi dí la vita. Morirono, tra nella battaglia e nello impeto del sacco, circa quattromila uomini. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali (eziandio del cardinale Colonna che non era con l’esercito), eccetto quegli palazzi che, per salvare i mercatanti che vi erano rifuggiti con le robe loro e cosí le persone e le robe di molti altri, feciono grossissima imposizione in denari: e alcuni di quegli che composeno con gli spagnuoli furono poi o saccheggiati dai tedeschi o si ebbeno a ricomporre con loro. Compose la marchesana di Mantova il suo palazzo in cinquantaduemila ducati, che furono pagati da’ mercatanti e da altri che vi erano rifuggiti: de’ quali fu fama che don Ferrando suo figliuolo ne partecipasse di diecimila. Il cardinale di Siena: dedicato per antica eredità de’ suoi maggiori al nome imperiale, poiché ebbe composto sé e il suo palazzo con gli spagnuoli, fu fatto prigione da’ tedeschi; e si ebbe, poi che gli fu saccheggiato da loro il palazzo, e condotto in Borgo col capo nudo con molte pugna, a riscuotere da loro con cinquemila ducati. Quasi simile calamità patirono il cardinale della Minerva e il Ponzetta, che fatti prigioni da’ tedeschi pagorono la taglia, menati prima l’uno e l’altro di loro a processione per tutta Roma. I prelati e cortigiani spagnuoli e tedeschi, riputandosi sicuri dalla ingiuria delle loro nazioni, furono presi e trattati non manco acerbamente che gli altri. Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine: non potendo se non dirsi essere oscuri a’ mortali i giudizi di Dio, che comportasse che la castità famosa delle donne romane cadesse per forza in tanta bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignergli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furno le cose piú vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a piú di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.

Sacco di Roma (1527) - WikipediaJohannes Lingelbach: Il sacco di Roma

Il 5 maggio il Borbone prese alloggio in Prati, presso Roma, e con prepotenza militare inviò un araldo per chiedere al papa il permesso di attraversare il suo territorio (ma solo la città di Roma) per raggiungere con l’esercito il regno di Napoli, ed il giorno seguente all’alba, deciso o a morire o a vincere (perché non aveva altra speranza per portare a termine le sue operazioni), avvicinatosi alla città dalla parte del Monte Santo Spirito, cominciò una aspra lotta; avendo la fortuna dalla sua parte nel favorirli per avvicinarsi alle mura, scese una spessa nebbia che li nascose fino a che giunsero alle prime difese ormai colte di sorpresa. Al principio della battaglia  Borbone, fattosi avanti con tutti i suoi uomini come atto disperato, non solo perché non ottenendo la vittoria, non aveva alcun posto dove rifugiarsi, ma perchè la fanteria tedesca procedere con grande freddezza nel dare l’assalto, e lui stesso ferito, all’inizio dell’assalto, colpito da un archibugio, morì. Ma la sua morte non raffreddò l’impeto dei suoi uomini, anzi con grandissima vigorìa, dopo due ore di assalto, penetrarono in città, giovando loro non solo le deboli difesa, ma la scarsa resistenza fatta dalla popolazione. Questo fatto dimostra, come già è avvenuto moltissime altre volte, che attraverso gli esempi antichi non hanno imparato le cose presenti, e cioè quanto sia più efficace la forza esercitata da uomini usi alla guerra che nuovi eserciti composti da una folla raccogliticcia e dalla massa del popolo, perché c’erano alla difesa giovani romani sotto i loro comandanti e bandiere del popolo; inoltre c’erano anche i ghibellini e gente della fazione dei Colonna che desideravano o perlomeno non temevano la vittoria degli imperiali, sperando di non venir colpiti da loro, forse anche per questo la difesa combatteva più freddamente. E nonostante questo, perché è anche difficile espugnare le città senza artiglieria, ci furono circa mille fanti morti di assedianti. Quest’ultimi appena videro aperta una traccia per entrare dentro le mura, fecero sì che le persone assediate si mettessero immediatamente in fuga e molti di essi si diressero verso Castel Sant’Angelo, lasaciando così la città abbandonata completamente alla preda dei vincitori. Il pontefice, che aveva aspettato l’esito di vittoria dentro il palazzo vaticano, saputo che i nemici erano entrati in città, si rifigiò con molti cardinali all’interno di Castel Sant’Angelo. Qui, discutendo con i suoi se fosse necessario fermarsi lì o viceversa mettersi al sicuro attraversando la città con la sua guardia di cavalleria leggera, destinato così a diventare l’esempio delle disgrazie che possono capitare ai pontefici ed anche quanto sia difficile stinguere la loro autorità e potere, avute notizie da Bernardo da Padova, scappato dall’esercito imperiale, che il Borbone era morto e che l’intero esercito, costernato, desiderava fare un accordo con lui, uscito fuori per parlare con loro, lasciò perdere l’intenzione di partire, dato che egli e i suoi capitani non erano meno indecisi nei provvedimenti di difesa di quanto fossero nelle loro azioni. Perciò lo stesso giorno gli spagnoli, non trovando alcuno con l’ordine o la decisione di difendere Trastevere, non avendo avuta alcuna resistenza, entrarono; quindi non essendoci alcuna difficoltà, la sera stessa alle 23 entrarono attraverso ponte Sisto a Roma, dove, ad eccezione di coloro che confidavano nell’essere ghibellini e di quei cardinali che rivendicavano d’esser dalla parte dell’imperatore, tutto il resto della corete pentificia e della città, come succede nelle grandi calamità, era in fuga e in confusione. Una volta dentro, cominciarono tutti a correre alla ricerca di preda, non avendo rispetto alcuno non solo di coloro che si dichiaravano amici né dell’autorità né della dignità dei prelati, ma anche delle chiese, dei monasteri, delle reliquie a cui erano accorsi i fedeli di tutto il mondo e di tutte le cose sacre. Perciò sarebbe impossibile non solo raccontare, ma anche immaginare lo sfacelo di quella città, destinata per volere di Dio a somma grandezza ma anche a frequenti devastazioni, perché correva l’anno … che era stata saccheggiata dai goti. Impossibile narrare la magnificenza della preda, essendo state acculumate tantissime ricchezze e molissimi oggetti preziosi e rari, di uomini di corte e di mercanti; ma la preda divenne ancora maggiore  grazie alla qualità e al numero delle persone catturate che di dovette riscattare con onerosissime taglie, aggiungendo così alla loro condizione miseria ed infamia, tanto che molti prelati catturati dai soldati, soprattutto dalla fanteria tedesca, che, per odio della Chiesa romana, era insolente e crudele, li aveva messi su vili animali, con abiti ed insegne del loro grado e condotti in giro per la città con grandissima derisione. Molto di essi, dopo aver subito tormenti crudelissimi, o nel subirli morirono o, dopo aver pagato il loro riscatto, una volta liberati morirono dopo pochi giorni. Morirono, tra la battaglia e il sacco della città, circa quattromila uomini. Furono saccheggiati tutti i palazzi dei cardinali (anche del cardinale Colonna che non stava nell’esercito della lega), eccetto quei palazzi occupati da mercanti che, per salvare la loro roba insieme ad altre persone e alle loro cose, concordarono un’enorme taglia in denaro; ed alcuni di loro che si erano concordati con gli spagnoli furono poi saccheggiati dai tedeschi o dovettero concordare una nuova taglia con quest’ultimi. La marchesa di Mantova (Isabella d’Este) patteggiò il suo palazzo per cinquantaduemila ducati, che furono pagati dai mercanti e da altri che vi si erano rifugiati, fra i quali si dice che don Ferrando, suo figlio, vi partecipasse con diecimila. Il cardinale di Siena (Giovanni Piccolomini) devoto per antica tradizione dei suoi predecessori alla parte imperiale, poiché si fu accordato per sé e per il suo palazzo con gli spagnoli, fu fatto prigioniero dai tedeschi e quindi, dopo avergli saccheggiato il palazzo, fu condotto in città con molte percosse e capo nudo e costretto a riscattarsi da loro con cinquemila ducati. Simili disgrazie patirono il cardinale della Minerva e il Ponzetta che, catturati dai tedeschi, pagarono la taglia dopo esser stati condotti prima in giro per tutta Roma. I preti e i cortigiani spagnoli e tedeschi, sicuri per la loro nazionalità, furono catturati e trattati con non meno crudeltà. Si sentivano le grida e le urla delle donne romane e delle monache condotte a gruppi dai soldati sulle quali sfogavano la loro libidine: non potendo se non dirsi misteriosi agli occhi degli uomini il giudizio di Dio, che abbia permesso che la famosa pudicizia delle donne romane cadesse in così orrenda abiezione e miseria. Si udivano dappertutto gli infiniti lamenti di coloro che venivano torturati, parte per estorcergli una taglia, parte per farsi dire dove nascondevano i tesori. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le relique dei santi che erano nelle chiese, private dei loro decori, erano sparse in terra; si aggiunga l’irreligiosità dei tedeschi e le infinite bestemmie. E quello che restò della preda dei soldati (che erano le cose di minor valore) rubarono poi i contadini dei Colonna che in seguito entrarono in città. Lo stesso cardinale Colonna, che arrivò il giorno dopo, salvò molte donne fuggite in casa sua. Era fama che tra oro argenti e gioielli il sacco fosse ammontato a più di un milione di ducati, ma che con le taglie fosse stata ricavata una cifra molto maggiore.

Guicciardini partecipò, come consigliere di Clemente VII, alla difesa della città di Roma e quindi venne ritenuto in parte responsabile del sacco della città da partte delle truppe imperiali di Carlo V. Il brano, condotto con estrema “impersonalità” vuole tuttavia mostrare che il fallimento era dovuto a più ragioni, alcune delle quali del tutto casuali – contrariamente alle teorie machiavelliane:

  • il comportamento del Borbone, spostatosi troppo lontano dai rifornimenti;
  • l’improvviso infittirsi della nebbia che non aveva reso possibile un efficace avvistamento dell’arrivo del nemico;
  • il rifiuto del papa di salvarsi.
  • l’impreparazione della difesa – ancora contro le teorie dell’autore del Principe rispetto alle armi proprie – dovuto all’approssimazione e al male armamento degli eserciti cittadini.

Tuttavia possiamo notare come egli descriva da una parte l’etrema indecisione papale, come a rafforzare la teoria secondo la quale egli cerchi di capire psicologicamente gli atteggiamenti dei protagonisti, dall’altra la precisione quasi “ragioneristica” attraverso la quale descrive le perdite in denaro dovute al sacco subito. Certo quest’evento produsse un vero e proprio shock nell’opinione pubblica contemporanea, ma lui riesce a “impressionarci” nascondendo la propria emotività.